| 2012 Orientamenti promozione vocazionale al ministero sacerdotale |
CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA,
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| 2005 Discern. Voc. e omosess. |
CONGREGAZIONE PER L'EDUCAZIONE CATTOLICAIstruzione
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| 1997 Nuove Voc. per Nuova Eur. |
PONTIFICIA OPERA PER LE VOCAZIONI ECCLESIASTICHENUOVE VOCAZIONI
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| 1989 Studi in Univers. pontific. |
ISTRUZIONE SULLO STUDIO DEI PADRI DELLA CHIESA NELLA FORMAZIONE SACERDOTALEINTRODUZIONE 1. In considerazione delle particolari necessità odierne degli studi teologici negli Istituti di formazione sacerdotale, questa Congregazione, dopo essersi occupata a suo tempo dello studio dei Padri della Chiesa nella sua globalità,[1]ora desidera dedicare la presente Istruzione ad alcuni problemi concernenti tale argomento. L'invito a coltivare più intensamente la patristica nei Seminari e nelle Facoltà teologiche potrebbe forse sorprendere qualcuno. Perché, infatti, - ci si potrebbe chiedere - si invitano professori e studenti a rivolgersi verso il passato quando oggi, nella Chiesa e nella società, ci sono così tanti e gravi problemi che esigono di essere urgentemente risolti? Si può trovare una risposta convincente a questo interrogativo se si dà uno sguardo globale alla storia della teologia, se si considerano attentamente alcune caratteristiche dell'odierno clima culturale, e se si presta attenzione alle necessità profonde e ai nuovi orientamenti della spiritualità e della pastorale. 2. La rivisitazione delle varie tappe della storia della teologia rivela che mai la riflessione teologica ha rinunciato alla presenza rassicurante ed orientatrice dei Padri. Al contrario, essa ha sempre la viva coscienza che nei Padri vi è qualcosa di singolare, di irripetibile e di perennemente valido che continua a vivere e resiste alla fugacità del tempo. Come si è espresso a tale proposito il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, «della vita attinta ai suoi Padri la Chiesa ancora oggi vive; sulle strutture poste dai suoi primi costruttori ancora oggi viene edificata, nella gioia e nella pena del suo cammino e del suo travaglio quotidiano».[2] 3. La considerazione dell'attuale clima culturale fa poi emergere le molte analogie che legano il tempo presente con l'epoca patristica nonostante le evidenti differenze. Come allora, anche oggi un mondo tramonta mentre un altro sta nascendo. Come allora, anche oggi la Chiesa sta compiendo un delicato discernimento dei valori spirituali e culturali, in un processo di assimilazione e di purificazione, che le permette di mantenere la sua identità e di offrire, nel complesso panorama culturale di oggi, le ricchezze che la espressività umana della fede può e deve dare al nostro mondo.[3] Tutto ciò costituisce una sfida per la vita dell'intera Chiesa e in modo particolare per la Teologia la quale, per assolvere adeguatamente i suoi compiti, non può non attingere dalle opere dei Padri, come analogamente attinge alla Sacra Scrittura. 4. L'osservazione dell'odierna realtà ecclesiale, infine, mostra come le esigenze della pastorale generale della Chiesa e, in modo particolare, le nuove correnti di spiritualità reclamano alimento solido e fonti sicure di ispirazione. Di fronte alla sterilità di tanti sforzi torna spontaneo pensare a quel fresco soffio di vera sapienza ed autenticità cristiana, che promana dalle opere patristiche. È un soffio che ha già contribuito, anche recentemente, ad approfondire numerose problematiche liturgiche, ecumeniche, missionarie e pastorali, le quali, recepite dal Concilio Vaticano II, sono considerate per la Chiesa di oggi fonte di incoraggiamento e di luce. I Padri, quindi, dimostrano tuttora la loro vitalità e tuttora hanno molte cose da dire a chi studia o insegna teologia. È per questa ragione che la Congregazione per l'Educazione Cattolica si rivolge ora ai Responsabili della formazione sacerdotale per proporre loro alcune utili riflessioni sull'odierna situazione degli studi patristici (I), sulle loro più profonde motivazioni (II), sui loro metodi (III), sulla loro concreta programmazione (IV). ASPETTI DELLA SITUAZIONE ATTUALE Ogni discorso sui temi suindicati suppone, come suo punto di partenza, la conoscenza della situazione in cui si trovano oggi gli studi patristici. Ci si domanda, pertanto, quale posto venga oggi riservato ad essi nella preparazione dei futuri sacerdoti e quali siano a tale riguardo le direttive della Chiesa. 1. I PADRI NEGLI STUDI TEOLOGICI DI OGGI 5. Lo stato attuale della patristica negli Istituti di formazione sacerdotale è strettamente connesso con le condizioni generali dell'insegnamento teologico: con la sua impostazione, struttura ed ispirazione fondamentale; con la qualità e la preparazione specifica dei docenti, con il livello intellettuale e spirituale degli alunni, con lo stato delle biblioteche e, in genere, con la disponibilità dei mezzi didattici. La sua situazione non è pertanto dappertutto uguale; essa differisce non soltanto da un paese all'altro, ma è diversa anche nelle varie diocesi delle singole nazioni. Tuttavia, si possono individuare, a tale riguardo, a livello della Chiesa universale, sia aspetti positivi, che certe situazioni e tendenze che pongono talvolta per gli studi ecclesiastici dei problemi. 6. a) L'inserimento della dimensione storica nel lavoro scientifico dei teologi, avvenuto agli inizi del nostro secolo, ha richiamato l'attenzione, tra l'altro, anche sui Padri della Chiesa. Ciò si è dimostrato straordinariamente proficuo e fecondo, non solo perché ha reso possibile una migliore conoscenza delle origini cristiane, della genesi e dell'evoluzione storica di varie questioni e dottrine, ma anche perché lo studio dei Padri ha trovato alcuni cultori veramente eruditi ed intelligenti, i quali hanno saputo mettere in evidenza il nesso vitale che vige tra la tradizione ed i problemi più urgenti del momento presente. Grazie ad un tale accesso alle fonti, i lunghi e faticosi lavori della ricerca storica non sono rimasti fissati in una mera investigazione del passato, ma hanno influito sugli orientamenti spirituali e pastorali della Chiesa odierna, indicando il cammino verso il futuro. È naturale che ad approfittarne maggiormente sia stata la teologia. 7. b) Tale interesse per i Padri continua anche oggi, sia pure in condizioni un po' diverse. Nonostante un notevole decadimento generale della cultura umanistica, si nota qua e là un risveglio nel campo patristico, che coinvolge non soltanto insigni studiosi del clero religioso e diocesano, ma anche numerosi rappresentanti del laicato. In questi ultimi tempi vanno moltiplicandosi pubblicazioni di ottime collane patristiche e di monografie scientifiche, le quali sono l'indice forse più evidente di una vera fame di patrimonio spirituale dei Padri, un fenomeno consolante che non manca di riflettersi positivamente anche nelle Facoltà teologiche e nei Seminari. Tuttavia, l'evoluzione verificatasi in campo teologico e culturale in genere, mette sotto gli occhi certe insufficienze e vari ostacoli alla serietà del lavoro che non devono essere ignorati. 8. c) Non mancano oggi concezioni o tendenze teologiche le quali, contrariamente alle indicazioni del Decr. «Optatam totius» (n. 16), dedicano scarsa attenzione alle testimonianze dei Padri e, in genere, della Tradizione ecclesiastica, limitandosi al confronto diretto dei dati biblici con la realtà sociale e con i problemi concreti della vita, analizzati con l'aiuto delle scienze umane. Si tratta di correnti teologiche, che prescindono dalla dimensione storica dei dogmi e per le quali gli immensi sforzi dell'epoca patristica e del medio evo non sembrano avere alcuna vera importanza. In tali casi lo studio dei Padri viene ridotto al minimo e coinvolto praticamente nel rifiuto globale del passato. Come si vede sull'esempio di varie teologie del nostro tempo, staccate dall'alveo della Tradizione, in questi casi l'attività teologica o viene ridotta ad un puro «biblicismo», o diventa prigioniera del proprio orizzonte storico, adattandosi alle varie filosofie ed ideologie di moda. Il teologo, abbandonato praticamente a se stesso, credendo di fare teologia, non fa in realtà che storicismo, sociologismo, ecc. appiattendo i contenuti del Credo ad una dimensione puramente terrena. 9. d) Si riflette negativamente sugli studi patristici anche una certa unilateralità, che si avverte oggi in vari casi nei metodi esegetici. L'esegesi moderna, che s'avvale degli aiuti della critica storica e letteraria, getta un'ombra sui contributi esegetici dei Padri, i quali vengono ritenuti semplicistici e, in sostanza, inutili per una conoscenza approfondita della Sacra Scrittura. Tali orientamenti, mentre impoveriscono e snaturano la stessa esegesi, rompendone la naturale unità con la Tradizione, diminuiscono indubbiamente la stima e l'interesse per le opere patristiche. L'esegesi dei Padri, invece, potrebbe aprirci gli occhi ad altre dimensioni dell'esegesi spirituale e dell'ermeneutica che completerebbero quella storico - critica, arricchendola di intuizioni profondamente teologiche. 10. e) Oltre alle difficoltà provenienti da certi orientamenti esegetici, bisogna menzionare anche quelle che nascono da concezioni distorte della Tradizione. In alcuni casi, infatti, al posto della concezione di una Tradizione viva, che progredisce e si sviluppa con l'avanzare della storia, se ne ha un'altra troppo rigida, detta a volte «integrista», che riduce la Tradizione alla ripetizione di modelli passati e ne fa un blocco monolitico e fisso, che non lascia alcun posto al legittimo sviluppo e alla necessità della fede di rispondere alle nuove situazioni. In tal modo si creano facilmente pregiudizi nei confronti della Tradizione come tale, i quali non favoriscono un accesso sereno ai Padri della Chiesa. Paradossalmente, si ripercuote in modo sfavorevole sull'apprezzamento dell'epoca patristica la stessa concezione della tradizione ecclesiastica viva, quando i teologi nell'insistere sull'uguale valore di tutti i momenti storici, non tengono sufficientemente conto della specificità del contributo fornito dai Padri al patrimonio comune della Tradizione. 11. f) Inoltre, molti odierni studenti di teologia, provenienti da scuole di tipo tecnico, non dispongono di quella conoscenza delle lingue classiche, che si richiede per un accostamento serio alle opere dei Padri. Di conseguenza lo stato della patristica negli Istituti di formazione sacerdotale risente notevolmente degli attuali cambiamenti culturali, caratterizzati da un crescente spirito scientifico e tecnologico, che privilegia quasi esclusivamente gli studi delle scienze naturali ed umane, trascurando la cultura umanistica. 12. g) Infine, in vari Istituti di formazione sacerdotale i programmi di studio sono talmente sovraccaricati di varie nuove discipline ritenute più necessarie e più «attuali», che non rimane spazio sufficiente per la patristica. Questa, di conseguenza, deve accontentarsi di poche ore settimanali, o di soluzioni di ripiego nel quadro della Storia della Chiesa antica. A tali difficoltà si aggiunge spesso la mancanza nelle biblioteche di collezioni patristiche e di appropriati sussidi, bibliografici. I PADRI NELLE DIRETTIVE DELLA CHIESA Il discorso sullo stato attuale degli studi patristici non sarebbe completo, se non venissero menzionate le relative norme ufficiali della Chiesa. Esse, come si vedrà, mettono in chiara luce i valori teologici, spirituali e pastorali contenuti nelle opere dei Padri, nell'intento di renderli fruttuosi per la preparazione dei futuri sacerdoti. 13. a) Tra queste direttive occupano il primo posto le indicazioni del Concilio Vaticano II concernenti il metodo dell'insegnamento teologico ed il ruolo della Tradizione nell'interpretazione e nella trasmissione della Sacra Scrittura. Nel n. 16 del Decreto «Optatam totius» viene prescritto per l'insegnamento della dogmatica il metodo genetico, tutt'altro che in contrasto con la necessità di approfondire i misteri della teologia e di «vederne il nesso per mezzo della speculazione, avendo S. Tommaso come maestro» (ib.): metodo che nella sua seconda tappa contempla l'illustrazione del contributo che hanno fornito i Padri della Chiesa Orientale ed Occidentale per la «fedele trasmissione ed enucleazione delle singole verità rivelate». Detto metodo, tanto importante per la comprensione del progresso dogmatico, è stato nuovamente confermato dal recente Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985 (cfr. Relatio finalis II, B, n. 4). 14. L'importanza che hanno i Padri per la teologia e, in modo particolare, per la comprensione della Sacra Scrittura, risulta, inoltre, con grande chiarezza da alcune dichiarazioni della Costituzione «Dei verbum» sul valore e sul ruolo della Tradizione: «La Sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura sono strettamente tra loro congiunte e comunicanti... la Sacra Tradizione trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori... accade così che la Chiesa attinga la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate con pari sentimento di pietà e di riverenza» (n. 9). Come si vede, la Sacra Scrittura, che deve essere «l'anima della teologia» e «suo fondamento perenne» (n. 24), forma un'unità inscindibile con la Sacra Tradizione, «un solo deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa... da non poter indipendentemente sussistere» (n. 10). E sono appunto «le asserzioni dei Santi Padri» che «attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e prega» (n. 8). Pertanto, anche oggi, nonostante gli innegabili progressi compiuti dall'esegesi moderna, la Chiesa «che si preoccupa di raggiungere una intelligenza sempre più profonda della Sacra Scrittura, per poter nutrire di continuo i suoi tigli con le divine parole... a ragione favorisce anche lo studio dei Santi Padri dell'Oriente e dell'Occidente e delle Sacre Liturgie» (n. 23). 15. b) La Congregazione per l'Educazione Cattolica, nella «Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis» e nel documento su «La formazione teologica dei futuri sacerdoti» ribadisce le surriferite prescrizioni del Concilio Vaticano II, mettendone in luce alcuni importanti aspetti. Di fronte a certe tendenze riduttive in teologia dogmatica, si insiste sull'integrità e sulla completezza del metodo genetico,[4] illustrandone la validità, i valori didattici,[5] come anche le condizioni che si richiedono per una sua retta applicazione;[6] a tale proposito viene fatto un esplicito riferimento alla tappa patristico‑storica.[7] Secondo la «Ratio fundamentalis»,[8] i professori e gli alunni devono aderire con piena fedeltà alla parola di Dio nella Sacra Scrittura e nella Tradizione, attingendone il vivo senso «anzitutto dalle opere dei Santi Padri». Essi meritano una grande stima, perché «la loro opera appartiene alla tradizione vivente della Chiesa, alla quale, per disposizione provvidenziale, hanno portato contributi di valore duraturo in epoche più favorevoli alla sintesi di fede e di ragione».[9] Un maggiore accostamento ai Padri può, pertanto, considerarsi il mezzo più efficace per scoprire la forza vitale della formazione teologica[10] e, soprattutto, per inserirsi nel dinamismo della Tradizione, «che preserva da un esagerato individualismo garantendo oggettività del pensiero».[11] Perché tali esortazioni non rimanessero lettera morta, sono state impartite nel succitato documento su «La formazione teologica dei futuri sacerdoti» alcune norme per lo studio sistematico della patristica (nn. 85‑88). 16. c) Gli impulsi conferiti allo studio dei Padri dal Concilio e dalla Congregazione per l'Educazione Cattolica sono stati accentuati in questi ultimi decenni in varie occasioni dai Sommi Pontefici. I loro interventi, come quelli dei loro Predecessori, si distinguono per la varietà di argomenti e l'incisività sull'attuale situazione teologica e spirituale: «Lo studio dei Padri, di grande utilità per tutti, è di necessità imperiosa per coloro che hanno a cuore il rinnovamento teologico, pastorale, spirituale promosso dal Concilio e vi vogliono cooperare. In loro, infatti, ci sono delle costanti che sono alla base di ogni autentico rinnovamento».[12] Il pensiero patristico è cristocentrico;[13] è esempio di una teologia unificata, viva, maturata a contatto con i problemi del ministero pastorale;[14] è un ottimo modello della catechesi,[15] fonte per la conoscenza della Sacra Scrittura e della Tradizione,[16] come pure dell'uomo totale e della vera identità cristiana.[17] I Padri, «infatti, sono una struttura stabile della Chiesa, e per la Chiesa di tutti i secoli adempiono a una funzione perenne. Cosicché ogni annuncio e magistero successivo, se vuole essere autentico, deve confrontarsi con il loro annuncio e il loro magistero; ogni carisma e ogni ministero deve attingere alla sorgente vitale della loro paternità e ogni pietra nuova aggiunta all'edificio... deve collocarsi nelle strutture già da loro poste, e con esse saldarsi e connettersi».[18] Gli incitamenti allo studio più intenso della patristica, dunque, non mancano. Essi sono numerosi e ben motivati. Ora, per rendere tali sollecitazioni ancora più esplicite, si ritiene utile esporne qui di seguito alcune ragioni. II. PERCHE' STUDIARE I PADRI 17. È ovvio che gli studi patristici potranno raggiungere il dovuto livello scientifico e portare i frutti sperati soltanto a condizione che siano coltivati con serietà e con amore. L'esperienza, infatti, insegna che i Padri schiudono le loro ricchezze dottrinali e spirituali soltanto a chi si sforza di entrare nelle loro profondità attraverso una continua ed assidua familiarità con essi. Ci vuole, pertanto, da parte dei docenti e degli alunni un vero impegno, per i seguenti principali motivi: 1) I Padri sono testimoni privilegiati dalla Tradizione; 2) Essi ci hanno tramandato un metodo teologico che è insieme luminoso e sicuro; 3) I loro scritti offrono una ricchezza culturale, spirituale ed apostolica che ne fa grandi maestri della Chiesa di ieri e di oggi. 1. TESTIMONI PRIVILEGIATI DELLA TRADIZIONE 18. Tra le varie qualifiche ed i vari ruoli, che i documenti del Magistero attribuiscono ai Padri, figura in primo luogo quello di testimoni privilegiati della Tradizione. Nel flusso della Tradizione viva, che dagli inizi del cristianesimo continua attraverso i secoli fino ai nostri giorni, essi occupano una posizione del tutto speciale, che li rende inconfondibili rispetto agli altri protagonisti della storia della Chiesa. Sono essi, infatti, che hanno espresso le prime strutture portanti della Chiesa insieme ad atteggiamenti dottrinali e pastorali che rimangono validi per tutti i tempi. 19. a) Nella nostra coscienza cristiana, i Padri appaiono sempre legati alla Tradizione, essendone stati contemporaneamente protagonisti e testimoni. Essi sono più vicini alla freschezza delle origini; alcuni di loro sono stati testimoni della Tradizione apostolica, fonte da cui la Tradizione stessa trae origine; specialmente quelli dei primi secoli possono considerarsi autori ed esponenti di una tradizione «costitutiva», della quale nei tempi posteriori si avrà la conservazione e la continua esplicazione. In ogni caso, i Padri hanno trasmesso ciò che hanno ricevuto, «hanno insegnato alla Chiesa ciò che hanno imparato nella Chiesa»;[19] «ciò che hanno trovato nella Chiesa hanno tenuto; ciò che hanno imparato hanno insegnato; ciò che hanno ricevuto dai Padri hanno trasmesso al figli».[20] 20. b) Storicamente, l'epoca dei Padri è il periodo di alcune importanti primizie dell'ordinamento ecclesiale. Sono stati essi a fissare «l'intero canone dei Libri Sacri»,[21] a comporre le professioni basilari della fede («regulae fidei»), a precisare il deposito della fede nei confronti delle eresie e della cultura contemporanea, dando così origine alla teologia. Inoltre, sono ancora essi, che hanno gettato le basi della disciplina canonica («statuta patrum», «traditiones patrum»), e creato le prime forme della liturgia, che rimangono un punto di riferimento obbligatorio per tutte le riforme liturgiche posteriori. I Padri hanno dato in tal modo la prima risposta consapevole e riflessa alla Sacra Scrittura, formulandola non tanto come una teoria astratta, ma come quotidiana prassi pastorale di esperienza e di insegnamento nel cuore delle assemblee liturgiche riunite per professare la fede e per celebrare il culto del Signore risorto. Sono stati così gli autori della prima grande catechesi cristiana. 21. c) La Tradizione, di cui i Padri sono testimoni, è una Tradizione viva che dimostra l'unità nella varietà e la continuità nel progresso. Ciò si vede nella pluralità di famiglie liturgiche, di tradizioni spirituali, disciplinari ed esegetico‑teologiche esistenti nei primi secoli (ad es. le scuole di Alessandria e di Antiochia); tradizioni diverse ma unite e radicate tutte nel fermo ed immutabile fondamento comune della fede. 22. d) La Tradizione dunque qual è stata conosciuta e vissuta dai Padri non è come un masso monolitico, immobile e sclerotizzato, ma come un organismo pluriforme e pulsante di vita. È una prassi di vita e di dottrina che conosce, da una parte, anche incertezze, tensioni, ricerche fatte a tentoni, e dall'altra, decisioni tempestive e coraggiose rivelatesi di grande originalità e di importanza decisiva. Seguire la Tradizione viva dei Padri non significa aggrapparsi al passato come tale, ma aderire con senso di sicurezza e libertà di slancio alla linea della fede mantenendo un orientamento costante verso il fondamento: ciò che è essenziale, ciò che dura e non cambia. Si tratta di una fedeltà assoluta, in tanti casi portata e provata «usque ad sanguinis effusionem», verso il dogma e quei principi morali e disciplinari che dimostrano la loro funzione insostituibile e la loro fecondità proprio nei momenti in cui si stanno facendo strada cose nuove. 23. e) I Padri sono quindi testimoni e garanti di un'autentica Tradizione cattolica, e perciò la loro autorità nelle questioni teologiche è stata e rimane sempre grande. Quando era necessario denunziare la deviazione di determinate correnti di pensiero, la Chiesa si è sempre richiamata ai Padri come garanzia di verità. Vari Concili, per es. quelli di Calcedonia e di Trento, iniziano le loro dichiarazioni solenni con richiamo alla Tradizione patristica, usando la formula: «Seguendo i Santi Padri... ecc». Ad essi vengono fatti riferimenti anche nei casi in cui la questione è già stata di per sé risolta col ricorso alla Sacra Scrittura. Nel Concilio Tridentino[22] e nel Vaticano I[23] è stato enunziato esplicitamente il principio che l'unanime consenso dei Padri costituisce regola certa d'interpretazione della Scrittura, principio, questo, che è stato sempre vissuto e praticato nella storia della Chiesa e che si identifica con quello della normatività della Tradizione formulata da Vincenzo di Lerino[24] e prima ancora da S. Agostino. 24. f) Gli esempi e gli insegnamenti dei Padri, testimoni della Tradizione, sono stati particolarmente valutati e valorizzati nel Concilio Vaticano II, che proprio grazie ad essi ha potuto prendere una coscienza più viva che ha la Chiesa di se stessa e individuare la strada sicura particolarmente per il rinnovamento liturgico, per un fruttuoso dialogo ecumenico e per l'incontro con le religioni non cristiane, facendo fruttificare nelle odierne circostanze l'antico principio dell'unità nella diversità e del progresso nella continuità della Tradizione. 2. METODO TEOLOGICO 25. Il delicato processo di innesto del cristianesimo nel mondo della cultura antica, e la necessità di definire i contenuti del mistero cristiano nei confronti della cultura pagana e delle eresie, stimolarono i Padri ad approfondire e ad illustrare razionalmente la fede con l'aiuto delle categorie di pensiero meglio elaborate nelle filosofie del loro tempo, specialmente nella raffinata filosofia ellenistica. Uno dei loro compiti storici più importanti fu di dare vita alla scienza teologica e di stabilire al suo servizio alcune coordinate e norme di procedimento rivelatesi valevoli e fruttuose anche per i secoli futuri, come avrebbe dimostrato nella sua opera San Tommaso d'Aquino, fedelissimo alla dottrina dei Padri. In questa attività di teologi si delineano nei Padri alcuni particolari atteggiamenti e momenti, che sono di grande interesse e che bisogna tenere presenti anche oggi negli studi sacri: a) il ricorso continuo alla Sacra Scrittura e il senso della Tradizione; b) la consapevolezza dell'originalità cristiana pur nel riconoscimento delle verità contenute nella cultura pagana; c) la difesa della fede come bene supremo e l'approfondimento continuo del contenuto della Rivelazione; d) il senso del mistero e l'esperienza del divino.
