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Incontro che ti cambia la vita e formazione iniziale PDF Stampa E-mail

venite_e_vedreteCriteri e percorsi nella formazione iniziale
Venite e vedrete

a cura di Enzo Brena

Che cosa è oggi essenziale perché la vita consacrata segni nella carne i giovani, affinché assumano con passione e ardimento la missione che spetta loro nella costruzione del Regno? Quali criteri adottare nella formazione? Rispondono a questi interrogativi undici formatrici.
I consacrati, oggi, sono pochi. L'essenziale è che siano buoni, perché «quanto maggiore la massa da lievitare, tanto più ricco di qualità dovrà essere il fermento evangelico, e tanto più raffinati la testimonianza della vita e il servizio carismatico delle persone consacrate» {Partire da Cristo, 13). La VC - ricorda il Documento di Aparecida (Brasile) - è chiamata a essere una vita apostolica e missionaria, mistica e profetica, gratuita e serva, appassionata di Gesù Via, Verità e Vita. E la formazione, in ogni tappa della vita, vuole (e dovrebbe) risvegliare e alimentare questa passione, perché diventi forza attivante e linfa feconda nel corso della vita. In un efficace articolo, suor Delir Brunelli ha raccolto i contributi di undici formatrici per valutare i percorsi e i criteri della formazione iniziale. (1)

La pedagogia di Gesù Maestro
Ai due discepoli che gli chiedono dove abiti, Gesù risponde: «Venite e vedete!». Andarono, videro e cominciarono a vivere con Lui. Gesù non fa grandi discorsi ai suoi discepoli all'inizio, ma li mette in condizioni e situazioni in cui sperimentare concretamente la proposta fatta dal maestro.
La sua pedagogia è chiara: con un minimo di informazioni i discepoli sono inviati a due a due ad annunciare la Buona Notizia del Regno, senza portare nulla con sé, ma con il potere di guarire e scacciare i demoni (cfr. Me 6, 7-13 e par.). Il vero insegnamento viene poi, quando tornano e raccontano ciò che hanno fatto e annunciato {Me 6,30). In un primo momento, Gesù li invita a stare soli con Lui. Ma subito si vedono circondati da una moltitudine disorientata, assetata della Parola e affamata di pane. E a quelli che vogliono allontanare la folla egli lancia un'altra sfida: «Voi stessi date loro da mangiare!» (Mc 6,37). Questo fatto dice qualcosa di significativo anche per la formazione alla vita consacrata: «una introduzione graduale alla dinamica del progetto da assumere esige l'esperienza, anche esperienze forti, di impatto, che rendano chiara la proposta e più ferma l'opzione». Non basta fare del "turismo missionario", ma scegliere e pianificare per un tempo significativo esperienze che rimangano nella vita dei giovani come pietre miliari che li aiutino a prendere decisioni, qualifichino e diano consistenza al processo formativo. Oggi come ieri, chi cerca la vita consacrata ha, nella maggioranza dei casi, bei sogni missionari. Ma frequentemente sono sogni fragili, poco chiari, a volte ambigui. È necessario offrire l'opportunità che questi sogni affondino le loro radici in un terreno concreto e non si perdano tra le nuvole della teoria - concordano le formatrici. Perciò esperienze esigenti di inserimento possono svolgere questo ruolo, in un confronto con la quotidianità che dia loro il giusto rilievo, perché non risultino effimere. Il fatto che oggi tutte le congregazioni abbiano poche vocazioni rende il momento storico particolarmente favorevole per osare nuovi percorsi e investire in cambiamenti significativi nel cammino formativo. «Con un gruppo piccolo è possibile una maggior flessibilità e personalizzazione. È possibile accompagnare le persone in esperienze diversificate e anche trasferire le case di formazione (compreso il noviziato) in aree più esigenti».

