| L'Osservatore socio-religioso del Triveneto dà speranze al presbitero di domani |
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Luglio 2010 Fare il prete: disagio e trasformazione Ridare forma al presbiterio
di Alessandro Castegnaro, presidente dell'Osservatore socio-religioso del Triveneto (OSRET)*
Raccogliendo i frutti di molti studi e inchieste sul clero, Alessandro Castegnaro - presidente dell'Osservatorio socio-religioso del Triveneto (OSRET) - evidenzia il disagio dei preti in Italia. Si sentono spesso uomini «in trincea», chiamati a muoversi con prudenza, ma spesso da soli e senza il sostegno dell'istituzione e degli altri preti. Nel contesto austriaco, Paul Michael Zulehner — teologo pastoratista già decano della Facoltà di teologia cattolica dell'Università di Vienna - espone qui i risultati di due indagini, condotte rispettivamente sui consigli pastorali parrocchiali e sui parroci. Ne emerge un quadro complesso di profonda trasformazione della Chiesa nelle sue figure istituzionali e nella vita comunitaria. Tale trasformazione in atto non può essere evitata: essa richiede da un punto di vista sia giuridico sia ecclesiale un accompagnamento interpretativo e un governo responsabile. Numerosi segni inducono a parlare di una condizione non facile dei preti oggi, anche nelle aree del paese in cui la situazione pastorale è migliore, ma dove i segnali sono forse ancora più chiari. Segni di disagio che sono stati chiamati in vari modi, ma che in sostanza parlano della presenza di una sofferenza che non è (più) possibile trascurare o considerare del tutto fisiologica. Le ricerche sui preti ci consegnano almeno tre dimensioni di questa sofferenza. 1. Insoddisfazione rispetto all'identità attuale. I preti stessi vedono i propri confratelli insoddisfatti in una misura che supera quella che è usuale trovare in altre condizioni sociali o professioni (cf. E GARELLI [a cura di, Sfide per la Chiesa del nuovo secolo. Indagine sul clero in Italia, Il Mulino, Bologna 2003; cf. A. CASTEGNARO [a cura di], Preti del Nord-est. Condizioni di vita e problemi di pastorale, Marcianum Press, Venezia 2006). Si avverte una particolare fatica nello svolgere il compito di prete, un ministero che non è mai stato facile, ma che oggi si percepisce come più difficile di un tempo e meno gratificante. 2. Burnout (spegnersi). Com'è noto questo concetto viene spesso utilizzato nell'analisi delle professioni sociali: si tratta di un sintomo di disagio professionale che è stato anche chiamato «la sindrome del buon samaritano deluso». Esso indica l'esistenza di una crisi professionale per cui una persona che un tempo dava il meglio di sé nel suo lavoro a un certo punto si sente svuotata di energie, vive i rapporti con le persone di cui si dovrebbe prendere cura in maniera distaccata e si convince di poter fare poco o nulla per loro. Il burnout può essere vissuto anche come crisi spirituale, crisi di senso, fallimento vocazionale. Numerosi sono i preti che soffrono di questa sindrome, soprattutto nel periodo d'ingresso al ministero, successivamente dopo 20-30 anni di esercizio e infine all'avvicinarsi della vecchiaia (cf. G. RONZONI [a cura di], Ardere, non bruciarsi. Studio .sw/«burnout» tra il clero diocesano. Edizioni Messaggero, Padova 2008). Ma ciò che più fa riflettere è la scoperta che, tra le diverse dimensioni di cui il burnout si costituisce, quella che caratterizza maggiormente i preti sia la «spersonalizzazione», (1) cioè la tendenza a vivere i rapporti con le persone senza partecipazione emotiva, in modo burocratico e ripetitivo. La spersonalizzazione dei rapporti è una minaccia gravissima per una figura come quella del prete che oggi più di un tempo viene riconosciuta e accettata (se lo è) innanzitutto per la sua «umanità». 