26. 1. I Padri sono in primo luogo ed essenzialmente dei commentatori della Sacra Scrittura: «divinorum librorum tractatores».[25] In questo lavoro è vero che dal nostro odierno punto di vista il loro metodo presenta certi innegabili limiti. Essi non conoscevano e non potevano conoscere le risorse di ordine filologico, storico, antropologico‑culturale né le tematiche di ricerca, di documentazione, di elaborazione scientifica che sono a disposizione dell'esegesi moderna, e perciò una parte del loro lavoro esegetico è da considerarsi caduca. Ma, ciò nonostante, i loro meriti per una migliore comprensione dei Libri Sacri sono incalcolabili. Essi rimangono per noi maestri veri e si può dire superiori, sotto tanti aspetti, agli esegeti del medio evo e dell'età moderna per «una specie di soave intuizione delle cose celesti, per un'ammirabile penetrazione di spirito, grazie alle quali vanno più avanti nelle profondità della parola divina».[26] L'esempio dei Padri può, infatti, insegnare agli esegeti moderni un approccio veramente religioso della Sacra Scrittura, come anche un'interpretazione che s'attiene costantemente al criterio di comunione con l'esperienza della Chiesa, la quale cammina attraverso la storia sotto la guida dello Spirito Santo. Quando questi due principi interpretativi, religioso e specificamente cattolico, vengono disattesi o dimenticati, gli studi esegetici moderni risultano spesso impoveriti e distorti. La Sacra Scrittura era per i Padri oggetto di incondizionata venerazione, fondamento della fede, argomento costante della predicazione, alimento della pietà, anima della teologia. Ne hanno sempre sostenuto l'origine divina, l'inerranza, la normatività, la inesauribile ricchezza di vigore per la spiritualità e dottrina. Basti ricordare qui ciò che scriveva Sant'Ireneo sulle Scritture: esse «sono perfette, perché dettate dal Verbo di Dio e dal suo Spirito»,[27] e i quattro Vangeli sono «il fondamento e la colonna della nostra fede».[28] 27. 2. La Teologia è nata dall'attività esegetica dei Padri, «in medio Ecclesiae», e specialmente nelle assemblee liturgiche, a contatto con le necessità spirituali del Popolo di Dio. Quella esegesi, nella quale la vita spirituale si fonde con la riflessione razionale teologica, mira sempre all'essenziale pur nella fedeltà a tutto il sacro deposito della fede. Essa è incentrata interamente nel mistero di Cristo, al quale riporta tutte le verità particolari in una mirabile sintesi. Anziché disperdersi in numerose problematiche marginali, i Padri cercano di abbracciare la totalità del mistero cristiano, seguendo il movimento fondamentale della Rivelazione e dell'economia della salvezza, che va da Dio, attraverso il Cristo, alla Chiesa, sacramento dell'unione con Dio e dispensatrice della grazia divina, per ritornare a Dio. Grazie a questo intuito, dovuto al loro vivo senso della comunione ecclesiale, alla loro vicinanza alle origini cristiane e alla familiarità con la Scrittura, i Padri guardano tutto nel suo centro, rendendo questo tutto presente in ciascuna delle sue parti, e ricollegando con esso ogni questione periferica. Pertanto, seguire i Padri in questo loro itinerario teologico significa cogliere più facilmente il nucleo essenziale della nostra fede e lo «specificum» della nostra identità cristiana. 28. 3. La venerazione e la fedeltà dei Padri nei confronti dei Libri Sacri va di pari passo con la loro venerazione e fedeltà verso la Tradizione. Essi si considerano non padroni ma servitori delle Sacre Scritture, ricevendole dalla Chiesa, leggendole e commentandole nella Chiesa e per la Chiesa, secondo la regola della fede proposta ed illustrata dalla Tradizione ecclesiastica ed apostolica. Il sopraccitato Sant'Ireneo, grande amatore e cultore dei Libri Sacri, sostiene che chi vuol conoscere la verità deve guardare alla Tradizione degli Apostoli,[29]ed aggiunge che, anche se questi non ci avessero lasciato le Scritture, sarebbe bastata per la nostra istruzione e salvezza, la Tradizione.[30]Lo stesso Origene, che studiò con tanto amore e passione le Scritture e tanto operò per la loro intelligenza, dichiara apertamente che devono essere credute come verità di fede solo quelle che in nessun modo si allontanano dalla «Tradizione ecclesiastica ed apostolica»,[31]facendo con ciò della Tradizione la norma interpretativa della Scrittura. Sant'Agostino, poi, che poneva le sue «delizie» nella meditazione delle Scritture,[32]enunzia questo principio mirabilmente limpido e convinto, che si richiama ancora alla Tradizione: «Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l'autorità della Chiesa cattolica».[33] 29. 4. Pertanto il Concilio Vaticano II, quando dichiarò che «la Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa»,[34]non ha fatto altro che confermare un antico principio teologico, praticato e professato dai Padri. Questo principio, che ha illuminato e diretto la loro intera attività esegetica e pastorale, certamente rimane valido anche per i teologi e per i pastori d'anime di oggi. Ne consegue in modo concreto che il ritorno alla Sacra Scrittura, che è una delle caratteristiche maggiori dell'attuale vita della Chiesa, deve essere accompagnato dal ritorno alla Tradizione attestata dagli scritti patristici, se si vuole che produca i frutti sperati. b) Originalità cristiana e inculturazione 30. 1. Altra caratteristica importante e attualissima del metodo teologico dei Padri è che esso offre la luce per comprendere «meglio secondo quali criteri la fede, tenendo conto della filosofia e del sapere dei popoli, può incontrarsi con la ragione».[35] Essi, infatti, dalla Scrittura e dalla Tradizione hanno attinto la chiara consapevolezza dell'originalità cristiana, cioè la ferma convinzione che l'insegnamento cristiano contiene un nucleo essenziale di verità rivelate, che costituiscono la norma per giudicare della sapienza umana e per distinguere la verità dall'errore. Se una tale convinzione ha portato alcuni di loro a respingere l'apporto di questa sapienza e a considerare i filosofi quasi dei «patriarchi degli eretici», non ha impedito alla massima parte di accogliere questo contributo con interesse e con riconoscenza, come procedente dall'unica fonte della sapienza, che è il Verbo. Basti ricordare a tale proposito S. Giustino Martire, Clemente Alessandrino, Origene, S. Gregorio Nisseno e, in modo particolare, S. Agostino, il quale nella sua opera «De doctrina christiana» ha tracciato per tale attività un programma: «Se coloro che sono chiamati filosofi hanno detto cose vere e consone alla nostra fede... non solo non devono incutere motivo di timore, ma... devono essere reclamate a nostro uso... Non è questo appunto che hanno fatto molti dei nostri buoni fedeli?... Cipriano... Lattanzio... Vittorino... Ottato, Ilario, per non parlare che dei morti, e una quantità innumerevole dei Greci?».[36] 31. 2. A questo studio di assimilazione si aggiunge l'altro, non meno importante e da esso inseparabile, che potremmo chiamare della disassimilazione. Ancorati alla norma della fede, i Padri hanno accolto molti apporti della filosofia greco‑romana, ma ne hanno respinto i gravi errori, evitando in modo particolare il pericolo del sincretismo così diffuso nella cultura ellenistica allora dominante, come anche del razionalismo che minacciava di ridurre la fede ai soli aspetti accettabili per la razionalità ellenica. «Contro i loro grandi errori - scrive S. Agostino - occorre difendere la dottrina cristiana».[37] 32. 3. Grazie a tale oculato discernimento dei valori e dei limiti nascosti nelle varie forme di cultura antica, sono state aperte nuove vie verso la verità e nuove possibilità per l'annunzio del Vangelo. Istruita dai Padri greci, latini, siriaci... la Chiesa, infatti, «fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio del Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; e inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi, allo scopo, cioè, di adattare, quando conveniva, il Vangelo sia alla capacità di tutti, sia alle esigenze dei sapienti».[38] In altre parole, i Padri, consapevoli del valore universale della rivelazione, hanno iniziato la grande opera di inculturazione cristiana, come si suole chiamarla oggi. Sono diventati l'esempio di un incontro fecondo tra fede e cultura, tra fede e ragione, rimanendo una guida per la Chiesa di tutti i tempi, impegnata a predicare il Vangelo a uomini di culture tanto diverse e ad operare in mezzo ad esse. Come si vede, grazie a tali atteggiamenti dei Padri, la Chiesa si rivela sin dai suoi inizi «per sua natura missionaria»,[39]anche al livello del pensiero e della cultura, e perciò il Concilio Vaticano II prescrive che «tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione».[40] c) Difesa della fede, progresso dogmatico 33. 1. All'interno della Chiesa, l'incontro della ragione con la fede ha dato occasione a molte e lunghe controversie che hanno interessato i grandi temi del dogma trinitario, cristologico, ecclesiologico, antropologico, escatologico. In tali occasioni i Padri, nel difendere le verità che toccano la stessa essenza della fede, furono gli autori di un grande avanzamento nell'intelligenza dei contenuti dogmatici, rendendo un valido servizio al progresso della teologia. Il loro munus apologetico, esercitato con una consapevole sollecitudine pastorale per il bene spirituale dei fedeli, è stato un mezzo provvidenziale per far maturare l'intero corpo della Chiesa. Come diceva S. Agostino di fronte al moltiplicarsi degli eretici: «Dio ha permesso la loro diffusione, affinché non ci nutrissimo del solo latte e non rimanessimo in stato di rude infanzia»,[41]in quanto «molte questioni riguardanti la fede quando, con astuta inquietudine, vengono sollevate dagli eretici, per poterle difendere contro di loro vengono esaminate più diligentemente, capite più chiaramente, predicate più insistentemente di modo che la questione mossa dall'avversario diventi l'occasione d'imparare».[42] 34. 2. Così i Padri sono diventati gli iniziatori del procedimento razionale applicato ai dati della Rivelazione, i promotori illuminati di quell'«intellectus fidei» che appartiene all'essenza di ogni autentica teologia. È stato loro compito provvidenziale non solo difendere il cristianesimo, ma anche ripensarlo nell'ambiente culturale greco‑romano; trovare formule nuove per esprimere una dottrina antica, formule non bibliche per una dottrina biblica; presentare, in una parola, la fede in forma di un discorso umano, pienamente cattolico e capace di esprimere il contenuto divino della rivelazione, salvaguardandone sempre l'identità e la trascendenza. Numerosi concetti introdotti da essi nella teologia trinitaria e cristologica (per es. ousia, hypostasis, physis, agenesia, genesis, ekporeusis, ecc.) hanno svolto un ruolo determinante nella storia dei Concili e sono entrati nelle formule dogmatiche, diventando componente del nostro corrente strumentario teologico. 35. 3. Il progresso dogmatico, che è stato realizzato dai Padri non come progetto astratto puramente intellettuale, ma il più delle volte nelle omelie, in mezzo alle attività liturgiche e pastorali, costituisce un ottimo esempio di rinnovamento nella continuità della Tradizione. Per essi «la fede cattolica proveniente dalla dottrina degli apostoli... e ricevuta attraverso una serie di successioni» era «da trasmettere sana ai discendenti».[43] Perciò è stata da loro trattata con il massimo rispetto, con piena fedeltà al suo fondamento biblico, e in pari tempo con una giusta apertura di spirito verso nuove necessità e nuove circostanze culturali: le due caratteristiche proprie della tradizione viva della chiesa. 36. 4. Questi primi abbozzi di teologia tramandatici dai Padri mettono in evidenza alcuni loro tipici atteggiamenti fondamentali verso i dati rivelati, che possono considerarsi di valore permanente e quindi valevoli anche per la Chiesa di oggi. Si tratta di una base posta una volta per sempre, alla quale ogni teologia posteriore deve fare riferimento e, all'occorrenza, ritornare. Si tratta di un patrimonio che non è esclusivo a nessuna Chiesa particolare, ma è molto caro a tutti i cristiani. Esso, infatti, risale ai tempi antecedenti la rottura tra l'Oriente e l'Occidente cristiano, trasmettendo tesori comuni di spiritualità e di dottrina; una mensa ricca alla quale i teologi di varie confessioni si possono sempre incontrare. I Padri sono, infatti, Padri sia dell'Ortodossia Orientale, sia della teologia latina cattolica, o della teologia dei protestanti e degli anglicani, oggetto comune di studio e di venerazione. d) Senso del mistero, esperienza del divino 37. 1. Se i Padri hanno dato in tante occasioni prova della loro responsabilità di pensatori e ricercatori nei confronti della Rivelazione, seguendo, si può dire, il programma del «credo ut intelligam» e dell'«intelligo ut credam», lo hanno fatto sempre da autentici uomini di Chiesa veramente credenti, senza compromettere minimamente la purezza o, come si esprime Sant'Agostino, la «verginità»,[44]della fede. Essi, infatti, come «teologi» non facevano leva esclusivamente sulle risorse della ragione, ma anche su quelle più propriamente religiose, offerte dalla conoscenza di carattere affettivo ed esistenziale, ancorata nell'unione intima con Cristo, alimentata dalla preghiera e sostenuta dalla grazia e dai doni dello Spirito Santo. Nei loro atteggiamenti di teologi e di pastori si manifestava in grado altissimo il senso profondo del mistero e l'esperienza del divino, che li proteggeva contro le tentazioni sempre ricorrenti sia del razionalismo troppo spinto sia di un fideismo piatto e rassegnato. 38. 2. La prima cosa che colpisce nella loro teologia è il senso vivo della trascendenza della Verità divina contenuta nella Rivelazione. A differenza di non pochi altri pensatori antichi e moderni, essi danno prova di una grande umiltà di fronte al mistero di Dio, contenuto nelle Sacre Scritture, delle quali essi, nella loro modestia, preferiscono essere dei semplici commentatori, attenti a non aggiungervi nulla che possa alterarne l'autenticità. Si può dire che questo atteggiamento di rispetto e di umiltà non è altro che la viva consapevolezza degli invalicabili limiti che l'intelletto umano prova di fronte alla trascendenza divina. Basti qui ricordare, oltre alle omelie di San Giovanni Crisostomo Sull'incomprensibilità di Dio, ciò che scrive testualmente San Cirillo vescovo di Gerusalemme, rivolto ai catecumeni: «Quando si tratta di Dio, è una grande scienza confessare l'ignoranza»,[45]come dopo di lui il vescovo di Ippona Sant'Agostino dirà sentenziosamente al suo popolo: «È preferibile una fedele ignoranza a una scienza temeraria».[46] Prima di loro Sant'Ireneo aveva affermato che la generazione del Verbo è inenarrabile, e che coloro che pretendono spiegarla «hanno perduto l'uso della ragione».[47] 39. 3. Dato questo vivo senso spirituale, l'immagine che i Padri ci offrono di se stessi è quella di uomini i quali non solo imparano ma anche, e soprattutto, sperimentano le cose divine, come diceva Dionigi detto Pseudo‑Areopagita del suo maestro Ieroteo: «Non solum discens sed et patiens divina».[48] Essi sono il più delle volte degli specialisti della vita soprannaturale, i quali comunicano ciò che hanno visto e gustato nella loro contemplazione delle cose divine; ciò che hanno conosciuto per la via dell'amore, «per quandam connaturalitatem», come avrebbe detto San Tommaso d'Aquino.[49] Nel loro modo di esprimersi è spesso percepibile il saporoso accento dei mistici che lascia trasparire una grande familiarità con Dio, un'esperienza vissuta del mistero del Cristo e della Chiesa e un contatto costante con tutte le genuine fonti della vita teologale considerato da essi come situazione fondamentale della vita cristiana. Si può dire che nella linea dell'agostiniano «intellectum valde ama»[50] i Padri certamente apprezzano l'utilità della speculazione, ma sanno che essa non basta. Nello stesso sforzo intellettuale per capire la propria fede, essi praticano l'amore, che rendendo amico il conoscente al conosciuto,[51]diventa per la sua stessa natura fonte di nuova intelligenza. Infatti «nessun bene è perfettamente conosciuto se non è perfettamente amato».[52] 40. 4.Questi principi metodologici, prima praticamente seguiti e vissuti che espressamente enunziati, sono stati anche oggetto di esplicite riflessioni dei Padri. Basta riferirsi, a tale proposito, a San Gregorio Nazianzeno, che nella prima delle cinque sue famose orazioni teologiche, dedicate al modo di far teologia, tratta della necessità della moderazione dell'umiltà, della purificazione interiore, della preghiera. Altrettanto fa Sant'Agostino, che ricorda il posto che ha la fede nella vita della Chiesa e parlando della funzione che vi svolgono i teologi, scrive che essi siano «piamente dotti e veramente spirituali».[53] Ne dà l'esempio egli stesso quando scrive il De Trinitate, diretto a rispondere «ai garruli ragionatori», i quali, «disprezzando gli umili inizi della fede, si lasciano fuorviare da un immaturo e perverso amore della ragione».[54] Per le ragioni addotte, si può dire che l'attività teologica dei Padri è per noi tuttora attuale. Essi restano maestri per i teologi, come rappresentanti di un momento importante, decisivo ed ineliminabile della teologia della Chiesa, come esemplari per il modo con cui hanno svolto la loro attività teologica, come fonti autorevoli e testimoni insostituibili per i contenuti che hanno saputo ricavare dalla loro riflessione e meditazione sul dato rivelato. 3. RICCHEZZA CULTURALE, SPIRITUALE ED APOSTOLICA 41. Gli scritti patristici si distinguono, oltre che per la profondità teologica, anche per i grandi valori culturali, spirituali e pastorali che contengono. Sotto questo aspetto, essi sono, dopo la Sacra Scrittura, come viene raccomandato nel decreto «Presbyterorum Ordinis» (n. 19), una delle principali fonti della formazione sacerdotale e un «fruttuoso alimento» che accompagni i presbiteri per tutta la vita. 42. a) I Padri latini, greci, siriaci, armeni oltre a contribuire al patrimonio letterario delle loro rispettive nazioni, sono - anche se ognuno in maniera e misura molto diverse - come i classici della cultura cristiana che, da essi fondata ed edificata, porta per sempre il segno indelebile della loro paternità. A differenza delle letterature nazionali, le quali esprimono e plasmano il genio dei singoli popoli, il patrimonio culturale dei Padri è veramente «cattolico», universale, perché insegna come diventare e come comportarsi da uomini retti e da autentici cristiani. Per il loro vivo senso del soprannaturale e per il loro discernimento dei valori umani in relazione alla specificità cristiana, le loro opere sono state nei secoli passati un eccellente strumento formativo per intere generazioni di presbiteri e restano indispensabili anche per la Chiesa di oggi. 43. b) Dal punto di vista culturale, è di grande rilievo il fatto che numerosi Padri hanno ricevuto un'ottima formazione nelle discipline dell'antica cultura greca e romana, dalla quale mutuarono le alte conquiste civili e spirituali, arricchendone i loro trattati, le loro catechesi e la loro predicazione. Essi, imprimendo all'antica «humanitas» classica il sigillo cristiano, sono stati i primi a gettare il ponte tra il Vangelo e la cultura profana, tracciando per la Chiesa un ricco ed impegnativo programma culturale, che ha profondamente influenzato i secoli successivi e, in modo particolare, l'intera vita spirituale, intellettuale e sociale del medio evo.[55] Grazie al loro magistero, molti cristiani dei primi secoli ebbero accesso alle varie sfere della vita pubblica (scuole, amministrazione, politica) e il cristianesimo poté valorizzare ciò che di valido si trovava nel mondo antico, purificare ciò che vi era di meno perfetto e contribuire, dal canto suo, alla creazione di una nuova cultura e civiltà ispirata al Vangelo. Risalire alle opere dei Padri significa, pertanto, per i futuri presbiteri alimentarsi alle stesse radici della cultura cristiana e comprendere meglio i propri compiti culturali nel mondo di oggi. 44. e) Quanto alla spiritualità dei Padri, è gia stato rilevato nel paragrafo precedente, come tutta la loro teologia sia eminentemente religiosa, una vera «scienza sacra», la quale, mentre illumina la mente, edifica e riscalda il cuore. Qui, oltre agli elementi ed aspetti propriamente teologici, è bene dare risalto ad alcuni comportamenti e atteggiamenti di ordine morale risultanti dalle loro opere come coefficienti fondamentali della progressiva espansione, spesso silenziosa, del lievito evangelico nella società pagana, e rimasti poi per sempre impressi nella coscienza e sul volto stesso della Chiesa. Molti dei Padri erano dei «convertiti»; il senso della novità della vita cristiana si uni va in essi alla certezza della fede. Da ciò si sprigionava nelle comunità cristiane del loro tempo una «vitalità esplosiva», un fervore missionario, un clima di amore che ispirava le anime all'eroismo della vita quotidiana personale e sociale, specialmente con la pratica delle opere di misericordia, elemosina, cura degli infermi, delle vedove, degli orfani, stima della donna e di ogni persona umana, educazione dei figli, rispetto della vita nascente, fedeltà coniugale, rispetto e generosità nel trattamento degli schiavi, libertà e responsabilità di fronte ai poteri pubblici, difesa e sostegno dei poveri e degli oppressi, e con tutte le forme di testimonianza evangelica richieste dalle circostanze di luogo e di tempo, spinta, talvolta, fino al sacrificio supremo del martirio. Con la condotta ispirata agli insegnamenti dei Padri, i cristiani si distinguevano dal circostante mondo pagano, esprimendo la loro novità di vita scaturita dal Cristo con l'abbracciare gli ideali ascetici della verginità «propter regnum coelorum», del distacco dai beni terreni, della penitenza, della vita monastica eremitica o comunitaria, sulla linea dei «consigli evangelici» e in vigile attesa del Cristo che viene. Anche molte forme di pietà privata (come la preghiera in famiglia, le preghiere quotidiane, la pratica dei digiuni) e comunitaria (per es. la celebrazione della domenica e delle principali feste liturgiche come partecipazione agli eventi salvifici, la venerazione della SS.ma Vergine Maria, le veglie, le agapi, ecc.) risalgono all'epoca patristica e ricevono il loro preciso significato teologico‑spirituale dagli insegnamenti dei Padri. Perciò è chiaro che l'assidua familiarità dei seminaristi con le opere dei Padri non potrà non irrobustire la loro vita spirituale e liturgica, gettando una particolare luce sulla loro vocazione, radicandola nella millenaria tradizione della Chiesa e mettendola in diretta comunicazione con la ricchezza e purezza delle origini. Nello stesso tempo li aiuterà a scoprire l'uomo nella sua unità e totalità: a riconoscere e seguire quell'ideale superiore di umanità unificata e integrata nell'armonioso sviluppo dei valori naturali e soprannaturali, che è il modello dell'antropologia cristiana. 45. d) Un'altra ragione del fascino e dell'interesse delle opere dei Padri, è che esse sono nettamente pastorali: composte, cioè, per scopi di apostolato. I loro scritti sono o catechesi ed omelie, o confutazioni di eresie, o risposte a consultazioni, o esortazioni spirituali o manuali destinati all'istruzione dei fedeli. Da ciò si vede come i Padri si sentivano coinvolti nei problemi pastorali dei loro tempi. Essi esercitavano l'ufficio di maestri e di pastori, cercando in primo luogo di mantenere unito il Popolo di Dio nella fede, nel culto divino, nella morale e nella disciplina. Molte volte procedevano in modo collegiale, scambiandosi vicendevolmente lettere di carattere dottrinale e pastorale, al fine di promuovere una comune linea di condotta. Essi si preoccupavano del bene spirituale non soltanto delle loro Chiese particolari, ma di tutta la Chiesa. Alcuni di essi divennero difensori dell'ortodossia e punti di riferimento per gli altri vescovi dell'orbe cattolico (per es. Atanasio nelle lotte antiariane, Agostino in quelle antipelagiane), impersonando in qualche modo la coscienza viva della Chiesa. 46. e) Né si può lasciare in ombra il fatto che nella loro azione pastorale i Padri, pur offrendo agli osservatori un ricco panorama delle più svariate problematiche culturali e sociali loro contemporanee, tuttavia essi le inquadrano sempre, per dir così, in coordinate nettamente soprannaturali. A loro interessa l'integrità della fede, fondamento della giustificazione, perché fiorisca nella carità, vincolo della perfezione, e perché la carità crei l'uomo nuovo e la storia nuova. Tutto, nella loro azione pastorale e nel loro insegnamento, è ricondotto alla carità e la carità a Cristo, via universale di salvezza.[56] Essi tutto riferiscono al Cristo, ricapitolazione di tutte le cose (Ireneo), deificatore degli uomini (Atanasio), fondatore e re della città di Dio, che è la società degli eletti (Agostino). Nella loro prospettiva storica, teologica ed escatologica, la Chiesa è il Christus totus, che «corre, e, correndo compie il suo pellegrinaggio, tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, dal tempo di Abele, il primo giusto ucciso dall'empio fratello, fino alla consumazione dei secoli».[57] 47. Se vogliamo ora riassumere le ragioni che inducono a studiare le opere dei Padri, possiamo dire che essi sono stati, dopo gli Apostoli, come ha detto giustamente Sant'Agostino, i piantatori, gli irrigatori, gli edificatori, i pastori, i nutritori della Chiesa, la quale ha potuto crescere per la loro azione vigile e indefessa.[58] Perché la Chiesa continui a crescere è indispensabile conoscere a fondo la loro dottrina e la loro opera che si distingue per essere nello stesso tempo pastorale e teologica, catechetica e culturale, spirituale e sociale, in un modo eccellente e si può dire unico per rapporto a quanto è avvenuto in altre epoche della storia. È proprio questa organica unità dei vari aspetti della vita e della missione della Chiesa che rende i Padri così attuali e fecondi anche per noi. III. COME STUDIARE I PADRI 48. Dalle precedenti riflessioni sulla situazione attuale e sulle ragioni più profonde degli studi patristici sorge spontaneamente la domanda circa la loro natura, i loro obiettivi e il metodo da seguire per promuoverne la qualità. Sia per i docenti che per gli studenti si pongono a tale riguardo numerosi compiti, che hanno bisogno di essere maggiormente chiariti ed esplicitati, perché possa essere compiuta un'opera formativa solida e rispondente alle istanze dell'auspicato rinnovamento promosso in base alle direttive del Concilio Vaticano II. 1. LA NATURA DEGLI STUDI PATRISTICI ED I LORO OBIETTIVI 49. a) È molto importante che questo settore di studi ecclesiastici venga chiaramente delimitato in conformità con la sua natura e le sue finalità ed inserito organicamente nel contesto delle discipline teologiche. Esso si articola in due sfere intercomunicanti, che si interessano del medesimo oggetto sotto aspetti diversi: da una parte la Patristica, che si occupa del pensiero teologico dei Padri, e dall'altra la Patrologia che ha per oggetto la vita e gli scritti dei medesimi. Mentre la prima è di carattere propriamente dottrinale ed ha molti rapporti con la dogmatica (ma anche con la teologia morale e la teologia spirituale, la Sacra Scrittura e la Liturgia), la seconda si muove piuttosto al livello dell'indagine storica e dell'informazione biografica e letteraria, ed ha una naturale connessione con la Storia della Chiesa antica. Per il loro carattere teologico, la Patristica e la Patrologia si distinguono dalla Letteratura cristiana antica, disciplina non teologica e, si può dire, letteraria, che studia gli aspetti stilistici e filologici degli scrittori cristiani antichi. 50. b) Nell'affrontare gli studi patristici bisogna rendersi conto prima di tutto dell'autonomia della Patristica - Patrologia, come disciplina a sé, con il suo metodo, nell'ambito del corpus di discipline, che è oggetto dell'insegnamento teologico. La sua autonomia, come settore della teologia, nel quale si applicano rigorosamente i principi del metodo storico‑critico, è un elemento acquisito e, come tale, deve essere percepito dallo studente. 51. c) In particolare, dalla Patrologia si attende che presenti una buona panoramica dei Padri e delle loro opere, con le loro caratteristiche individuali, situando nel contesto storico la loro attività letteraria e pastorale. Dato il suo carattere informativo storico, nulla impedisce che essa possa avvalersi della collaborazione del professore di Storia ecclesiastica, quando ciò viene richiesto dalle esigenze di una migliore economia del tempo disponibile o dalla scarsità di personale docente. All'occorrenza, si può anche riservare un maggior spazio allo studio privato degli alunni, rimandandoli alla consultazione di buoni manuali, di dizionari e di altri sussidi bibliografici. 52. d) La Patristica, dal canto suo, per assolvere in modo soddisfacente i sui compiti, deve figurare come disciplina a sé, coltivando una stretta collaborazione con la dogmatica. Infatti, entrambe le discipline sono chiamate dal Decreto Optatam totius (n. 16) ad aiutarsi e ad arricchirsi vicendevolmente, a condizione, però, che rimangano autonome e fedeli ai loro specifici metodi. Il dogma svolge soprattutto un servizio di unità. Come a tutte le discipline teologiche anche alla patristica esso offre la prospettiva unificante della fede, aiutandola a sistematizzare i risultati parziali ed indicando la strada alle ricerche e all'attività didattica dell'insegnante. Il servizio della patristica alla dogmatica consiste nel delineare e precisare l'opera di mediazione della rivelazione di Dio svolta dai Padri nella Chiesa e nel mondo del loro tempo. Si tratta di descrivere, con pieno rispetto della specificità del metodo storico‑critico, il quadro della teologia e della vita cristiana dell'epoca patristica nella sua realtà storica. Per questa ragione l'insegnamento della Patristica, come si esprime il documento su «La formazione teologica dei futuri sacerdoti», deve tendere, tra l'altro, «a dare il senso sia della continuità del discorso teologico, che risponde ai dati fondamentali, sia della sua relatività, che corrisponde agli aspetti e alle applicazioni particolari» (n. 87). 2. IL METODO 53. a) Lo studio della Patrologia e della Patristica, nella sua prima fase informativa, suppone il ricorso ai manuali e ad altri sussidi bibliografici, ma quando passa a trattare i delicati e complessi problemi della teologia patristica, nessuno di tali sussidi può sostituire il ricorso diretto ai testi dei Padri. È, infatti, attraverso il contatto diretto del docente e dello studente con le fonti che la Patristica deve essere insegnata ed appresa soprattutto a livello accademico e nei corsi speciali. Tuttavia, date le difficoltà in cui spesso s'imbattono gli studenti, sarà bene mettere a loro disposizione testi bilingui delle edizioni note per la loro serietà scientifica. 54. b) Lo studio scientifico dei testi va affrontato con il metodo storico‑critico, in modo analogo come lo si applica nelle scienze bibliche. È però necessario che nell'uso di tale metodo siano indicati anche i suoi limiti e che esso sia integrato, con prudenza, dai metodi della moderna analisi letteraria e dell'ermeneutica, con adeguata «manuductio» dello studente a capirli, a valutarli e a servirsene. Trattandosi di una disciplina teologica, che in tutte le sue fasi procede «ad lumen fidei», la libertà di ricerca non deve ridurre il suo oggetto di indagine entro la sfera della pura filologia o della critica storica. Infatti, la teologia positiva deve riconoscere, come primo presupposto, il carattere soprannaturale del suo oggetto e la necessità di fare riferimento al Magistero. Gli studenti devono, pertanto, diventare consapevoli che il rigore del metodo indispensabile per la validità oggettiva di ogni ricerca patristica, non esclude una preventivata direzione di marcia, né impedisce una partecipazione attiva del ricercatore credente che, conformemente al suo «sensus fidei», si colloca e procede in un clima di fede. 55. c) La purezza del metodo suddetto richiede, inoltre, che sia il ricercatore sia lo studente siano liberi da pregiudizi e preconcetti, che nel campo della patristica si manifestano di solito in due tendenze: quella di legarsi materialmente agli scritti dei Padri, disprezzando la tradizione viva della Chiesa e considerando la Chiesa postpatristica fino ad oggi in progressiva decadenza; e quella di strumentalizzare il dato storico in una attualizzazione arbitraria, che non tiene conto del legittimo progresso e dell'oggettività della situazione. 56. d) Motivi scientifici ed anche pratici, come per es. un impiego più razionale di tempo, suggeriscono la convenienza della collaborazione tra le discipline interessate più direttamente ai Padri. Il contatto interdisciplinare ha il suo locus primario nella dogmatica, dove si opera la sintesi, ma possono beneficiarne anche altre numerose discipline (teologia morale, teologia spirituale, liturgia e, in modo particolare, Sacra Scrittura) che hanno bisogno di arricchirsi e di rinnovarsi mediante il ricorso alle fonti patristiche. I modi concreti di tale collaborazione varieranno secondo le circostanze; altre possibilità ed esigenze si hanno, a tale riguardo, a livello dei corsi istituzionali ed altre nei corsi accademici di specializzazione. 3. ESPOSIZIONE DELLA MATERIA 57. a) La materia, oggetto del corso di Patristica‑Patrologia, è quella codificata dalla prassi scolastica e trattata dai classici libri di testo: la vita, gli scritti e la dottrina dei Padri e degli scrittori ecclesiastici dell'antichità cristiana; o, in altre parole, il profilo biografico dei Padri e l'esposizione letteraria, storica e dottrinale dei loro scritti. La vastità della materia impone però, a tale riguardo, la necessità di limitarne l'ampiezza, ricorrendo a certe scelte. 