Concretizzare e alimentare i sogni
Si dice, oggi, che i/le giovani, compresi quelli che entrano nella vita consacrata, hanno pochi sogni e facilmente si "siedono". È una mezza verità. «Se a volte le motivazioni sono fragili e un po' ambigue, nella maggioranza dei casi si nota la presenza di sogni autentici», e che «il sogno di seguire Gesù Cristo, di essere coerenti e non tollerare le ingiustizie, il coraggio di lasciare tutto per una causa che valga la pena, ancora sta riscaldando il cuore della gioventù».
Ciò che fa la differenza è la relazione tra la vita consacrata e la ricerca di realizzazione personale, tra seguire Cristo e essere felice. In passato, il sogno portava con sé una forte dose di rinuncia e di eroismo. Oggi ciò che si sottolinea non è quel che si lascia, ma ciò che si guadagna e si trova. E in questa scoperta sta la realizzazione umana, la gioia di vivere, lo sbocciare di potenzialità e l'offerta dei propri doni. Si tratta di vedere il positivo: la rinuncia è solo l'altra faccia della creatività, del desiderio di vivere in modo significativo, di servire. «Davvero, il/la giovane entra nella vita religiosa intuendo la possibilità di essere felice. Lungo il processo di accompagnamento e le esperienze che va facendo, la maturità cresce e capisce che prendere sul serio il Vangelo è anche accettare di morire, come il chicco di grano, se vuol produrre frutto (cfr. Gv 12,24)». Ciò che temono i giovani di oggi - secondo le formatrici - non è il sacrificio né la consegna della propria vita, ma vivere una vita senza senso. Tocca alle congregazioni aiutare coloro che entrano nella vita consacrata ad alimentare i propri sogni e dare l'opportunità di concretizzarli. Una formatrice riconosce che «le giovani che vengono per condividere il nostro progetto di vita portano nel loro zaino un desiderio buono di solidarietà con i più poveri e, se ben accompagnate, non temono di offrire la vita per la realizzazione di questo sogno. Un sogno che non abbiamo alcun diritto di frustrare! Considerando ancora che la giovane vive una fase di sperimentazione e di elaborazione della propria identità, rendere possibili tali esperienze (...) diventa una questione di giustizia».
Pochi figli, violenza sociale crescente, tempi di studio prolungati, mercato del lavoro molto critico, ecc.: per vari motivi, oggi, le famiglie sono portate a dare troppa protezione ai propri figli. E nella vita consacrata accade lo stesso: il calo numerico porta a concentrare sui pochi che entrano un insieme di aspettative che, paradossalmente, finiscono per trasmettere ai/alle giovani la sensazione di non aver trovato ciò che cercavano. È forte, anche, la tentazione di "preservare" chi entra nella vita consacrata da possibili rischi, specialmente per la loro vocazione. Ma, ammettono le formatrici, «l'opportunità di vincere le sfide non è appena una buona raccomandazione, ma un imperativo, una necessità». Una di esse sottolinea con forza che «il cammino è questo: mai indietreggiare da una metodologia che forma per la vita e chiede responsabilità».

