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Don Nico Dal Molin: Vocazione è "dare" fiducia PDF Stampa E-mail


poster-gmv-09Vocazione è “dare” fiducia

di Don Nico Dal Molin,

Direttore Nazionale del CNV


Il tema della prossima Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni (3 maggio) richiama l'atteggiamento della fiducia, che incrocia la questione della dimensione "relazionale". Alcune caratteristiche presenti nei "profeti di fiducia". Quando una fiducia "sa" consegnarsi, c'è la "mano di Dio" che semina coraggio e provvidenza.

Nel messaggio che papa Benedetto XVI rivolge a tutte le comunità cristiane, in occasione della prossima Giornata mondiale per le vocazioni, sin dalle prime battute si sottolinea il tema proposto per la riflessione e per la preghiera nel promuovere il "vangelo della vocazione". «In occasione della prossima Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, che sarà celebrata il 3 maggio 2009, quarta domenica di pasqua, mi è gradito invitare l'intero popolo di Dio a riflettere sul tema: La fiducia nell'iniziativa di Dio e la risposta umana. Risuona perenne nella chiesa l'esortazione di Gesù ai suoi discepoli: "Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!" (Mt 9,38). Pregate! Il pressante appello del Signore sottolinea come la preghiera per le vocazioni debba essere ininterrotta e fiduciosa. Solamente se animata dalla preghiera, infatti, la comunità cristiana può effettivamente "avere maggiore fede e speranza nell'iniziativa divina" (Sacramentum caritatis, 26)».

Per una fiducia "forte". Si tratta di un forte invito alla fiducia. Attorno a questo nucleo centrale, che fa da perno ad ogni esistenza, il Centro nazionale vocazioni (CNV) ha elaborato lo slogan paolino "So a chi ho dato la mia fiducia" (2Tim 1,12) che, in maniera immediata, sa evocare quanto la fiducia sia davvero la "perla di tutte le qualità", così come un grande psicologo del Novecento, Erik Erikson, aveva intuito, mettendola alla base di ogni cammino di crescita psicologica, spirituale e vocazionale.

Questa rielaborazione dell'intuizione del papa, centrata sulla testimonianza di san Paolo, invita a riflettere e ad interrogarsi in profondità: cosa significa avere fiducia, fidarsi di una data persona o situazione? Perché alcune persone sono capaci di farlo con maggiore disponibilità, mentre altre sembrano prigioniere della paura, del dubbio, del sospetto che, alla fine, blocca il loro slancio nel porre scelte importanti di vita? Come si fa a decidere in chi porre la propria fiducia?

A partire da queste e da altre possibili domande, la riflessione, proposta nei vari eventi formativi del CNV, ha cercato e cercherà di mettere in rilievo alcuni aspetti dell'esperienza della fiducia che, incrociandosi con l'orizzonte della fede, possono avere notevoli implicazioni nel cammino vocazionale di ogni persona.

Uno degli aspetti che molti psicologi tendono a mettere in evidenza, nello studio dello sviluppo umano, è la "dimensione relazionale", aspetto centrale nel processo del "diventare persona", come del resto categoria essenziale per "capire" il mistero dell'uomo. La rinnovata sottolineatura dell"`alterità" come dimensione essenziale nella riflessione antropologica di questi ultimi decenni è stata accompagnata da un cammino analogo nell'ambito delle scienze che riflettono sull'esperienza umana.

Chi è la persona "fiduciosa". In questo contesto, è importante ricordare il lucido pensiero del filosofo ebreo Martin Buber: egli invita a recuperare il senso di una relazionalità non secondaria, ma costitutiva dell'essere persona. Ciascuno di noi, quando si pone in relazione, diventa un "io" (e quindi forma una propria identità...), a contatto con un "tu da questo incontro io-tu emerge una situazione nuova e radicalmente diversa dalla somma dei due soggetti, come del resto nasce la percezione di se stessi e dell'altro e la possibilità di autentici rapporti interpersonali: tale consapevolezza è diversa a seconda che la persona sia "fiduciosa o diffidente".