58. b) Il docente dovrà innanzitutto trasmettere agli alunni l'amore dei Padri e non solo la conoscenza. Per fare questo non sarà tanto necessario insistere nelle notizie bibliografiche, quanto nel contatto con le fonti. A questo scopo, si dovrà operare una scelta tra i diversi modi di presentare la materia, che sostanzialmente sono i quattro seguenti: 1. quello analitico, che comporta lo studio dei singoli Padri: modo, questo, pressoché impossibile, dato il numero di essi e il tempo necessariamente ristretto riservato a questo insegnamento; 2. quello panoramico, che si propone di dare uno sguardo generale sull'epoca patristica ed i suoi rappresentanti: modo utile per una introduzione iniziale ma non per un contatto con le fonti e un approfondimento di esse; 3. quello monografico che insiste su qualcuno dei Padri tra i più rappresentativi, particolarmente adatto per insegnare in concreto il metodo di avvicinarli e di approfondirne il pensiero; 4. finalmente quello tematico che prende in esame qualche argomento fondamentale e ne segue lo sviluppo attraverso le opere patristiche. 59. c) Fatta questa prima scelta occorrerà farne un'altra, quella dei testi da leggere, esaminare, spiegare. È preferibile che la scelta cada in un primo tempo su testi che trattano prevalentemente questioni teologiche, spirituali o pastorali o catechetiche o sociali, che sono, in genere, i più attraenti e i più facili, lasciando quelli dottrinali che sono i più difficili, per un secondo momento. Essi saranno studiati accuratamente nell'incontro continuo tra docente e studente, nelle lezioni, nei colloqui, nei seminari, nelle informazioni. Nascerà così quella familiarità con i Padri che è il frutto migliore dell'insegnamento. Il vero coronamento dell'opera formativa si raggiunge, però, soltanto se lo studente arriva a farsi qualche amico tra i Padri e ad assimilarne lo spirito. 60. d) Gli studi patristici non possono fare a meno di una solida conoscenza della storia della Chiesa che rende possibile una visione unitaria dei problemi, degli avvenimenti, delle esperienze, delle acquisizioni dottrinali, spirituali, pastorali e sociali nelle varie epoche. In tal modo, ci si rende conto del fatto che il pensiero cristiano, se comincia con i Padri, non finisce con loro. Ne segue che lo studio della patristica e della patrologia non può prescindere dalla tradizione posteriore, compresa quella scolastica, in particolare per ciò che riguarda la presenza dei Padri in questa tradizione. Solo in questo modo si può vedere l'unità e lo sviluppo che vi sono in essa ed anche comprendere il senso del ricorso al passato. Esso, infatti, apparirà non come un inutile archeologismo, ma come uno studio creativo che ci aiuta a conoscere meglio i nostri tempi ed a preparare il futuro. IV. DISPOSIZIONI PRATICHE Come risulta da quanto è stato esposto sopra, gli studi patristici costituiscono una componente essenziale e una tematica stimolante dell'insegnamento teologico e dell'intera formazione sacerdotale. Si rende, pertanto, necessario prendere gli opportuni provvedimenti per promuoverli, affinché possano occupare nei Seminari e nelle Facoltà teologiche un posto rispondente alla loro importanza. 61. 1. Toccando, questi studi, direttamente il fine dell'insegnamento teologico, essi devono essere considerati come disciplina principale da insegnarsi a parte con il loro metodo e con la materia che è loro propria. Salvo restando quanto è stato detto sopra a proposito della «Patrologia» (n. 51), questa materia non si può identificare né con la Storia della Chiesa, né con la storia del dogma o, meno ancora, con la letteratura cristiana antica. 62. 2. Si dedichi alla Patrologia‑Patristica la dovuta attenzione nelle «Ratio institutionis sacerdotalis» e nei relativi programmi di studi, definendone accuratamente i contenuti ed i metodi ed assegnandole un sufficiente numero di ore settimanali. Non sembra eccessivo un insegnamento che si estenda, come minimo, per almeno tre semestri con due ore settimanali. 63. 3. Nelle Facoltà teologiche, oltre ai normali corsi istituzionali del I Ciclo, vengano organizzati seminari con opportune esercitazioni e promossi lavori scritti su temi patristici. Nel II Ciclo di specializzazione si abbia la cura di stimolare l'interesse scientifico degli studenti mediante corsi speciali ed esercitazioni, mediante cui essi possano acquisire un'approfondita conoscenza dei vari argomenti metodologici e dottrinali e prepararsi per il futuro ufficio d'insegnamento. Tali qualifiche potranno essere ulteriormente perfezionate nel III Ciclo con la preparazione delle tesi su argomenti patristici. 64. 4. Negli Istituti di formazione sacerdotale, all'insegnamento della Patrologia‑Patristica dovrà essere assegnato chi abbia conseguito la specializzazione in questa materia presso Istituti eretti a tale scopo, come per es., a Roma, l'Istituto Patristico «Augustinianum» e il Pontificio Istituto Superiore di Latinità (Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche). Conviene, infatti, che il docente abbia la capacità di accedere direttamente alle fonti con un giusto metodo in vista di una esposizione completa ed equilibrata del pensiero dei Padri, e di poter giudicare con criterio maturo le opere dei colleghi in materia, e sia in possesso delle qualità umane e religiose quale frutto della sua familiarità con i Padri da comunicare agli altri. 65. 5. V'è da notare che questa specializzazione non ha valore solo per l'insegnamento della Patrologia‑Patristica, ma è molto utile anche per l'insegnamento della teologia dogmatica, per svolgere con efficacia l'azione catechistica, spirituale e liturgica improntata alla sapienza e all'equilibrio etico‑spirituale dei Padri. 66. 6. È chiaro che lo studio dei Padri richiede altresì strumenti e sussidi adeguati, come per es. una biblioteca ben attrezzata dal punto di vista patristico (collezioni, monografie, riviste, dizionari), come anche la conoscenza delle lingue classiche e moderne. Date le note deficienze degli studi umanistici nelle scuole odierne, bisognerà fare il possibile per rafforzare nei nostri Istituti di formazione lo studio del greco e del latino. CONCLUSIONE 67. Questa Congregazione, facendosi eco della voce del Concilio e dei Sommi Pontefici, ha voluto richiamare l'attenzione degli Ecc.mi Vescovi e dei Superiori Religiosi su un argomento di grande importanza per la solida formazione dei sacerdoti, la serietà degli studi teologici, l'efficacia dell'azione pastorale nel mondo contemporaneo. Alla loro consapevole responsabilità e al loro grande amore alla Chiesa affida le considerazioni fatte e le disposizioni prese perché si tenda, per quanto è possibile, a realizzare l'ideale della formazione adatta ai presbiteri del nostro tempo, anche sotto questo aspetto. Infine, formula il voto che un più attento studio dei Padri porti tutti ad una maggiore assimilazione della Parola di Dio e ad una rinnovata giovinezza della Chiesa, che ebbe ed ha in essi i suoi maestri e i suoi modelli. Roma, dal Palazzo delle Congregazioni, il 10 novembre 1989, nella festa di San Leone Magno. WILLIAM Card. W. BAUM Prefetto † J0SÉ SARAIVA MARTINS Arciv. tit. di Tuburnica Segretario APPENDICE
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| 1988 Dim. rel. in scuola cattol. |
DIMENSIONE RELIGIOSA DELL'EDUCAZIONE NELLA SCUOLA CATTOLICAINTRODUZIONE 1. Il 28 ottobre 1965 il Concilio Vaticano II approvò la dichiarazione Gravissimum educationis sull'educazione cristiana. In essa venne delineato l'elemento caratteristico della scuola cattolica: «Questa, certo al pari delle altre scuole, persegue finalità culturali e la formazione umana dei giovani. Ma il suo elemento caratteristico è di dar vita ad un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità; di aiutare gli adolescenti perché nello sviluppo della propria personalità crescano nello stesso tempo secondo quella nuova creatura che in essi ha realizzato il battesimo; di coordinare, infine, l'insieme della cultura umana con il messaggio della salvezza, in modo che la conoscenza del mondo, della vita, dell'uomo che gli alunni via via acquistano «sia illuminata dalla fede».[1] Il Concilio autorizza dunque a sottolineare come caratteristica specifica della scuola cattolica, la dimensione religiosa: a) nell'ambiente educativo; b) nello sviluppo della personalità giovanile; c) nel coordinamento tra cultura e vangelo; d) in modo che tutto sia illuminato dalla fede. 2. È gia trascorso oltre un ventennio dalla dichiarazione conciliare, e pertanto, accogliendo suggerimenti pervenuti da più parti, la Congregazione per l'Educazione Cattolica rivolge cordiale invito agii Ecc.mi Ordinari locali e ai Rev.mi Superiori e alle Rev.me Superiore degli Istituti religiosi dediti alla educazione della gioventù, affinché vogliano esaminare se le direttive del Concilio sono state realizzate. L'occasione, anche secondo i voti espressi dalla Seconda Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1985, non deve andare perduta. All'esame devono seguire decisioni circa quanto si può e si deve fare, affinché le speranze della Chiesa, riposte nelle stesse scuole, condivise da molte famiglie ed alunni, trovino risposta efficace. 3. Per dare esecuzione alla dichiarazione conciliare, la Congregazione per l'Educazione Cattolica è intervenuta sui problemi di queste scuole. Con il documento La Scuola Cattolica[2] ha presentato un testo‑base circa l'identità e la missione di essa nel mondo d'oggi. Con il laico cottolico testimone della fede nella scuola[3] ha inteso valorizzare l'opera dei laici, che si affianca a quella, di grande valore, che hanno compiuto e compiono numerose famiglie religiose maschili e femminili. Il presente testo si basa sulle stesse fonti, opportunamente aggiornate, dei precedenti documenti, con i quali ha stretto legame.[4] 4. In fedeltà al tema proposto, si tratterà solo delle scuole cattoliche, cioè di tutte le scuole e gli istituti di istruzione e di educazione di qualsiasi ordine e grado pre‑universitario dipendenti dall'autorità ecclesiastica, diretti alla formazione della gioventù laica, operanti nell'area di competenza di questo Dicastero. Si è consapevoli di lasciare senza risposta altri problemi. Si è preferito concentrare l'attenzione su uno piuttosto che disperderla su molti. Si confida che, a tempo opportuno, vi sarà anche spazio per gli altri.[5] 5. Le pagine che seguono offrono orientamenti di carattere generale. Infatti, le situazioni storiche, ambientali, personali sono differenti da luogo a luogo, da scuola a scuola, da classe a classe. La Congregazione rivolge, pertanto, preghiera ai responsabili delle scuole cattoliche: vescovi, superiori e superiore religiosi, direttori di istituti, affinché vogliano ripensare e adattare tali orientamenti generali a quelle condizioni locali, che solo essi ben conoscono. 6. Le scuole cattoliche sono anche frequentate da alunni non cattolici e non cristiani. Anzi, in certi Paesi, essi sovente costituiscono una larga maggioranza. Il Concilio ne aveva preso atto.[6] Sarà quindi rispettata la libertà religiosa e di coscienza degli alunni e delle famiglie. È libertà fermamente tutelata dalla Chiesa.[7] Da parte sua, la scuola cattolica non può rinunciare alla libertà di proporre il messaggio evangelico e di esporre i valori dell'educazione cristiana. È suo diritto e dovere. Dovrebbe essere chiaro a tutti che esporre o proporre non equivale ad imporre. L'imporre, infatti, contiene una violenza morale che lo stesso messaggio evangelico e la disciplina della Chiesa risolutamente escludono.[8] PARTE PRIMA: I GIOVANI D'OGGI DI FRONTE ALLA DIMENSIONE RELIGIOSA DELLA VITA 1. La gioventù in un mondo che cambia 7. Il Concilio ha proposto una realistica analisi della situazione religiosa del nostro tempo;[9] anzi ha fatto riferimento espresso alla condizione giovanile.[10] Altrettanto devono fare gli educatori. Qualsiasi metodo si usi, si tenga presente di far tesoro dei risultati delle ricerche sui giovani del proprio ambiente, senza dimenticare che le nuove generazioni sono, per certi aspetti, diverse da quelle cui si riferiva il Concilio. 8. Un gran numero di scuole cattoliche si trova in quelle parti del mondo dove sono in atto cambiamenti profondi di mentalità e di vita. Si tratta di grandi aree urbanizzate, industrializzate, avanzanti nella cosiddetta economia terziaria. Sono caratterizzate da larga disponibilità di beni di consumo, molteplici opportunità di studio, complessi sistemi di comunicazione. I giovani vengono a contatto con i mass‑media fin dai primi anni di vita. Ascoltano opinioni di ogni genere. Sono informati precocemente su tutto. 9. Attraverso tutti i canali possibili, fra i quali la scuola, sono messi a contatto con informazioni molto divergenti senza che siano in grado di portarvi ordine o di fare sintesi. Non hanno ancora o non sempre, infatti, la capacità critica per distinguere ciò che è vero e buono da ciò che non lo è, né sempre dispongono di punti di riferimento religioso e morale per assumere una posizione indipendente e giusta di fronte alle mentalità e ai costumi dominanti. Il profilo del vero, del bene e del bello, è reso talmente sfumato che i giovani non sanno in quale direzione volgersi; e se anche credono ancora in alcuni valori, sono tuttavia incapaci di dare ad essi una sistemazione, e spesso sono inclini a seguire la propria filosofia, secondo il gusto dominante. I mutamenti non avvengono dappertutto allo stesso modo e con lo stesso ritmo. In ogni caso, alle scuole interessa esplorare in loco il comportamento religioso dei giovani per conoscere che cosa pensano, come vivono, come reagiscono là dove i cambiamenti sono profondi, dove stanno iniziando, dove sono respinti dalle culture locali, ma arrivano ugualmente sulle onde delle comunicazioni, che non hanno confini.. 2. La condizione giovanile 10. Pur nella grande diversità di situazioni ambientali, i giovani manifestano caratteristiche comuni degne di attenzione da parte degli educatori. Molti di essi vivono in una grande instabilità. Da una parte, si trovano in un universo unidimensionale nel quale non si prende sul serio che ciò che è utile e, soprattutto, ciò che offre risultati pratici e tecnici. Da un'altra parte, essi sembrano avere già superato questo stadio: un po' dappertutto si costata una volontà di uscirne. 11. Molti altri giovani vivono in un ambiente povero di relazioni e soffrono, pertanto, di solitudine e di mancanza di affetto. È un fenomeno universale, malgrado le differenze fra le condizioni di vita nelle situazioni di oppressione, nello sradicamento delle bidonvilles e nelle fredde dimore del mondo prospero. Si nota, più che in altri tempi, la depressione dei giovani, e ciò testimonia senza dubbio la grande povertà di relazioni nella famiglia e nella società. 12. Una larga fascia di giovani è preoccupata per l'insicurezza del proprio avvenire. Ciò è dovuto al fatto che facilmente slittano verso l'anarchia di valori umani, ormai sradicati da Dio e divenuti esclusiva proprietà dell'uomo. Questa situazione crea in essi una certa paura legata evidentemente ai grandi problemi del nostro tempo, quali il pericolo atomico, la disoccupazione, l'alta percentuale delle separazioni e dei divorzi, la povertà, ecc. La paura e l'insicurezza dell'avvenire implicano, oltre tutto, una forte tendenza alla privatizzazione e favoriscono nello stesso tempo, là dove i giovani sono riuniti, la violenza non solo verbale. 13. Non sono pochi i giovani, i quali, non sapendo dare un senso alla vita, pur di fuggire la solitudine fanno ricorso all'alcool, alla droga, all'erotismo, a esotiche esperienze, ecc. L'educazione cristiana ha, in questo campo, un grande compito da svolgere nei confronti della gioventù: aiutarla a dare un significato alla vita. 14. L'instabilità dei giovani si accentua nel rapporto col tempo; le loro decisioni mancano di solidità: dal «sì» di oggi passano con estrema facilità al «no» di domani. Una vaga generosità, infine, caratterizza molti giovani. Si vedono sbocciare movimenti mossi da grande entusiasmo, non sempre ordinato però secondo un'ottica definita, né illuminata dall'interno. È importante, allora, valorizzare quelle energie potenziali e orientarle opportunamente con la luce della fede. 15. In qualche regione, una ricerca particolare potrebbe riguardare il fenomeno dell'allontanamento di molti giovani dalla fede. Il fenomeno, sovente, comincia con il graduale abbandono della pratica religiosa. Col passare del tempo, si accompagna con l'ostilità verso le istituzioni ecclesiastiche e con una crisi di consenso circa le verità di fede e i valori morali connessi, specialmente in quei Paesi dove l'educazione generale è laica o addirittura atea. Sembra che il fenomeno si manifesti più frequentemente nelle zone ad alto sviluppo economico e con rapidi mutamenti culturali e sociali. Talvolta, non è fenomeno recente. Avvenuto nei padri, si trasmette alle nuove generazioni. Non è più crisi personale, ma crisi religiosa di una civiltà. Si è parlato di «rottura tra vangelo e cultura».[11] 16. L'allontanamento assume spesso l'aspetto di totale indifferenza religiosa. Gli esperti si chiedono se certi comportamenti giovanili possano interpretarsi come sostitutivi per riempire il vuoto religioso: culto pagano del corpo, fuga nella droga, colossali «riti di massa» che possono esplodere in forme di fanatismo e di alienazione. 17. Gli educatori non si limiteranno ad osservare i fenomeni, ma ne ricercheranno le cause. Forse vi sono carenze al punto di partenza, ossia nell'ambiente familiare. Forse vi è insufficiente proposta nella comunità ecclesiale. La formazione cristiana dell'infanzia e della prima adolescenza non regge sempre agli urti dell'ambiente. Forse è chiamata in causa, talvolta, la stessa scuola cattolica. 18. Vi sono numerosi aspetti positivi e molto promettenti. In una scuola cattolica, come peraltro in altre scuole, si possono trovare giovani esemplari nel comportamento religioso, morale, scolastico. Studiando le ragioni di questa esemplarità, appare spesso un ottimo terreno familiare, coadiuvato dalla comunità ecclesiale e dalla scuola stessa. Un complesso di condizioni aperto all'opera interiore della grazia. Vi sono altri giovani che cercano una religiosità più consapevole, che si interrogano sul senso della vita e scoprono nel vangelo le risposte alle loro inquietudini. Altri ancora, superando crisi di indifferenza e di dubbio, si avvicinano o si riavvicinano alla vita cristiana. Queste realtà positive sono segni di speranza che la religiosità giovanile può crescere in estensione e profondità. 19. Ci sono anche giovani per i quali la permanenza nella scuola cattolica ha scarsa incidenza sulla loro vita religiosa; mostrano atteggiamenti non positivi verso le esperienze principali della pratica cristiana - preghiera, partecipazione alla santa messa, frequenza ai sacramenti - o addirittura qualche forma di rigetto, soprattutto nei confronti della religione di Chiesa. Potremmo avere scuole ineccepibili sotto il profilo didattico, ma difettose nella testimonianza e nella chiara proposta di autentici valori. In questi casi risulta evidente, dal punto di vista pedagogico - pastorale, la necessità di una revisione non solo della metodologia e dei contenuti educativo - religiosi, ma anche del progetto globale in cui si sviluppa tutto il processo educativo degli alunni. 20. Si dovrebbe conoscere meglio la qualità della domanda religiosa giovanile. Non pochi si chiedono che cosa valga tanta scienza e tecnologia, se tutto può finire in una ecatombe nucleare; riflettono sulla civiltà che ha inondato il mondo di «cose», anche belle e utili, e si interrogano se il fine dell'uomo consista nell'avere molte «cose», oppure in altro che vale molto di più; rimangono scossi per l'ingiustizia che divide popoli liberi e ricchi da popoli poveri e senza libertà. 21. In molti giovani, la posizione critica verso il mondo diventa domanda critica verso la religione, per sapere se essa possa rispondere ai problemi dell'umanità. In molti, vi è una domanda esigente di approfondire la fede e di vivere con coerenza. Si aggiunga una domanda operante di impegno responsabile nell'azione. Gli osservatori valuteranno il fenomeno dei gruppi giovanili e dei movimenti di spiritualità, apostolato, servizio. Segno che i giovani non si accontentano di parole, ma vogliono fare qualcosa che valga per sé per gli altri. 22. La scuola cattolica accoglie milioni di giovani di tutto il mondo[12] figli delle loro stirpi, nazionalità, tradizioni, famiglie e anche figli del nostro tempo. Ogni alunno porta in sé i segni della sua origine e individualità. Questa scuola non si limita ad impartire lezioni, ma attua un progetto educativo illuminato dal messaggio evangelico e attento alle esigenze dei giovani d'oggi. La conoscenza esatta della realtà suggerisce i comportamenti educativi migliori. 23. Secondo i casi, si deve ricominciare dai fondamenti; integrare quello che gli alunni hanno assimilato; dare risposte alle domande che salgono dal loro spirito inquieto e critico; abbattere il muro dell'indifferenza; aiutare quelli già bene educati a raggiungere una «via migliore» e dare loro una scienza alleata della sapienza cristiana.[13] Le forme e la gradualità nello svolgere il progetto educativo sono, quindi, condizionate e guidate dal livello di conoscenza delle condizioni personali degli alunni.[14] PARTE SECONDA: DIMENSIONE RELIGIOSA DELL'AMBIENTE 1. Idea di ambiente educativo cristiano 24. Nella pedagogia attuale come in quella del passato, si dà molto rilievo all'ambiente educativo. Esso è l'insieme di elementi coesistenti e cooperanti, tali da offrire condizioni favorevoli al processo formativo. Ogni processo educativo si svolge in certe condizioni di spazio e di tempo, in presenza di persone che agiscono e interagiscono fra loro, seguendo un programma razionalmente ordinato e liberamente accettato. Quindi, persone, spazio, tempo, rapporti, insegnamento, studio, attività diverse, sono elementi da considerare in una visione organica dell'ambiente educativo. 25. Fin dal primo giorno di entrata in una scuola cattolica, l'alunno deve ricevere l'impressione di trovarsi in un ambiente nuovo, illuminato dalla luce della fede, con caratteristiche originali. Il Concilio le ha compendiate in un ambiente permeato dello spirito evangelico di carità e libertà.[15] Tutti devono poter percepire nella scuola cattolica la presenza viva di Gesù «Maestro», che oggi come sempre cammina sulla strada della storia, e che è l'unico «Docente» e l'Uomo perfetto in cui tutti i valori umani trovano la loro piena valorizzazione. Occorre passare dall'ispirazione ideale alla realtà. Lo spirito evangelico deve manifestarsi in uno stile cristiano di pensiero e di vita, che pervade ogni elemento dell'ambiente educativo. L'immagine del crocifisso nell'ambiente ricorderà a tutti, educatori ed allievi, questa presenza suggestiva e familiare di Gesù « Maestro », che nella croce ci ha dato l'insegnamento più sublime e completo. 26. La prima responsabilità nel creare l'originale stile cristiano spetta agli educatori, come persone e come comunità. La dimensione religiosa dell'ambiente si manifesta attraverso l'espressione cristiana di valori, quali la parola, i segni sacramentali, i comportamenti, la stessa presenza serena e amica, accompagnata da amabile disponibilità. Da questa testimonianza quotidiana gli alunni capiranno quale sia l'originalità dell'ambiente a cui è andata la loro giovinezza. Se così non fosse, poco o nulla rimarrebbe di una scuola cattolica. 2. La scuola cattolica come ambiente fisico 28. A creare un ambiente gradevole concorre l'idonea struttura dell'edificio, con zone riservate alle attività didattiche, a quelle ricreative e sportive, ad altre iniziative, come incontri di genitori, di professori, lavori associativi, ecc. Le possibilità, però, sono differenti da luogo a luogo. Con realismo occorre ammettere che vi sono edifici privi di funzionalità e comodità. Tuttavia, gli alunni si troveranno ugualmente a loro agio in un ambiente umanamente e spiritualmente ricco, anche se materialmente modesto. 29. La testimonianza della scuola cattolica, improntata a semplicità e povertà evangelica, non compromette l'adeguata rotazione di materiale didattico. L'accelerazione del progresso tecnologico esige che le scuole siano corredate di apparecchiature talvolta complesse e costose. Non è un lusso, ma un dovere fondato sulla finalità didattica della scuola. Le scuole della Chiesa hanno perciò diritto di essere sostenute anche nel loro aggiornamento didattico.[16] Persone ed enti dovrebbero compiere una necessaria opera di sostegno. Da parte loro, gli alunni si sentiranno responsabili nell'aver cura della loro scuola - casa, per conservarla nelle migliori condizioni di ordine e proprietà. La cura dell'ambiente rientra nell'educazione ecologica ogni giorno più sentita e necessaria. Nella organizzazione e nello sviluppo della scuola cattolica come «casa», sarà di notevole aiuto la coscienza della presenza in essa di Maria Santissima, Madre e Maestra della Chiesa, che ha seguito la crescita in sapienza e in grazia del suo Figlio e, fin dall'inizio, ha accompagnato la Chiesa nella sua missione di salvezza. 30. Ai fini educativi contribuisce molto la collocazione dell'edificio della chiesa, non come corpo estraneo, ma come luogo familiare ed intimo, dove i giovani credenti incontrano la presenza del Signore: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni».[17] Dove, inoltre, celebrano con particolare cura le liturgie programmate nell'ambito scolastico in armonia con la comunità ecclesiale. 3. La scuola cattolica come ambiente ecclesiale educante 31. La dichiarazione Gravissimum educationis[18] segna una svolta decisiva nella storia della scuola cattolica: il passaggio dalla scuola - istituzione alla scuola - comunità. La dimensione comunitaria è specialmente frutto della diversa coscienza di Chiesa che il Concilio ha raggiunto; la dimensione comunitaria come tale non è, nel testo conciliare, una semplice categoria sociologica, ma è soprattutto teologica. Rientra così nella visione di Chiesa come popolo di Dio trattata nel capitolo secondo della Lumen gentium. La Chiesa, riflettendo sulla missione affidatale dal Signore, individua progressivamente gli strumenti pastorali più fecondi per l'annuncio evangelico e la promozione integrale dell'uomo. In questo quadro va vista anche la scuola cattolica, che svolge un vero specifico servizio pastorale, poiché opera una mediazione culturale, fedele alla novità evangelica e, nello stesso tempo, rispettosa dell'autonomia e della competenza proprie della ricerca scientifica. 32. Della scuola - comunità fanno parte tutti coloro che vi sono direttamente coinvolti: gli insegnanti, il personale direttivo, amministrativo e ausiliario, i genitori, figura centrale in quanto naturali e insostituibili educatori dei propri figli, e gli alunni, compartecipi e responsabili quali veri protagonisti e soggetti attivi del processo educativo.[19] La comunità scolastica nel suo insieme - con diversità di ruoli ma convergenza di fini - riveste le caratteristiche della comunità cristiana, essendo luogo permeato di carità. 33. La scuola cattolica ha avuto dunque dal Concilio una identità ben definita: possiede tutti gli elementi che le consentono di essere riconosciuta non solo come un mezzo privilegiato per rendere presente la Chiesa nella società, ma anche come vero e proprio soggetto ecclesiale. Essa stessa è quindi luogo di evangelizzazione, di autentico apostolato, di azione pastorale, non già in forza di attività complementari o parallele o parascolastiche, ma per la natura stessa della sua azione direttamente rivolta all'educazione della personalità cristiana. Su questo punto è illuminante l'insegnamento del Santo Padre Giovanni Paolo II, per il quale «la scuola cattolica non è un fatto marginale o secondario nella missione pastorale del Vescovo. Non la si può interpretare unicamente come una funzione di supplente nei confronti della scuola statale».[20] 34. La scuola cattolica trova la vera giustificazione nella missione stessa della Chiesa; si basa su un progetto educativo in cui si fondano in armonia la fede, la cultura, la vita. Per mezzo di essa la Chiesa particolare evangelizza, educa, collabora alla edificazione di un costume moralmente sano e forte nel popolo. Lo stesso Pontefice, inoltre, ha affermato che «la necessità della scuola cattolica si pone in tutta la sua chiara evidenza quale contributo allo sviluppo della missione del popolo di Dio, al dialogo tra Chiesa e comunità degli uomini, alla tutela della libertà di coscienza...». Soprattutto, per il Pontefice la scuola cattolica tende al raggiungimento di due obiettivi: essa, «infatti, punta di per sé allo scopo di condurre l'uomo alla sua perfezione umana e cristiana, alla sua maturità di fede. Per i credenti nel messaggio di Cristo, sono due facce di un'unica realtà».[21] 35. La maggior parte delle scuole cattoliche dipende da istituti di vita consacrata, i quali arricchiscono l'ambiente scolastico con i valori della loro comunità di consacrati. I loro membri offrono la vita al servizio degli alunni, senza personali interessi, convinti di servire, in loro, il Signore.[22] Nella stessa loro vita comunitaria esprimono visibilmente la vita della Chiesa che prega, lavora e ama. Queste persone portano alla scuola la ricchezza della loro tradizione educativa, modellata sul carisma originario, e offrono una preparazione professionale accurata, richiesta dalla vocazione educativa. Esse illuminano il loro operare con la forza e la dolcezza della propria consacrazione. Gli alunni comprenderanno il valore della loro testimonianza. Anzi, si affezioneranno a questi educatori, che sanno conservare il dono di una perenne giovinezza spirituale. L'affetto durerà molto tempo ancora, finiti gli anni della scuola. 36. La Chiesa incoraggia la consacrazione di chi intende vivere il proprio carisma educativo.[23] Invita gli educatori a non desistere dalla loro opera, anche quando è accompagnata da sofferenze e persecuzioni. Anzi, desidera e prega, affinché molti altri seguano la loro speciale vocazione. Se dubbi e incertezze dovessero affiorare, se le difficoltà dovessero moltiplicarsi, essi devono tornare alle origini della loro consacrazione, che è una forma di olocausto.[24] Olocausto accettato «nella perfezione dell'amore, che è lo scopo della vita consacrata».[25] Tanto più ricco di merito, in quanto si consuma al servizio della gioventù, speranza della Chiesa. 37. Anche gli educatori laici, non meno che i sacerdoti e i religiosi, offrono alla scuola cattolica l'apporto della loro competenza e testimonianza di fede. Questa testimonianza laicale, vissuta in forma ideale, è esempio concreto per la vocazione della maggioranza degli allievi. Agli educatori laici la Congregazione ha dedicato un apposito documento,[26] concepito come appello alla responsabilità apostolica dei laici in campo educativo e quindi come partecipazione fraterna ad una comune missione, che trova il suo punto di congiunzione nell'unità della Chiesa. In essa, tutti sono membri attivi e cooperanti, nell'uno e nell'altro campo di azione, anche vivendo in stati diversi di vita, secondo la vocazione di ognuno. 38. Ne consegue che la Chiesa fondi sue scuole e le affidi a laici; oppure che laici fondino delle scuole. In ogni caso, il riconoscimento di scuola cattolica è riservato all'autorità competente.[27] In tali evenienze, i laici avranno come prima preoccupazione quella di creare ambienti comunitari permeati dello spirito evangelico di carità e libertà, testimoniato nella loro stessa vita. 39. La comunità educante opera tanto più efficacemente quanto più si rafforza nell'ambiente la volontà di partecipazione. Il progetto educativo deve interessare ugualmente educatori, giovani, famiglie, in modo che ognuno possa svolgere la sua parte, sempre in spirito evangelico di carità e libertà. I canali di comunicazione, quindi, devono essere aperti in ogni direzione tra quanti sono interessati alla vita della scuola. Un ambiente positivo favorisce gli incontri. A sua volta, la discussione fraterna dei problemi comuni arricchisce l'ambiente. Di fronte ai problemi di vita quotidiana, forse complicati da incomprensioni e tensioni, la volontà di partecipare al programma educativo comune può sbloccare difficoltà e conciliare punti di vista diversi. La volontà di partecipazione facilita le decisioni da assumere in armonia con il progetto educativo e, nel rispetto dell'autorità, rende anche possibile la valutazione critica circa l'andamento della scuola, con il concorso di educatori, alunni, famiglie, nel comune intento di operare per il bene di tutti. 40. Il clima comunitario nelle scuole primarie, in considerazione della peculiare condizione degli alunni, riprodurrà il più possibile l'ambiente intimo e caldo della famiglia. I responsabili avranno pertanto a cuore di favorire mutui rapporti improntati a grande confidenza e spontaneità. Saranno parimenti solleciti a instaurare stretta costante collaborazione con i genitori degli alunni. L'integrazione funzionale fra la scuola e la famiglia rappresenta, infatti, la condizione essenziale in cui vengono messe in luce e sviluppate tutte le potenzialità che gli alunni rivelano in rapporto con l'uno e con l'altro ambiente compresa la loro apertura al senso religioso e a ciò che tale apertura comporta. 41. La Congregazione desidera esprimere plauso e soddisfazioni a quelle diocesi che operano soprattutto attraverso le scuole primarie parrocchiali, ben meritevoli del sostegno di tutta la comunità ecclesiale, e a quegli istituti religiosi che sostengono, con evidenti sacrifici, le scuole primarie. Manifesta, altresì, vivo incoraggiamento a quelle diocesi e a quegli istituti religiosi che abbiano il desiderio e la volontà di farle sorgere. Non bastano il cinema, la ricreazione, il campo sportivo; la stessa aula di catechismo spesso non è sufficiente. Occorre, allora, proprio la scuola. Si arriva così ad un traguardo, che in alcuni Paesi è stato un punto di partenza. Là, infatti, si è iniziato con la scuola, per costruire quindi l'edificio sacro e promuovere la nuova comunità cristiana.[28] 4. La scuola cattolica come comunità aperta 42. La scuola cattolica ha interesse a continuare e a potenziare la collaborazione con le famiglie. Essa ha per oggetto non solo questioni scolastiche, ma tende soprattutto alla realizzazione del progetto educativo. La collaborazione si approfondisce quando si tratta di questioni delicate: educazione religiosa, morale, sessuale; orientamento alla professione; scelta di vocazioni speciali. La collaborazione non è imposta da motivi di opportunità, ma è fondata su ragioni di fede. La tradizione cattolica insegna che la famiglia è investita di una missione educativa, propria ed originale, che viene da Dio. 43. I genitori sono i primi e principali educatori dei figli.