Il ruolo dell'esperienza
Le crisi sono inevitabili non solo nel periodo formativo iniziale, ma durante tutta la vita. E, in molti casi, sono proprio le esperienze ricche e profonde dei primi anni di vita consacrata che danno forza nei momenti difficili della vita. Non c'è dubbio che teorìa e pratica debbano essere in continua interazione nel processo formativo. Ma la sensazione delle formatrici intervistate è che i programmi formativi delle congregazioni ancora vedano prevalere l'idea che c'è un "prima" e un "poi", come se fosse possibile formare alla sequela di Cristo e al carisma di congregazione prima della sua concretizzazione missionaria. «Questa distinzione fa sì che i/le giovani più inquieti si stanchino di aspettare e si scoraggino. Altri si adattano e finiscono poi per incontrare difficoltà nel riprendere le motivazioni più autentiche che li avevano attratti alla vita consacrata». Accomodarsi in spazi già conquistati e in situazioni già conosciute o che offrono maggior sicurezza è una forte tentazione durante tutta la vita. Per questo sono provvidenziali tutte le esperienze che portano la persona ad andare oltre, che favoriscono un nuovo confronto con il Vangelo. Perché «il nostro cuore è birichino - dice una delle formatrici - : senza bere alla fonte che sgorga dalla convivenza con gli ultimi, i meno amati, la vita consacrata non sopravvivrà, perlomeno non nella fedeltà alle sue origini!».
La nuova teologia della vita consacrata emersa dal Vaticano II ha compiuto un grande approfondimento sui carismi, la spiritualità, la vita fraterna, i voti, la missione, la storia... e oggi non c'è molto da aggiungere riguardo a questi contenuti, buoni, stimolanti e audaci. «Il grande pericolo è che sono già "pronti" e possono cadere nel vuoto se non riflettono ciò che accade nella vita concreta, se non sono confermati dalla pratica. E questo pericolo è maggiore nel periodo della formazione iniziale». Per quanto indispensabile, non è lo studio sulla vita consacrata e sul carisma che offre al giovane la chiarezza necessaria circa il progetto di vita che desidera assumere. Cruciale è la possibilità di mettere in pratica e sperimentare ciò che si studia e si riconosce vero. Esperienze siffatte aiutano a capire chi sono i preferiti di Dio, chi sono i poveri per i quali la vita consacrata vuole optare; e allo stesso tempo "provocano" a rispondere con autenticità è coraggio. Le congregazioni, in generale, cercano di qualificare i formatori per accompagnare più da vicino i giovani che entrano nella vita consacrata. L'iniziativa è, senza dubbio, legittima e necessaria. Un'uguale attenzione, tuttavia, merita anche lo spazio socioculturale in cui vivono la loro esperienza questi giovani, le scelte apostoliche che si assumono, le possibilità di contatto e di relazione fuori dalla comunità religiosa. Tutto ciò fa parte della formazione, a volte in modo più incisivo di quanto potrebbe sembrare.
Una formatrice si chiede: «che cosa è essenziale perché la vita consacrata segni nella carne i giovani, affinché assumano con passione e ardimento la missione che spetta loro nella costruzione del Regno?». La sua risposta è radicale: «non vedo altra uscita nel processo formativo per una vita consacrata che intenda esser profetica, se non Vassumere gli esclusi come formatori. E ciò implica: assumere il loro luogo sociale come spazio formativo. Stare loro vicino, ascoltando le loro sofferenze, le loro angustie, come tempo formativo. "Scendere" per cercare con loro un rimedio ai loro dolori, la conquista della "terra promessa" dei loro sogni, il riscatto della loro cittadinanza come impegno formativo. Condividere la loro fede, la religiosità, la loro spiritualità e contemplare la loro resistenza, la loro lotta per la sopravvivenza, i loro sentimenti di inferiorità, la loro invisibilità sociale, le loro suppliche e clamori, le loro violenze, la crudeltà e l'inutilità a cui sono sottomessi, come contemplazione nella formazione. Convivere con loro nelle loro piccole e grandi gioie, nelle loro perdite e nei loro guadagni, coi i loro pianti e sorrisi, le loro grida e abbracci, nel loro bisogno di sfogarsi, come esperienza di vita fraterna nella formazione. Coltivare la necessità di ascoltare profondamente questa realtà, entusiasmarsi sempre e di nuovo per questa missione, relativizzare situazioni personali e di gruppo a motivo di questa causa maggiore, interrogarsi di fronte a tale esclusione, approfondire anche teoricamente come migliorare la presenza in questa realtà, assumere rischi fino a "perdere la faccia" per questa causa come elementi tutti di valutazione del processo formativo. I giovani ci cercano a motivo di questa missione. Ma poi, entrando nelle nostre strutture formative, dove tutto è programmato, con orari e luoghi sicuri, si accomodano e perdono il loro primo amore. Semplicemente studiare, pregare, vivere in gruppo e fare alcuni lavori non risponde a quelli che sono i loro sogni. Ma stare là dove nessuno va - continua questa formatrice -, là al margine, nell'invisibilità sociale, nei vicoli dove la vita è carente di abbracci, dove la dignità delle persone è calpestata, dove i diseredati di questo mondo neoliberale cercano di unire le forze nella loro fragilità, essere e stare là, questo fa la differenza! Perché là c'è molto più di povertà e miseria, di peccato e violenza, di rumore e confusione. Là c'è Dio! Passione di Gesù dal vivo!».
Le testimonianze di queste formatrici concordano nel riconoscere che uno degli aspetti principali di una spiritualità incarnata è «la capacità di ascoltare, di spogliarsi di sé, di "togliersi i sandali" e riconoscere che è sacro il terreno che si calpesta, sono sacre le persone che vi abitano. L'esercizio dell'apprendere sempre nuovamente, dello scendere in senso socioculturale e camminare insieme è fondamentale nella dinamica della sequela». La parola di Dio, infatti, è fonte di spiritualità se è incarnata nella vita, come humus nella terra e sale negli alimenti. In caso contrario, pur nella sua bellezza e capacità di attrazione, rimarrebbe soltanto uno sterile dato culturale. Quando si dice, oggi, che i giovani sono una generazione conservatrice, si dimentica che, in realtà, sono le circostanze che li portano ad accomodarsi, anche nella vita consacrata. Le congregazioni non li provocano a camminare con i loro piedi per aprire nuove strade, ma li orientano a camminare con cautela per vie già conosciute, che non presentano alcun tipo di minaccia. È tempo di stimolare i giovani perché assumano con radicalità la sequela di Gesù, rispondendo a una vocazione che forse va molto più in là delle motivazioni che li spinsero a entrare nel loro istituto. Ed è indispensabile una formazione in cui la proposta diventi visibile e tangibile, dove il sogno si renda possibile. Una formazione caratterizzata da intense esperienze, capaci di portare a decisioni coraggiose: una formazione di oggi che garantirà la vita consacrata di domani.


Note

1. D. BRUNELLI, "Foram e viram! (Jo 1,39). Experiencias que fazem a diferença no processo formativo", Convergencia, 425 (2009) 607-625.


E. BRENA (a cura di), Venite e vedrete, Criteri e percorsi nella formazione iniziale, in "Testimoni", 20/2009, pp. 12-15