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Solitudine e sofferenza nella Vita Consacrata PDF Stampa E-mail

solitudine2Solitudine e sofferenza nella VC (I)

Le cause e i possibili rimedi della solitudine del consacrato

Nella vita della persona consacrata la solitudine è condizione importante per la sua crescita spirituale o fonte di sofferenza? E un'esperienza da favorire o dalla quale rifuggire? Le varie forme attraverso cui si manifesta la solitudine. Quale la risposta?

Come accade, infatti, nella vita di qualsiasi persona, così anche per le persone consacrate la solitudine può essere vissuta sia come uno stato doloroso, fonte di malessere e di infelicità, sinonimo di isolamento, di incomprensione, di abbandono, di paura (a tutto ciò pensava probabilmente l'autore di Qoelet 4,10 quando ammonisce: "Guai a chi è solo"; sia come condizione fondamentale per incontrare se stessi, essere creativi, acquistare una visione più obiettiva della realtà e diventare saggi e allora viene alla mente il motto della tradizione monastica: Beata solitudo, sola beatitudo). E il volto bifronte della solitudine: può essere deserto o rifugio, condizione di isolamento o luogo di incontro autentico.
Anche Cristo ha sperimentato i due significati della solitudine. Più volte il vangelo sottolinea che amava ritirarsi in solitudine (pregava) e se ne rimaneva appartato, ma nello stesso tempo ha sperimentato la sofferenza di sentirsi solo e abbandonato: "Forse anche voi volete andarvene?" (Gv 6,67); "Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me?" (Mt 26.40); "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46).

Quando la solitudine è sofferenza
Si può fare questa affermazione di carattere generale: se una persona si presenta umanamente ricca e con una fede robusta, allora i problemi che essa potrà incontrare nell'ambito della sua vita relazionale, compreso il problema della solitudine, saranno relativamente modesti e superabili - e viceversa. L'esperienza dolorosa della solitudine nella vita consacrata può avvenire in contesti e per motivazioni diversi. Si possono richiamare le situazioni seguenti.

Solitudine in comunità
Può capitare che la vita in comunità si accompagni, per qualcuno, a un profondo senso di solitudine, di estraneità reciproca, di povertà di rapporti interpersonali, come del resto qualcosa di analogo può avvenire all'interno di una coppia sposata. Le cause sono diverse:

- forme di comunicazione superficiali e inadeguate: modalità comunicative di tipo difensivo e quindi non autentico; silenzi prolungati e indecifrabili; discussioni astratte, che non toccano veramente la sostanza dei problemi della comunità, richieste generiche di revisione della vita religiosa; reazioni frequenti di aggressività, sotto forma di accuse, critiche, attacchi personali; mancanza di fiducia reciproca; mancanza di riservatezza; impossibilità, da parte di un membro della comunità, di avere accesso alle informazioni che lo riguardano;
- stile di vita dei membri della comunità caratterizzato da marcato individualismo, gelosia, invidia; formazione di sottogruppi chiusi in se stessi; istituzionalizzazione dei rapporti interpersonali e formalismo: ci si limita a una correttezza formale nel trattarsi vicendevolmente; difficoltà a stabilire forme autentiche di amicizia, anche per timore del manifestarsi di forme di omosessualità; stati di noia e di passività; tendenza, da parte dei membri, a evadere appena possibile dalla vita comunitaria, alla ricerca di una gratificazione all'esterno della comunità stessa;
- caratteristiche di personalità del soggetto stesso, il quale può avere difficoltà di incontro con gli altri e presentare tratti di personalità che favoriscono l'isolamento, ad esempio: forme accentuate di timidezza, immagine negativa di sé, atteggiamenti di invidia e gelosia, attese di tipo infantile nei confronti della comunità;
- stile di guida che non presta attenzione ai bisogni delle persone, non le responsabilizza, le fa sentire come semplici forze-lavoro da utilizzare a seconda delle necessità, presenta forme di favoritismo ecc.;
- situazioni particolari, quali ad esempio il fatto che una persona si trova all'interno di una comunità formata da persone molto diverse per età, mentalità, formazione;
- l'organizzazione della vita comunitaria, che non valorizza i talenti delle persone, propone attività non significative per i membri, non prevede una chiara distinzione dei ruoli e non è chiaro chi deve fare che cosa...;
- la perdita di un ruolo vissuto come significativo e importante da parte della persona;
- la situazione di progressivo invecchiamento con l'eventuale progressiva emarginazione rispetto alle iniziative e alle scelte dell'istituto: una persona anziana fece una volta questo rilievo: "agli anziani fa piacere essere interpellati"....