[29] La scuola ne è cosciente. Purtroppo, non sempre le famiglie lo sono. La scuola, allora, si assume anche il compito di illuminarle. Non si fa mai troppo in questa direzione. La via da seguire resta quella del servizio, dell'incontro, della collaborazione. Non di rado succede che, mentre si parla dei figli, si stimola la coscienza educativa dei genitori. Nello stesso tempo, la scuola cerca di coinvolgere maggiormente le famiglie nel progetto educativo, sia in fase di programmazione, sia in fase di verifica. L'esperienza insegna che genitori meno sensibili si sono trasformati in ottimi cooperatori. 44. «La presenza della Chiesa in campo scolastico si rivela in maniera particolare nella scuola cattolica».[30] Questa affermazione del Concilio ha valore storico e programmatico. In molti luoghi, da tempi lontani, le scuole della Chiesa sono sorte accanto ai monasteri, alle chiese cattedrali e parrocchiali. Segno visibile di presenza e di unità. La Chiesa ha amato le sue scuole, dove assolve il compito di formare i suoi figli. Dopo averle istituite, mediante l'opera di vescovi, di innumerevoli famiglie di vita consacrata, di laici, non ha mancato di sostenerle nelle difficoltà di vario genere e di difenderle davanti a governi inclini ad abolirle o ad impadronirsene. Alla presenza della Chiesa nella scuola corrisponde quella della scuola nella Chiesa. È la logica conclusione di un impegno di reciprocità. La Chiesa, che è l'orizzonte preciso e invalicabile della Redenzione del Cristo, è anche il luogo dove la scuola cattolica si colloca come nella sua sorgente, riconoscendo nel Papa il centro e la misura dell'unità di tutta la comunità cristiana. L'amore e la fedeltà verso la Chiesa organizzano e animano la scuola cattolica. Gli educatori, uniti così tra loro in una generosa e umile comunione con il Papa, trovano la luce e la forza per un'autentica educazione religiosa. In termini pratici, il progetto educativo della scuola è aperto alla vita e ai problemi della Chiesa particolare e universale; attento al magistero ecclesiastico; disponibile alla collaborazione. Gli alunni cattolici sono aiutati ad inserirsi nella comunità parrocchiale e diocesana. Troveranno la forma di aderire ad associazioni e movimenti ecclesiali giovanili, collaborare ad iniziative locali. Nel rapporto diretto tra le scuole cattoliche, il vescovo e gli altri ministri della comunità ecclesiale si rafforzeranno la stima e la cooperazione reciproche. Intanto, l'interessamento delle Chiese particolari verso le scuole cattoliche si fa sempre, più vivo in varie parti del mondo.[31] 45. L'educazione cristiana esige rispetto verso lo Stato e i suoi rappresentanti, osservanza delle giuste leggi, ricerca del bene comune. Quindi, tutte le cause nobili: libertà, giustizia, lavoro, progresso, sono presenti nel progetto educativo e sinceramente sentite nell'ambiente della scuola. Avvenimenti e celebrazioni nazionali dei rispettivi Paesi hanno la dovuta risonanza. Allo stesso modo, sono presenti e sentiti i problemi della società internazionale. Per l'educazione cristiana l'umanità è una grande famiglia, forse divisa per ragioni storiche e politiche, ma sempre unita in Dio, Padre di tutti. Quindi, gli appelli che provengono dalla Chiesa e chiedono pace, giustizia, libertà, progresso per tutti i popoli e aiuto fraterno per le genti meno fortunate, hanno nella scuola convinta accoglienza. Trovano pure spazi analoghi appelli di autorevoli organismi internazionali come l'ONU e l'UNESCO. 46. L'apertura civile delle scuole cattoliche è un dato di fatto, che ognuno può accertare. Quindi, governi e opinione pubblica dovrebbero riconoscere l'opera di queste scuole come reale servizio alla società. Non è leale accettare il servizio e ignorare o combattere il servitore. Fortunatamente la comprensione per le scuole cattoliche sembra in via di miglioramento, almeno in un buon numero di Stati.[32] Vi sono indizi che i tempi maturano, come dimostra una recente inchiesta fatta dalla Congregazione. PARTE TERZA: DIMENSIONE RELIGIOSA DELLA VITA E DEL LAVORO SCOLASTICO 1. Dimensione religiosa della vita scolastica 47. Gli alunni impiegano la maggior parte delle loro giornate e della loro giovinezza nella vita e nel lavoro di scuola. Spesso si identifica «scuola» con «insegnamento». In realtà l'insegnamento dalla cattedra è solo parte della vita scolastica. In armonia con l'attività didattica svolta dall'insegnante, c'è la partecipazione attiva dell'alunno che lavora individualmente e comunitariamente: studio, ricerche, esercizi, attività parascolastiche, esami, rapporti con insegnanti e compagni, attività di gruppo, assemblee di classe e di istituto. Nella complessa vita scolastica, la scuola cattolica, perfettamente affine alle altre scuole, differisce da loro su un punto sostanziale: essa è ancorata al vangelo dal quale trae ispirazione e forza. Il principio che nessun atto umano è moralmente indifferente di fronte alla coscienza e a Dio trova applicazione puntuale nella vita scolastica. Quindi, lavoro di scuola accolto come dovere e svolto con buona volontà; coraggio e perseveranza nei momenti difficili; rispetto verso chi insegna; lealtà e carità verso i compagni; sincerità, tolleranza, bontà con tutti. 48. Non è solo progresso educativo umano, ma vero itinerario cristiano, orientato verso la perfezione. L'alunno, religiosamente sensibile, sa di compiere la volontà di Dio nella fatica e nei rapporti umani di ogni giorno. Sa di seguire l'esempio del Maestro, che ha occupato la giovinezza col lavoro e ha fatto del bene a tutti.[33] Altri studenti, privi di questa dimensione religiosa, non potranno ricavare frutti benefici e rischiano di vivere superficialmente gli anni più belli della giovinezza. 49. Nel quadro della vita scolastica merita un cenno speciale il lavoro intellettuale dell'alunno. Questo lavoro non va disgiunto dalla vita cristiana, intesa come adesione all'amore di Dio e compimento della sua volontà. La luce della fede cristiana stimola la voglia di conoscere l'universo creato da Dio. Accende l'amore della verità, che esclude la superficialità nell'apprendere e nel giudicare. Ravviva il senso critico che rifiuta l'accettazione ingenua di molte affermazioni. Guida all'ordine, al metodo, alla precisione, segno di una mente ben fatta, che lavora con senso di responsabilità. Sostiene il sacrificio e la perseveranza richiesti dal lavoro intellettuale. Nelle ore di fatica, lo studente cristiano ricorda la legge della Genesi[34] e l'invito del Signore.[35] 50. Il lavoro intellettuale, arricchito di questa dimensione religiosa, opera, quindi, in più direzioni: stimola con nuovi interessi il rendimento scolastico; rafforza la formazione della personalità cristiana; arricchisce l'alunno di merito soprannaturale. Sarebbe triste, se i giovani andati alle scuole della Chiesa affrontassero tante fatiche, ignorando queste realtà. 2. Dimensione religiosa della cultura scolastica 51. La crescita del cristiano segue armonicamente il ritmo dello sviluppo scolastico. Col passare degli anni, nella scuola cattolica si impone, con esigenza crescente, il coordinamento tra cultura umana e fede.[36] In questa scuola, la cultura umana resta cultura umana, esposta con obiettività scientifica. Però l'insegnante e l'alunno credenti offrono e ricevono criticamente la cultura senza separarla dalla fede.[37] Se ciò accadesse, sarebbe come un impoverimento spirituale. Il coordinamento tra universo culturale umano e universo religioso si produce nell'intelletto e nella coscienza del medesimo uomo - credente. I due universi non sono parallele incomunicabili. I punti d'incontro, da individuare nella persona umana, protagonista della cultura e soggetto della religione, quando si cercano, si trovano.[38] Trovarli non è di competenza esclusiva dell'insegnamento religioso. Ad esso è dedicato un tempo limitato. Gli altri insegnamenti dispongono di molte ore ogni giorno. Tutti gli insegnanti hanno il dovere di agire concordemente. Ognuno svolgerà il suo programma con competenza scientifica, ma al giusto momento saprà aiutare gli alunni a guardare oltre l'orizzonte limitato delle realtà umane. Nella scuola cattolica e, analogamente, in ogni scuola, Dio non può essere il grande - assente o un intruso male accolto. Il Creatore dell'universo non intralcia il lavoro di chi vuole conoscere quello stesso universo, che la fede illumina di significati nuovi. 52. La scuola cattolica secondaria riserverà attenta cura alle «sfide» che la cultura pone alla fede. Gli studenti saranno aiutati a raggiungere quella sintesi di fede e di cultura che è necessaria per la maturazione del credente. Ma questo deve essere anche aiutato a individuare e rifiutare criticamente i disvalori culturali i quali attentano alla persona e perciò sono contrari al vangelo.[39] Nessuno si illude che i problemi della religione e della fede possono trovarne compiuta soluzione nella sola realtà scolastica. Si vuole, tuttavia, esprimere la convinzione che l'ambiente scolastico è la via privilegiata per affrontare in maniera adeguata i problemi sopra indicati. La dichiarazione Gravissimum educationis, in sintonia con la Gaudium et spes,[40] indica come una delle caratteristiche della scuola cattolica l'interpretazione e l'ordinamento della cultura umana alla luce della fede.[41] 53. L'ordinamento di tutta la cultura all'annuncio della salvezza, secondo le indicazioni del Concilio, non può certo significare che la scuola cattolica non debba rispettare l'autonomia e la metodologia proprie delle diverse discipline del sapere umano, e che essa potrebbe considerare le singole discipline come semplici ausiliarie della fede. Si vuole, invece, sottolineare che la giusta autonomia della cultura deve essere distinta da una visione autonomistica dell'uomo e del mondo, la quale neghi i valori spirituali o da essi prescinda. È indispensabile in questo campo avere presente che la fede, non identificandosi con alcuna cultura ed essendo indipendente rispetto a tutte le culture, è chiamata ad ispirare ogni cultura: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».[42] 54. Programmi e riforme scolastici di numerosi Paesi riservano spazio crescente all'insegnamento scientifico e tecnologico. A questo insegnamento non può mancare la dimensione religiosa. Gli alunni verranno aiutati a comprendere che il mondo delle scienze della natura, e le relative tecnologie, appartengono all'universo creato da Dio. Tale comprensione accresce il gusto della ricerca. Dai corpi celesti lontanissimi e dalle energie cosmiche smisurate, fino alle infinitesimali particelle ed energie della materia, tutto porta in sé l'impronta della sapienza e potenza del Creatore. La meraviglia antica dell'uomo biblico di fronte all'universo[43] è valida per lo studente moderno; con la differenza che questo possiede conoscenze più vaste e profonde. Non c'è contrasto tra fede e vera scienza della natura, perché Dio è sorgente prima dell'una e dell'altra. Lo studente che possiede l'una e l'altra nell'armonia del suo spirito sarà meglio disposto, nelle future prestazioni professionali, ad impiegare scienza e tecnica al servizio dell'uomo, e al servizio di Dio. È come restituire a lui quello che ci ha donato.[44] 55. La scuola cattolica deve impegnarsi a superare la frammentarietà e l'insufficienza dei programmi. Agli insegnanti di etnologia, biologia, psicologia, sociologia, filosofia si offre l'occasione per delineare una visione unitaria dell'uomo, bisognoso di redenzione, ed inserirvi la dimensione religiosa. Tutti gli alunni saranno aiutati a pensare l'uomo come essere vivente di natura fisica e spirituale, con anima immortale. I più grandi arriveranno ad un concetto più maturo di persona con tutto ciò che le compete: intelligenza, volontà, libertà, sentimenti, capacità operative e creative, diritti e doveri, rapporti sociali, missione nel mondo e nella storia. 56. Questa comprensione dell'uomo è caratterizzata dalla dimensione religiosa. L'uomo ha dignità e grandezza, sopra ogni altra creatura, perché opera di Dio, elevato all'ordine soprannaturale come figlio di Dio, quindi con un'origine divina e un destino eterno, che trascende questo universo.[45]L'insegnante di religione trova la via preparata per la presentazione organica dell'antropologia cristiana. 57. Ogni popolo ha ereditato un patrimonio sapienziale. Molti si ispirano a concezioni filosofico - religiose di millenaria vitalità. Il genio sistematico ellenico ed europeo ha generato nei secoli una moltitudine di dottrine, ma anche un sistema di verità che è stato riconosciuto come filosofia perenne. La scuola cattolica fa propri i programmi vigenti, ma li accoglie nel quadro globale della prospettiva religiosa. Si possono indicare alcuni criteri: Rispetto verso l'uomo che cerca la verità, ponendosi i grandi problemi dell'esistenza.[46] Fiducia nella sua capacità di raggiungerla, almeno in una certa misura; non fiducia sentimentale, ma religiosamente giustificata, in quanto Dio, che ha creato l'uomo «a sua immagine e somiglianza» non gli ha negato l'intelligenza per scoprire la verità necessaria ad orientare la vita.[47] Senso critico nel giudicare e scegliere tra vero e non vero.[48] Attenzione ad un quadro sistematico, come quello offerto dalla filosofia perenne, per collocarvi le giuste risposte umane alle questioni che riguardano l'uomo, il mondo, Dio.[49] Scambio vitale tra culture dei popoli e messaggio evangelico.[50] Pienezza di verità contenuta nello stesso messaggio evangelico che accoglie, integra la saggezza dei popoli e li arricchisce con la rivelazione dei misteri divini che solo Dio conosce e che, per amore, ha voluto trasmettere all'uomo.[51] Così, nell'intelligenza degli alunni, che dallo studio della filosofia sono abituati a pensare in profondità, la saggezza umana si incontra con la sapienza divina. 58. L'insegnante guida il lavoro degli alunni in modo da far scoprire la dimensione religiosa nell'universo della storia umana. In via preliminare, farà sentire il gusto della verità storica e quindi il dovere della critica di programmi e di testi, talvolta imposti, da governi o manipolati secondo le ideologie degli autori. Poi condurrà gli alunni a concepire realisticamente la storia come il teatro delle grandezze e delle miserie dell'uomo.[52] Protagonista della storia è l'uomo che proietta nel mondo, ingigantiti, il bene e il male che porta in sé. La storia assume l'aspetto di una lotta tremenda fra queste due realtà.[53] Perciò la storia diventa oggetto di giudizio morale. Ma il giudizio deve restare sereno. 59. A questo fine, l'insegnante aiuta gli alunni a conquistare il senso dell'universalità della storia. Guardando le cose dall'alto, essi vedranno le conquiste della civiltà, del progresso economico, della libertà, della cooperazione tra i popoli. Tali conquiste rasserenano l'animo turbato dalle pagine oscure della storia. Non è ancora tutto. Nei giusti momenti, gli alunni verranno invitati a riflettere che la vicenda umana è attraversata dalla storia divina della salvezza universale. A questo punto la dimensione religiosa della storia comincerà ad apparire nella sua luminosa grandezza.[54] 60. L'estendersi dell'insegnamento scientifico e tecnico non deve emarginare quello umanistico: filosofia, storia, letteratura, arte. Ogni popolo, dalle lontane origini, ha elaborato e trasmesso il suo retaggio artistico e letterario. Riunendo queste ricchezze culturali, si ottiene il patrimonio dell'umanità. Così l'insegnante, mentre guida gli alunni al gusto estetico, li educa alla migliore conoscenza della grande famiglia umana. La via più semplice per palesare la dimensione religiosa nel mondo artistico e letterario, consiste nel partire dalle sue concrete espressioni. In ogni popolo, l'arte e la letteratura hanno avuto rapporto con le credenze religiose. Il patrimonio artistico e letterario cristiano, a sua volta, è di tale vastità che costituisce una visibile testimonianza della fede lungo secoli e millenni. 61. In particolare, le opere letterarie e artistiche disegnano vicende di popoli, famiglie, persone. Scavano nel profondo del cuore umano, ponendo in rilievo luci e ombre, speranze e disperazione. La prospettiva cristiana supera la visione puramente umana, offrendo criteri più penetranti per capire le vicende dei popoli e i misteri dell'anima.[55] Inoltre un'adeguata formazione religiosa è alla base di numerose vocazioni cristiane di artisti e di critici d'arte. Se poi la classe è matura, l'insegnante può condurre gli studenti ad una comprensione più profonda dell'opera d'arte, come forma sensibile che riflette la bellezza divina. Lo hanno insegnato Padri della Chiesa e maestri della filosofia cristiana nei loro interventi nel campo dell'estetica. Particolarmente S. Agostino e S. Tommaso: l'uno invita a trascendere l'intenzione dell'artista per cogliere nell'opera d'arte l'ordine eterno di Dio; l'altro contempla nell'opera d'arte la presenza del Verbo Divino.[56] 62. La scuola cattolica, che è particolarmente attenta ai problemi educativi, è di grande importanza per la società e per la Chiesa. I programmi statali prevedono sovente corsi di pedagogia, psicologia, didattica, in forma storica e sistematica. In tempi recenti le scienze dell'educazione si sono suddivise in un grande numero di specializzazioni e correnti. Inoltre, sono state invase da ideologie filosofiche e politiche. Gli alunni provano talvolta l'impressione di una confusa frammentarietà. Gli insegnanti delle scienze pedagogiche aiuteranno gli studenti a superare lo smarrimento e li guideranno a formarsi una sintesi critica. L'elaborazione di questa sintesi parte dalla premessa che ogni corrente pedagogica contiene cose vere ed utili. Occorre, quindi, conoscere, giudicare, scegliere. 63. Gli alunni saranno aiutati a scoprire che al centro delle scienze dell'educazione sta sempre la persona con le sue energie fisiche e spirituali; con le sue capacità operative e creative; con la sua missione nella società; con la sua apertura religiosa. La persona è intimamente libera. Non appartiene allo Stato o ad altre aggregazioni umane. Tutta l'opera educativa è quindi al servizio della persona, per aiutarla a realizzare la sua formazione completa. Sulla persona umana si innesta il modello cristiano, ispirato alla persona del Cristo. Questo modello, accogliendo i quadri dell'educazione umana, li arricchisce di doni, virtù, valori, vocazioni di ordine soprannaturale. Con esattezza scientifica si parla di educazione cristiana. La dichiarazione conciliare ne ha tracciato una lucida sintesi.[57] La buona conduzione dell'insegnamento pedagogico guida dunque gli alunni ad educare se stessi umanamente e cristianamente. È la migliore preparazione a divenire educatori di altri. 64. Il lavoro interdisciplinare introdotto nelle scuole cattoliche ottiene positivi risultati. Infatti, nel processo didattico si presentano temi e problemi che superano i limiti di singole discipline. Qui interessano i temi religiosi, che vengono facilmente posti in evidenza quando si tratta dell'uomo, della famiglia, della società, della storia. Gli insegnanti delle varie materie saranno preparati e disponibili a dare le giuste risposte. 65. L'insegnante di religione non è posto fuori gioco. Egli ha la missione di offrire un insegnamento sistematico; ma, nei limiti delle possibilità concrete, può essere invitato in altre classi a chiarire questioni di sua competenza; oppure egli stesso, su certi punti del suo insegnamento, vorrà invitare altri colleghi particolarmente esperti. In ogni caso, gli alunni riceveranno buone impressioni dalla fraterna cooperazione dei vari insegnanti intesa al solo scopo di aiutarli a crescere nelle conoscenze e nelle convinzioni. PARTE QUARTA: INSEGNAMENTO RELIGIOSO SCOLASTICO E DIMENSIONE RELIGIOSA DELL'EDUCAZIONE 1. Identità dell'insegnamento, religioso scolastico 66. La Chiesa ha la missione di evangelizzare, per trasformare nell'intimo e per rinnovare l'umanità.[58] Tra le vie di evangelizzazione, i giovani incontrano quella della scuola.[59] Conviene riflettere sulle affermazioni del magistero: «A fianco della famiglia e in collegamento con essa, la scuola offre alla catechesi possibilità non trascurabili ... Ciò si riferisce innanzi tutto - com'è evidente - alla scuola cattolica: meriterebbe questa ancora un tale nome se, pur brillando per un livello d'insegnamento assai elevato nelle materie profane le si potesse rimproverare, con fondati motivi, una negligenza o una deviazione nell'impartire l'educazione propriamente religiosa? Né si dica che questa sarebbe sempre data implicitamente, o in maniera indiretta! Il carattere proprio e la ragione profonda della scuola cattolica, per cui appunto i genitori cattolici dovrebbero preferirla, consistono precisamente nella qualità dell'insegnamento religioso integrato nell'educazione degli alunni».[60] 67. Possono alle volte affiorare incertezze, divergenze ed anche disagi a livello di impostazione teorica generale, e quindi di concreta azione operativa, circa le esigenze dell'insegnamento della religione nella scuola cattolica. Per un aspetto, la scuola cattolica è una «struttura civile» con mete, metodi e caratteristiche comuni ad ogni altra istituzione scolastica. Per altro aspetto, si presenta anche come «comunità cristiana» avendo alla base un progetto educativo con la radice nel Cristo e nel suo Vangelo. L'armonizzazione di questi due aspetti non è sempre facile e richiede una costante attenzione, perché non si verifichi un'antinomia a scapito della seria impostazione della cultura e della forte testimonianza del vangelo. 68. C'è un nesso inscindibile e, insieme, una chiara distinzione tra l'insegnamento della religione e la catechesi,[61] che è la traduzione del messaggio evangelico, una tappa della evangelizzazione. Il nesso si giustifica perché la scuola si mantenga a livello di scuola, tendente ad una cultura integrale e integrabile col messaggio cristiano. La distinzione è fondata sul fatto che la catechesi, a diversità dell'insegnamento religioso scolastico, presuppone prima di tutto l'accettazione vitale del messaggio cristiano come realtà salvifica. Il luogo specifico, inoltre, della catechesi è una comunità che vive la fede in uno spazio più vasto e per un periodo più lungo di quello scolastico, cioè per tutta la vita. 69. Di fronte al messaggio cristiano la catechesi mira a promuovere la maturazione spirituale, liturgica, sacramentale, apostolica, che si realizza soprattutto nella comunità ecclesiale locale. La scuola, invece, prendendo in considerazione gli stessi elementi del messaggio cristiano, mira a far conoscere ciò che di fatto costituisce l'identità del cristianesimo e ciò che i cristiani coerentemente si sforzano di realizzare nella loro vita. È da notare, però, che anche un insegnamento religioso rivolto ad alunni credenti non può che contribuire a rafforzarne la fede, come l'esperienza religiosa della catechesi rafforza la conoscenza del messaggio cristiano. Detto insegnamento ha cura, altresì, di sottolineare l'aspetto di razionalità che contraddistingue e motiva la scelta cristiana del credente e prima ancora l'esperienza religiosa dell'uomo in quanto tale. La distinzione tra l'insegnamento della religione e la catechesi non esclude che la scuola cattolica, come tale, possa e debba offrire il suo apporto specifico alla catechesi. Col suo progetto di formazione globalmente orientato in senso cristiano, tutta la scuola si inserisce nella funzione evangelizzatrice della Chiesa, favorendo e promovendo una educazione alla fede. 70. Il magistero recente ha insistito su un aspetto essenziale: «Il principio di fondo, che deve guidare l'impegno in questo delicato settore della pastorale, è quello della distinzione e insieme della complementarietà tra l'insegnamento della religione e la catechesi. Nelle scuole, infatti, si opera per la formazione integrale dell'alunno. L'insegnamento della religione dovrà pertanto, caratterizzarsi in riferimento agli obiettivi e ai criteri propri di una struttura scolastica moderna».[62] Toccherà ai responsabili tener conto di queste direttive del magistero e rispettare le caratteristiche distintive dell'insegnamento religioso scolastico. Esso, ad esempio, occupa un posto dignitoso in classe, tra gli altri insegnamenti; si svolge secondo un programma proprio, approvato dall'autorità competente, ricerca utili rapporti interdisciplinari con le altre materie, in modo da operare un coordinamento tra sapere umano e conoscenza religiosa; insieme agli altri insegnamenti tende alla promozione culturale degli alunni; si avvale dei migliori metodi didattici in atto nella scuola d'oggi; in alcuni Paesi, ha il diritto di esprimere valutazioni di profitto, con valore legale pari a quelle espresse in altre materie. L'insegnamento religioso scolastico trova doverosa integrazione nella catechesi offerta dalla parrocchia, dalla famiglia, dalle associazioni giovanili. 2. Alcuni presupposti all'insegnamento religioso scolastico 71. Non c'è da stupirsi se i giovani portano in classe ciò che sentono e vedono nei modelli di pensiero e di vita della gente. Portano impressioni ricevute dalla «civiltà delle comunicazioni». Alcuni, forse, dimostrano indifferenza e insensibilità. I programmi scolastici non entrano in questi aspetti che sono, però, ben presenti all'insegnante. Egli, quindi, da esperto accoglie gli alunni con simpatia e carità. Li accetta come sono. Spiega che dubbio e indifferenza sono fenomeni comuni e comprensibili. Poi li invita amichevolmente a cercare e a scoprire insieme il messaggio evangelico, fonte di gioia e serenità. A preparare il terreno[63]gioveranno la personalità e il prestigio dell'insegnante. Si aggiunga la sua vita interiore e la preghiera per coloro che gli sono stati affidati.[64] 72. Un modo efficace per sintonizzarsi con gli alunni è parlare con loro e lasciarli parlare. Nell'atmosfera di confidenza e cordialità potrà affiorare un certo numero di questioni, diverse secondo i luoghi e le età, ma con tendenza a divenire sempre più universali e precoci.[65] Sono, per i giovani, questioni serie, che intralciano un sereno studio della fede. L'insegnante risponderà con pazienza ed umiltà, senza dichiarazioni perentorie, che rischiano di essere contraddette. Inviterà in classe esperti di storia e di scienze moderne. Metterà al servizio dei giovani la sua preparazione culturale. Si ispirerà alle numerose e meditate risposte che il Vaticano II ha dato a questo genere di questioni. Questa paziente opera di chiarimento dovrebbe avvenire, in teoria, all'inizio di ogni anno, anche perché durante le vacanze gli alunni hanno avuto occasione di sperimentare nuove difficoltà. L'esperienza suggerisce di intervenire in ogni occasione opportuna. 73. Non è facile fare una presentazione aggiornata della fede cristiana come programma di insegnamento religioso per le scuole cattoliche. La Seconda Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1985 ha suggerito la compilazione di un catechismo per tutta la Chiesa. Il Santo Padre ne ha subito affidato il lavoro preparatorio ad un'apposita commissione. Occorrerà poi provvedere alle opportune applicazioni concrete, per rispondere ai programmi stabiliti dall'autorità competente e alle situazioni legate alle circostanze di tempo e di luogo. In attesa della realizzazione del mandato ricevuto dal Sinodo sulla sintesi della dottrina cristiana, viene dunque ora presentato, come esempio, uno schema collaudato dall'esperienza, la cui redazione propone contenuti completi e fedeli al messaggio evangelico, in forma organica e con un ritmo metodologico ancorato ai detti e ai fatti del Signore. 3. Lineamenti per una presentazione organica dell'avvenimento e del messaggio cristiano 74. L'insegnante, seguendo le indicazioni del Vaticano II, riassume ed espone con linguaggio attuale la cristologia. Secondo il livello della scuola, egli premette le necessarie nozioni sulla sacra Scrittura, particolarmente sui vangeli, sulla divina rivelazione, sulla Tradizione viva nella Chiesa.[66] Su queste basi, egli guida una ricerca sul Signore Gesù. La sua persona, il suo messaggio, le sue opere, il fatto storico della risurrezione permettono di risalire al mistero della sua divinità: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».[67] La maturità degli alunni consente di estendere la riflessione su Gesù Salvatore, Sacerdote, Maestro dell'umanità, Signore dell'universo. Accanto a lui comincia a profilarsi l'immagine di Maria, la sua Madre SS., collaboratrice nella sua missione.[68] Questa scoperta ha valore educativo essenziale. La persona del Signore rivive davanti agli alunni. Essi rivedono gli esempi della sua vita, riascoltano le sue parole, risentono rivolto a loro l'invito: «Venite a me, voi tutti ...».[69] Trova così fondamento la fede in lui e la sequela di lui che ognuno coltiverà secondo la misura della buona volontà e della collaborazione alla grazia. 75. L'insegnante dispone di una via sicura, per avvicinare i giovani al mistero rivelato di Dio, per quanto è umanamente possibile.[70] La via è quella indicata dal Salvatore: «Chi ha visto me, ha visto il Padre».[71] Nella sua persona e nel suo messaggio risplende l'immagine di Dio. Si esamina ciò che egli ha detto del Padre e ha fatto nel nome del Padre. Dal Signore Gesù si risale dunque al mistero di Dio Padre che ha creato l'universo e ha inviato il Figlio nel mondo per la salvezza dell'umanità.[72] Dal Cristo si risale al ministero dello Spirito Santo, inviato nel mondo per portare a compimento la sua stessa missione.[73] Ci si avvicina così al mistero supremo della divina Trinità, in se stessa e operante nel mondo. Quel mistero che la Chiesa venera e proclama ripetendo il «Credo», con le parole delle prime comunità cristiane. Il valore educativo di questa ricerca è grande. Sul suo buon esito si fondano le virtù della fede e della religione cristiana che hanno per oggetto Dio: Padre, Figlio, Spirito Santo, conosciuto, amato, servito in questa vita, nell'attesa dell'incontro eterno. 76. Gli alunni conoscono molte cose sull'uomo secondo la scienza. Ma la scienza tace di fronte al mistero. L'insegnante guida gli alunni a scoprire l'enigma dell'uomo, come Paolo aveva guidato gli ateniesi a scoprire il «Dio ignoto». Il testo giovanneo, già citato,[74] stabilisce il contatto tra Dio e l'uomo, avvenuto nella storia, per mezzo del Cristo. Un contatto che parte dall'amore del Padre e si esprime nell'amore di Gesù Cristo fino al sacrificio estremo: «Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».[75] Gli alunni vedranno sfilare attorno a lui una folla di persone di ogni genere, come una sintesi dell'umanità. Cominceranno a chiedersi perché egli ama tutti, chiama tutti, dà la vita per tutti. Saranno portati a concludere che l'uomo è creatura privilegiata davanti a Dio, se e stata trattata da lui con così grande amore. Si delinea in tal modo la storia dell'uomo, preso nel mistero della storia divina della salvezza: a partire dalle origini, attraverso la prima colpa, la vocazione dell'antico popolo di Dio, l'attesa e la venuta di Gesù Salvatore, fino al nuovo popolo di Dio, pellegrinante sulla terra verso la patria eterna.[76] Il valore educativo dell'antropologia cristiana, nel quadro della storia della salvezza, è evidente. Gli alunni scoprono il valore della persona, oggetto dell'amore divino, con una missione terrena ed un destino immortale. Quindi, le virtù di rispetto e di carità verso di sé, verso gli altri, verso tutti. Infine, l'accettazione della vita e della propria vocazione, da indirizzare secondo la volontà di Dio. 77. La storia della salvezza continua nella Chiesa, realtà storica visibile, che gli alunni hanno sotto gli occhi. L'insegnante li stimola a riscoprire le sue origini. Nei vangeli, negli Atti, nelle Lettere degli Apostoli, la Chiesa si vede sorgere, crescere ed attuarsi nel mondo. Dalle sue origini, dalla mirabile diffusione, dalla sua fedeltà al messaggio evangelico, si fa il passaggio verso il mistero della Chiesa. L'insegnante guida gli alunni a scoprire la Chiesa come popolo di Dio, composta di donne e uomini quali siamo noi, che porta la salvezza a tutta l'umanità. Chiesa guidata da Gesù, Pastore eterno; guidata dal suo Spirito, che la sostiene e sempre la rinnova; guidata visibilmente dai pastori stabiliti da lui: il sommo Pontefice e i vescovi aiutati dai presbiteri e diaconi, collaboratori nel sacerdozio e nel ministero. Chiesa operante nel mondo per mezzo nostro, chiamata da Dio ad essere santa in tutti i suoi membri. È il mistero della Chiesa Una Santa Cattolica Apostolica, che celebriamo nel «Credo».[77] Il valore educativo dell'ecclesiologia è inestimabile. Nella Chiesa si realizza l'ideale della famiglia umana universale. Il giovane prende coscienza della sua appartenenza alla Chiesa, che impara a conoscere e amare con affetto filiale, con tutte le conseguenze che ne derivano per la vita, l'apostolato, la visione cristiana del mondo. 78. Molti ragazzi, crescendo, si allontanano dai sacramenti. Segno che non li hanno capiti. Forse li ritengono pratiche devozionali infantili, usanze popolari accompagnate da feste profane. L'insegnante conosce la pericolosità del fenomeno. Egli, quindi, guida gli alunni a scoprire il valore dell'itinerario sacramentale, che il credente percorre dall'inizio al termine della vita. Itinerario che si compie nella Chiesa, quindi sempre più comprensibile a mano a mano che l'alunno prende coscienza della sua appartenenza alla Chiesa. Il punto fondamentale che gli alunni devono capire è questo: Gesù Cristo è sempre presente nei sacramenti voluti da lui.[78] E la sua presenza li rende mezzi efficaci di grazia. Il momento più alto dell'incontro con il Signore Gesù si ha nell'Eucaristia, che è insieme sacrificio e sacramento. Nell'Eucaristia si uniscono due atti supremi di amore: il Signore che rinnova il suo sacrificio di salvezza per noi e che si dona realmente a noi. 79. La comprensione dell'itinerario sacramentale può avere profonde ripercussioni di carattere educativo. L'alunno diventa consapevole che la sua appartenenza alla Chiesa è dinamica. Essa corrisponde all'esigenza di crescita dell'essere umano. Quando il Signore incontra uno di noi nei sacramenti, non lascia le cose come prima. Mediante lo Spirito, ci fa crescere nella Chiesa, offrendoci «grazia su grazia».[79] Chiede soltanto la nostra collaborazione. Le conseguenze educative toccano i rapporti con Dio, la testimonianza cristiana, la scelta della vocazione personale.