3. Sentimenti di solitudine. Anche se i preti tendono a non enfatizzare il tema, e quindi rifiutano le formulazioni più drastiche dell'idea che i preti vivano in uno stato di solitudine, le indagini consegnano una diffusione non trascurabile di sentimenti di solitudine soprattutto tra i giovani preti. Essa però non viene connotata come una solitudine di carattere familiare o sociale, quanto piuttosto di natura «ecclesiale». Di questa solitudine è stata data inizialmente una lettura di carattere pastorale (cf. CASTEGNARO [a cura di], Preti del Nord-est), ma ulteriori lavori di ricerca hanno permesso di capire che i preti con questa formulazione intendono riferirsi innanzitutto alla qualità delle relazioni negli ambienti ecclesiastici (cf. OSRET, A. CASTEGNARO [a cura di], «Preti del Polesine», in Bollettino della diocesi di Adria Rovigo 94[2009] 3). Sono messi in discussione non solo i rapporti con l'autorità, ma gli stessi rapporti tra confratelli. Il presbiterio in particolare, al di là di una patina superficiale di cameratismo, non sembra essere un ambiente capace di attivare relazioni umanamente ricche. Emerge dunque un problema che investe direttamente i rapporti umani nella Chiesa. La situazione di sofferenza che coinvolge non pochi preti va capita e affrontata; e non solo perché non si può assistere alla sofferenza delle persone che ci stanno a cuore senza agire. È anche doveroso chiedersi se un messaggio di salvezza possa essere realmente annunciato da persone che stanno male o che sono vittime di una spersonalizzazione dei rapporti che essi stessi contribuiscono a produrre. Questa situazione inoltre genera un pericoloso cortocircuito: la condizione di stress - burnout - appesantisce l'immagine che il prete dà di sé. Questo ruolo finisce per configurarsi, anche per questo motivo, come poco attraente per le scelte vocazionali delle giovani generazioni e ciò induce effetti depressivi (ulteriori) sulle vocazioni. Ma se le vocazioni diminuiscono si può supporre che lo stato di sofferenza aumenti perché il sovraccarico dei preti è destinato a crescere. Perciò il maggior contributo che pare possibile offrire alla pastorale vocazionale è creare i presupposti per cui la condizione del prete possa essere vissuta con meno disagio e più serenità, ridiventando, almeno da questo punto di vista, attraente. LE QUESTIONI CHE CREANO DISAGIO Ecco alcune prospettive di lettura della situazione attuale dei preti - senza pretesa di esaustività. (2) Nel farlo sarà possibile arricchire anche il quadro descrittivo. Sovraccarico Il sistema organizzativo di cui sono (anche) fatte le nostre Chiese può essere descritto come un sistema a domanda stabile o al più moderatamente in flessione (di servizi religiosi e socioculturali) e a offerta declinante, rapidamente in discesa in seguito alla riduzione delle vocazioni. Ciò configura una forbice che riveste un significato cruciale all'interno di un modello organizzativo (e pastorale) nel quale la produzione di servizi e prestazioni è pressoché interamente affidata a personale a tempo pieno, superspecializzato, a ruolo totale (e totalizzante). Sotto il profilo strettamente quantitativo l'effetto più immediato della forbice indicata è l'induzione di situazioni di sovraccarico professionale e l'intasamento dei tempi di vita quotidiana e ciò produce di per sé disagio.(3) I preti dichiarano un numero di ore di lavoro persino difficili da immaginare: è quella che altrove viene chiamata «bed at-the-church syndrome», la sindrome del letto in chiesa (cf. RONZONI [a cura di], Ardere, non bruciarsi). Ma l'effetto forse più rilevante è la tendenziale burocratizzazione del sacro che essa produce. (4) Se le prestazioni si moltiplicano, la loro routinizzazione è inevitabile. Quanto più si tratta di compiti che di per sé richiederebbero coinvolgimento, tanto più la moltiplicazione delle prestazioni induce distacco e spersonalizzazione. Non ci si può coinvolgere troppo altrimenti si perde il proprio equilibrio. La professionalizzazione implica neutralità affettiva. Ciò da un lato produce burnout, (5) dall'altro un abbassamento della qualità dei servizi prodotti. Di particolare rilievo sono gli effetti che tutto questo induce sull'offerta liturgica, e non solo nei casi in cui il prete è ormai ridotto a vivere una sorta di rally eucaristico a ogni festa. I preti stessi riconoscono che essa manifesta oggi una scarsa capacità di comunicazione e ne soffrono. Complessità, varietà, mancanza di confini Non è però solamente una questione di quantità delle cose da fare, ma anche una questione di complessità, varietà, mancanza di confini. E di sfasamento tra l'identità immaginata o ricercata e quella che emerge dai compiti effettivi. Da un lato le domande che giungono ai preti (alle parrocchie) si fanno più complesse e diversificate, oltre che in alcuni casi più difficili da gestire,(6) dall'altro i compiti attribuiti ai preti richiedono competenze estremamente