Il "fiducioso" e il "diffidente" vivono in due mondi diversi. L'orizzonte di valutazione e di scelta di vita da parte di una persona "fiduciosa" è molto più ampio rispetto ad una personalità fondamentale insicura e immersa nella propria autosvalutazione. Per quest'ultima, le scelte sono più difficili e spesso vissute in un'ottica di chiusura, negandosi reali possibilità che pure ai suoi occhi sono interessanti ed allettanti. Il "diffidente" è più facilmente esposto a vivere l'isolamento, la timidezza, la paura della minaccia e il dubbio verso l'altro, come conseguenza del dubbio verso se stesso.

Le persone che non hanno fiducia negli altri si autoconvincono, spesso con un senso di rabbia e di amarezza profonda, che nessuno al mondo è degno della loro fiducia. Esse sono difficilmente disposte a mettere in dubbio questa loro convinzione, avendo raggiunto una certezza di tipo negativo, radicata nei livelli più profondi del cuore. Esse possono arrivare a giustificare questa loro presunta certe7.za, mascherandola come un atteggiamento di prudenza, ma in realtà è la loro paura dell'altro e delle sofferenze spesso connesse con la relazione a prevalere.

La persona "fiduciosa", invece, prova meno ansia nei confronti dei diversi pericoli sia esteriori che interiori, e questo la rende più disponibile a mettersi in gioco in nuove esperienze; di fatto, essa vive in un mondo di cui sono parte integrante altre persone sentite come amichevoli e ben disposte. Essa sarà maggiormente in grado di recepire l'accettazione che riceve da parte di altre persone affidabili, lasciando meno spazio al dubbio o al sospetto e sperimentando a fondo sentimenti come la simpatia e la compassione verso gli altri.

La testimonianza di Paolo. L'espressione che Paolo rivolge all'amico Timoteo "So a chi ho dato la mia fiducia" (2Tim 1,12), che rappresenta il cuore pulsante proposto quest'anno dal CNV, può essere rivista in modo più intenso e nuovo. Non abbiamo particolari notizie circa l'infanzia di Paolo. Sappiamo che era stato educato fin da piccolo secondo la sua cultura ebraica e che aveva in questo modo imparato a fidarsi di Dio. Giunto ormai alla fine della sua vita e della sua travolgente missione, Paolo ha raccolto una serie di esperienze che confermano come la sua scelta di affidarsi radicalmente al Signore sia stata "vincente", rispetto alle promesse che aveva ricevuto sulla via di Damasco.

Il sapere di Paolo è il frutto maturo di un cammino di rivisitazione della sua vita. Poteva saperlo prima? Poteva giungere prima a questa affermazione? La sua vita aveva trovato un senso nuovo dopo l'incontro con il Signore risorto: quello che aveva affermato da giovane assume adesso un valore e un peso ben diversi. Paolo ha toccato con mano e sulla propria pelle cosa significa fidarsi del Signore, per cui il suo sapere e il suo dire - soprattutto nella lettera a Timoteo - sono certamente nuovi e più profondi rispetto al proprio passato. All'inizio si era fidato, e basta...; ora, nel ripensare la sua storia personale, può davvero parlare come esperienza diretta.

In questo passaggio paolino si può ritrovare in trasparenza il senso dell'accompagnatore spirituale e vocazionale: Paolo, avendo sperimentato cosa voglia dire fidarsi del Signore e consegnare la propria vita nelle sue mani, si propone come garante e testimone silenzioso ed umile del cammino dell'altro.