[80] 80. I giovani d'oggi, assaliti da molte distrazioni, non si trovano nelle condizioni migliori per pensare alle ultime realtà. L'insegnante dispone di una via efficace per avvicinarli anche a questi misteri di fede. Il Signore ce li propone col suo stile inimitabile. Nel racconto di Lazzaro, egli si presenta come «risurrezione e vita».[81] Nella parabola del «ricco epulone», fa intendere che un giudizio particolare avverrà per ognuno di noi.[82] Nel dramma impressionante del giudizio finale, egli segna il destino eterno, che ogni uomo ha meritato con le sue opere.[83] Il bene e il male fatto ad ogni essere umano risulterà fatto a Lui.[84] 81. Poi sulla linea dei «simboli» della fede, l'insegnante guida gli alunni a sapere che nel Regno eterno si trovano già coloro che hanno creduto in lui e vissuto per lui. La Chiesa li chiama «santi» anche se non tutti sono venerati con quel nome. Prima fra tutti Maria, madre di Gesù vivente nella sua persona glorificata accanto al Figlio. Coloro che hanno raggiunto il traguardo non sono separati da noi. Essi, con noi, formano l'unica Chiesa, popolo di Dio, tutti uniti nella «comunione dei santi». Le persone care, che ci hanno lasciati, vivono e sono in comunione con noi.[85] Queste verità di fede offrono un contributo eccezionale alla maturazione umana e cristiana. Senso della dignità della persona, destinata all'immortalità. Speranza cristiana rasserenante nelle difficoltà della vita. Responsabilità personale in ogni cosa, perché si dovrà rendere conto a Dio. 4. Lineamenti per una presentazione organica della vita cristiana 82. Dato che ogni verità di fede è generatrice di educazione e di vita, è giusto che gli alunni siano subito guidati a scoprire questi collegamenti. Ma è pure necessario che la presentazione dell'etica cristiana assuma una forma sistematica. A tale fine, si formulano qui alcuni esempi. Per meglio introdurre il collegamento tra fede e vita, nel campo dell'etica religiosa, sarà utile una riflessione sulle prime comunità cristiane. In esse, l'annuncio evangelico si accompagnava con la preghiera e le celebrazioni sacramentali.[86] Ciò ha un valore permanente. Gli alunni arriveranno a comprendere che cos'è la virtù di fede: adesione piena, libera, personale, affettuosa, aiutata dalla grazia, a Dio che si rivela mediante il Figlio. Questa adesione, a sua volta, non è automatica. Essa è dono di Dio. Bisogna chiederlo, e attendere. Si dia all'alunno il tempo di crescere. 83. La vita di fede si esprime in atti di religione. L'insegnante aiuta gli alunni ad aprirsi confidenzialmente con il Padre, con il Figlio, con lo Spirito Santo. Ciò avviene con la preghiera privata e la preghiera liturgica, la quale non è uno dei vari modi di pregare: è la preghiera ufficiale della Chiesa, che rende attuale il mistero del Cristo in noi. Specialmente mediante il sacrificio e il sacramento eucaristico, e mediante il sacramento della riconciliazione. Si opera così in modo che l'esperienza religiosa non sia sentita come imposizione esterna, ma come libera e affettuosa risposta a Dio, che ci ha amati per primo.[87] Le virtù di fede e di religione, così fondate e così coltivate, sono messe in condizione di crescere durante la giovinezza e oltre. 84. L'uomo è sempre presente nelle verità della fede: creato a «immagine e somiglianza» di Dio; elevato da Dio a dignità di figlio; infedeltà a Dio nella colpa di origine, ma redento dal Cristo; dimora dello Spirito Santo; membro della Chiesa; destinato a vita immortale. Gli alunni potranno rilevare che gli uomini sono lontani da quell'ideale. L'insegnante ascolta le testimonianze di pessimismo e osserva che si trovano anche nel Vangelo.[88] Poi cerca di convincere gli alunni che è meglio conoscere il quadro positivo dell'etica personale cristiana, piuttosto che perdersi nell'analisi delle miserie umane. In pratica: rispettare la propria persona e quella degli altri. Coltivare l'intelligenza e le altre doti spirituali, specialmente nel lavoro scolastico. Curare il proprio corpo e la salute, anche mediante l'attività fisica e sportiva. Custodire l'integrità sessuale con la virtù della castità, perché anche le energie sessuali sono dono di Dio, che contribuiscono alla perfezione della persona ed hanno funzione provvidenziale per la vita della società e della Chiesa.[89] Così, gradualmente, l'insegnante guida gli alunni a concepire e ad attuare il loro progetto di educazione integrale. 85. L'amore cristiano non è sentimentalismo e non si riduce a senso umanitario. È, invece, realtà nuova, che appartiene al mondo della fede. L'insegnante ricorda che il disegno divino di salvezza universale è dominato dall'amore di Dio. Il Signore Gesù è venuto fra noi per manifestare l'amore del Padre. Il suo sacrificio estremo è testimonianza di amore per i suoi amici. Nel quadro della fede si colloca la legge nuova del Signore: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi».[90] In questo «come» sta il modello e la misura del nuovo amore cristiano. 86. Gli alunni presenteranno le solite difficoltà: violenze nel mondo, odio razziale, delitti quotidiani, egoismo di giovani e adulti, che cercano unicamente il proprio interesse. L'insegnante accetta la discussione, ma sottolinea che la legge cristiana è nuova, anche nell'opporsi ad ogni malvagità ed egoismo. E' legge rivoluzionaria. La nuova etica cristiana dell'amore deve essere capita ed attuata. 87. Quindi, nel piccolo mondo della famiglia e della scuola: affetto, rispetto, obbedienza, gratitudine, gentilezza, bontà, aiuto, servizio, esempio. Eliminazione dei sentimenti di egoismo, ribellione, antipatia, invidia, odio, vendetta. Nel grande mondo della Chiesa: amore per tutti, senza esclusione alcuna per ragioni di fede, nazione, razza; preghiera per tutti, affinché conoscano il Signore; collaborazione nell'apostolato e nelle iniziative per alleviare sofferenze umane; preferenza per i meno fortunati, i malati, i poveri, gli handicappati, gli abbandonati. Col crescere della carità ecclesiale, alcuni giovani scelgono di mettersi al servizio della Chiesa, seguendo la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata. Nel tempo di preparazione alla propria famiglia: rifiutare ogni profanazione dell'amore; scoprire la novità e profondità dell'amore cristiano tra uomo e donna, il rispetto vicendevole e il pudore con cui si manifesta, la tenerezza sincera con cui si conserva. Così si vive l'esperienza giovanile di amore, a partire dalle prime amicizie, attraverso il fidanzamento, fino a quando l'amore verrà consacrato nel sacramento del matrimonio per tutta la vita. 88. Il fondamento dell'etica sociale cristiana sta sempre nella fede. L'etica sociale cristiana possiede la forza di illuminare anche le discipline che hanno rapporto con essa, come diritto, economia, politica, e che entrano nel campo delle ricerche ed esperienze umane.[91] È un settore aperto ad interessanti ricerche interdisciplinari. Ma qui importa affermare il principio che Dio ha posto il mondo al servizio dell'uomo.[92] Se nei rapporti sociali esiste violenza e ingiustizia, ciò deriva dall'uomo, che non segue la volontà di Dio. È la diagnosi fatta dal Signore.[93] Ma egli, offrendo la salvezza all'uomo, salva anche le opere dell'uomo. Da un cuore rinnovato sorge un mondo rinnovato. Amore, giustizia, libertà, pace sono la parola d'ordine cristiana della nuova umanità.[94] 89. Su queste basi, l'insegnante guida gli alunni a conoscere gli elementi dell'etica sociale cristiana. Persona umana: centro dinamico dell'ordine sociale. Giustizia: riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto. Onestà: condizione di ogni rapporto umano. Libertà: diritto primario della persona e della società. Pace mondiale: tranquillità nell'ordine e nella giustizia, a cui tutti gli uomini, figli di Dio, hanno diritto. Benessere nazionale e internazionale: i beni della terra, dono di Dio, non sono privilegio di alcuni popoli o persone, a svantaggio di altre. Miseria e fame gravano sulla coscienza dell'umanità e gridano giustizia davanti a Dio. 90. È un insegnamento di vasti orizzonti. Gli alunni si arricchiscono di questi principi e valori, che renderanno efficace la loro opera al servizio della società. La Chiesa è con loro e li illumina con il suo magistero sociale, che attende di essere attuato da credenti forti e generosi.[95] 91. I lineamenti, ora esposti, potrebbero lasciare una impressione di ottimismo eccessivo, E' giusto, pedagogicamente, che l'avvenimento e il messaggio cristiano siano esposti come «lieto annuncio».[96] Tuttavia, il realismo della rivelazione, della storia e dell'esperienza quotidiana esigono che gli alunni prendano lucidamente coscienza del male che opera nel mondo e nell'uomo. Il Signore ha parlato di «impero delle tenebre».[97] Lontani da Dio, ribelli al messaggio evangelico, gli uomini continuano ad avvelenare il mondo con guerre, violenze, ingiustizie, delitti. 92. L'insegnante invita gli alunni ad esaminare la propria coscienza. Chi può dirsi veramente senza colpa?[98]Così essi acquistano il senso del peccato: quello grande dell'umanità e quello personale, che ciascuno scopre in sé stesso. Peccato che è allontanamento da Dio, rifiuto del messaggio del Cristo, trasgressione della sua legge di amore, tradimento della coscienza, abuso del dono della libertà, offesa ad altri figli di Dio, ferita alla Chiesa di cui siamo membri. 93. Ma non tutto è perduto. L'insegnante apre agli alunni una visione più serena della realtà, alla luce della fede. A livello universale, il messaggio evangelico continua a «morire», come «seme», nei solchi del mondo, per fiorire e fruttificare nelle giuste stagioni.[99] A livello personale, il Signore ci attende nel sacramento della riconciliazione; non semplice pratica devozionale, ma incontro personale con lui, mediante il suo ministro. Poi si riprende il cammino con forza e gioia nuova. 94. Nel complesso, questo insegnamento invita gli alunni a concepire il cristianesimo con mentalità nuova e matura. Infatti, il Signore li invita ad una lotta senza fine: resistenza alle sfide del male, coraggio nel dominarle, col suo aiuto. Un cristianesimo vivo e forte, sul piano della storia e dell'intimità di ciascuno.[100] Il cristiano è invitato innanzi tutto e principalmente a operare per la liberazione dalla schiavitù radicale del peccato e, di conseguenza, per la liberazione dalle molteplici schiavitù di ordine culturale, economico, sociale e politico, che in definitiva derivano tutte dal peccato e costituiscono altrettanti ostacoli che impediscono agli uomini di vivere in conformità della loro dignità.[101] 95. Il tema della perfezione entra nella presentazione organica dell'avvenimento e del messaggio cristiano. Tacere, non sarebbe leale verso il Signore, che ha proposto una perfezione senza limiti;[102] verso la Chiesa, che invita tutti alla perfezione;[103] verso i giovani, che hanno diritto di sapere ciò che il Signore e la Chiesa si attendono da loro. L'insegnante, quindi, ricorda agli alunni credenti che essi, nel Battesimo, sono stati inseriti nella Chiesa. Di conseguenza sono chiamati alla perfezione cristiana, dono di Gesù mediante lo Spirito, con cui devono collaborare; perfezione che si deve rendere visibile nella storia con una proiezione missionaria nel presente e nel futuro. Superata la paura di dovere far troppo, gli alunni apprendono che la perfezione è a portata di mano. Semplicemente, devono vivere bene la loro vita di studenti.[104] Compiere il meglio possibile i doveri di studio, lavoro, apostolato. Fare esperienza di virtù cristiane, gia conosciute in teoria. Specialmente della carità; viverle in classe, in famiglia, tra amici. Sopportare con coraggio le difficoltà. Aiutare chi ha bisogno. Dare buon esempio. Parlare con il Signore Gesù nella preghiera. Riceverlo nell'Eucaristia. Cercare nel suo messaggio e nel suo esempio l'ispirazione per la vita quotidiana. Gli alunni non diranno che è un progetto impossibile. L'ideale sarebbe se ognuno, per acquisire un'educazione alla interiorità, si avvalesse della direzione spirituale. Questa, infatti, incanala e porta a perfezione l'insegnamento religioso della scuola e, nello stesso tempo, ne integra e completa l'ambiente specifico. 5. L'insegnante di religione 96. I frutti dell'insegnamento organico della fede e dell'etica cristiana dipendono in gran parte dall'insegnante di religione: da quello che egli è e da quello che fa. Egli è persona - chiave, agente essenziale nella realizzazione del progetto educativo. L'incidenza del suo insegnamento è però collegata con la sua testimonianza di vita, che attua efficacemente agli occhi degli alunni lo stesso insegnamento. Si attende, quindi, che egli sia persona ricca di doni di natura e di grazia; capace di testimoniarli nella vita; preparata adeguatamente per il suo insegnamento; dotata di ampia base culturale e professionale, pedagogica e didattica, aperta al dialogo. In particolare, gli alunni percepiscono innanzi tutto nell'insegnante le sue qualità umane. Maestro di fede, deve essere, sul modello del Cristo, anche maestro di umanità. Non solo cultura, ma affetto, tatto, comprensione, serenità di spirito, equilibrio nei giudizi, pazienza nell'ascolto, calma nelle risposte, disponibilità al colloquio personale. L'insegnante, che possiede una limpida visione dell'universo cristiano e vive conseguentemente ad essa, riesce a portare gli alunni alla stessa chiara visione e li spinge all'azione coerente. 97. Anche in questo settore dell'insegnamento, l'improvvisazione è dannosa. Occorre fare il possibile perché la scuola cattolica abbia insegnanti idonei alla loro missione. La formazione degli stessi è una delle esigenze intrinseche più importanti, universalmente richiesta con insistenza. In particolare, l'inserimento crescente dei laici nella scuola cattolica obbliga a procurare loro quella specifica conoscenza sperimentale del mistero del Cristo e della Chiesa che i sacerdoti e i consacrati acquistano nel curricolo formativo. Bisogna inoltre guardare al domani, favorendo la creazione di centri per la formazione degli insegnanti. È un «investimento» che renderà buoni frutti. Da parte loro, università e facoltà ecclesiastiche dedicheranno ogni cura per attivare corsi di specifica preparazione, affinché i futuri insegnanti possano svolgere la loro opera con la competenza e l'efficacia che essa richiede.[105] PARTE QUINTA: SINTESI GENERALE: DIMENSIONE RELIGIOSA DEL PROCESSO EDUCATIVO 1. Idea del processo educativo cristiano 98. La dichiarazione conciliare insiste sull'aspetto dinamico dell'educazione umana integrale.[106] Tuttavia, nella visione cristiana, questo sviluppo umano non è sufficiente. Infatti, l'educazione «non comporta solo quella maturità propria della persona umana, di cui si è parlato, ma tende soprattutto a far sì che i battezzati, iniziati gradualmente alla conoscenza del mistero della salvezza, prendano sempre maggiore coscienza del dono della fede ...».[107] Da parte sua la scuola cattolica ha come elemento caratteristico quello di aiutare gli alunni «perché nello sviluppo della propria personalità crescano insieme secondo quella nuova creatura che in essi ha realizzato il battesimo ...».[108] Si deve dunque concepire l'educazione cristiana come movimento, progresso, maturazione verso un termine ideale, che supera ogni limitazione umana.[109] E tutto deve avvenire insieme, armonicamente, nel corso dell'educazione umana. Non dunque due percorsi diversi o paralleli, ma una concordanza di fattori educativi, uniti nell'intenzione degli educatori e nella libera cooperazione educativa degli alunni. Già il vangelo notava nel giovane Gesù uno sviluppo armonico.[110] 99. Si potrebbe quindi descrivere il processo educativo cristiano come un insieme organico di fattori volti a promuovere una graduale evoluzione di tutte le capacità dell'alunno, in modo che possa conseguire una educazione integrale nella cornice della dimensione religiosa cristiana, con l'ausilio della grazia. Non interessa il nome ma la realtà del processo educativo: esso assicura l'opera omogenea degli educatori, evitando interventi occasionali, frammentari, non coordinati, forse accompagnati da conflitti di opinioni tra gli stessi educatori, con grave detrimento dello sviluppo della personalità degli alunni. 2. Progetto educativo 100. I compiti di una scuola cattolica sono assai ampi e articolati: oltre all'obbligo di rispettare normative costituzionali e leggi ordinarie, e di confrontarsi con metodi, programmi, strutture, ecc., essa ha il dovere di portare a compimento un suo progetto educativo, inteso a coordinare l'insieme della cultura umana col messaggio della salvezza; ad aiutare l'alunno nell'attuazione della sua realtà di nuova creatura; ad allenarlo ai compiti di cittadino adulto. Si tratta di un progetto globale «caratterizzato», in quanto finalizzato al conseguimento di peculiari obiettivi, da realizzare con la collaborazione di tutte le sue componenti. In concreto, il progetto si configura come un quadro di riferimento che: definisce l'identità della scuola, esplicitando i valori evangelici cui essa si ispira; precisa gli obiettivi sul piano educativo culturale e didattico; presenta i contenuti‑valori da trasmettere; delinea l'organizzazione e il funzionamento; prevede alcune parti fisse, predefinite dalla componente professionale (gestori e docenti); alcune parti da gestire insieme con i genitori e gli studenti, ed alcuni ambiti affidati alla libera iniziativa dei genitori e degli studenti; indica gli strumenti di verifica e di valutazione. 101. Attenta considerazione verrà riservata, in specie, alla esposizione di alcuni criteri generali, che dovranno ispirare e rendere omogeneo l'intero progetto, armonizzandone le scelte culturali, didattiche, sociali, civili e politiche: a) La fedeltà al vangelo annunciato dalla Chiesa. L'azione della scuola cattolica si situa innanzi tutto all'interno della missione evangelizzatrice della Chiesa, inserendosi attivamente nel contesto ecclesiale del Paese in cui opera e nella vita della comunità cristiana locale. b) Il rigore della ricerca culturale e della fondazione critica, nel rispetto della giusta autonomia delle leggi e dei metodi di ricerca delle singole discipline, orientate alla integrale formazione della persona. c) La gradualità e l'adattamento della proposta educativa alle diverse situazioni dei singoli e delle famiglie. d) La corresponsabilità ecclesiale. Pur essendo la comunità educante il centro propulsore e responsabile prevalente di tutta l'esperienza educativa e culturale, il progetto dovrà nascere anche dal confronto con la comunità ecclesiale nelle forme di coinvolgimento giudicate opportune. Il progetto educativo dunque si distingue nettamente sia dal regolamento interno, sia dalla programmazione didattica, sia da una generica presentazione di intenzioni. 102. Il progetto educativo, aggiornato ogni anno in base alle esperienze e alle necessità, si realizza attraverso il processo educativo; questo prevede periodi o momenti determinanti: un punto di partenza, tappe intermedie e una meta finale. A fine periodo, educatori, alunni, famiglie verificheranno se le previsioni sono state rispettate. In caso contrario, si cercheranno responsabilità e rimedi. L'essenziale è che questo modo di procedere sia sentito da tutti come impegno comune e leale. Il termine di ogni anno costituisce gia una meta. Dire che è tempo di esami è poco nella visione educativa cristiana. Il programma scolastico è solo parte del tutto. È invece tempo di svolgere un bilancio intelligente e serio su quanto, del progetto educativo, è stato compiuto o è rimasto incompiuto. Meta più importante è quella raggiunta al termine dell'iter scolastico. Tale meta dovrebbe corrispondere al massimo livello conseguito dagli alunni nella loro educazione integrale umana e cristiana.[111] 103. La dimensione religiosa dell'ambiente potenzia la qualità del processo educativo quando si verificano alcune condizioni dipendenti dagli educatori e dagli alunni. È bene sottolineare, in particolare, che gli alunni non sono spettatori, ma costituiscono parte dinamica dell'ambiente. Le condizioni positive si avverano quando attorno al progetto educativo si forma il lieto consenso e la volonterosa cooperazione di tutti. Quando i rapporti interpersonali si mantengono sulla linea della carità e della libertà cristiana. Quando ognuno offre agli altri la sua testimonianza evangelica nelle vicende della vita quotidiana. Quando, nell'ambiente si viene a formare una tensione a raggiungere livelli più alti in ogni aspetto, umano e cristiano, del processo educativo. Quando l'ambiente si conserva costantemente aperto alle famiglie, inserito nella comunità ecclesiale, aperto alla società civile, nazionale e internazionale. Queste condizioni positive trovano vantaggio nella fede comune. 104. Occorre un impegno deciso per superare la patologia di ambiente i cui sintomi sono: assenza o debolezza del progetto educativo; preparazione insufficiente delle persone responsabili; attenzione concentrata prevalentemente sulla riuscita scolastica; distacco psicologico tra educatori ed alunni; antagonismi tra gli educatori stessi; disciplina imposta esteriormente, senza partecipazione convinta degli alunni; rapporti puramente formali o addirittura tensioni con le famiglie non coinvolte nel progetto educativo; testimonianza non felice dell'uno o dell'altro; debole partecipazione dei singoli al bene comune; isolamento dalla comunità ecclesiale; disinteresse e chiusura ai problemi della società; forse, insegnamento religioso di routine. Se qualcuno di questi sintomi, o una costellazione di sintomi, si manifestasse, la dimensione religiosa dell'educazione ne uscirebbe seriamente compromessa. Lo stesso insegnamento religioso suonerebbe forse come parola vuota in un ambiente stanco, che non sa esprimere una testimonianza ed un clima autenticamente cristiani. Bisogna reagire di fronte a questi sintomi di malessere, ricordando che il vangelo invita ad una continua conversione. 105. Buona parte dell'attività educativa tende ad assicurare la collaborazione dell'alunno, che resta imprescindibile, data la sua posizione di protagonista nel processo educativo. Poiché la persona umana è stata creata intelligente e libera, non è possibile concepire una vera educazione senza l'apporto decisivo del soggetto dell'educazione stessa, il quale agisce e reagisce con la sua intelligenza, libertà, volontà e con la sua complessa sfera emotiva. Di conseguenza, il processo educativo non procede, se l'alunno non si muove. Gli educatori esperti conoscono le cause dei «bloccaggi» giovanili. Sono cause di ordine psicologico e anche teologico, non disgiunte dalla colpa originale. 106. Vari fattori possono concorrere nello stimolare la collaborazione del giovane al progetto educativo. L'alunno che ha raggiunto un sufficiente livello intellettuale deve essere invitato a prendere parte alla definizione del progetto, non certo per stabilirne le finalità da conseguire, bensì per la migliore scelta del versante operativo. Il dare responsabilità e fiducia, il chiedere consiglio e aiuto per il bene comune, è un fattore che produce gratificazione e contribuisce a vincere indifferenza e inerzia. L'alunno comincerà ad inserirsi volentieri nel processo educativo, quando avvertirà che il progetto tende unicamente a favorire la sua maturazione personale. L'alunno, anche in giovanissima età, percepisce se l'appartenenza all'ambiente è gradevole. Sorge, quindi, la disposizione a collaborare, quando egli si sente bene accolto, stimato, amato. Si afferma la volontà di farlo, quando l'ambiente è, pervaso di un'atmosfera serena e amichevole, con insegnanti disponibili e compagni con i quali si vive bene insieme. 107. I valori e i motivi religiosi, che derivano particolarmente dall'insegnamento religioso scolastico, danno una maggiore efficacia per avviare la lieta e volonterosa partecipazione dell'alunno al processo educativo. Non si può, tuttavia, sottovalutare il fatto che valori e motivi religiosi vengono offerti nel corso di ogni insegnamento e in vari altri interventi della comunità educante. L'insegnante - educatore favorisce l'apprendimento e l'adesione ai valori religiosi, fornendone le motivazioni con il riferimento costante all'Assoluto. L'esperienza educativa dell'insegnante aiuta gli alunni, affinché la verità religiosa, insegnata ed appresa, diventi anche amata. La verità amata, che già possiede valore in sé stessa, diventa valore anche per l'alunno. L'impostazione cristologica dell'insegnamento religioso ha il vantaggio di facilitare l'amore dei giovani, che si concentra nella persona di Gesù. Essi possono amare una persona, difficilmente amano le formule. L'amore verso il Cristo si trasferisce al suo messaggio, che diventa valore quando è amato. L'insegnante - educatore sa di dover compiere ancora un passo. Il valore deve spingere all'azione, divenire motivo di azione. Dalla verità si arriva alla vita mediante il dinamismo soprannaturale della grazia, che illumina e muove a credere, ad amare, ad operare secondo la volontà di Dio, per mezzo del Signore Gesù, nello Spirito Santo. Il processo educativo cristiano si svolge in continua interazione tra l'opera esperta degli educatori, la libera collaborazione degli alunni, l'ausilio della grazia. 108. Data la situazione che si è venuta a creare in varie parti del mondo - la scuola cattolica accoglie sempre più una popolazione scolastica di fedi e appartenenze ideologiche diverse - si rende improrogabile la necessità di chiarire la dialettica da instaurare tra il momento culturale propriamente detto e lo sviluppo della dimensione religiosa. Questa è momento ineliminabile e rimane il compito specifico per tutti gli operatori cristiani impegnati nelle istituzioni educative. In tali situazioni non sarà, però, sempre facile e o possibile condurre avanti il discorso della evangelizzazione; si dovrà allora mirare alla pre‑evangelizzazione, all'apertura cioè al senso religioso della vita. Ciò comporta individuazione e approfondimento di elementi positivi circa il come e il che cosa dello specifico processo formativo. La trasmissione della cultura deve essere attenta prima di tutto al conseguimento dei fini propri e a potenziare tutte le dimensioni che rendono umano l'uomo, e in particolare la dimensione religiosa e l'emergere dell'esigenza etica. Preso atto dell'unità nel pluralismo, è necessario operare un sagace discernimento tra ciò che è essenziale e ciò che è accidentale. La giustezza del come e del che cosa consentirà lo sviluppo integrale dell'uomo nel processo educativo, sviluppo che può essere definito vera pre‑evangelizzazione. Terreno, quest'ultimo, su cui «edificare». 109. Nel parlare di processo educativo, si è costretti a procedere per analisi di vari elementi. Nella realtà, non si procede allo stesso modo. La scuola cattolica è un centro di vita. E la vita è sintesi. In questo centro vitale, il processo successivo si svolge in continuità, mediante un interscambio di azioni e reazioni in senso orizzontale e verticale. È un punto qualificante della scuola cattolica, che non trova analogia in altre scuole, non ispirate da un progetto educativo cristiano. 110. Nel rapporto interpersonale gli educatori amano e manifestano l'amore agli alunni a loro affidati, e quindi non perdono occasione per indirizzare agli stessi impulsi e stimoli nella linea del processo educativo. Parola, testimonianza, incoraggiamento, aiuto, consiglio, amichevole correzione: tutto è valido ai fini del processo educativo, sempre inteso nel suo senso integrale di apprendimento scolastico, comportamento morale, dimensione religiosa. Gli alunni, sentendosi amati, impareranno ad amare i loro educatori. Attraverso domande, confidenze, osservazioni critiche, proposte per migliorare il lavoro di classe e la vita di ambiente, arricchiranno l'esperienza degli educatori e agevoleranno il comune impegno nel processo educativo. 111. Nella scuola cattolica si procede ancora verso il continuo interscambio verticale dove la dimensione religiosa dell'educazione si esprime con tutta la sua forza. Ogni alunno ha una sua vita, con un retroterra familiare e sociale non sempre lieto, con le inquietudini di ragazzo e adolescente, che cresce, con i problemi e le preoccupazioni di giovane arrivato alla maturità. Per ciascuno di essi gli educatori pregano, affinché la grazia di vivere in una scuola cattolica si estenda ed investa tutta la loro persona, illuminandola ed assistendola in ogni necessità dell'esistenza cristiana. Da parte loro, gli alunni imparano a pregare per gli educatori; crescendo, arrivano a conoscere le loro difficoltà e sofferenze. Per questo pregano, affinché il loro carisma educativo cresca in efficacia, il loro lavoro sia confortato da successi, la loro vita piena di sacrifici sia sostenuta e rasserenata dalla grazia. 112. In questo modo si stabilisce un interscambio umano e divino, una circolazione di amore e di grazia, che pone il sigillo di autenticità su una scuola cattolica. Intanto gli anni passano. Anno dopo anno, l'alunno esperimenta la gioiosa sensazione di crescere, non solo fisicamente, ma anche intellettualmente e spiritualmente, fino al maturarsi della sua personalità cristiana. Guardandosi indietro, egli riconoscerà che il progetto educativo della scuola, con la sua collaborazione, è divenuto realtà. Guardando avanti, si sentirà più libero e sicuro per affrontare le nuove e ormai prossime scadenze della vita. CONCLUSIONE 113. Nel consegnare agli Ecc.mi Ordinari locali e ai Rev.mi Superiori e alle Rev.me Superiore degli Istituti religiosi dediti alla educazione della gioventù questi elementi di riflessione da offrire agli educatori delle scuole cattoliche, la Congregazione desidera rinnovare il suo sentito apprezzamento per la loro opera preziosa al servizio della gioventù e della Chiesa. 114. Per questo, la Congregazione esprime il suo profondo ringraziamento a tutti i responsabili, per il lavoro che essi hanno compiuto e continuano a compiere, nonostante difficoltà di vario genere: politiche, economiche, organizzative. Molti svolgono la loro missione tra gravi sacrifici. La Chiesa è riconoscente verso tutti coloro che consacrano la propria esistenza alla missione fondamentale dell'educazione e della scuola cattolica. La Chiesa confida che molti altri, con l'aiuto divino, ricevano il carisma e sappiano accogliere generosamente la spinta ad unirsi a loro nella medesima missione. 115. La Congregazione vorrebbe aggiungere un cordiale invito alla ricerca, allo studio, alla sperimentazione, per quanto concerne la dimensione religiosa dell'educazione nella scuola cattolica. Molto è stato fatto in questo senso. Da varie parti si chiede che sia fatto di più. Crediamo che ciò sia possibile in tutte quelle scuole che godono di sufficiente libertà assicurata dagli ordinamenti statali. Tale possibilità appare compromessa in quegli Stati dove non è impedita la funzione didattica della scuola cattolica, ma l'educazione religiosa forma oggetto di contestazione. In questi casi, l'esperienza locale è determinante. La dimensione religiosa sarà resa evidente, nella misura possibile, dentro la stessa scuola o fuori di essa. Non mancano famiglie ed alunni, di diversa confessione o religione, che optano per la scuola cattolica, apprezzandone la capacità didattica confortata dalla dimensione religiosa della sua educazione. Gli educatori sapranno rispondere nel modo migliore alle loro attese, tenendo presente che la via del dialogo offre sempre fondate speranze in un mondo di cultura pluralistica. Roma, 7 aprile 1988, S. Giovanni Battista de La Salle, Patrono Principale degli educatori dei ragazzi e dei giovani. WILLIAM Card. W. BAUM