differenziate. Oltre a quelle biblico-liturgiche connesse con il celebrare (prete celebrante) si richiedono competenze relazionali e di accompagnamento spirituale (prete di riferimento spirituale), capacità di governo (prete manager), capacità amministrative (prete amministratore di beni ecclesiastici). Quest'ultimo aspetto - denunciano i preti - è forse quello che crea maggiore disagio, per cui si è meno preparati e che viene percepito come più estraneo all'identità per cui si è stati formati, che rimane quella di essere riferimenti spirituali (counseling spirituale + uomo che testimonia i valori). Si tratta di un compito che assorbe molto tempo, soprattutto a scapito dell'accompagnamento spirituale, dato che lo spazio dedicato alle celebrazioni non può essere più di tanto compresso.(7) C'è sempre qualche ristrutturazione in corso: finita una ne comincia un'altra. Come ha detto un parroco: «Anche i padri di famiglia si devono occupare della caldaia; io ne ho sette!». La moltiplicazione delle parrocchie senza parroco residente accresce i compiti di tipo amministrativo. Il parroco è responsabile sia dal punto di vista civilistico sia canonistico. Ciò di fatto rende difficile delegare ai laici: delegare funzioni senza delegare responsabilità è poco praticabile. (8) Tra tutte le funzioni citate ogni prete dovrebbe cercare e trovare un suo equilibrio. Un vero equilibrio appare però non facile da trovare, da un lato perché agiscono i vincoli giuridici detti, dall'altro perché si tratta di competenze qualitativamente diverse, non facili da trovare e da formare nella stessa persona. Si avverte oggi perciò, soprattutto nei preti giovani, che maggiormente rifiutano il ruolo di prete factotum, la tendenza a selezionare, tagliando in un senso o nell'altro, sulla base di preferenze e inclinazioni individuali. La figura del prete tende a differenziarsi, come del resto accade all'offerta parrocchiale. L'identità proposta al prete sembra inoltre essere ancora quella del «pastore in cura d'anime» cui viene affidato «un gregge» da curare. Basti pensare ai riti con cui si accompagna l'entrata di un nuovo parroco. Però questa immagine sembra poco adatta a descrivere un ruolo che oggi deve confrontarsi da un lato con forme di religiosità sempre più individualizzate e dall'altro con la crescente autonomia dei fedeli laici, che sono oggi assai più scolarizzati di un tempo. Le attese nelle parrocchie nei confronti del ruolo che si vorrebbe il prete assumesse sono perciò contraddittorie. Da un lato esiste ancora un insieme di persone più disponibili a riprodurre il rapporto prevalente in passato e che richiedono un ruolo forte di guida, persone che non di rado prevalgono in consigli pastorali costruiti su misura. Dall'altro esiste un popolo di persone abituato a pensare con la propria testa, disponibile a individuare nel prete un partner su basi di parità, disposto a riconoscergli il ruolo ministeriale, ma nella consapevolezza che esistono altri ministeri e vocazioni non pregiudizialmente inferiori. Il prete che assume un ruolo forte di direzione rischia di scontentare i secondi; quello che non lo fa rischia di scontentare i primi. Non è facile rispondere in modo equilibrato a entrambe le aspettative e ciò rappresenta una difficoltà ulteriore che i preti incontrano oggi. Sullo sfondo sta l'eclissi del carisma legato alla funzione e alla posizione e la necessità di trovare ministri che sappiano conquistarsi un'autorevolezza personale, capace di manifestarsi ora in forma di guida ora in forma più dialogica e, spesso, contemporaneamente nell'uno e nell'altro senso. Solitudine pastorale Motivi di sofferenza derivano nei preti anche dalla situazione pastorale, in altre parole dagli esiti deludenti che un impegno pastorale percepito come sempre più gravoso, condotto in un contesto difficile, anche solo da leggere e interpretare, produce. Non a caso nelle ricerche campionarie non si nota alcuna relazione tra il grado d'insoddisfazione o di solitudine manifestato e le condizioni di vita dei preti, mentre vi è una relazione stretta con i livelli di pratica religiosa nelle parrocchie in cui si conduce il servizio. Non sono cioè i preti che vivono da soli a evocare più spesso l'insoddisfazione del prete, ma coloro che operano in parrocchie con pochi fedeli. Ciò che sembra manifestarsi dunque è una sensazione di stanchezza e d'impotenza davanti a un contesto che apprezza il prete per quanto fa e rappresenta, ma rimane distaccato e garbatamente indifferente verso quanto testimonia e annuncia. Penosamente avvertito è a questo proposito il permanere di una domanda ancora molto orientata in senso sacramentale, in un contesto socio-religioso che in realtà ha seriamente ridimensionato il significato salvifico dei mezzi di salvezza che la Chiesa offre.