Una fiducia che sa "consegnarsi". L'affermazione di Paolo "So a chi ho dato la mia fiducia", chiama anche in causa la persona del Signore, come roccia su cui si appoggia l'esistenza del credente e l'atteggiamento della fiducia come forma della relazione con lui. Si tratta di aspetti molto importanti, sottoposti alla tentazione di una fede costruita su questi elementi: un desiderio di identità; una grande quantità di iniziative; un nuovo bisogno di affermazione dei valori "cattolici" nella società; un impegno a fare "tante cose" in nome della fede, quasi fossimo noi credenti gli "artefici" della nostra vita cristiana.

I tempi difficili - come quello che stiamo vivendo - ci provocano a riscoprire l'essenziale, a reinterpretarlo per l'oggi e ad essere corresponsabili dello sclerotizzarsi di una fede che ha perso la sua sorgente di vitalità. L'essenziale è il Signore Gesù: occorre, quindi, riconoscersi appartenenti al Signore e non per i tanti elementi accessori che rischiano di riempire la scena e di farci perdere il valore vero delle cose. Per un cristiano, la vita vera è affidare al Signore la propria esistenza, in un atteggiamento in cui la fiducia si fa abbandono. Questa è la serena convinzione che nelle nostre giornate e nella storia del mondo nulla avviene a caso, ma tutto è avvolto dall'amore provvidente di Dio. Allora si affronta la propria esistenza credendo che il Signore la sorregge, la ama e la conduce: si tratta di credere che tutto contiene un germe di bene da intuire, da cogliere, da svelare e da far crescere. Con il cuore leggero, come hanno le persone che sono libere da ogni preoccupazione per se stesse, occorre scrutare la vita per cogliere in essa la direzione che Dio le sta imprimendo.

Ogni chiamata vocazionale deve muoversi "in rete" e vivere una profonda alleanza nell'interrogarsi insieme su ciò che Dio dice al nostro tempo; dove Dio si manifesta nella storia umana; come far risuonare il vangelo che è parola di bene, di bontà e di amore di Dio per l'uomo. Si tratta di un'alleanza totale per esercitare quella "profezia" che è impossibile vivere nell'isolamento e nell'autoreferenzialità.

In questo ci sostiene ancora la parola nel messaggio di papa Benedetto XVI: «Chi può ritenersi degno di accedere al ministero sacerdotale? Chi può abbracciare la vita consacrata contando solo sulle sue umane risorse? Ancora una volta, è utile ribadire che la risposta dell'uomo alla chiamata divina, quando si è consapevoli che è Dio a prendere l'iniziativa ed è ancora lui a portare a termine il suo progetto salvifico, non si riveste mai del calcolo timoroso del servo pigro che per paura nascose sotto terra il talento affidatogli (Mt 25,14-30), ma si esprime in una pronta adesione all'invito del Signore, come fece Pietro, quando non esitò a gettare nuovamente le reti pur avendo faticato tutta la notte senza prendere nulla, fidandosi della sua parola (c£ Le 5,5)».

Per essere "profeti di fiducia". Vorrei proporre tre sentieri, lungo i quali camminare per essere realmente "testimoni e profeti di fiducia":

Ritrovare e purificare la fede del cuore: si tratta di un'esperienza religiosa e spirituale che sa andare al di là della pura logica della ragione, capace di meravigliarsi e di superare i rigidi aut-aut che determinano gran parte della vita stessa o i rigidi efficientismi che spesso la angosciano. Una suggestiva icona evangelica, che ben evidenzia questo passaggio di fede, potrebbe essere «il vaso di nardo spezzato» dalla donna anonima e peccatrice, nella casa di Simone il lebbroso (Le 7,36-50): è l'esperienza di una "tenerezza" che sa donarsi totalmente.

Vivere il coraggio di una fede profetica, capace di parlare «in nome di

Qualcuno» che è oltre noi, la nostra storia, la nostra cultura e il nostro piccolo ambito di spazio e di tempo. Tale fede è capace di guardare in alto, per ritrovare il gusto di guardare avanti, con la fiducia in un "dopo" sereno e benedetto. Si tratta di una fede che indica la via della "semplificazione", in un mondo sempre più complesso e tremendamente complicato. L'icona evangelica di riferimento è l'incontro - raccontato dal vangelo di Luca - con due figure cariche di anni, ma non sature nella loro voglia di vivere e di cercare. Sono Simeone e Anna, i due stupendi testimoni dell'accoglienza di Gesù al tempio di Gerusalemme: accoglienza e speranza di una luce che squarcia la nostra tenebra (Le 2,22-38).