Prefetto † ANTONIO M. JAVIERRE ORTAS Arciv. tit. di Meta Segretario Note [1] Gravissimum educationis, 8. [2] 19 marzo 1977. [3] 15 ottobre 1982. [4] CONCILIO VATICANO II, dichiarazione sull'educazione cristiana Gravissimum educationis. Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium. Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes. Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione Dei verbum. Costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium. Decreto sull'apostolato dei laici Apostolicam actuositatem. Decreto sull'attività missionaria Ad gentes divinitus. Dichiarazione sulle religioni non cristiane Nostra aetate. Decreto sull'ecumenismo Unitatis redintegratio. Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae. PAOLO VI, esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 8. dicembre 1975. GIOVANNI PAOLO II, esortazione apostolica Catechesi tradendae, 16 ottobre 1979. Inoltre, numerosi interventi rivolti a educatori e giovani, citati in seguito. CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Directorium catechisticum generale, 11 aprile 1971. Nelle note successive, tali documenti verranno richiamati col titolo latino. Testimonianze del magistero episcopale saranno menzionate a suo luogo. [5] Intanto la Congregazione ha già pubblicato un documento: Orientamenti educativi sull'amore umano. Lineamenti di educazione sessuale, 1° novembre 1983. Di conseguenza, nel presente testo tale tema verrà appena accennato. [6] Gravissimum educationis, 9: «S'intende che la Chiesa ha sommamente a cuore anche quelle scuole cattoliche che, specie nei territori delle giovani Chiese, sono pure frequentate da alunni non cattolici». [7] Cfr. Dignitatis humanae, 2; 9; 10; 12 e passim. [8] C.I.C., can. 748, § 2: «Homines ad amplectendam fidem catholicam contra ipsorum conscientiam per coactionem adducere nemini umquam fas est». [9] Cfr. Gaudium et spes, 4‑10. [10] Ib., 7: «Il cambiamento di mentalità e di strutture spesso mette in causa i valori tradizionali, soprattutto tra i giovani ...». [11] Cfr. Evangelii nuntiandi, 20. [12] Cfr. Annuario Statistico della Chiesa, pubblicato dall'Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa presso la Segreteria di Stato, Città del Vaticano. A titolo di esempio, al 31 dicembre 1985 risultavano 154.126 scuole cattoliche con 38.243.304 alunni. [13] Cfr. 1 Cor 12, 3 l. [14] Vari aspetti della religiosità giovanile, considerati in questo documento, hanno formato oggetto del recente magistero pontificio. Per una agevole consultazione dei frequenti interventi, vedere il volume edito dal Pont. Consiglio per i Laici: Il Santo Padre parla ai giovani: 1980‑1985, Città del Vaticano 1985. Il volume è pubblicato in varie lingue. [15] Cfr. Gravissimum educationis, 8. Per lo spirito evangelico di carità e libertà, cfr.Gaudium et spes, 38: «[Il Signore Gesù] ci rivela che Dio è carità (1Gv 4,8), e insieme ci insegna che la legge fondamentale dell'umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento della carità». Anche 2 Cor 3,17: «Dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà». [16] La questione è stata trattata nel documento La Scuola Cattolica, 81‑82. [17] Mt 28, 20. [18] Gravissimum educationis, 6. [19] Cfr. GIOVANNI PAOLO II ai genitori, docenti e alunni della scuola cattolica del Lazio, 9 marzo 1985, Insegnamenti, VIII/1, p. 620. [20] GIOVANNI PAOLO II ai vescovi lombardi in visita «Ad limina», 15 gennaio 1982, Insegnamenti, V/1, 1982, p. 105. [21] Insegnamenti, VIII/1, 1985, pp. 618 s. [22] Mt 25, 40: «In verità vi dico: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». [23] Cfr. Perfectae caritatis, 8: «Vi sono nella Chiesa moltissimi istituti, clericali o laici, dediti alle varie opere di apostolato, che hanno differenti doni secondo la grazia che è stata loro data: "chi ha il dono del ministero, chi insegna" (cfr. Rom 12, 5‑8)». Cfr. anche Ad gentes divinitus, 40. [24] Summa Th. II-II, q. 186, a. 1: «Per antonomasia si dicono "religiosi" coloro che si dedicano al servizio divino, quasi offrendosi in olocausto al Signore». [25] Ib., a. 2. [26] «Il laico cattolico testimone della fede nella scuola». [27] Le norme della Chiesa, al riguardo, si trovano nel nuovo C.I.C. ai canoni 800‑803. [28] Cfr. PAOLO VI ai partecipanti al Congresso Nazionale dei Dirigenti Diocesani del Movimento Maestri di Azione Cattolica, Insegnamenti, I, 1963, p. 594. [29] Cfr. Gravissimum educationis, 3. [30] Gravissimum educationis, 8. [31] Numerosi documenti di episcopati nazionali e di vescovi diocesani sono stati dedicati alla scuola cattolica. È doveroso conoscerli e tradurli in pratica. [32] Vedere, ad esempio, la Risoluzione del parlamento Europeo sulla libertà di insegnamento nella Comunità Europea, approvata a larga maggioranza il 14 marzo 1984. [33] Cfr. Mc 6,3; At 10,38. Per utili applicazioni dell'etica del lavoro al lavoro scolastico, vedere: GIOVANNI PAOLO II, enciclica Laborem exercens, 14 settembre 1981, specialmente nella parte quinta. [34] Gn 3,19: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». [35] Lc 9, 23: «... prenda la sua croce ogni giorno». [36] Gravissimum educationis, 8: tra gli elementi caratteristici della scuola cattolica vi è quello di «coordinare l'insieme della cultura umana con il messaggio della salvezza, in modo che la conoscenza del mondo, della vita e dell'uomo, che gli alunni via via acquistano, sia illuminata dalla fede». [37] Per una descrizione della cultura e per i rapporti tra cultura e fede, cfr. Gaudium et spes, 54 e seguenti. [38] Cfr. DENZ.-SCHÖN. 3016‑3017 circa la classica dottrina sui rapporti tra ragione e fede, definita dal Concilio Vaticano I. [39] Cfr. GIOVANNI PAOLO II agli insegnanti e agli studenti delle scuole cattoliche a Melbourne, in occasione del Suo pellegrinaggio pastorale in Estremo Oriente e Oceania, 28 novembre 1986, Insegnamenti, IX/2, 1986, pp. 1710 ss. [40] Cfr. 53‑62. [41] Cfr. 8. [42] Giovanni Paolo II ai partecipanti al Congresso Nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale: Insegnamenti, V/ 1, 1982, p. 131; cfr. GIOVANNI PAOLO II, Epistula qua Pontificium Consilium pro hominum Cultura instituitur. A.A.S. 74 (1982), p. 685. [43] Sap.13,5: «Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia se ne conosce l'autore». Sal 18 (19), 2ss.: «I cieli narrano la gloria di Dio ...». [44] Cfr. Mt 25,14‑30. [45] Cfr. Gaudium et spes, 12; 14; 17; 22. [46] Cfr. Gaudium et spes, 10. [47] Cfr. DENZ.-SCHÖN 3004 per la conoscibilità di Dio con la ragione umana, e, 3005, per la conoscibilità di altre verità. [48] 1 Tess 5,21: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono». Fil 4,8: «Tutto quello che è vero, nobile, giusto... tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri». [49] Cfr. Gaudium et spes, 61, sul dovere di tenere fermi alcuni concetti fondamentali. [50] Ib., 44: «Al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli». [51] Cfr. Dei verbum, 2. [52] Cfr. BLAISE PASCAL, Pensées, fr. 397. [53] Gaudium et spes, 37: «Tutta la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre». [54] Nella Lumen gentium e Dei verbum vi sono indicazioni preziose per presentare la storia divina della salvezza. [55] Cfr. Gaudium et spes, 62. [56] Cfr. S. AGOSTINO, De Libero arbitrio, II, 16,42: PL 32, 1264; S. TOMMASO, Contra gentiles, IV, 42. [57] Cfr. Gravissimum educationis, 1‑2. [58] Evangelii nuntiandi, 18: «Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell'umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanità stessa». [59] Ib., 44: «Lo sforzo di evangelizzazione trarrà un grande profitto, sul piano dell'insegnamento catechetico dato in chiesa, nelle scuole, là dove è possibile, in ogni caso nelle famiglie cristiane». [60] Catechesi tradendae, 69. [61] Cfr. PAOLO VI ai fedeli partecipanti all'udienza di mercoledì 31 maggio 1967, Insegnamenti, V, 1967, p. 788. [62] Giovanni Paolo II ai sacerdoti della diocesi di Roma, 5 marzo 1981, Insegnamenti, IV/1, pp. 629 s. [63] Cfr. Mt 3, 1‑3, sulla missione del Precursore. [64] Cfr. Gv 17,9, la preghiera del Signore per quelli che gli sono stati dati. [65] A parte questioni locali, in genere si tratta di questioni che, in studi superiori, occupano i classici manuali di «apologetica» e riguardano i «preamboli della fede». Ma negli studenti di oggi tali questioni assumono sfumature particolari, ispirate a materie scolastiche e a situazioni di attualità. Ad esempio, ateismo, religioni non cristiane, divisioni tra cristiani, fatti di storia ecclesiastica, violenze e ingiustizie commesse in passato da popoli cristiani, ecc. [66] Rivelazione, Scrittura, Tradizione e temi cristologici nella Dei verbum, Lumen gentium, Gaudium et spes. La ricerca sui vangeli deve essere accompagnata da quella su questi documenti. [67] Mt 16,16. [68] Cfr. Lettera enciclica Redemptoris Mater del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II sulla Beata Vergine Maria nella vita della Chiesa in cammino, 39. [69] Mt 11,28. [70] Cfr. DENZ‑SCHÖN. 2854: non si può parlare di Dio come si parla degli oggetti della scienza umana. [71] Gv 14, 9. [72] Cfr. Lc 12,24‑28; Gv 3,16 s. [73] Cfr. Gv 16,13. [74] Cfr. Gv 3,16 s. [75] Gv 15,13. [76] Indispensabile un lavoro di classe su punti di antropologia cristiana, nel quadro della storia della salvezza, nella Lumen Gentium, Gaudium et spes. [77] Lumen gentium offre elementi preziosi per la didattica e pedagogia ecclesiologica. [78] Sacrosanctum Concilium, 7: «Il Cristo è presente con la sua potenza nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è il Cristo stesso che battezza ...». [79] Gv 1,16. [80] La didattica e la pedagogia sacramentale si arricchiscono mediante l'esame di alcuni punti della Lumen gentium e Sacrosanctum Concilium. [81] Gv 11,25‑27. [82] Cfr. Lc 16,19‑3 l. [83] Cfr. Mt 25,31‑46. [84] Cfr. ib., 25. 40. [85] Cfr. Lumen Gentium, capitolo VII, sull'indole escatologica della Chiesa pellegrinante e sua unione con la Chiesa celeste. [86] Cfr. Ef 1,1‑14; Col 1,13‑20: dossologie che manifestano la fede delle prime comunità. At 10: evangelizzazione, conversione, fede, dono dello Spirito in casa del centurione romano Cornelio. At 20,7‑12: evangelizzazione ed Eucaristia in una casa di Troade. [87] l Gv 4,10: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi ...». [88] Cfr. Mt 15,19 s. [89] Cfr. il citato documento: Orientamenti educativi sull'amore umano. Elementi di educazione sessuale. [90] Gv 15,12. [91] Cfr. Gaudium et spes, 63‑66 e relative applicazioni. [92] Cfr. Gen 1, 27 s. [93] Cfr. ancora Mt 15,19 s. [94] Cfr. Gaudium et Spes, 93. [95] Presentare agli alunni almeno alcuni grandi documenti sociali della Chiesa. [96] Lc 2,10: «Vi annuncio una grande gioia ...». [97] Lc 22,53: «Ma questa è la vostra ora e l'impero delle tenebre»; in esso fanno spicco gli abusi, le ingiustizie, gli attentati alla libertà, il peso schiacciante della miseria con le sue conseguenze di morte, di malattie e di decadimento, lo scandalo delle palesi disuguaglianze tra ricchi e poveri, la mancanza di equità e di senso di solidarietà negli scambi internazionali (cfr. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Alcuni aspetti della «Teologia della liberazione», Introduzione e I). [98] Gv 8, 7: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra ...». [99] Cfr. Lc 8, 4 ‑15. [100] Cfr. Ef 6, 10‑17, la caratteristica vigorosa panoplia paolina. [101] Cfr. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Alcuni aspetti della «Teologia della liberazione», 6 agosto 1984, Introduzione. [102] Mt 5,48: «Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste». [103] Lumen gentium, 42: «Tutti i fedeli sono invitati e tenuti alla santità e alla perfezione del proprio stato». [104] Ib., 39: «Questa santità della Chiesa ... si esprime in varie forme presso i singoli, i quali, nella vita che è loro propria, giungono alla perfezione nella carità». [105] Alcuni aspetti sono trattati nei documenti già citati: La Scuola Cattolica, 78‑80; Il laico cattolico testimone della fede nella scuola, specialmente 56‑59, con indicazioni valide non solo per gli insegnanti laici. [106] Gravissimum educationis, 1: «I fanciulli e i giovani devono essere aiutati a sviluppare armonicamente le loro capacità fisiche, morali e intellettuali, ad acquistare gradualmente un più maturo senso di responsabilità ...». [107] Ib., 2. [108] Ib., 8. [109] Cfr. Mt 5, 48. [110] Lc 2, 40: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui». Ib., 2, 52: «E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini». [111] Cfr. ancora Gravissimum educationis, 1‑2. |
| 1988 Maria e form. intell. spirit. |
LA VERGINE MARIA NELLA FORMAZIONE INTELLETTUALE E SPIRITUALERoma, 25 marzo 1988 CONGREGATIO Agli Ecc. mi e Rev.mi Ordinari Diocesani INTRODUZIONE 1. La Seconda Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, tenutasi nel 1985 per "la celebrazione, la verifica e la promozione del Concilio Vaticano II",(1) ha affermato la necessità di "dedicare un'attenzione speciale alle quattro Costituzioni maggiori del Concilio"(2) e di mettere in atto una "programmazione [...] che abbia come obiettivo una nuova, più ampia e più profonda conoscenza ed accettazione del Concilio".(3) Da parte sua il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha asserito che l'Anno Mariano deve "promuovere una nuova ed approfondita lettura di ciò che il Concilio ha detto sulla beata Vergine Maria, Madre di Dio, nel mistero di Cristo e della Chiesa".(4) A questa duplice indicazione magisteriale è particolarmente sensibile la Congregazione per l'Educazione Cattolica. Essa, con la presente Lettera circolare - indirizzata alle facoltà teologiche, ai seminari e ad altri centri di studi ecclesiasti ci - intende offrire, infatti, alcune riflessioni sulla beata Vergine e soprattutto rilevare che l'impegno di conoscenza e di ricerca e la pietà nei confronti di Maria di Nazaret non possono essere circoscritti nei limiti cronologici dell'Anno Mariano, ma devono costituire un compito permanente: permanenti, infatti, sono il valore esemplare e la missione della Vergine. La Madre del Signore, infatti, è un "dato della Rivelazione divina" e costituisce una "presenza materna" sempre operante nella vita della Chiesa.(5) I. LA VERGINE MARIA: UN DATO ESSENZIALE DELLA FEDE E DELLA VITA DELLA CHIESA La ricchezza della dottrina mariologica 2. La storia del dogma e della teologia attestano la fede e l'incessante attenzione della Chiesa verso la Vergine Maria e la sua missione nella storia della salvezza. Tale attenzione è già manifesta in alcuni scritti neotestamentari e in non poche pagine degli Autori dell'età subapostolica. I primi simboli della fede e, successivamente, le formule dogmatiche dei Concili di Costantinopoli (a. 381), di Efeso (a. 431) e di Calcedonia (a.451) testimoniano il progressivo approfondimento del mistero del Cristo, vero Dio e vero uomo, e parallelamente la progressiva scoperta del ruolo di Maria nel mistero dell'Incarnazione: una scoperta che condusse alla definizione dogmatica della divina e verginale maternità di Maria. L'attenzione della Chiesa verso Maria di Nazaret è proseguita in tutti i secoli, con molti pronunciamenti. Si richiamano solo quelli più recenti, senza con questo sottovalutare la fioritura che la riflessione mariologica ha conosciuto in altre epoche storiche. 3. Per il loro valore dottrinale non è possibile non ricordare la Bolla dogmatica Ineffabilis Deus (8 dicembre 1854) di Pio IX, la Costituzione apostolica Munifìcentissimus Deus (1° novembre 1950) di Pio XII e la Costituzione dogmatica Lumen gentium (21 novembre 1964), il cui capitolo VIII costituisce la più ampia e autorevole sintesi della dottrina cattolica sulla Madre del Signore che sia mai stata compiuta da un concilio ecumenico. Sono pure da ricordare, per il loro significato teologico e pastorale, altri documenti quali la Professio Fidei (30 giugno 1968) e le Esortazioni apostoliche Signum magnum (13 maggio 1967) e Marialis cultus (2 febbraio 1974) di Paolo VI, nonché l'Enciclica Redemptoris Mater (25 marzo 1987) di Giovanni Paolo II. 4. È doveroso, inoltre, ricordare l'azione svolta da alcuni "movimenti" che, avendo suscitato in vario modo e da diversi punti di vista un vasto interesse verso la figura della beata Vergine, hanno avuto un influsso considerevole nella stesura della Costituzione Lumen gentium: il movimento biblico, che ha sottolineato l'importanza primaria della Sacra Scrittura per una presentazione del ruolo della Madre del Signore veramente consona alla Parola rivelata; il movimento patristico, che ponendo la mariologia a contatto con il pensiero dei Padri della Chiesa, le ha consentito di approfondire le sue radici nella Tradizione; il movimento ecclesiologico, che ha contribuito largamente alla riconsiderazione e all'approfondimento del rapporto tra Maria e la Chiesa; il movimento missionario, che ha scoperto progressivamente il valore di Maria di Nazaret, la prima evangelizzata (cfr. Lc 1, 26?38) e la prima evangelizzatrice (cfr. Lc 1, 39?45), come fonte di ispirazione per il suo impeg no nella diffusione della Buona Novella; il movimento liturgico, che istituendo un fecondo e rigoroso confronto tra le varie liturgie, ha potuto documentare come i riti della Chiesa attestino una cordiale venerazione verso la "gloriosa e sempre Vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo";(6) il movimento ecumenico, che ha richiesto uno sforzo per comprendere con esattezza la figura della Vergine nell'ambito delle fonti della Rivelazione e per precisare la base teologica della pietà mariana. L'insegnamento mariologico del Vaticano II 5. L'importanza del capitolo VIII della Lumen gentium consiste nel valore della sua sintesi dottrinale e nell'impostazione della trattazione della dottrina riguardante la beata Vergine, inquadrata nell'ambito del mistero del Cristo e della Chiesa. In questo modo il Concilio: - si è riallacciato alla tradizione patristica, che privilegia la storia della salvezza quale trama propria di ogni trattato teologico; a) In vista del Cristo 6. Secondo la dottrina del Concilio lo stesso rapporto di Maria con Dio Padre si determina in vista del Cristo. Dio, infatti, "quando venne la pienezza del tempo, mandò il suo Figlio nato da donna... perché ricevessimo l'adozione a figli" (Gal 4, 4?5).(8) Maria, quindi, che per condizione era l'Ancella del Signore (cfr. Lc 1, 38.48), avendo accolto "nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio" e portato "la Vita al mondo", divenne per grazia "Madre di Dio".(9) In vista di questa singolare missione, Dio Padre la preservò dal peccato originale, la ricolmò dell'abbondanza dei doni celesti e, nel suo sapiente disegno, "volle ... che l'accettazione della predestinata madre precedesse l'Incarnazione".(10) 7. Il Concilio, illustrando la partecipazione di Maria alla storia della salvezza, espone soprattutto i molteplici rapporti che intercorrono tra la Vergine e il Cristo: - di "frutto più eccelso della redenzione",(11) essendo essa stata "redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo";(12) perciò i Padri della Chiesa, la Liturgia e il Magistero non hanno dubitato di chiamare la Vergine "figlia del suo Figlio"(13) nell'ordine della grazia; 8. In luce cristologica sono da leggere anche i rapporti tra lo Spirito Santo e Maria: essa, "quasi plasmata e resa nuova creatura"(18) dallo Spirito e divenuta in modo particolare suo tempio,(19) per la potenza dello stesso Spirito (cfr. Lc 1,35), concepì nel suo grembo verginale e dette al mondo Gesù Cristo.(20) Nell'episodio della Visitazione si riversano, per mezzo di lei, i doni del Messia salvatore: l'effusione dello Spirito su Elisabetta, la gioia del futuro Precursore (cfr. Lc 1, 41). Piena di fede nella promessa del Figlio (cfr. Lc 24, 49), la Vergine costituisce una presenza orante in mezzo alla comunità dei discepoli: perseverando con loro nella concordia e nella supplica (cfr. At 1,14), implora "con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l'aveva già ricoperta nell'annunciazione".(21) b) In vista della Chiesa 9. In vista del Cristo, e quindi anche in vista della Chiesa, da tutta l'eternità Iddio volle e predestinò la Vergine Maria di Nazaret, infatti: Sviluppi mariologici del post?Concilio 10. Negli anni immediatamente successivi al Concilio l'opera svolta dalla Sede Apostolica, da molte Conferenze Episcopali e da insigni studiosi, che illustrò l'insegnamento del Concilio e rispose ai problemi via via emergenti, ha ridato nuova attualità e vigore alla riflessione sulla Madre del Signore. Particolare contributo a questo risveglio mariologico hanno dato l'Esortazione apostolica Marialis Cultus e l'Enciclica Redemptoris Mater. Non è questo il modo per procedere ad una rassegna particolareggiata dei vari settori della riflessione post?conciliare su Maria. Sembra, tuttavia, utile illustrarne alcuni a titolo di esempio e come stimolo per ulteriori ricerche. 11. L'esegesi biblica ha aperto nuove frontiere alla mariologia, dedicando sempre più largo spazio alla letteratura intertestamentaria. Non pochi testi dell'Antico Testamento e, soprattutto, le pagine neo-testamentarie di Luca e di Matteo sull'infanzia di Gesù e le pericopi giovannee sono stati fatti oggetto di un continuo e approfondito studio che, per i risultati conseguiti, ha rafforzato la base scritturistica alla mariologia e l'ha arricchita considerevolmente dal punto di vista tematico. 12. Nel campo della teologia dogmatica, la mariologia ha contribuito, nel dibattito post?conciliare, ad una più idonea illustrazione dei dogmi: chiamata in causa nelle discussioni sul peccato originale (dogma della Concezione immacolata), sull'incarnazione del Verbo (dogma della concezione verginale del Cristo, dogma della divina maternità), sulla grazia e la libertà (dottrina della cooperazione di Maria all'opera della salvezza), sul destino ultimo dell'uomo (dogma dell'Assunzione), essa ha dovuto studiare criticamente le circostanze storiche in cui quei dogmi furono definiti, il linguaggio con cui furono formulati, comprenderli alla luce delle acquisizioni dell'esegesi biblica, di una più rigorosa conoscenza della Tradizione, delle interpellanze delle scienze umane e respingere, infine, le contestazioni infondate. 13. L'interesse della mariologia ai problemi connessi con il culto della beata Vergine è stato molto vivo: esso si è esplicato nella ricerca delle sue radici storiche,(31) nello studio delle motivazioni dottrinali e dell'attenzione per il suo organico inserimento nell'"unico culto cristiano",(32) nella valutazione della pietà popolare, nonché nell'approfondimento dei loro mutui rapporti. 14. Anche nel campo ecumenico la mariologia è stata oggetto di particolare considerazione. Relativamente alle Chiese dell'Oriente cristiano, Giovanni Paolo II ha sottolineato "quanto la Chiesa cattolica, la Chiesa ortodossa e le antiche Chiese orientali si sentano profondamente unite dall'amore e dalla lode per la Theotokos";(33) da parte sua Dimitrios I, Patriarca ecumenico, ha rilevato come le "due Chiese sorelle hanno mantenuto attraverso i secoli inestinguibile la fiamma della devozione alla venerabilissima persona della Tuttasanta Genitrice di Dio"(34) ed ha auspicato che " il tema della mariologia occupi un posto centrale nel dialogo teologico tra le nostre Chiese per il pieno ristabilimento della nostra comunione ecclesiale".(35) Per quanto riguarda le Chiese della Riforma, l'epoca post?conciliare è caratterizzata dal dialogo e dallo sforzo per una reciproca comprensione. Ciò ha consentito il superamento di secolari diffidenze, una migliore conoscenza delle rispettive posizio ni dottrinali e l'attuazione di iniziative comuni di ricerca. Così, almeno in alcuni casi, si sono potuti comprendere, da una parte, i pericoli insiti nell' "oscuramento" della figura di Maria nella vita ecclesiale e, dall'altra, la necessità di attenersi ai dati della Rivelazione. In questi anni, nell'ambito del discorso interreligioso, l'interesse della mariologia si è rivolto all'Ebraismo, da cui proviene la "Figlia di Sion". Inoltre, si è rivolto all'Islamismo, in cui Maria è venerata come santa Madre di Cristo. 15. La mariologia post?conciliare ha dedicato rinnovata attenzione all'antropologia. I Sommi Pontefici hanno ripetutamente presentato Maria di Nazaret come l'espressione suprema della libertà umana nella cooperazione dell'uomo con Dio, che "nel sublime evento dell'incarnazione del Figlio, si è affidato al ministero, libero e attivo di una donna".(37) Dalla convergenza tra i dati della fede e i dati delle scienze antropologiche, allorché queste hanno rivolto la loro attenzione a Maria di Nazaret, è stato più lucidamente compreso che la Vergine è ad un tempo la più alta realizzazione storica del Vangelo (38) e la donna che, per la padronanza di sé, per il senso di responsabilità, l'apertura agli altri e lo spirito di servizio, per la fortezza e per l'amore, si è più compiutamente realizzata sul piano umano. È stata avvertita, ad esempio, la necessità: 16. Nella mariologia post?conciliare ci sono stati, inoltre, temi nuovi o trattati da una nuova angolazione: il rapporto tra lo Spirito Santo e Maria; il problema dell'inculturazione della dottrina sulla Vergine e delle espressioni di pietà mariana; il valore della via pulchritudinis per inoltrarsi nella conoscenza di Maria e la capacità della Vergine di suscitare le più alte espressioni nel campo della letteratura e dell'arte; la scoperta del significato di Maria in rapporto ad alcune urgenze pastorali del nostro tempo (la cultura della vita, la scelta dei poveri, l'annuncio della Parola ... ); la rivalutazione della "dimensione mariana della vita dei discepoli del Cristo".(39) L'Enciclica "Redemptoris Mater" di Giovanni Paolo II 17. Nella scia della Lumen gentium e dei documenti magisteriali del post?Concilio si colloca l'Enciclica Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II, la quale conferma l'impostazione cristologica ed ecclesiologica della mariologia, necessaria perché essa riveli tutta la gamma dei suoi contenuti. Dopo aver approfondito, attraverso una prolungata meditazione sull'esclamazione di Elisabetta: "Beata colei che ha creduto" (Lc 1,45) i molteplici aspetti dell'"eroica fede" della Vergine, che egli considera "quasi una chiave che ci dischiude l'intima realtà di Maria",(40) il Santo Padre illustra la "presenza materna" della Vergine nel cammino della fede, secondo due linee di pensiero, una teologica, l'altra pastorale e spirituale: - la Vergine, che fu attivamente presente nella vita della Chiesa - nel suo inizio (il mistero dell'Incarnazione), nel suo costituirsi (il mistero di Cana e della Croce) e nel suo manifestarsi (il mistero della Pentecoste) - è una "presenza operante" lungo tutta la sua storia, anzi è al "centro della Chiesa in cammino",(41) verso la quale svolge una molteplice funzione: di cooperazione alla nascita dei fedeli alla vita della grazia, di esemplarità nella sequela del Cristo, di "mediazione materna";(42) - il gesto con cui il Cristo affidò il Discepolo alla Madre e la Madre al Discepolo (cfr. Gv 19, 25?27) ha determinato uno strettissimo rapporto tra Maria e la Chiesa. Per volontà del Signore una "nota mariana" segna la fisionomia della Chiesa, il suo cammino, la sua attività pastorale; e nella vita spirituale di ogni discepolo - rileva il Santo Padre - è insita una "dimensione mariana".(43) Nel suo insieme la Redemptoris Mater può essere considerata l'Enciclica della "presenza materna ed operante" di Maria nella vita della Chiesa:(44) nel suo cammino di fede, nel culto che essa rende al suo Signore, nella sua opera di evangelizzazione, nella sua progressiva configurazione al Cristo, nell'impegno ecumenico. Il contributo della mariologia alla ricerca teologica 18. La storia della teologia attesta che la conoscenza del mistero della Vergine contribuisce ad una più profonda conoscenza del mistero del Cristo, della Chiesa e della vocazione dell'uomo.(45) D'altra parte, lo stretto vincolo della beata Vergine con il Cristo, con la Chiesa e con l'umanità fa sì che la verità sul Cristo, sulla Chiesa e sull'uomo illumini la verità concernente Maria di Nazaret. 19. In Maria, infatti, "tutto è relativo a Cristo".(46) Ne consegue che "solo nel mistero del Cristo si chiarisce pienamente il suo mistero",(47) e che, quanto più la Chiesa approfondisce il mistero di Cristo tanto più comprende la singolare dignità della Madre del Signore e il suo ruolo nella storia della salvezza. Ma, in una certa misura, è vero anche il contrario: la Chiesa infatti, attraverso Maria, "testimone eccezionale del mistero di Cristo",(48) ha approfondito il mistero della kenosis del "Figlio di Dio" (Lc 3,38; cfr. Fil 2, 5?8) divenuto in Maria "Figlio di Adamo" (Lc 3,38), ha conosciuto con maggiore chiarezza le radici storiche del "Figlio di Davide" (cfr. Lc 1,32), il suo inserimento nel popolo Ebreo, la sua appartenenza al gruppo dei "poveri del Signore". 20. In Maria, inoltre, tutto - i privilegi, la missione, il destino - è intrinsecamente riferibile anche al mistero della Chiesa. Ne deriva che nella misura in cui si approfondisce il mistero della Chiesa risplende più nitidamente il mistero di Maria. E, a sua volta, la Chiesa, contemplando Maria, conosce le proprie origini, la sua intima natura, la sua missione di grazia, il destino di gloria, il cammino di fede che deve percorrere.(49) 21. In Maria, infine, tutto è riferibile all'uomo, di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Essa ha un valore universale e permanente. "Vera sorella nostra"(50) e "congiunta nella stirpe di Adamo con tutti gli uomini bisognosi di salvezza",(51) Maria non delude le attese dell'uomo contemporaneo. Per la sua condizione di "perfetta seguace di Cristo"(52) e di donna che si è realizzata completamente come persona, essa è una sorgente perenne di feconde ispirazioni di vita. Per i discepoli del Signore la Vergine è il grande simbolo dell'uomo che raggiunge le più intime aspirazioni della sua intelligenza, della sua volontà e del suo cuore, aprendosi per Cristo e nello Spirito alla trascendenza di Dio in filiale dedizione di amore e radicandosi nella storia in operoso servizio ai fratelli. Peraltro "all'uomo contemporaneo - scriveva Paolo VI - non di rado tormentato tra l'angoscia e la speranza, prostrato dal senso dei suoi limiti e assalito da aspirazioni senza confini, turbato nell'animo e diviso nel cuore, con la mente sospesa dall'enigma della morte, oppresso dalla solitudine mentre tende alla comunione, preda della nausea e della noia, la beata Vergine Maria, contemplata nella sua vicenda evangelica e nella realtà che già possiede nella città di Dio, offre una visione serena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull'angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte".(53) 22. "Tra tutti i credenti Ella, Maria, è come uno "specchio" in cui si riflettono nel modo più profondo e più limpido 'le grandi opere di Dio' (At 2,11)",(54) che la teologia ha il compito, appunto, di illustrare. La dignità e l'importanza della mariologia derivano dunque dalla dignità e dall'importanza della cristologia, dal valore dell'ecclesiologia e della pneumatologia, dal significato dell'antropologia soprannaturale e dell'escatologia: con questi trattati la mariologia è strettamente connessa. II. LA VERGINE MARIA NELLA FORMAZIONE INTELLETTUALE E SPIRITUALE La ricerca mariologica 23. Dai dati esposti nella prima parte di questa Lettera risulta che la mariologia è oggi viva e impegnata in questioni rilevanti nel campo della dottrina e della pastorale. Pertanto, è necessario che essa, insieme con l'attenzione ai problemi pastorali via via emergenti, curi anzitutto il rigore della ricerca, condotta con criteri scientifici. 24. Anche per la mariologia vale la parola del Concilio: "La sacra teologia si basa come su un fondamento perenne sulla Parola di Dio scritta, insieme con la sacra Tradizione, e in quella vigorosamente si consolida e ringiovanisce sempre, scrutando alla luce della fede ogni verità racchiusa nel mistero di Cristo".(55) Lo studio della sacra Scrittura deve essere dunque come l'anima della mariologia.(56) 25. Inoltre è imprescindibile per la ricerca mariologica lo studio della Tradizione poiché, come insegna il Vaticano II, "la sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa".(57) Lo studio della Tradizione si rivela peraltro particolarmente fecondo per la qualità e la quantità del patrimonio mariano dei Padri della Chiesa e delle diverse Liturgie. 26. La ricerca sulla Scrittura e sulla Tradizione, condotta secondo le metodologie più feconde e con i più validi strumenti della critica, deve essere guidata dal Magistero, perché ad esso è stato affidato il deposito della Parola di Dio per la sua custodia e la sua autentica interpretazione;(58) e dovrà essere, all'occorrenza, confortata e integrata dalle acquisizioni più sicure dell'antropologia e delle scienze umane. L'insegnamento della mariologia 27. Considerata l'importanza della figura della Vergine nella storia della salvezza e nella vita del popolo di Dio, e dopo le indicazioni del Vaticano II e dei Sommi Pontefici, sarebbe impensabile che oggi l'insegnamento della mariologia fosse trascurato: occorre, pertanto, dare ad esso il giusto posto nei seminari e nelle facoltà teologiche. 28. Tale insegnamento, consistente in una "trattazione sistematica" sarà: 1. organico, inserito, cioè, adeguatamente nel piano di studi del curricolo teologico; 2. completo, in modo che la persona della Vergine sia considerata nell'intera storia della salvezza, cioè nel suo rapporto con Dio; con Cristo, Verbo incarnato, salvatore e mediatore; con lo Spirito Santo, santificatore e datore di vita; con la Chiesa, sacramento di salvezza; con l'uomo - le sue origini e il suo sviluppo nella vita della grazia, il suo destino di gloria -; 3. rispondente ai vari tipi di istituzione (centri di cultura religiosa, seminari, facoltà teologiche ... ) e al livello degli studenti: futuri sacerdoti e docenti di mariologia, animatori della pietà mariana nelle diocesi, formatori di vita religiosa, catechisti, conferenzieri e quanti sono desiderosi di approfondire la conoscenza mariana. 29. Un insegnamento così impartito eviterà presentazioni unilaterali della figura e della missione di Maria, a detrimento della visione d'insieme del suo mistero, e costituirà uno stimolo per ricerche approfondite - attraverso seminari e l'elaborazione di tesi di licenza e di laurea - sulle fonti della Rivelazione e sui documenti del Magistero. Inoltre, i vari docenti, in una corretta e feconda visione interdisciplinare, potranno utilmente rilevare nello svolgimento del loro insegnamento gli eventuali riferimenti alla Vergine. 30. È necessario, quindi, che ogni centro di studi teologici - secondo la propria fisionomia - preveda nella Ratio studiorum l'insegnamento della mariologia in modo definito e con le caratteristiche sopra enunciate; e che, di conseguenza, i docenti di mariologia abbiano una preparazione adeguata. 31. A questo proposito è da rilevare che le Norme applicative della Costituzione apostolica Sapientia christiana prevedono la licenza e la laurea in teologia con specializzazione in mariologia.(59) Il servizio della mariologia alla pastorale e alla pietà mariana 32. Come ogni disciplina teologica anche la mariologia offre un prezioso contributo alla pastorale. A questo proposito la Marialis cultus sottolinea che "la pietà verso la beata Vergine, subordinatamente alla pietà verso il divin Salvatore ed in connessione con essa, ha un grande valore pastorale e costituisce una forza innovatrice del costume cristiano".(60) Inoltre, essa è chiamata a dare il suo apporto nel vasto campo dell'evangelizzazione.(61) 33. La ricerca e l'insegnamento della mariologia, ed il suo servizio alla pastorale tendono alla promozione di un'autentica pietà mariana che deve caratterizzare la vita di ogni cristiano e particolarmente di coloro che si dedicano agli studi teologici e si preparano al Sacerdozio. La Congregazione per l'Educazione Cattolica intende attirare in special modo l'attenzione degli Educatori dei Seminari sulla necessità di suscitare un'autentica pietà mariana nei seminaristi, in coloro, cioè, che saranno un giorno i principali operatori della pastorale della Chiesa. Il Vaticano II, allorché tratta della necessità per i seminaristi di una approfondita vita spirituale, raccomanda che essi "con fiducia filiale amino e venerino la beatissima Vergine Maria che fu data come Madre da Gesù Cristo, morente in croce, al suo discepolo".(62) Da parte sua, questa Congregazione, in conformità del pensiero del Concilio, ha più volte sottolineato il valore della pietà mariana nella formazione de gl i alunni del seminario: - nella Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis chiede al seminarista che "ami ardentemente, secondo lo spirito della Chiesa, la Vergine Maria, madre del Cristo, a lui associata in modo speciale nell'opera della redenzione";(63) - nella "Lettera circolare su alcuni aspetti più urgenti della formazzone spirituale nei seminari" (6 gennaio 1980) osserva che "niente può, meglio della vera devozione alla Vergine Maria, concepita come uno sforzo sempre più completo di imitazione, introdurre nella gioia di credere",(64) così importante per chi dovrà fare della propria vita un continuo esercizio di fede. Il Codice di Diritto Canonico, trattando della formazione dei candidati al Sacerdozio, raccomanda il culto della beata Vergine Maria, alimentato da quegli esercizi di pietà con cui gli alunni acquistano lo spirito di preghiera e consolidano la vocazione.(65) CONCLUSIONE 34. Con questa Lettera, la Congregazione per l'Educazione Cattolica vuole ribadire la necessità di fornire agli studenti di tutti i Centri di studi ecclesiastici e ai seminaristi una formazione mariologica integrale che abbracci lo studio, il culto e la vita. Essi dovranno: 1. acquisire una conoscenza completa ed esatta della dottrina della Chiesa sulla Vergine Maria, che consenta loro di discernere la vera dalla falsa devozione, e l'autentica dottrina delle sue deformazioni per eccesso o per difetto; e soprattutto che dischiuda ad essi la via per contemplare e comprendere la superna bellezza della gloriosa Madre del Cristo; 2. alimentare un amore autentico verso la Madre del Salvatore e Madre degli uomini, che si esprima in genuine forme di venerazione e si traduca in "imitazione delle sue virtù"(66) e soprattutto in un deciso impegno a vivere secondo i comandamenti di Dio e fare la sua volontà (cfr. Mt 7,21; Gv 15,14); 3. sviluppare la capacità di comunicare tale amore con la parola, gli scritti, la vita, al popolo cristiano, la cui pietà mariana è da promuovere e coltivare. 35. Infatti, da una formazione mariologica adeguata, in cui lo slancio della fede e l'impegno dello studio si compongono armonicamente, deriveranno numerosi vantaggi: 36. Lo studio della mariologia tende, come a sua ultima meta, all'acquisizione di una solida spiritualità mariana, aspetto essenziale della spiritualità cristiana. Nel suo cammino verso il raggiungimento della piena maturità del Cristo (cfr. Ef 4, 13), il discepolo del Signore, consapevole della missione che Dio ha affidato alla Vergine nella storia della salvezza e nella vita della Chiesa, la assume come "madre e maestra di vita spirituale":(68) con lei e come lei, nella luce dell'Incarnazione e della Pasqua, imprime alla propria esistenza un decisivo orientamento verso Dio per il Cristo nello Spirito, per vivere nella Chiesa la proposta radicale della Buona Novella e, in particolare, il comandamento dell'amore (cfr. Gv 15, 12). Eminenze, Eccellenze, Reverendi Rettori dei Seminari, Reverendi Presidi e Decani delle Facoltà ecclesiastiche, vogliamo sperare che i brevi orientamenti sopra indicati abbiano la dovuta accoglienza presso i docenti e gli studenti, perché si possano ottenere i frutti auspicati. Augurando sulle loro Persone l'abbondanza delle divine benedizioni, ci professiamo devotissimi WILLIAM Card W. BAUM