(9) Il problema qui sembra stare non tanto nella situazione in sé, ma nel fatto che di fronte a essa ci si sente soli. Davanti ai molti problemi pastorali e alle decisioni che il prete deve prendere quotidianamente, problemi difficili da interpretare e per i quali gli indirizzi - anche quando esistono - spesso non sembrano applicabili o non sembrano fornire indicazioni operative, egli sente di non poter condividere adeguatamente le sue preoccupazioni, di non essere adeguatamente accompagnato, di dover alla fine contare solo sulle proprie forze, di essere solo nel decidere. Il rapporto con i laici, oggi molto importante sotto il profilo relazionale, serve utilmente a ridurre la solitudine di carattere sociale, ma non pare in grado di risolvere questo problema che ha a che fare con le responsabilità del presbitero. In questo campo inoltre sembra non esservi molta condivisione tra preti; ognuno agisce un po' come una monade isolata, senza effettivo confronto ed elaborazione comune. Il presbiterio non fa squadra, l'io prevale sul noi. Mancano funzioni di supervisione pastorale e mancano occasioni per sviluppare un lavoro di laboratorio pastorale, che permetta un confronto con le esperienze vissute dai confratelli. Rispetto agli uffici diocesani infine i preti manifestano sentimenti di notevole lontananza. Questi non rappresentano spesso per loro delle funzioni di aiuto, ma semmai delle richieste di ulteriore impegno. Non vengono sentiti come una risorsa a sostegno della pastorale, ma come una funzione aggiuntiva, che prevede azioni e obblighi ulteriori. Gli uffici diocesani infatti, nel modello organizzativo prevalente oggi, vengono concepiti più come una funzione di coordinamento e di sostegno alla pastorale centrale della diocesi, che come un più ampio supporto all'azione pastorale delle parrocchie. In breve, i preti vorrebbero sostegno-accompagnamento e invece ottengono direzione. Solitudine ecclesiale Esiste oggi un serio problema di qualità delle relazioni nella Chiesa. Esso ha due risvolti, uno dei quali riguarda le relazioni di carattere verticale (con l'autorità) e l'altro quelle di carattere orizzontale (tra preti, nel presbiterio). Sul primo è difficile raccogliere opinioni chiare tra i preti. Sui rapporti con l'autorità essi preferiscono restare abbottonati e rifugiarsi su formulazioni moderate, che alludono a rapporti «abbastanza» buoni con il proprio vescovo. Tra i numerosi aspetti che si potrebbero approfondire quello che forse è meno noto, ma che genera molta sofferenza, è la mancanza di un sistema chiaro di premi e di punizioni. Dalle indagini sul burnout questa dimensione è risultata essere del tutto inesistente (cf. RONZONI [a cura di], Ardere, non bruciarsi). I riconoscimenti quando si è operato bene sembrano mancare. Tutto è sempre dovuto. L'impegno profuso non viene riconosciuto (e non solamente dall'autorità) e l'apprezzamento non viene percepito. Chi opera in modo insoddisfacente, salvo casi estremi, è trattato allo stesso modo, o così pare. La questione del mancato apprezzamento è particolarmente sentita nel rapporto tra parroci e preti giovani alle prime esperienze, che si percepiscono al di sotto delle attese sviluppate nei loro confronti (qualcosa che avviene spesso anche negli istituti religiosi e all'interno delle famiglie, nel rapporto genitori-figli). Va detto che è tipico di tutte le organizzazioni istituzionalmente altruistiche essere poco attente a riconoscere l'apporto dei propri membri. Il fine, l'ideale a cui sono votate, assorbe tutte le altre considerazioni. E un aspetto a cui si dovrebbe invece prestare attenzione. Il giudizio critico espresso nei confronti del livello delle relazioni negli ambienti ecclesiastici emerge con particolare evidenza a proposito dei rapporti tra preti. Esiste un certo numero di preti che non ha rapporti significativi con i propri confratelli o che non li sente vicini (circa uno su quattro). Più in generale le