Saper esprimere un'esperienza di fede laudativa e sapienziale: la sapienza biblica è come l'architetto che progetta ed edifica la casa; come il nocchiero che sa veleggiare guardando le stelle, e non come un mago illusionista che fa solo abili ma intriganti giochi di prestigio. L'icona evangelica che fa da paradigma a questo passaggio è il momento in cui Gesù, guardando Pietro, gli chiede: «Mi ami tu più di costoro?». E lo sguardo va anche alla sua veste che altri lo aiuteranno a cingere (Gv 21,15-18). La nostra sarà una risposta simile a quella di Pietro?

È sempre il messaggio del papa a ribadire tutto ciò: «Credere nel Signore ed accettare il suo dono, porta dunque ad affidarsi a lui con animo grato aderendo al suo progetto salvifico. Se questo avviene, il "chiamato" abbandona volentieri tutto e si pone alla scuola del divino maestro, (...) sentendo risuonare nel suo animo le parole di Gesù: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi" (Gv 15,16)».

La mano di Dio semina coraggio e fiducia. È straordinaria la parabola del grano e della zizzania che Matteo ci racconta in 13,24-30. C'è un campo nel cuore in cui intrecciano le loro radici, spesso inestricabili, il bene e il male. Nessuno è solo zizzania e nessuno è puro grano: la parabola racconta due modi di leggere e di se

minare il cuore. Il primo è quello dei servi che fissano l'attenzione sulla zizzania: «Da dove viene? Vuoi che andiamo ad estirparla?». Il secondo è quello del padrone del campo, che invece ha gli occhi puntati sul buon grano: «Non raccogliete la zizzania, per non sradicare anche il grano: una sola spiga conta più di tutta la zizzania».

Quale dei due sguardi è il nostro? Quello annebbiato e triste dei servi che vede il mondo e le persone con negatività e profondo senso di scoraggiamento? O quello positivo e solare del Signore che, guardando lontano, vede dovunque spighe, pane e una mietitura copiosa, perché ha messo la sua forza nella dolcezza?

Il Signore del campo ci suggerisce: «Preoccupati del buon seme, ama e custodisci i tuoi germogli di vita. Tu non sei le tue debolezze, ma le tue crescite; l'uomo non coincide con i suoi limiti, ma con le sue potenzialità di bene».

Ecco l'invito per celebrare questa Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni all'insegna della fiducia... Preoccupiamoci non della zizzania, degli scoraggiamenti, delle debolezze, ma di avere un amore grande e una fiducia forte, fatta di desideri positivi, di generosità e di coraggio che la mano di Dio sa seminare in noi. È la poca speranza e la poca fiducia che fanno morire i cuori e le scelte. Diceva C. Peguy: «Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono niente, né cristiani né pagani, né appassionati né freddi, né santi né peccatori, di queste anime morte, che cosa ne faremo?».

Ci rincuorano e ci illuminano le parole di Benedetto XVI: «Cari amici, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà e ai dubbi; fidatevi di Dio e seguite fedelmente Gesù e sarete i testimoni della gioia che scaturisce dall'unione intima con lui (...) Impegnatevi con ogni energia spirituale a realizzare il progetto salvifico del Padre celeste, coltivando nel vostro cuore, come Maria, la capacità di stupirvi e di adorare Colui che ha il potere di fare "grandi cose" perché santo è il suo nome».

N. DAL MOLIN, Vocazione è “dare” fiducia,
su "Settimana" del 19 Aprile 2009,  n. 15 pp. 1-16

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