Prefetto ANTONIO M. JAVIERRE ORTAS Note |
| 1987 Studi sulle Chiese Orientali |
LETTERA CIRCOLARE RIGUARDANTE
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| 1986 formaz. Strum. Com. Soc. |
ORIENTAMENTI PER LA FORMAZIONE DEI FUTURI SACERDOTI CIRCA GLI STRUMENTI DELLA COMUNICAZIONE SOCIALEPRESENTAZIONE Il decreto conciliare «Inter mirifica», affrontando il complesso fenomeno moderno degli strumenti della comunicazione sociale, ha con ciò stesso messo in luce numerosi problemi di carattere pastorale e formativo. Essi riguardano l'intero Popolo di Dio: il clero, il laicato, le istituzioni di apostolato e di educazione e, tra queste, in primo luogo i Seminari. Le brevi indicazioni date a tale proposito, nel n. 16 di detto Decreto e sviluppate successivamente nel n. 111 dell'Istruzione «Communio et progressio» e nel n. 68 della «Ratio fundamentalis», costituiscono ormai un importante punto di riferimento per gli Istituti di formazione sacerdotale (le Facoltà teologiche, i Seminari e gli Studentati dei Religiosi), offrendo ad essi efficaci stimoli per l'attività didattica e pratico - pastorale. Data però la grande diversità delle situazioni locali, è comprensibile che l'impegno formativo ed i relativi frutti a tale riguardo non sono del tutto uguali. Trattandosi di un campo relativamente nuovo, per il quale mancano talvolta esperienze specifiche ed insegnanti ben preparati, l'intera opera formativa si profila in vari casi ancora difficile, poco sistematica e lacunosa. Si notano talvolta delle carenze organizzative e tecniche e dei ritardi, i quali contrastano con la rapida evoluzione che si sta attualmente realizzando nei sistemi e nelle tecniche di comunicazione, coinvolgendo l'intero universo culturale, sociale e spirituale della persona umana (cfr. GiOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XIX Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, 15 aprile 1985). Perché la preparazione dei futuri sacerdoti in questo campo sia meno inadeguata e risponda sempre meglio ai gravi compiti che li attendono, la Congregazione per l'Educazione Cattolica, dopo numerose consultazioni con esperti in materia e, in modo particolare, con la Pontificia Commissione per le Comunicazioni Sociali, ha il piacere di offrire ai Seminari i presenti «Orientamenti», nella speranza di facilitare così in qualche modo le loro responsabilità educative. Al di là dei possibili futuri sviluppi e della diversità delle situazioni, a tutti gli Istituti di formazione sacerdotale s'impone oggi con grande urgenza un comune nucleo di questioni fondamentali concernenti la condotta personale dei recettori, l'uso pastorale dei mass media e la formazione specialistica per compiti particolari. In base alle esperienze di questi ultimi anni, per tutti e tre i livelli formativi vengono qui impartite alcune indicazioni generali, lasciando agli Ecc.mi Vescovi ed ai Rev.mi Educatori di servirsene secondo le concrete circostanze e necessità locali. Non v'è alcun dubbio che nel cammino formativo delineato in questo documento si noteranno certi limiti. Ma siamo persuasi che esso, anche così come è, ad un lettore benevolo ed attento si rivelerà sufficientemente stimolante ed atto ad imprimere all'intera opera educativa dei Seminari un indirizzo più conforme alle intenzioni del Concilio Vaticano II ed alle esigenze spirituali dei nostri tempi. Non rimane, pertanto, altro che augurarsi che, accolto con benevolenza, sia messo in pratica in tutti gli Istituti di formazione sacerdotale per il maggior bene dei candidati al sacerdozio e di tutta la Chiesa. Roma, dal Palazzo della Congregazione per l'Educazione Cattolica, 19 marzo 1986, nella solennità di S. Giuseppe. WILLIAM
La comunicazione umana, dono di Dio. Dio, sommo bene, comunica incessantemente i suoi doni agli uomini, oggetto di sua particolare sollecitudine e amore, prima di comunicarsi più pienamente ad essi nella visione beatifica. Inoltre, perché la sua immagine nell'uomo riflettesse sempre più la perfezione divina (cfr. Mt 5, 48), Egli ha voluto associarlo alla propria opera facendolo, a sua volta, messaggero e dispensatore degli stessi beni ai suoi fratelli e a tutta l'umanità. L'uomo, infatti, per esigenza della sua stessa natura, fin dal mattino della sua esistenza ha preso a comunicare con i propri simili i suoi beni spirituali"» [1] per mezzo di segni sensorialmente percepibili. Quindi, col tempo, ha via via inventato mezzi e veicoli di comunicazione sempre più atti a superare gli originali limiti di spazio e di tempo, sino ad attuare, con il sempre più rapido sviluppo tecnologico, un'ormai mondiale e istantanea comunicazione di tutta l'umanità mediante gli strumenti della comunicazione sociale, che oggi vanno integrandosi in una onnicomprensiva tele(infor)matica Tale provvidenziale sviluppo della comunicazione non poteva non interessare la Chiesa soprattutto nella trasmissione delle verità rivelate: da Dio comunicate e, per mezzo della Chiesa, da comunicare a tutti gli uomini. Dio, infatti, «dopo avere, a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, "alla fine ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Eb 1, 1‑2)», disponendo «che quanto Egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti rimanesse sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore (...) ordinò agli Apostoli di predicare a tutti il Vangelo (...). Ciò venne fedelmente eseguito tanto dagli Apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni, trasmisero ciò che avevano ricevuto dalle labbra, dalla frequentazione e dalle opere del Cristo (...), quanto da quegli Apostoli e da uomini della loro cerchia, i quali (...) misero in iscritto l'annuncio della salvezza. Gli Apostoli, poi, affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i Vescovi, ad essi "affidando il loro proprio posto di magistero"». [2] Dalla «Comunicazione» alla «Comunione» In tempi più recenti la Chiesa ha considerato anche gli strumenti della comunicazione sociale quali veicoli provvidenziali per attuare la sua missione di «predicare sui tetti» (Lc 12, 3), «a tutte le nazioni» (Mc 16, 15), «Sino agli estremi confini della terra» (At 1, 8), la Parola della salvezza. Se n'è interessata, inoltre, per promuovere la formazione e la tutela integrale dell'uomo e del cristiano. Di fatto la Chiesa ha accolto detti strumenti quali «odierne mirabili invenzioni che più toccano la vita intellettuale e spirituale dell'uomo» [3] e quali «meravigliosi frutti dell'ingegno e del lavoro umani, dono di Dio, dal quale ogni cosa buona procede».[4] Consapevole, però, dell'ambivalenza culturale e morale degli stessi, «con vigile cura»[5] essa non ha mancato di adoperarsi per prevenirne ogni «uso contrario al piano del Creatore» [6] e tale da volgerli a danno e rovina dell'uomo. Il Magistero postconciliare ha additato nella «Comunione» il termine ideale di ogni «Comunicazione»: così interpersonale come «di massa»; e ha messo in risalto analogie e convergenze con due divini esemplari di perfetta comunicazione - comunione. Il primo è in Gesù Cristo, «Comunicatore perfetto», nel quale il Verbo incarnato fece sua «la natura di quelli che dovevano raccogliere il suo messaggio, da Lui poi espresso con le parole e con tutto il suo modo di vivere: parlando interamente inserito nel suo popolo (...), adeguandosi al loro modo di parlare e alla loro mentalità, al loro stato e condizione (...). Inoltre, con l'istituzione dell'Eucaristia dandoci la più perfetta forma di comunione che potesse venir concessa agli uomini (...). Infine, comunicandoci il suo Spirito vivificante, che è principio di comunione e di unità».[7] L'altro «esemplare è nell'altissimo mistero dell'eterna comunicazione - comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, uniti in una sola vita divina». [8] Strumenti della comunicazione sociale e sacerdozio ministeriale L'influsso sempre più vasto e profondo che in questi ultimi decenni gli strumenti della comunicazione sociale sono andati esercitando in quasi tutti gli aspetti, i settori e i rapporti della società, creandovi nuovi problemi, ha indotto il Magistero a moltiplicare insegnamenti, esortazioni e norme, a tutela e vantaggio, non solo dei fedeli e di ogni uomo di buona volontà, ma anche di quanti, nel mondo odierno, sono chiamati ad esercitare il sacerdozio ministeriale. [9] In conformità di questi orientamenti ufficiali della Chiesa, anche questa Congregazione, fin dal 1970, nella Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis - dopo aver fornito indicazioni generali sulla problematica degli strumenti della comunicazione sociale - disponeva che nei seminari i futuri sacerdoti venissero formati al retto uso degli stessi, al triplice scopo: «d'imporsi una propria disciplina personale, di poter formare a loro volta i fedeli, e di poterli usare efficacemente nell'apostolato»; [10] e l'anno seguente, l'istruzione pastorale Communio et progressio ricalcava questo programma, notando: «Per non restare estranei alla realtà della vita e non arrivare impreparati ai loro compiti di apostolato, i futuri sacerdoti i religiosi e le religiose, nei seminari e nelle case di formazione apprendano come questi mezzi influiscano nella società umana, e anche la tecnica di usarli; e questo apprendimento sia considerato quale parte integrante della loro formazione». [11] La situazione presente L'indicazione della Ratio fundamentalis doveva essere quindi tenuta presente dalle competenti Conferenze Episcopali nel preparare le Ratio per le rispettive nazioni, per essere poi specificata ed esplicitata nei programmi di studio e nei regolamenti dei singoli seminari. Trattandosi di una disposizione riguardante un settore educativo del tutto nuovo, la sua attuazione concreta non poteva essere priva di difficoltà. Per questa ragione, questa Congregazione nel 1977 avviava un'inchiesta in tutti i seminari, maggiori e minori, per accertare se e come l'iniziazione e la formazione in questo campo fosse di fatto avvertita ed attuata. Dalle risposte pervenute risultò che nella maggior parte dei centri di formazione ecclesiastica il problema era avvertito; tuttavia, o per erronea individuazione dell'oggetto e dell'ambito specifico di detta iniziazione e formazione, o per mancata distinzione tra i suoi scopi e livelli, ancora difettavano quasi del tutto programmi definiti e organici; inoltre, spesso mancavano persone preparate per approntarli e svolgerli; in molti casi, infine, si e costatata la scarsità dei sussidi tecnici e dei mezzi economici. Questo Documento A distanza di anni, dette insufficienze non sono state eliminate e, anzi, si rilevano ulteriori ritardi rispetto agli sviluppi nel frattempo segnati dalla comunicazione umana. Pertanto, questa Congregazione, mentre plaude a quanto di valido già si è andato attuando in vari seminari e istituti d'insegnamento dipendenti dall'autorità ecclesiastica, con il presente Documento - consultata la Pontificia Commissione per le Comunicazioni Sociali - si prefigge di offrire alcuni consigli, proposte e direttive di carattere piuttosto generale, data la fluidità della materia e la diversità delle situazioni locali, [12] per impostare rettamente e prontamente, e attuare efficacemente, quanto il Magistero e la citata Ratio fundamentalis hanno disposto o suggerito. Il Documento s'indirizza in primo luogo alle Conferenze episcopali e agli Ecc.mi Vescovi delle diocesi dei territori di diritto comune; quindi, ai superiori e ai Docenti dei seminari. Pertanto, soggetti della specifica iniziazione e formazione di cui il Documento tratta, s'intendono innanzi tutto gli alunni dei seminari maggiori e minori di detti territori; tuttavia, esso potrà rendere utili servizi anche ai seminari e agli istituti di formazione sacerdotale che non dipendono dalla Congregazione per l'Educazione Cattolica. L'oggetto Oggetto proprio e diretto dell'iniziazione ed educazione specifica al quale il Documento s'interessa sono in primo luogo quei mezzi odierni di comunicazione che - spesso qualificati mass media, [13] teckniques de diffusion, comunicazioni di massa, audiovisuels... e con altri termini più o meno inadeguati - il decreto conciliare Inter mirifica, poi assecondato anche dal nuovo Codice di diritto canonico, [14] ha più propriamente qualificato «strumenti della comunicazione sociale»: «la stampa, il cinema, la radio, la televisione e gli altri simili dalle stesse caratteristiche» (n. 1 ). Essi, infatti, si distinguono per una loro rilevante tecnicità, quindi anche per una propria ed altissima idoneità di comunicazione, che è fattore primario del fenomeno tutto odierno della socializzazione. [15] Sono anche oggetto del Documento i problemi socio - culturali e morali - pastorali strettamente connessi con gli stessi strumenti, primi, tra questi, quelli che rientrano, da una parte, nella più generale comunicazione umana e, dall'altra, nella tecnologia, soprattutto oggi, microelettronica. [16] Tuttavia, insieme a quest'oggetto proprio e diretto dei presenti Orientamenti, le necessità pastorali richiedono che ci si interessi occasionalmente anche allo studio e alla pratica di altri mezzi e strumenti di espressione e di comunicazione, quali il teatro, le arti figurative e altri, anche se esorbitino dal quadro sopra tracciato. Criteri redazionali Il Documento si astiene di proposito dal trattare questioni tecniche e teorie sui mass media e sui fenomeni socio - culturali connessi; sulle quali, peraltro, gli esperti non di rado discordano. Inoltre, avendone raccolto in Appendice (n. I) i documenti più significativi, non si dilunga su quanto il Magistero in cinque decenni è andato insegnando e disponendo al riguardo. Infine, esemplifica in altra Appendice (n. II) i temi e gli argomenti particolari da, eventualmente, trattare nei tre diversi livelli dell'iniziazione ed educazione. A) PRINCIPI COMUNI 1. Tre livelli 2. Ambito proprio a) di curare - per quanto lo consentano le rispettive espressioni linguistiche - un uso corretto dei termini, tenendo presenti le diverse accezioni nelle quali dai vari autori e nelle diverse scuole le differenti terminologie vengono correntemente usate. Ciò valga specialmente rispetto all'accezione giuridica che la terminologia conciliare ha assunto anche nel nuovo Codice di diritto canonico; b) in particolare si ritengano e si trattino come «strumenti della comunicazione sociale» soltanto la stampa quotidiana o periodica d'informazione, il cinema, la radio, la televisione e altri aventi le stesse caratteristiche tecnologico - comunicative;[19] distinguendoli, sia da altri mezzi di espressione che, per quanto rilevanti, siano meno specifici (ad esempio, il teatro), sia da tecniche similari (ad esempio, l'editoria libraria) oppure complementari agli «strumenti» propriamente detti quali i dischi, le cassette, le diapositive, i group media, i multimedia, i minimedia... (dei quali al n. 7); c) tenendo conto dell'accelerata globale evoluzione tecno-sociologica verso la tecnotronica e la telematica, di cui i mass media sono, insieme, oggetto, fattori e specchio, è necessario trattare non esclusivamente dell'uno o dell'altro di essi (del solo cinema, della sola televisione ...), ignorandone gli altri (ad esempio, la stampa); ne conviene trattare soltanto di qualche aspetto peculiare di alcuni di essi (ad esempio, solo della cultura e civiltà «dell'immagine»); ma anche e soprattutto del loro insieme, e di tutti i loro aspetti e problemi più ricorrenti tra gli autori più noti: quali il «dialogo del mondo», il «villaggio cosmico», l'«uomo unidimensionale», l'«uomo computer‑ informatizzato»... d) infine, tra questi e altri macrofenomeni socio‑culturali, occorre dare il più ampio spazio a quelli dell'informazione, della propaganda e pubblicità, della cosiddetta «opinione pubblica», dell'uso del tempo libero..., in quanto specificamente connessi con gli stessi strumenti. 3. Formazione integrale a) ci s'interessi in ogni caso alla formazione e alla tutela di personalità pienamente umane nei recettori, aprendoli a quei valori psicosociologici ed etico‑culturali che i mass media vastamente coinvolgono, potendo questi favorire così una loro auspicabile crescita come una loro deprecabile degradazione; e ci s'interessi, insieme, alla maturazione cristiana degli stessi, perché nel responsabile uso dei mass media sappiano poi vivere tutta la loro vita sacerdotale in modo arricchente e fecondo; b) sicuri, poi, che all'insegnamento teorico s'accompagni una certa esperienza pratica in un adeguato uso degli strumenti stessi, sia per far prendere conoscenza agli alunni, con progressiva maturità, delle costanti culturali e politiche, religiose e morali, delle produzioni e programmazioni in corso, sia per poter valutare le tecniche moderne con realismo e con senso critico. Di qui la convenienza che i seminari e gli istituti di istruzione siano dotati di un'adeguata attrezzatura operativa. 4. Sicurezza dottrinale a) che gli addetti all'iniziazione e alla formazione di primo grado, o «di base», non siano semplici praticanti o tecnici di qualche mass medium; ma che, quantunque specializzati o competenti in esso, siano anche provvisti di una sufficiente conoscenza dell'insieme dei problemi culturali e tecnici, profani e religiosi, preferibilmente acquisita frequentando un corso di secondo livello, o pastorale; b) che specialmente gli addetti a questi corsi di secondo livello siano informati su quanto, intorno ai mass media, nei diversi ambiti culturali gli studiosi più accreditati hanno ricercato, formulato e pubblicato. Ma, nel parteciparlo agli alunni, distinguano bene il certo e dimostrato dall'ipotetico e opinabile, il definitivo dal transitorio, il circoscritto dal generale, i fatti dalle loro interpretazioni ideologiche: ciò specialmente quando da teorie e proposte particolari si fanno derivare norme di comportamento morale o di prassi pastorale; c) che tutti si rendano familiare, accolgano fiduciosi e propongano con oggettività il copioso Magistero della Chiesa in argomento la silloge del quale, riportata in Appendice, già offre sufficiente materia di studio e di riflessione. Tra i principali documenti che un docente cattolico di mass media dovrebbe avere costantemente presenti si collocano: l'enciclica di Pio XI sul cinema Vigilanti cura (1936); i due Discorsi sul film ideale (1955) e l'enciclica Miranda prorsus (1957) di Pio XII; la Lettera della Segreteria di Stato alla Semaine Sociale de Nancy (1955); il decreto conciliare Inter mirifica (1963); l'istruzione pastorale Communio et progressio (1971); i Canoni che nel nuovo Codice di diritto canonico (1983) trattano degli strumenti della comunicazione sociale, come pure i Messaggi che i Sommi Pontefici hanno via via inviato nelle celebrazioni delle Giornate mondiali degli strumenti della comunicazione sociale. 4. Necessari sussidi B) NORME PARTICOLARI I. A LIVELLO DI BASE: FORMAZIONE DEI RECETTORI 5. Scopo 6. Competenze e supplenze I. per un'autonoma consapevole scelta, quantitativa e qualitativa, dei programmi da parte degli alunni; II. per un responsabile proficuo comportamento durante la fruizione degli stessi; III. per un opportuno addestramento dei medesimi al fine di poter dare - secondo i rispettivi livelli di studio e la progressiva loro maturazione umana - motivati giudizi critici sui messaggi e sui valori - culturali e religiosi, espliciti o impliciti -, proposti, o sistematicamente ignorati, dai programmi. 7. Aspetto culturale 8. Aspetto religioso‑morale a) si eviti di degradare la morale dei mass media a moralismo, oppure di ridurla tutta, o quasi, alla sfera dell'erotico sessuale, restando pur sempre attenti alla luce particolare nella quale questo aspetto si colloca per quanti si preparino a vivere il celibato consacrato; b) se ne prospetti prevalentemente l'uso e l'impiego positivo: nel preferire quello che sia valido e che «edifichi», rispetto a quello negativo, nel fuggire cioè quanto si presuma nocivo o pericoloso; c) nel bene come nel male, si metta in luce, non soltanto ciò che tocchi individualmente la coscienza, ma anche la rilevanza sociale delle proprie scelte e dei messaggi che ne derivano. A ciò, varrà, anche l'attenzione volta dagli alunni ai «giudizi morali» eventualmente dati da competenti autorità.[28] 9. Esposizione ai mass media a) tenendo conto dei diversi livelli di età e di sviluppo culturale e morale degli alunni; b) educandoli a usare i mass media non esclusivamente in funzione di divertimento, ma soprattutto d'informazione e di formazione, per un'armonica crescita culturale e sociale. Perciò s'addestrino - mediante forum e altri esercizi analoghi - a introdurre, analizzare, discutere e giudicare criticamente spettacoli e messaggi, specialmente quelli di spiccato o controverso rilievo culturale, sociale ed etico‑religioso; c) ricordando le norme di prudenza e di ascesi costantemente raccomandate dai Sommi Pontefici, dal Vaticano II e dal Codice di diritto canonico per quanti si avviano alla vita consacrata.[30] 10. Necessario equilibrio II. AL SECONDO LIVELLO: FORMAZIONE PASTORALE 11. I tre scopi a) addestrare gli interessati all'uso corretto degli strumenti della comunicazione sociale e, in genere, di ogni tecnica di espressione e di comunicazione, nelle attività pastorali, quando e come le circostanze lo comportino;[32] b) formarli, in questo campo, maestri e guide degli altri (recettori in genere, educatori, e quanti operino nei mass media) con l'insegnamento, la catechesi, la predicazione, ecc., e come consulenti, confessori, direttori spirituali; c) soprattutto sensibilizzarli e prepararli a un necessario continuato adeguamento della loro futura attività pastorale, compresa quella d'inculturazione della fede e della vita cristiana nelle diverse Chiese particolari,[33] in un mondo psicologicamente e socialmente condizionato dai mass media, [34] e ormai dalla tele(infor)matica.[35] 12. Addestramento pratico 13. Sussidi didattico‑pastorali 14. «L'uomo totale» 15. Attitudini comunicative - si educhino gli alunni al silenzio interiore, necessario così alla vita spirituale come a quella intellettuale, per evitare il frastuono dispersivo dell'odierna comunicazione massmediale; - si allenino gli alunni al frequente dialogo interpersonale e di gruppo, curando la proprietà del linguaggio, la chiarezza dell'esposizione e l'efficacia dell'argomentazione, per integrare le comunicazioni prevalentemente unidirezionali e per immagini dei mass media; - i docenti, da parte loro, trattando dei mass media e delle altre materie, curino, senza alcun pregiudizio al rigore scientifico, la massima comunicabilità, eventualmente aggiornando il proprio linguaggio; [38] - tutti indistintamente, in unione di volontà e di cuori, tendano a «quella comunione che secondo la fede cristiana costituisce il fine primario ed ultimo di ogni comunicazione».[39] 16. Sussidi e fonti 17. Corsi ed esami III. AL TERZO LIVELLO: FORMAZIONE SPECIALISTICA 18. I destinatari 19. Sedi Questa Congregazione confida che un clero così formato possa efficacemente giovare a «tutti gli uomini di buona volontà (...) nell'usare gli strumenti della comunicazione sociale unicamente a beneficio dell'umanità, il cui avvenire dipende ogni giorno di più dal loro retto uso»; inoltre, in un tempo nel quale «il Popolo di Dio, lo sguardo fisso al futuro, scorge con immensa fiducia e caldo amore le meraviglie che a piene mani gli promette l'iniziata epoca spaziale» [43]telematica. PRIMA APPENDICELA FORMAZIONE DEL CLERO AI MASS MEDIA
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| 1986 Past. d. Mobilita' in formaz. |
LA PASTORALE DELLA MOBILITÀ UMANA NELLA FORMAZIONE
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| 1985 Ratio Fund. Inst. Sacerd. |
RATIO FUNDAMENTALIS INSTITUTIONIS SACERDOTALIS
PREFAZIONE Sono già passati quindici anni da quando la Congregazione per l'Educazione Cattolica ha pubblicato. Con la collaborazione delle Conferenze Episcopali, la "Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis" al fine di promuovere opportunamente la formazione sacerdotale secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II. Era stata la prima Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi dell'anno 1967 a raccomandare di redigere tale "Ratio", desiderando che fosse offerto alle Conferenze Episcopali uno strumento conveniente per preparare più facilmente le "Ratio institutionis sacerdotalis" nazionali. Compito della "Ratio fundamentalis" doveva essere quello di dare adeguate indicazioni per mantenere l'unità della disciplina ecclesiastica, senza tuttavia mortificare quella sana varietà richiesta dalle diverse situazioni pastorali nei vari Paesi. Negli anni seguenti, quella provvidenziale iniziativa si è rivelata di grandissima utilità. Infatti, le "Ratio" nazionali sono state elaborate e riviste alla sua luce e così pure i vari problemi che via via si presentavano sono stati risolti tenendo conto delle sue indicazioni. Tuttavia, con la promulgazione del Nuovo Codice di Diritto Canonico (25 gennaio 1984), che ha ordinato "ex integro" tutta la materia pedagogica e disciplinare riguardante i seminari e la formazione sacerdotale, la "Ratio fundamentalis" è stata privata della sua forza giuridica. Ma non si poteva lasciarla cadere, perché molte "Ratio institutionis sacerdotalis" erano profondamente radicate in essa (di cui spesso riportavano vari paragrafi "ad litteram") e gli stessi Superiori ecclesiastici vi ricorrevano spontaneamente ogni qualvolta dovevano affrontare e risolvere questioni non esplicitamente contenute nel nuovo Codice. Ciò considerato, la Congregazione per l'Educazione Cattolica ha creduto opportuno di rivedere la suddetta "Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis" ed inserire in essa quegli emendamenti, per la verità pochissimi, che erano richiesti dalle nuove circostanze. Come appare a prima vista, i nuovi adattamenti riguardano più le note in calce, di molto arricchite, che il testo del documento, mantenuto sostanzialmente così come a suo tempo era stato redatto insieme con le Conferenze Episcopali. La presente edizione della "Ratio fundamentalis", dopo la congrua approvazione concessa dal sommo Pontefice Giovanni Paolo II, è consegnata agli Istituti di formazione sacerdotale con il sincero desiderio che essi, sostenuti da norme chiare e sicure, continuino ad adempiere fedelmente la loro preziosa missione, per il maggior bene delle anime e di tutta la Santa Chiesa. Roma, dal Palazzo della Congregazione, il 19 marzo 1985, Solennità di S. Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria. WILLIAM CARD. W. BAUM
Prefetto ANTONIO M. JAVIERRE ORTAS Arciv. tit. di Meta Segretario