relazioni si sviluppano in funzione delle attività da svolgere e poco in funzione dell'ascolto reciproco. Vi è la tendenza a considerare più il ruolo che la persona. Alcuni preti parlano di una «mentalità da caserma». Le relazioni sono povere. C'è poca stima e la superficialità dei rapporti favorisce il pregiudizio. In tutto questo c'è molto di maschile e una lettura di genere della problematica presbiterale sarebbe molto utile. Un aspetto che mi ha sempre colpito è che i preti, nei confronti dei propri confratelli, si pongono in modo fortemente giudicante. La situazione più diffusa è perciò la paura del giudizio. Parlare vuol dire essere giudicati. Quello che fai viene visto dagli altri. Introdurre cambiamenti nella propria vita, ad esempio al fine di stare meglio, è difficile proprio a causa di questa paura. Come si è espresso un prete: «Noi che siamo i professionisti dell'accoglienza non facciamo altro che giudicare». Molti preti pensano che non vi sia speranza di cambiare le relazioni con i confratelli. Si manifesta un atteggiamento di sfiducia e di rinuncia, un desiderio d'immobilità. E questo è un fatto grave. E in questo quadro che si colloca la scarsa disponibilità per la vita assieme ad altri preti che le ricerche documentano, al di là di una dichiarata ma generica (e probabilmente calante) valutazione positiva per le unità pastorali, f preti non vogliono vivere con altri preti. La solitudine è ricercata anche perché è rassicurante: impedisce che i confratelli osservino i propri disagi, quando vi sono. Da segnalare in particolare vi sono alcune specifiche situazioni di sofferenza: in occasione delle nuove nomine, il passaggio non sembra curato. Chi lascia in realtà spesso non lascia, fino a tenersi le chiava. Si creano situazioni d'imbarazzo. Nessuno interviene. Ci sono le questioni economiche lasciate aperte e trasferite di peso sulle spalle del successore; le unità pastorali obbligate; il rapporto tra parroco e prete giovane. Mancano competenze comunicative. Emerge tra i preti giovani la richiesta di residenza indipendente. I preti attribuiscono questa situazione alle diversità che li attraversano e alla formazione ricevuta, che non educava alla vita comunitaria. Le cose stanno cambiando, in meglio, ma nell'immediato i cambiamenti introdotti innalzano le aspettative (soprattutto dei preti giovani) e rendono più doloroso lo scarto tra l'ideale della comunità presbiterale e la realtà. (10) Penso che, al di là di ciò, in questa problematica si possa leggere in filigrana il riemergere della questione dell'affettività del prete. I preti faticano a parlarne, anche quando rispondono a un questionario. L'enfasi sulla solitudine ecclesiale, emersa dalle ricerche condotte dall'Osservatorio socio-religioso del Triveneto, mi sembra il modo, un po' mascherato, attraverso cui essi hanno inteso comunicarla. In effetti viene da chiedersi, o almeno a me è successo di chiedermi, lavorando su questi temi: ma c'è qualcuno che vuole bene al prete? Qual è la comunità del prete? 1. il presbiterio? Può essere il presbiterio? La questione dell'affettività non può più essere rimossa per due motivi: uno generale perché si tratta di una dimensione della persona che oggi è enormemente valorizzata nella cultura e che fa parte di una più generale valorizzazione delle emozioni, dei sentimenti, della relazionalità; e uno specifico perché non vi sono più per il prete quelle contropartite che una volta potevano realizzare uno scambio relativamente equilibrato con le rinunce derivanti dalla condizione presbiterale. Nessuno oggi ragiona più in termini di carriera ecclesiastica. La perdita di centralità culturale della figura, la conseguente perdita di status (nel senso anche di potere) rende difficili gratificazioni su altri piani; mette a nudo il prete davanti alla propria capacità/incapacità di dare (eventualmente) senza ricevere e lo pone di fronte alla profondità della propria fede. Una cosa che non si comprende abbastanza negli ambienti ecclesiastici è che i mutamenti del contesto spesso rendono assai più dolorosi e difficili eerti obblighi e certe privazioni. Non so se questa esigenza può essere soddisfatta dalle relazioni con i fedeli laici, nella comunità parrocchiale. Le idee che ho raccolto, nelle interviste condotte, sembrano dire «solo parzialmente». E in questa direzione si incontrano altri problemi, che