Solitudine come isolamento
A volte il senso di solitudine è legato a particolari condizioni esterne della comunità quali, ad esempio:
- una comunità assai ridotta numericamente (due-tre persone), nella quale magari un soggetto presenta tratti di personalità nevrotici;
- la residenza della comunità è piuttosto isolata, con poche possibilità di confronto con altre persone o con poche possibilità di contatto;
- il tipo di attività apostolica è piuttosto anonimo, dispersivo, svolto in un ambiente ostile o non sensibile alle sollecitazioni pastorali.

Solitudine affettiva
La persona consacrata, come del resto ogni persona che vuole crescere, deve "imparare a vivere da persona soddisfatta nonostante desideri e bisogni insoddisfatti" (Bonhoeffer). Occorre riconoscere e prendere atto che vivere la totale consacrazione a Dio comporta il rinunciare a quell'esperienza dell'amore coniugale che normalmente alimenta la vita affettiva di una persona. Non è rifiutandosi di prendere atto di questo che si può vivere con minore sofferenza la rinuncia, bensì accettando con lucida consapevolezza la rinuncia stessa come primo passo per potersi realizzare come persone nel piano di vita che si è scelto. La persona consacrata deve dunque imparare ad accettare coscientemente di sentire un senso di vuoto affettivo - e ciò è un'esperienza di sofferenza. Essa si rende conto che la vita religiosa e la vita matrimoniale sono due piani di vita diversi; sceglie la vita religiosa perché sente che la soddisfa pienamente nelle sue aspirazioni più profonde e rinuncia di conseguenza all'altro piano di vita (matrimonio). Si rende conto che è una rinuncia - e non di poco conto - e la compie volontariamente. L'amore fondamentale della vita del celibe è quello di Cristo, amore inseparabile da quello dei fratelli; tale amore però non è "naturale" all'essere umano, come può essere per un uomo l'amore di una donna e viceversa, ma è una grazia, un dono che è ricevuto dalla persona a livello della sua affettività spirituale. Ciò significa che, da una parte, occorre chiederlo continuamente e umilmente allo Spirito: dall'altra, si richiede tempo, impegno ascetico e tutto uno stile di vita particolare affinché si realizzi in grado sufficiente e progressivo l'investimento della propria vita affettiva nella carità. Ecco un "apprendimento" fondamentale che si propone alla persona consacrata: la strada per la sua felicità passa anche attraverso questa sofferenza. Alla luce di queste considerazioni è facile immaginare come un soggetto, qualora non sia stata compiuta da parte sua una scelta religiosa basata su motivazioni autentiche, possa sperimentare una solitudine affettiva anche particolarmente frustrante, che magari si cerca di superare ricorrendo a forme di compensazioni varie.

Solitudine legata a una scelta di vita sbagliata
La persona consacrata che si rende conto di aver fatto una scelta di vita sbagliata può trovarsi a vivere un senso di solitudine crescente: non presenta quella "identificazione emozionale" che la fa sentire membro effettivo e parte integrante della propria famiglia religiosa. Si sente sempre più fuori posto, non trova gioia e appagamento nello svolgimento del proprio ministero o nella attività apostolica, vive sempre più ai margini della comunità con la quale la comunicazione si fa sempre più rara, diventa progressivamente triste e chiusa.

Solitudine del credente
La persona consacrata, come del resto ogni cristiano, sa che la sequela di Cristo può comportare rifiuto e persecuzioni. Gesù lo ha chiaramente previsto: "Sarete odiati per causa mia...". La fede sostiene il cristiano anche in questi momenti e, anzi, può portarlo a provare gioia e consolazione, fedele all'invito di Gesù: "godete ed esultate...". Però può anche capitare che una persona abbia una fede debole e non sia in grado di superare il senso di emarginazione e di solitudine che ne deriva constatando la poca considerazione che riceve dal mondo - poca considerazione che si esprime nei mass media e negli stili di vita della maggior parte delle persone. La vita della persona consacrata può essere percepita come una sorta di stoltezza e di disprezzo per la vita, come la incapacità di amare o come frutto di problemi psicologici irrisolti. (1)

