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Un prete missionario nel dolore PDF Stampa E-mail
clinica_del_risveglioFebbraio 2010

VOCAZIONE/ESPERIENZA: Malati e preti, alleanza che illumina il dolore

Don Gianni: santità quotidiana nella «clinica del risveglio»

Quando i calabresi parlano dell’Istituto riabilitativo Sant’Anna di Crotone preferiscono chiamarla «la clinica del risveglio». Forse perché, in questo modo, anche nel nome la speranza appare più forte della sofferenza. Del resto, in questa struttura del Sud Italia vengono accolti i casi limite di stato 'vegetativo' dovuto a lesioni o a malattie neurologiche. «Questo è un posto in cui alla gente non si possono dare risposte immediate», spiega don Gianni Filippelli. Originario di Mandatoriccio (Cosenza), 36 anni, da due è il cappellano della clinica: celebra la Messa, corre quando lo chiamano per un’emergenza, assiste i pazienti e soprattutto i loro familiari, proiettati in una dimensione che sconvolge le loro vite. Una dimensione che, nella maggior parte dei casi, «li santifica». «Non trovo altra espressione per descrivere l’amore che vedo in chi decide di restare vicino ai propri cari colpiti da situazioni del genere: queste persone sono dei santi», dice il prete. E racconta la storia di una ragazza: si era sposata da appena sei mesi quando suo marito è rimasto coinvolto in un gravissimo incidente stradale che lo ha inchiodato in un letto del Sant’Anna. «Lei gli è sempre accanto, lo incoraggia, gli parla, gli infonde speranza con una forza incredibile. Eppure la sua vita è stravolta perché nonostante ci sia qualche lento progresso nella condizione del marito, non si può mai sapere se ritornerà com’era prima». Di storie ne ha incrociate tante, don Gianni: «Ci sono ragazzi che sono ricoverati da sette, otto anni. Pochi giorni fa si è spento un uomo che ha trascorso nove anni al Sant’Anna. Altri però si riprendono e tornano a casa». E sullo sfondo di ciascuno ci sono i familiari che vivono una sofferenza profonda: «I momenti difficili sono tanti – racconta ancora il cappellano –. Qualcuno crolla, provato dalle tante notti senza sonno, dal pensiero di una casa lontana, dall’incognita del Ma nella maggior parte dei casi sono sfoghi momentanei, legati al desiderio di scuotere una situazione che invece appare immobile.E comunque mi ha sempre colpito la profonda dignità nell’affrontare il dolore». Attorno al Sant’Anna ci si ingegna anche per offrire ospitalità a chi arriva da più lontano per assistere i propri cari: non c’è una rete organizzata, sono i laici e i sanitari dell’Istituto che si danno da fare. È uno degli aspetti che ricordano le parole scritte da Giovanni Paolo II nella Salvifici doloris e citate da Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata del malato 2010: la sofferenza «crea il bene ricavandolo dal male».Don Gianni mette in risalto anche un altro spunto: «Davanti al dramma, la gente valorizza la vita. L’amore che ho incontrato è così forte da far sembrare normali le persone ricoverate. I familiari parlano con loro per ore. Il limite fisico diventa un tutt’uno con chi lo vive così da vicino, per cui solo agli occhi di chi è esterno sembra che ci sia qualcosa di anormale in quelle vite». Lo sanno bene tutti coloro che lavorano o si trovano a vivere all’interno del Sant’Anna. E un anno fa, mentre in Italia si viveva il dramma di Eluana Englaro, don Gianni ricorda i commenti nei corridoi dell’Istituto: «Alla vita – dicevano – noi non rinunciamo». Un istituto per degenti in stato vegetativo.L’amore paziente, eroico, dei familiari che li assistono. Parla il cappellano.

(di ANDREA GUALTIERI su Avvenire.it del 12 febbraio 2010, postato da Rita Milito)

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