sono particolarmente evidenti tra i preti giovani, stante il vincolo del celibato. E allora il presbiterio? Può esserlo? Possono essere delle relazioni comunque interne al presbiterio? La domanda deve essere riproposta, perché se si pensa che possa esserlo ne discendono tutta una serie di cose da fare, per «smuovere» le relazioni tra preti. Relazioni che dovrebbero comunque essere rese più ricche di quello che oggi non siano anche se non si pensa che la soluzione stia nel presbiterio. Rapporto problematico con l'identità ideale I motivi di sofferenza che abbiamo visto potrebbero dipendere anche da un rapporto poco equilibrato, che i singoli, ma anche la cultura comunitaria dei presbiteri, intrattiene con l'ideale del ministero. Esso, da un certo punto di vista, può sembrare troppo alto e irraggiungibile, sovrumano.(11) L'immagine eucaristica del prete «mangiato», «spezzato», se non è vissuta con equilibrio - in quanto ideale che esiste certo, ma non come «dovere» e figura di ruolo da attuare qui e ora - rende difficile quel tanto di distanziamento dal ruolo, quella sana distinzione tra persona e ruolo sociale, che sono necessari per conservare il proprio equilibrio e che sono tutt'altra cosa della spersonalizzazione. Si ha la sensazione, invece, che alcuni vivano tale distanziamento, il bisogno di proteggere il proprio equilibrio personale, la ricerca di soluzioni che consentano di vivere meglio, il rifiuto della sindrome del «bed at the church», come prove della fragilità della propria vocazione e che ciò li faccia soffrire. Il desiderio di non essere «mangiato» genera sensi di colpa, sentimenti di solitudine e il vacillare della vocazione. C'è bisogno di equilibrio: si deve sì «ardere, ma senza bruciarsi», come recita il titolo del libro curato da G. Ronzoni. Il modo in cui viene proposta ai preti l'immagine ideale, come se l'adeguarsi a essa fosse un obbligo morale e non un dono della grazia, d'altra parte, potrebbe essere anche all'origine di quella ipertrofìa del giudizio cui abbiamo accennato, della mancanza di carità tra presbiteri. E come se, nel momento in cui si diventa preti, le debolezze non fossero più ammesse. L'immagine ideale non lascia spazio a mediazioni e a incertezze. Tu sei prete! Per te tutto è dovuto! La tua disponibilità o è totale o non è! Se sbagli ti sentì giudicato, anche se in forme nascoste. Se fai bene, niente ti deve essere riconosciuto. Ci sarebbe bisogno di ascolto, di molto ascolto. Non è un caso che i preti, quando si chiede loro di disegnare la figura ideale del vescovo indichino innanzitutto la capacità di venire ascoltati. Il prete: uomo dell'accoglienza o della norma, del Regno o della legge? Sullo sfondo del disagio del prete s'intravede infine il contrasto tra un cattolicesimo che si concepisce come di minoranza (nei fatti) e un modello di azione pastorale che, al contrario, si sforza di riprodurre ancora il carattere popolare del cattolicesimo italiano. Il compito di confermare anche nel nuovo contesto socio-religioso questo modello di azione pastorale è oggi innanzitutto nelle mani dei preti, che peraltro lo condividono. (12) La fatica del loro ministero dipende in maniera diretta dal fatto che essi appaiono impegnati come non mai a garantire un'immagine accogliente di Chiesa, vicina alle difficoltà della gente, prossima a tutti e aperta a tutti; a delineare una figura di prete ricco in umanità; a praticare una pastorale della vicinanza e dell'accoglienza. Molto della tenuta del cattolicesimo in Italia dipende da questa azione, che in ogni caso riveste anche la funzione di mantenere al clero una considerazione sociale altrimenti minacciata. I preti si sono conquistati, o hanno mantenuto, un certo riconoscimento adottando un approccio morbido, che fa poco affidamento al principio di autorità, avendo essi compreso che il carisma di funzione è ormai logoro. Tale approccio implica la necessità, nel contesto attuale, di proporre un'immagine di Chiesa accogliente e non giudicante. I preti imparano quindi dal contatto diretto con la concretezza della vita a proporre una gestione flessibile delle norme, senza la quale non potrebbero intrattenere rapporti con una gran parte di persone, soprattutto con i giovani. L'ambiguità tra cattolicesimo di minoranza e cattolicesimo popolare si riflette però in una diversità di stili pastorali che, in parte