Solitudine patologica
Per una rassegna delle possibili esperienze di solitudine negative a cui può andare incontro la persona consacrata non è da escludere neppure la possibilità che esse siano collegate, a volte, a qualche disturbo di personalità.
Si possono incontrare religiosi che sperimentano, anche in forma acuta, la cosiddetta "nevrosi esistenziale" (V. Frankl), dovuta alla perdita di senso e alla frustrazione del bisogno di significato: è il bisogno, tipico dell'essere umano, di trovare un senso un significato, appunto - alla propri esistenza e in particolare ad alcu aspetti di essa che appaiono partic larmente problematici, quali: la so ferenza, la morte, l'aldilà. Esiste la solitudine del depresso: s sente solo e abbandonato, ha la radi cata convinzione che niente e nessu no possano fare qualcosa per lui, s preso da sensi di colpa, vive di rim pianti, si sente ai margini della vita. C'è la solitudine del narcisista: egli è centrato in prevalenza su se stesso, sulla propria importanza, è insensibile al mondo esterno. È sotto la spinta di un bisogno sproporzionato di conferma e approvazione, sperimenta sensi di insicurezza e inferiorità e un sottofondo di vuoto e di noia. È, in definitiva, anche lui un grande isolato.
Si potrebbero incontrare, infine, anche tra i consacrati casi di persone che sperimentano la solitudine legata a tendenze psicotiche o schizofreniche le quali si presentano in gradi diversi e magari in certe particolari situazioni: la realtà esterna è vissuta da loro come minacciosa, per cui si chiudono ermeticamente in se stesse e vivono in una realtà tutta propria, rimangono chiuse per lungo tempo nella propria stanza, si attengono rigidamente a determinati schemi di comportamento...

Solitudine come forma di rifugio e di difesa
Può essere utile, per una relativa completezza della rassegna, accennare anche a certe forme di solitudine cercate e volute dalla persona stessa e dalle quali, per un verso, il soggetto ricava qualche forma di beneficio e vantaggio personale, ma per altro verso possono creare difficoltà a chi gli sta intorno (comunità). Di per sé queste forme di solitudine possono non causare sofferenza, ma finiscono per favorire uno stile di vita che impoverisce la persona e non costruisce la fraternità. All'origine di una solitudine cercata e voluta possono esserci motivi diversi:
- motivi di pigrizia, di comodo e di convenienza: si può fare, alla fine, quello che si vuole; ci si dispensa dalla fatica della collaborazione; ci si mantiene al riparo da tensioni e conflitti...;
- calcolo: si vuole raggiungere un determinato obiettivo, ad esempio: occupare un ruolo, concludere un perfezionamento negli studi, raggiungere una particolare specializzazione, e quindi si conduce una vita riservata, si lavora nell'ombra e nella "solitudine";
- appagamento cercato e trovato nel proprio lavoro e nel proprio ruolo: si è raggiunta una situazione tale per cui si è totalmente appagati nello svolgimento del proprio compito, si vive per proprio conto e ci disinteressa di tutto il resto;
- forte spinta all'efficienza. Il soggetto è particolarmente determinato e risoluto nelle sue cose, decisionista e insofferente delle mediazioni, non vuole perdere tempo per arrivare presto a risultati concreti: tutto ciò lo porta a procedere da solo;
- aggressività mascherata: una persona può ricorrere all'isolamento e chiudersi in se stessa allo scopo, più o meno conscio, di "punire" gli altri che non hanno avuto riguardi nei suoi confronti, l'hanno trascurata o ignorata.


Note

1. Può essere utile riportare qui un pensiero di quel grande genio del cristianesimo che è J.H. Newman. Egli dedicò una delle sue prediche più commoventi a questo tema: La Chiesa, una casa (home) per ì solitari. In essa afferma, tra l'altro: «Il mondo non è un buon compagno per l'uomo: ma di un compagno questi ha bisogno. Nessuno, uomo o donna, può resistere solo: è la natura che ci ha fatti così: e il mondo, invece di aiutarci, è nostro nemico dichiarato. Non fa che accrescere il nostro senso di solitudine... Qual è il nostro rimedio?... È quella santa casa che Dio ci ha dato nella sua Chiesa, è quella eterna Città nella quale egli ha fissato la sua dimora» (J.H. Newman. Sermoni Anglicani, Milano-Brescia. Jaca Book-Morcelliana. 1981. pp. 270-271). E aggiunge ancora: «Chi sosterrà la nostra fede quando noi cerchiamo di aderire all'antica verità e sembriamo solitari? Chi darà vigore "alla sentinella sulle mura di Gerusalemme" contro lo scherno e la gelosia del mondo, contro l'accusa di singolarità e di stravaganza? Che cosa ci conserverà calmi e tranquilli nell'intimo, se accusati di "turbare Israele e di profetizzare la sventura?" Che cosa se non la visione dei santi di tutti i tempi, dei quali noi seguiamo le orme? Che cosa se non l'immagine del Cristo mistico impressa nel nostro cuore e nella nostra memoria? I primi tempi di purezza e di verità non sono passati; essi sono ancora presenti. Noi siamo dei solitari, benché possa sembrare diversamente» (riportato in: G. Velocci. Newman mìstico, Roma. Pontificia Università Lateranense. 1964. p. 132).

(ALDO BASSO, Solitudine e sofferenza nella VC (I), Le cause e i possibili rimedi, in "Testimoni", 1/2010, pp. 16-19)