almeno, segue le linee di demarcazione tra centro e periferia, tra le piccole realtà locali e la «grande Chiesa». Tale contrasto sembra essere oggi crescente e spiega una certa distanza dal centro che molti vivono, in alcune aree del paese più che in altre, soprattutto laddove i preti conservano un maggior radicamento sociale e quando operano in contesti di frontiera dal punto di vista pastorale. L'approccio deciso, qualche volta un po' ingombrante, che può dare l'impressione di una certa rigidità, assunto a livello centrale, sembra essere vissuto in modo positivo da una parte del clero. Nel senso che risolve in un certo modo l'ambiguità pastorale attuale, visto che sembra orientato a distinguere più chiaramente l'appartenenza dalla non appartenenza e può sembrare capace di contribuire a rafforzare l'identità del prete (uomo che sa dov'è la verità). Ma vi è una parte che vive quello stile più come un problema che come una risorsa, che sente rimesso in discussione il proprio modo d'intendere la pastorale, anche se questo è un tema di cui è difficile discutere apertamente. Un problema perché può mettere in discussione rapporti faticosamente costruiti e prudentemente coltivati, allontanando persone con cui si era cercato, non senza fatica, di costruire un rapporto; un problema perché il contrasto tra i diversi stili pastorali può essere mascherato fino a un certo punto e ciò rischia di produrre immagini di Chiesa contraddittorie; un problema perché, infine, la distanza crescente tra ciò che alla pastorale di periferia può sembrare accettabile e quello che viene proclamato al centro va spesso al di là dello spazio consentito alla mediazione pastorale e rischia di produrre un'immagine di doppiezza del messaggio proposto che nessuno ama dare e nessuno vorrebbe dare. I PRETI COME «UOMINI IN TRINCEA» Quando una parte non marginale del clero è perplessa, ad esempio su alcuni punti del direttorio di pastorale familiare, si crea una situazione difficile, si attuano risposte differenziate, come la specializzazione dei confessori e delle chiese dove ci si può sentire a proprio agio nel ricevere il sacramento; si finisce di fatto per vivere come se la norma non esistesse. In questo modo si allarga lo spazio delle norme proclamate, ma non sanzionate perché ritenute inapplicabili, e questo è fonte di disagio. Oppure ci si impegna nella loro applicazione, ma a rischio di perdere delle relazioni e di contraddire una certa immagine di accoglienza a cui si è affezionati e che ha contribuito a mantenere un'idea positiva di sé. I preti da questo punto di vista si percepiscono come «uomini in trincea»: che devono trovare il modo di tenere vivo il rapporto con la gente - con tutti visto che si è deciso di non escludere nessuno - e nel contempo ribadire i principi; che devono muoversi con prudenza, ascoltando i problemi delle persone ed evitando d'irrigidirsi, altrimenti rischierebbero contìnuamente di chiudere il rapporto. In ciò possono sentirsi non del tutto sostenuti dall'istituzione, si interrogano se le loro scelte sono corrette, sono attraversati da dubbi, sentono che potrebbero anche essere criticati per le loro scelte. Il rapporto con l'istituzione in questo modo può incrinarsi. E tutto ciò contribuisce a creare sofferenza. Mancano luoghi e spazi per discutere di questi problemi, in cui l'esperienza pastorale dei preti e il punto di vista dell'istituzione possano entrare realmente in relazione; e non solo per esercitare il pur doveroso controllo da parte dell'autorità, ma anche per abituare quest'ultima a una maggiore capacità di ascolto. Le questioni indicate sono ormai «mature», nel senso che sono presenti da tempo. Hanno bisogno di essere affrontate seriamente e per quello che sono: problemi che hanno a che fare con l'umanità del prete e con la vita della Chiesa in quanto sistema di relazioni, senza illudersi che le soluzioni possano essere puramente di natura spirituale, né che il controllo dei casi di più evidente deterioramento personale possa bastare. I preti si attendono indicazioni più chiare verso quali direzioni nuove s'intende andare, anche dai loro vescovi; indicazioni in grado di fare realmente i conti con i cambiamenti avvenuti nel contesto socio-religioso e nel profilo spirituale del prete, e con la situazione determinatasi in seguito alla contrazione numerica dei presbiteri; soluzioni che evitino di cullarsi nell'idea che qualche santo alla fine provvederà. Note * Alessandro Castegnaro è presidente dell' Osservatorio socio-religioso del Triveneto (OSRET) e membro del Consiglio scientifico della sezione «Sociologia della religione» dell'Associazione italiana sociologia (AIS), insegna Sociologia e religione alla Facoltà teologica del Triveneto. Lo studio è alla base della relazione svolta in occasione del II Forum organizzato dalla Conferenza italiana superiori maggiori sul tema «Religiosi-presbiteri. Una forte testimonianza evangelica» (Pontificia università antoniana, Roma, 18.3.2010). I contenuti sono slati presentati anche alla Conferenza episcopale triveneta nel maggio del 2009. La stesura dello studio ha potuto avvalersi di quanto emerso nel seminario organizzato congiuntamente dalla Facoltà teologica del Triveneto e dall'OSRET in data 10.11.2007 dal titolo «Indagini recenti sul clero: reazioni e interrogativi da diversi versanti». Molto utile è stata la lettura del fascicolo monografico «Preti in un mondo che cambia» della rivista Credere oggi (2008) 168, e quella delle riflessioni sviluppate dal presbiterio della diocesi di Adria-Rovigo a seguito di una recente ricerca condotta dall'OSRET Per approfondire alcune questioni sono stale condotte alcune interviste a testimoni privilegiati e a singoli preti. Un incontro è stato realizzato presso l'Istituto S. Luca per la formazione del clero della diocesi di Padova. Molti stimoli infine si devono ai numerosi incontri che in quesri anni è stato possibile avere con gruppi di preti, in occasioni formative e di riflessione. Inoltre, si sono consultate altre ricerche disponibili sul clero (oltre a quelle già citate nel testo) e in particolare: L. DlOTALLEVl (a cura di), La parabola del clero. Uno sguardo socio-demografico sui sacerdoti diocesani in Italia, Edizioni Fondazione G. Agnelli, Torino 2005; G. DALLA ZUANNA. G. RONZONI, Meno preti, quale Chiesa? Per non abbandonare le parrocchie, EDB, Bologna 2003. 1. Le altre dimensioni sono l'esaurimento emotivo e la realizzazione personale. 2. Un tema che non verrà trattato, ma che è di fondamentale importanza, riguarda il nutrimento spirituale del prete e a quali fonti attinge. 3. E stato spesso obiettato a questa considerazione che la saturazione dei tempi di vita quotidiana e un fatto generale e non specifico dei pred. Si può contro obiettare che la saturazione dei tempi di vita quotidiana è fenomeno più femminile che maschile e che il sistema di gratificazioni che si associa alla vita dei non chierici, compensando in qualche misura la saturazione dei tempi, è diverso e forse più equilibrato di quello che caratterizza oggi la vita dei preti. 4. Riprendo queste considerazioni da un intervento di Luigi Berzano al citato seminario promosso nel 2007 dalla Facoltà teologica del Triveneto e dall'OSRET. 5. Le situazioni a rischio di burnout sono quelle caratterizzate dal sovraccarico fisico-temporale, ma soprattutto emozionale. Si tratta di situazioni in cui si percepisce un divario tra richieste e risorse in chi è nella posizione di dover sempre dare, in chi si trova a contatto con molte persone assai diverse tra di loro e ha poco tempo e poca disponibilità ad ascoltarle veramente. 6. Una cosa è accompagnare delle persone al funerale di un familiare quando i più credono serenamente nella vita eterna, una cosa è farlo quando solo una minoranza ci crede veramente. 7. Se la gente tornasse a confessarsi come un tempo, il sistema crollerebbe. 8. Ringrazio Giorgio Ronzoni per aver richiamato la mia attenzione su questi aspetti. 9. Anche se questo non si manifesta (ancora?) da parte dei preti come richiesta di maggior selettività nel conferimento dei sacramenti. 10. Lo scarto tra immagini sognate e realtà della vita comunitaria è forte anche tra i religiosi. Si veda a questo proposito A. CASTEGNARO, «Percorsi della vita religiosa nell'epoca del pluralismo», in A\. Vv., Una strada diversa. Giovani religiosi verso il terzo millennio. Il Calamo, Roma 2000. 11. Riprendo queste considerazioni da un intervento di G. Ronzoni al già citato seminario promosso dalla Facoltà teologica del Triveneto e dall'OSRET. 12. La tentazione di abbandonarlo si manifesta qua e là tra i giovani preti. (Alessandro Castegnaro, Ridare forma al presbiterio, in "Il Regno - Attualità", 12/2010, pp. 414-421) |







Luglio 2010