Gli sforzi che attualmente si stanno compiendo per rinnovare i seminari - sforzi ai quali il Concilio Vaticano II, con il decreto sulla formazione sacerdotale, ha fornito le norme principali e più generali perché i seminari stessi procedessero con sicurezza e producessero salutare incremento di pietà, scienza, fervore pastorale nei candidati al sacerdozio - esigono alcune ulteriori determinazioni, perché siano adatte, nel migliore dei modi, alle peculiari necessità delle singole nazioni e, nello stesso tempo, vengano conservate l'unità e la figura del sacerdozio cattolico, come la sua stessa natura richiede e il medesimo Concilio ha istantemente inculcato.[1] Pertanto, la «Ratio fundamentalis» che viene ora presentata è stata elaborata - tenendo presente la summenzionata duplice finalità - dalla Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica in collaborazione con i delegati delle Conferenze Episcopali, non senza la costante sollecitudine e il sincero desiderio che il genuino spirito e la finalità pastorale del Concilio Vaticano II vengano fedelmente espressi in questo documento, e, formulati in modo più concreto, possano, con maggiore efficacia, contribuire all'adattamento dell'educazione nei seminari alle istanze dei nuovi tempi. La Chiesa nel Concilio Vaticano II ha decretato che è da ritenersi valida la sua plurisecolare esperienza dei seminari, asserendo che essi sono necessari [2] in quanto istituzioni ordinate alla formazione sacerdotale, e in quanto sono dotati dei principali mezzi di educazione, che, assieme ad altri, sono in grado di promuovere efficacemente la formazione integrale dei futuri sacerdoti. [3] Confermando ancora una volta questa strada, ormai sperimentata, verso il sacerdozio, il Concilio non ha però voluto minimamente passare sotto silenzio le varie e molteplici necessità sorte dalla vetustà dei mezzi educativi e dalle mutate condizioni dovute all'evolversi dei tempi, ed ha accettato, o persino prescritto, non pochi cambiamenti per potenziare la forza e l'efficacia pedagogica di questa utilissima istituzione. Anche se il Concilio ha parlato in modo diverso dei seminari maggiori e di quelli minori, ha però stabilito alcuni punti che valgono per entrambi. [4] Prima però di prospettarne gli specifici problemi, è necessario innanzi tutto considerare alcuni presupposti, che valgono in qualche modo per tutto ciò che si dirà in seguito: Il seminario, in quanto comunità di giovani,[5] trae la sua prima forza e attitudine a formare i futuri sacerdoti dalle stesse condizioni dell'ambiente in cui i giovani vivono, di cui respirano l'aria, alla cui composizione e al cui perfezionamento essi hanno parte. [6] Si tratta di vari elementi concorrenti, sia interni sia esterni; dell'intera strutturazione della comunità e del suo spirito, che si manifesta, in varia misura, in tutto e che può inibire o favorire le migliori aspirazioni. Per conseguenza, il primo compito dei superiori consiste nell'ottenere lo sforzo comune di tutti per creare e perfezionare queste condizioni spirituali, le quali debbono essere tali che, chiunque entri nel seminario, trovi i mezzi necessari per poter coltivare la sua vocazione e per poter seguire senza riserve la volontà di Dio. [7] E per raggiungere tale scopo non si tenga in poco conto tutto ciò che riguarda anche l'aspetto materiale: cioè la sobria e dignitosa disposizione del luogo, del fabbricato, delle suppellettili e di ogni altra cosa, in sintonia con la vita dei giovani. La situazione dei giovani contemporanei nei confronti dell'educazione. Inoltre, in qualunque sano rinnovamento dei seminari è assolutamente necessario tenere presenti le condizioni e le particolari esigenze dei tempi circa il problema dell'educazione.[8] I giovani, infatti, chiamati dalla divina Provvidenza ad esercitare il ministero sacerdotale tra gli uomini della nostra età, portano peculiari disposizioni di animo, consone alla mentalità ed al pensiero degli uomini di oggi. Si nota in loro, per esempio, e nelle varie loro manifestazioni un ardente desiderio di sincerità e di verità; una grande propensione ad accettare tutto ciò che è nuovo e insolito; una stima del mondo e del suo progresso tecnico e scientifico; una volontà di inserirsi più pienamente in esso, per servirlo; un senso di solidarietà, con preferenza per gli uomini di condizione più umile e per gli oppressi; uno spirito comunitario. Ma, oltre a tutto ciò, si nota in essi anche una diffidenza per quanto sa di vecchio e di tradizionale; una volubilità nelle decisioni; un'incostanza nel portare a compimento le risoluzioni; una mancanza di docilità, tanto necessaria al vero progresso spirituale; un animo diffidente e critico verso l'autorità e le varie istituzioni civili ed ecclesiastiche, ecc. L'educatore nel suo impegno pedagogico non solamente non dovrà trascurare, ma dovrà sforzarsi di capire tutte queste peculiari qualità e, per quanto gli è possibile, cercherà di indirizzarle, con la cooperazione degli stessi futuri sacerdoti, verso le loro finalità formative, distinguendo però molto bene quelle qualità che possono, più o meno, contribuire ad una migliore formazione sacerdotale, o che invece possono ostacolarla. Tutto sommato, non si può ignorare che, specialmente in questi ultimi anni, sono sorte alcune difficoltà sia da parte della gioventù, sia da parte della società moderna, le quali esercitano il loro influsso in tutto il lavoro formativo e pertanto richiedono maggiori sforzi da parte degli educatori. [9] Si devono tuttavia segnalare due particolari caratteristiche nei giovani del nostro tempo: una coscienza più viva della propria personalità ed un senso più accentuato delle cose del mondo e degli uomini, sia che lo si riferisca ai loro indubbi valori, sia che lo si riferisca alla loro particolare situazione spirituale, che dimostra un sempre maggiore indifferentismo religioso. [10] Questi due fattori, uniti a molti altri nell'animo dei giovani, creano una certa mentalità comune la quale esige che nei seminari, oltre ad altre soluzioni, si abbia maggiore stima della persona; venga eliminato tutto ciò che sa di convenzione ingiustificata; venga fatto tutto nella verità e nella carità; si stabilisca tra tutti un dialogo autentico; vengano favoriti contatti più frequenti con il mondo, secondo le giuste esigenze della retta formazione, e, infine, ciò che viene comandato e richiesto sia giustamente motivato e sia seguito con animo libero. [11] Se questi criteri esigono che alcuni aspetti della formazione tradizionale vengano rivisti, richiedono, altresì, un lavoro educativo autentico il quale, basato sulla mutua fiducia e sulla mutua comprensione, abbia la retta concezione della libertà e sappia soprattutto ben distinguere i mezzi e i fini dell'educazione. Se, infatti, riguardo ai mezzi si può instaurare un utile dialogo e una fruttuosa ricerca con gli alunni, la finalità del seminario e di tutta l'educazione deve essere sempre ben chiara fin dall'inizio, come base di tutte le considerazioni e come punto di riferimento di ogni discussione. Infatti, quanto più chiaramente verrà proposta ai giovani la sublime finalità della formazione, tanto più volentieri cercheranno essi stessi, concordemente, i mezzi più adatti a raggiungerla, e, guidati dal desiderio del bene comune e dalla volontà di Dio, scopriranno il vero senso della libertà e dell'autorità.[12] Il fine specifico dell'educazione sacerdotale si fonda sul concetto del sacerdozio cattolico, quale deriva dalla rivelazione divina interpretata dalla costante tradizione e dal magistero della Chiesa. Questa dottrina, che deve informare tutte le «Rationes institutionis sacerdotalis», infondendovi il vero senso e l'efficacia, può desumersi dalle stesse parole del Concilio Vaticano II. Ogni potere e ogni ministero sacerdotale nella Chiesa cattolica trae origine dall'unico ed eterno sacerdozio di Cristo, che dal Padre è stato santificato e mandato nel mondo (cf. Gv 10, 36) del quale suo sacerdozio ha fatto partecipi anzitutto i suoi apostoli e i vescovi loro successori. A questo unico e medesimo sacerdozio di Cristo i vari membri della Chiesa partecipano in diversa misura: un primo grado di tale partecipazione è costituito dal sacerdozio comune dei fedeli, i quali, mediante il battesimo e l'unzione dello Spirito Santo, «vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici». [13] In modo diverso dai fedeli, partecipano al sacerdozio di Cristo i presbiteri, i quali, «quantunque non abbiano l'apice del sacerdozio, e dipendano dai vescovi nell'esercizio della loro potestà, sono tuttavia a loro congiunti per l'onore sacerdotale, e in virtù del sacramento dell'Ordine, ad immagine di Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote (cf. Eb 59 1‑10; 7, 24; 9, 11‑28) sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento». [14] Per tale ragione, dunque, il sacerdozio ministeriale dei presbiteri supera il sacerdozio comune dei fedeli, giacché per mezzo di esso alcuni nel corpo della Chiesa sono assimilati a Cristo Capo e promossi «a servire a Cristo Maestro, Sacerdote e Re, partecipando al suo ministero, per il popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo». [15] «Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, perché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo». [16] Elevati al sacerdozio, i presbiteri stringono molteplici relazioni con il proprio vescovo, con gli altri sacerdoti e con il popolo di Dio. [17] Infatti: «Tutti i presbiteri, assieme ai vescovi, partecipano in tal grado dello stesso e unico sacerdozio e ministero di Cristo, che la stessa unità di consacrazione e di missione esige la comunione gerarchica dei presbiteri con l'ordine dei vescovi... I vescovi, pertanto,... hanno in essi dei necessari collaboratori e consiglieri nel ministero e nella funzione di istruire, di santificare e governare il popolo di Dio». [18] Essi con il loro vescovo «costituiscono un unico corpo sacerdotale, sebbene destinato a diversi uffici. Nelle singole comunità locali dei fedeli rendono, per così dire, presente il vescovo, cui sono uniti con animo fiducioso e grande, ne assumono secondo il loro grado gli uffici e la sollecitudine, e li esercitano con dedizione quotidiana». [19] Questa reale partecipazione all'unico e medesimo corpo sacerdotale diocesano fa sorgere intimi e molteplici legami fra gli stessi sacerdoti: «I presbiteri, costituiti nell'Ordine del presbiterato mediante l'ordinazione, sono uniti fra di loro per una intima fraternità sacerdotale» [20] «che spontaneamente e volentieri deve manifestarsi nel mutuo aiuto, spirituale e materiale, pastorale e personale, nei convegni e nella comunione di vita, di lavoro e di carità», [21] «manifestando così quella unità con cui Cristo volle che i suoi fossero una cosa sola, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal Padre». [22] Tuttavia ogni presbitero viene preso dal popolo per essere costituito per il medesimo popolo. Anche se, in virtù del sacramento dell'Ordine, i presbiteri esercitano la funzione di padre e di maestro, «sono tuttavia, come gli altri fedeli, discepoli del Signore, chiamati alla partecipazione del suo regno per la grazia di Dio. In mezzo a tutti coloro che sono stati rigenerati con le acque del Battesimo, i presbiteri sono fratelli tra fratelli, come membra dello stesso unico Corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti». [23] Perciò: «Abbiano cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno spiritualmente generati col Battesimo e l'insegnamento (cfr. i Cor 4, 15; 1 Pt 2, 23). Divenuti spontaneamente modelli del gregge (cfr. 1 Pt 5, 3) presiedano e servano alla loro comunità locale, in modo che questa possa degnamente essere chiamata col nome di cui è insignito tutto e solo il popolo di Dio, cioè, Chiesa di Dio (cfr. 1 Cor 1, 2; 2 Cor 1, 1). Si ricordino che devono, nella loro quotidiana condotta e sollecitudine, presentare ai fedeli e agli infedeli, ai cattolici e ai non cattolici, l'immagine di un ministero veramente sacerdotale e pastorale, e rendere a tutti la testimonianza della verità e della vita, e, come buoni pastori, ricercare anche quelli (cfr. Lc 15, 4‑7) che, sebbene battezzati nella Chiesa cattolica, hanno abbandonato la pratica dei sacramenti, e persino la fede» [24] cosicché, per mezzo del loro lavoro indefesso, «la Chiesa come universale sacramento della salvezza» [25] risplenda davanti a tutti e diventi il segno della presenza di Dio nel mondo. [26] «Con la vita e la parola, assieme ai religiosi e al loro fedeli, dimostrino che la Chiesa, gia con la sola sua presenza, con tutti i doni che contiene, è fonte inesausta di quei valori dei quali il mondo d'oggi ha maggiormente bisogno». [27] «Ma la funzione del pastore non si limita alla cura dei singoli fedeli: essa va estesa alla formazione dell'autentica comunità cristiana» [28] che deve essere pervasa di genuino spirito missionario e di cattolica universalità. Il ministero presbiterale, quale viene esposto dal Concilio Vaticano II, si esercita principalmente nel ministero della parola e nell'opera della santificazione. «Dato infatti che nessuno può essere salvo se prima non ha creduto, i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno innanzi tutto il dovere di annunziare a tutti il vangelo di Dio» [29] seguendo il comando del Signore: Andate nel mondo intero e predicate il vangelo ad ogni creatura (Mc 16, 16). Essi esplicano tale mandato «sia che offrano tra le genti la testimonianza di una vita esemplare, che induca a dar gloria a Dio; sia che annuncino il mistero di Cristo ai non credenti con la predicazione esplicita; sia che svolgano la catechesi cristiana o illustrino la dottrina della Chiesa; sia che si applichino ad esaminare i problemi del loro tempo alla luce di Cristo». [30] Ma il ministero della parola ha come suo scopo di condurre gli uomini alla fede e al sacramento della salvezza, e raggiunge il suo culmine nella celebrazione della Eucaristia: «Ma soprattutto esercitano il loro sacro ministero nel culto eucaristico o sinassi, dove agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero, uniscono le preghiere dei fedeli al sacrificio del loro Capo e nel sacrificio della Messa rappresentano e applicano, fino alla venuta del Signore (cfr 1 Cor 11, 26), l'unico sacrificio del Nuovo Testamento, quello cioè di Cristo, il quale una volta per tutte offrì se stesso al Padre, quale vittima immacolata (cfr. Eb 9, 11‑28). Esercitano, inoltre, il ministero della riconciliazione e del conforto con i fedeli pentiti o ammalati, e portano a Dio Padre le necessità e le preghiere dei fedeli (cfr. Eb 5, 13)». [31] E così, la funzione della predicazione ha l'esigenza d'essere completata dal ministero della santificazione mediante il quale il sacerdote, impersonando Cristo, coopera all'edificazione della Chiesa. Inoltre, il presbitero presiede all'assemblea del popolo di Dio congregato con la predicazione, i sacramenti e principalmente con la celebrazione eucaristica. Deve essere, quindi, tale da poter essere da tutti riconosciuto come colui che fa le veci di Cristo Capo; infatti, «esercitando la funzione di Cristo Capo e Pastore per la parte di autorità che spetta loro, i presbiteri, in nome del vescovo, riuniscono la famiglia di Dio, come fraternità animata nell'unità e la conducono al Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo. Per questo ministero, come per le altre funzioni del presbitero, viene conferita una potestà spirituale». [32] Per questa potestà il sacerdozio ministeriale o gerarchico differisce non solamente di grado ma anche di essenza dal sacerdozio comune dei fedeli. [33] Infatti, anche se i fedeli possono e debbono avere qualche parte nella funzione evangelica e pastorale, [34] solamente chi ha ricevuto l'ordine del presbiterato può pienamente esercitare il ministero sacramentale e specialmente quello eucaristico dal quale gli altri ministeri sono derivati ed al quale tendono. Perciò, segregato per l'evangelo di Dio (Rm 1, 1), non abbia timore di offrire tutta la sua vita al servizio di Dio e degli uomini, ed anzi a dare la sua vita per le anime. [35] L'azione e la vita del sacerdote nelle circostanze attuali Il ministero sacerdotale , qual è stato definito nei suoi elementi essenziali dalla Chiesa, è oggi esercitato in una condizione del tutto nuova che è resa evidente dalle nuove esigenze degli uomini e dal tipo dell'attuale civiltà. [36] Le istanze degli uomini vengono oggi determinate in modo particolare dalla promozione della persona umana e dal progressivo mutamento del senso religioso. Se non sempre di fatto e in modo manifesto, almeno virtualmente, si riconosce a ciascun uomo la dignità umana, il diritto di progredire, di manifestare con libertà il proprio pensiero e di assumere la sua parte attiva nello sviluppo personale e sociale. E mentre si instaura nel mondo una più piena potestà dell'uomo, unita a profonde mutazioni sociali, minor spazio viene riservato alle forme tradizionali della vita cristiana. Mentre, infatti, in questa trasformazione generale, alcuni ceti cristiani presentano una maggiore personalizzazione della vita religiosa, che risulta dalla particolare stima per la parola di Dio e per la sacra Liturgia e da un maggior senso di responsabilità, d'altra parte cresce sempre più il numero di coloro che perdono parzialmente o completamente i contatti con la Chiesa, e propendono verso una qualche religione ed etica naturale. Anzi, spesso si arriva al punto che l'ateismo - un tempo ristretto piuttosto ai filosofi - diventi ogni giorno più comune, penetrando lentamente nella mente di molti. Questi vari aspetti della civiltà del nostro tempo debbono essere tenuti costantemente presenti, dovendo tenerne conto la vita, l'azione del sacerdote e la stessa preparazione al sacerdozio. [37] Infatti, i giovani che entrano oggi in seminario sono inseriti nella società attraverso svariate forme di comunicazione sociale, e le questioni che riguardano la religione, specialmente l'azione e la vita sacerdotale, hanno profonda risonanza nei loro animi. Spesso accedono agli studi teologici con sincera volontà di servire Dio e gli uomini nella vita sacerdotale ma senza avere - come era normale qualche tempo fa - la chiarezza e la certezza dei valori religiosi, dei quali un giorno dovranno essere araldi e ministri. Senza dubbio queste cose suscitano talvolta gravi difficoltà nel seminario e costituiscono il vero e preminente problema educativo che i superiori debbono tener presente con speciale attenzione. Perciò nel loro lavoro formativo non cerchino in primo luogo di eliminare subito e radicalmente tali svariate difficoltà, quanto piuttosto di rettificare gradualmente la mentalità e le intenzioni, e soprattutto di usare discernimento e moderazione, affinché tutto ciò che c'è di sano nelle aspirazioni dei giovani sempre più progredisca e si irrobustisca, e possa poi portare in futuro frutti abbondanti nella loro vita e nel loro ministero. In questa opera educativa potranno essere di aiuto non solamente la magnanimità e la disponibilità degli animi giovanili e il loro vivo desiderio di aiutare la società umana, ma talvolta anche gli stessi sforzi compiuti per superare i dubbi e per affrontare un esame critico della fede, giacché gli uomini ai quali saranno inviati da sacerdoti, imbevuti di una religiosità incerta e ambigua, non accettano il loro magistero passivamente e con facilità, e non senza pregiudizi credono e ritengono la dottrina che il sacerdote, in forza della sua missione, cerca di insegnare. Perciò i giovani devono essere educati in modo tale che la particolare situazione, che essi sperimentano assieme a tutta la Chiesa, non solo non li scoraggi, ma piuttosto li stimoli a cercare con fede e speranza in Dio nuovi mezzi e nuove vie per poter più facilmente venire in contatto con gli uomini del nostro tempo. Il mondo, infatti, «così come oggi esso si presenta all'amore e al ministero dei presbiteri della Chiesa, tanto Dio l'ha amato da dare per esso il Figlio suo Unigenito (cfr. 1 Gv 3, 16). Ed effettivamente questo mondo - vincolato certamente a tanti peccati, ma allo stesso tempo dotato di risorse non irrilevanti - fornisce alla Chiesa pietre vive (cfr. 1 Pt 2, 5), che tutte insieme servono ad edificare l'abitazione di Dio nello Spirito (cfr. Ef 2, 22). E lo stesso Spirito Santo, mentre da una parte spinge la Chiesa ad aprire vie nuove per arrivare al mondo d'oggi, dall'altra suggerisce e fomenta gli opportuni aggiornamenti e adattamenti del ministero sacerdotale». [38] Questo nuovo adattamento dell'azione e della vita sacerdotale rende oggi inquieti e preoccupa l'animo di molti e suscita dappertutto problemi di vario genere. Ne deriva pertanto che sulla figura del sacerdote, sulla sua natura, sul suo posto nella società, sulla sua condizione di vita e sulla preparazione più adatta per esercitare con maggiore efficacia il suo ministero, sono state agitate e proposte, a voce o con gli scritti, molte opinioni. [39] Il seminario, è evidente, non dovrà mai ignorare o trascurare queste cose, ma dovrà anzi salvaguardare e conservare con sollecitudine i valori certi e perenni del sacerdozio. Questa «Ratio fundamentalis» ha precisamente lo scopo di mettere al sicuro questi valori acquisiti, mentre le Conferenze Episcopali, con tutta libertà, studieranno l'adattamento degli altri elementi contingenti alle necessità dei luoghi e dei tempi. I. NORME GENERALI [40] 1.La «Ratio institutionis sacerdotalis» stabilita dalla Conferenza Episcopale, a tenore del n. 1 del Decreto Optatam totius, e del can. 242, § 1 del Codice di Diritto Canonico, viene dapprima approvata «ad experimentum» dalla Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica. Se nel tempo dell'esperimento sorge l'urgente necessità di adattare qualche parte della «Ratio» a nuove situazioni, non si escludono tali mutazioni, purché sia tempestivamente avvertita la Santa Sede. Prima della scadenza del tempo di prova, la «Ratio» verrà riveduta dalla Commissione Episcopale per i seminari,[41] con l'aiutoanche di esperti, alla luce dell'esperienza acquisita, e dovrà essere di nuovo sottoposta all'approvazione della medesima Sacra Congregazione. Tali revisioni e approvazioni verranno poi periodicamente ripetute, quando sembrerà necessario o utile alle Conferenze Episcopali. [42]Il diritto ed il dovere di redigere la «Ratio institutionis sacerdotalis» e di approvare particolari esperienze nella propria nazione o regione, nel caso che se ne ravvisi l'opportunità, spetta non già ai singoli vescovi, ma alle Conferenze Episcopali. 2.Le norme della «Ratio», così come sono state elaborate, dovranno essere osservate in tutti i seminari regionali o nazionali del clero diocesano; [43] e le loro particolari applicazioni dovranno essere fissate nei Regolamenti di ciascun seminario dai rispettivi vescovi interessati. [44] A queste norme dovranno essere conformate, con i dovuti adattamenti, anche le «Rationes» degli istituti religiosi. [45] Per quanto riguarda gli studi, quando gli alunni del seminario frequentano i corsi filosofici e teologici presso facoltà o altri istituti di studi superiori, ci si dovrà attenere a quanto è stabilito dalla Costituzione Apostolica Sapientia Christiana all'Art. 74, § 2. 3.La «Ratio» nazionale deve toccare tutti gli aspetti fondamentali della formazione: umana, spirituale, intellettuale e pastorale; bisogna coordinare bene queste componenti, perché il sacerdote risulti veramente preparato per le necessità odierne. 4.È necessario che tutta l'educazione sacerdotale - tenuti presenti i documenti della Santa Sede che riguardano la formazione sacerdotale - sia informata innanzi tutto dello spirito e delle norme del Concilio Vaticano II, quali risultano dal decreto Optatam totius e dalle altre costituzioni e decreti, che toccano l'educazione del clero, e, inoltre, sia conformata alle norme del vigente Diritto Canonico. [46] II. LA PASTORALE DELLE VOCAZIONI 5.La vocazione al sacerdozio si inserisce nell'ambito più ampio della vocazione cristiana, radicata nel sacramento del Battesimo, mediante la quale il popolo di Dio, «costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5, 13‑16), è inviato a tutto il mondo». [47] Questa vocazione, suscitata dallo Spirito Santo, «il quale per l'utilità della Chiesa distribuisce la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei ministeri (cfr. 1 Cor 12, 1-11)» [48] è ordinata all'edificazione del Corpo di Cristo «nella quale vige una diversità di membri e di offici». [49] 6.Tutte le vocazioni, come manifestazioni delle investigabili ricchezze di Cristo (cfr. Ef 3, 8), devono essere tenute in grande stima nella Chiesa, e quindi da coltivarsi con ogni premura e sollecitudine, perché sboccino e maturino. Perciò a tutta la comunità cristiana, [50] ma in modo particolare «spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare, per proprio conto o per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il vangelo, a praticare una carità sincera ed operosa, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati», [51] cosicché tutti «raggiungano la loro maturità cristiana». [52] 7.Fra le molteplici vocazioni incessantemente suscitate dallo Spirito Santo nel popolo di Dio, riveste particolare importanza la vocazione allo stato di perfezione e soprattutto al sacerdozio mediante la quale il cristiano viene scelto da Dio a far parte del sacerdozio gerarchico di Cristo, [53] «per pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio». [54] Questa vocazione si manifesta in vari modi nelle diverse età della vita umana: negli adolescenti, nell'età matura, ed anche, come e attestato dalla costante esperienza della Chiesa, nei bambini, nei quali, come un certo germoglio, spesso si manifesta unita ad una singolare pietà, ad un ardente amore di Dio e del prossimo, ad una inclinazione dell'anima all'apostolato. [55] 8.Considerate le grandi necessità spirituali dei fedeli ed accogliendo la voce del divin Salvatore che invita tutti: Pregate il Padrone della messe, perché mandi operai alla sua messe (Mt 9, 38; Lc 10, 2), è estremamente necessario che tutta la comunità cristiana, con assiduità e con fiducia, cerchi di favorire principalmente le vocazioni religiose e sacerdotali. Perciò venga istituita e promossa nelle singole diocesi, regioni e nazioni, l'Opera delle Vocazioni, a norma delle direttive pontificie, affinché tutto ciò che riguarda l'azione pastorale per l'incremento delle vocazioni sia coordinato in modo adeguato e coerente e venga stimolato con prudenza e zelo, fornendo tutti i mezzi che sono necessari. [56] «Questa fattiva partecipazione di tutto il popolo di Dio alla cura delle vocazioni corrisponde all'azione della Provvidenza divina che elargisce le qualità necessarie ed aiuta con la grazia coloro che sono stati scelti da Dio a far parte del sacerdozio gerarchico di Cristo; e, nello stesso tempo, affida ai legittimi ministri della Chiesa il compito di chiamare i candidati che aspirino a così grande ufficio con retta intenzione e piena libertà, dopo averne riconosciuta e provata l'idoneità, e di consacrarsi col sigillo dello Spirito Santo al culto di Dio e al servizio della Chiesa». [57] Per promuovere l'Opera e favorire le vocazioni, i vescovi si procurino con impegno la cooperazione dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici, e anzitutto dei genitori e dei maestri, nonché delle associazioni cattoliche, secondo il piano organico della pastorale d'insieme. [58] 9.È necessario promuovere tutto ciò che si ritiene valido per ottenere da Dio le vocazioni: prima di tutto le preghiere richieste da Cristo stesso (cfr Mt 9, 39; Lc 10, 2). E ciò si deve fare tanto privatamente quanto comunitariamente, in certi tempi opportuni dell'anno liturgico, e in occasioni più solenni che debbono essere fissate dall'autorità ecclesiastica. La Giornata mondiale di preghiere per le vocazioni, stabilita dalla Santa Sede e da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo, è particolarmente indicata per questo scopo. [59] È necessario anche promuovere tutto ciò che riesce ad aprire gli animi per discernere e accettare la chiamata divina, come l'esempio dei sacerdoti «che apertamente riflettono la vera gioia pasquale», [60] la pastorale della gioventù, ben coordinata nelle diocesi, la sacra predicazione e la catechesi che trattino espressamente della vocazione, la preparazione spirituale, p.e., gli esercizi spirituali; tutto questo è da considerarsi come primo e principale strumento di tale pastorale. [61] Questa attività tenute in conto le leggi della sana psicologia e della pedagogia, deve essere rivolta agli uomini delle varie età; ma oggi urge un nuovo impegno per trovare, coltivare, formare le vocazioni che molti manifestano nell'età matura (talvolta dopo l'esercizio di qualche professione). [62] 10.Si favoriscano le vocazioni, con animo generoso, non solamente per la propria diocesi e nazione, ma anche per le altre diocesi e nazioni, tenendo presenti le necessità della Chiesa universale e assecondando l'azione divina che chiama i singoli a diversi servizi, sia al sacerdozio secolare, sia all'attività missionaria, sia agli istituti religiosi. Per raggiungere più facilmente tale scopo è vivamente auspicabile che si dia vita in ogni diocesi a centri unici, che siano come l'espressione della cooperazione e dell'unità di ambedue i cleri: il diocesano e il religioso, a favore di tutte le vocazioni. [63] III. I SEMINARI MINORI [64] E GLI ALTRI ISTITUTIERETTI PER IL MEDESIMO SCOPO 11.Il fine proprio del seminario minore è di aiutare gli adolescenti che sembrano possedere i germi della vocazione, perché più facilmente riconoscano la loro vocazione e siano capaci di corrispondervi. In cosa di tanta prudenza e responsabilità - che non può essere compiuta se non con la luce e la guida dello Spirito Santo, il quale distribuisce i suoi doni come vuole (cfr. 1 Cor 12, 11) - i candidati siano guidati dai superiori, dai genitori, dalla comunità parrocchiale e dagli altri cui spetta questo compito, affinché, rispondendo fedelmente alle attenzioni della divina Provvidenza, vivano e adempiano sempre più pienamente, giorno per giorno, la loro consacrazione battesimale, progrediscano nello spirito di apostolato, diventando in tal modo pronti a ricevere il sublime dono della sacra vocazione nella sua vera natura e ad accettarla liberamente e con letizia, qualora sopravvenga l'approvazione della legittima autorità. [65] Siccome poi la vocazione al sacerdozio, quantunque sia un dono soprannaturale e del tutto gratuito, si appoggia necessariamente su doti naturali - così che, se ne manca qualcuna, giustamente si deve dubitare che non esista vera vocazione - gli alunni vengano esaminati accuratamente circa le loro famiglie, le loro qualità fisiche, psichiche, morali ed intellettuali, per poter avere tempestivamente elementi certi per farsi un giudizio sulla loro idoneità. [66] 12. È necessario attribuire al seminario minore il dovuto valore nella vita della diocesi, alla quale deve essere prudentemente aperto e nella quale deve essere vitalmente inserito, perché non solo possa attirare la generosa cooperazione dei fedeli e del clero, ma anche, come fulcro della pastorale vocazionale, possa esercitare un benefico ed efficace influsso sulla gioventù, e contribuire al suo progresso spirituale. Da questo opportuno contatto con il mondo esterno gli alunni imparino a conoscere, secondo la loro capacità, i principali problemi della Chiesa e della vita umana, e li interpretino con spirito cristiano: in tal modo giorno per giorno progrediranno gradualmente nel genuino spirito ecclesiastico e missionario. [67] Vengano conservati, da parte degli alunni, convenienti ed anche necessari rapporti con le proprie famiglie e con i loro coetanei, avendo bisogno di tali rapporti per un sano sviluppo psicologico, specialmente per quanto riguarda la vita affettiva. Si aiutino le famiglie con opportuna assistenza spirituale, perché siano capaci di collaborare sempre più con il seminario per la cura delle vocazioni. [68] 13. Gli alunni nel seminario conducano una vita consona alla loro età ed al loro sviluppo, e conforme alle sane norme della psicologia e della pedagogia; si eviti diligentemente tutto ciò che in qualunque modo possa diminuire la libera scelta dello stato, avendo sempre presente che tra gli alunni vi sono quelli che apertamente accettano l'idea di diventare sacerdoti, altri che l'ammettono come possibile, altri, poi, che manifestano esitazioni e dubbi circa la vocazione, ma, essendo dotati di buone qualità, non perdono tutta la speranza di poter un giorno arrivare al sacerdozio. [69] Tutto ciò esige che nel seminario minore vi sia confidenza familiare con i superiori e fraterna amicizia fra gli alunni, così che tutti, stretti in una sola famiglia, possano abbastanza facilmente coltivare la propria indole in modo conveniente e adatto, secondo i disegni della divina Provvidenza. [70] 14. Nella formazione spirituale dei singoli, gli alunni vengano aiutati con una guida capace, perché coltivino armonicamente tutte le loro qualità fisiche, morali, intellettuali ed affettive, e vengano sempre più ispirati dal senso della giustizia, della sincerità, dell'amicizia fraterna, della verità, della giusta libertà e della coscienza del dovere, così che, con tutti gli elementi, anche naturali, debitamente coltivati, [71] possano più facilmente disporsi con animo generoso e puro a seguire Cristo Redentore e a servirlo nella vita apostolica. [72] Elemento principale e necessario di questa formazione spirituale è la vita liturgica, alla quale gli alunni dovranno prendere parte con sempre più viva consapevolezza, secondo il progredire dell'età, unitamente agli altri esercizi di pietà quotidiana o periodica, che sono da stabilirsi nei regolamenti di ciascun seminario. Questi siano adatti per giovani cristiani, e gli alunni li osservino con animo lieto e volenteroso. [73] 15. Anche per gli altri aspetti della vita del seminario vi siano norme specifiche che regolino opportunamente i doveri e le attività degli alunni sia giorno per giorno, sia durante tutto l'anno. [74] 16. Gli alunni compiano il corso di studi richiesto nella propria nazione per accedere agli studi accademici, [75] e, per quanto è permesso dal programma degli studi, coltivino pure le discipline che sono necessarie o utili ai candidati al sacerdozio. Inoltre, cerchino, in linea di principio, di conseguire il titolo civile di studio, per essere pari ai loro coetanei e per godere della libertà e della possibilità di scegliere un altro stato di vita, qualora non vengano ritenuti chiamati al sacerdozio. [76] 17. Questi studi siano compiuti nelle scuole proprie del seminario; possono anche essere seguiti presso scuole cattoliche esterne, o presso altre scuole, se i vescovi, per le particolari circostanze di luogo, giudicheranno ciò cosa migliore ed attuabile con prudenza. [77] 18. Al medesimo scopo servono anche gli istituti eretti nelle varie regioni, e cioè i collegi, le scuole, ecc., nei quali, insieme con le altre vocazioni, vengono pure coltivati e sviluppati i germi della vocazione sacerdotale. Per questi istituti si fissino norme analoghe, con le quali si provveda sia alla solida formazione cristiana degli alunni, sia alla congrua istruzione richiesta per accedere agli studi superiori, sia alla loro attività di apostolato per mezzo di varie associazioni ed altri sussidi. [78] 19. Secondo le necessità di ciascuna nazione si erigano e si favoriscano istituti destinati alla formazione di coloro che sono chiamati al sacerdozio in età più avanzata. Queste particolari case di formazione sacerdotale, con l'aiuto dei vescovi della regione o anche della nazione, siano configurate e ordinate in modo tale da poter corrispondere pienamente al loro scopo. [79] È necessario che tali istituti abbiano un proprio regolamento per la pietà, la disciplina e gli studi, affinché gli alunni di età più matura - tenuto conto dell'educazione ricevuta da ciascuno precedentemente - mediante un opportuno metodo pedagogico e didattico possano ricevere la formazione spirituale e scientifica che loro manca e che si stimi necessaria per iniziare gli studi ecclesiastici. Tenuto conto delle circostanze locali, si dovrà pure giudicare se questi alunni, dopo avere con sufficiente spazio di tempo compiuti gli studi medi, siano in grado di continuare i corsi ordinari dei seminari, oppure debbano frequentare speciali scuole filosofiche e teologiche. IV. I SEMINARI MAGGIORI [80] 20. Il seminario maggiore accoglie gli alunni che, compiuti gli studi medi, desiderano la formazione strettamente sacerdotale. Spetta, infatti, al seminario maggiore curare in modo più chiaro e completo la vocazione dei candidati, i quali sull'esempio di Nostro Signore Gesù Cristo, Sacerdote e Pastore, devono essere formati come veri pastori delle anime, ed essere preparati al ministero di insegnare, santificare e reggere il popolo di Dio. [81] 21. Non si può fondare e mantenere in attività un seminario maggiore se non si ha sia un conveniente numero di alunni, sia dei superiori ben preparati per il loro compito e fraternamente uniti nel loro lavoro comune, sia - dove l'istituto ha internamente la scuola di filosofia e teologia - gli insegnanti sufficienti per numero e qualità; si deve, inoltre, avere una sede adatta, dotata della biblioteca e degli altri sussidi, che sono richiesti secondo il grado e la natura della formazione. [82] Dove invece non si possono realizzare queste condizioni in una sola diocesi, è necessaria la costituzione del seminario interdiocesano (regionale, centrale o nazionale) [83] e, secondo le necessità locali, si deve raggiungere una fraterna cooperazione del clero diocesano e religioso, affinché - con l'unione delle forze e dei mezzi, e salvi giustamente i diritti e le competenze di entrambi i cleri, - si possano più facilmente costituire centri adatti agli studi ecclesiastici, frequentati dagli alunni dei due cleri, i quali ricevono la propria formazione spirituale e pastorale nelle rispettive case. [84] 22. Poiché l'educazione e la formazione impartite in seminario tendono a far sì che i candidati, fatti un giorno partecipi dell'unico e identico sacerdozio e ministero di Cristo, vivano in comunione gerarchica con il proprio vescovo e con gli altri fratelli nel sacerdozio, formando un unico presbiterio diocesano, è molto utile che fra gli alunni e il proprio vescovo e il clero diocesano si allaccino già fin dagli anni del seminario stretti vincoli, basati sulla mutua carità, sul dialogo frequente e sulla cooperazione di ogni genere. [85] 23. Per promuovere maggiormente la formazione personale dei singoli, tenuto presente il numero degli alunni, si possono utilmente costituire gruppi distinti nello stesso edificio o in abitazioni vicine, purché non sia impedita la continuità dei contatti. Si deve però conservare un'efficiente unità di governo, della direzione spirituale e della formazione scientifica. [86] In ogni caso si deve dare agli alunni l'opportunità di godere dei benefici pedagogici della comunità più grande. Ogni gruppo dovrà avere un proprio sacerdote come superiore, ben preparato per questo scopo, che conservi uno stretto e continuo rapporto con il rettore del seminario, con gli alunni del proprio gruppo, e con i superiori degli altri gruppi, affinché, mediante questa comune cooperazione, venga promosso tutto ciò che porta alla migliore formazione degli alunni. [87] 24. Per organizzare e perfezionare la vita del seminario e per favorire l'iniziativa e il senso di responsabilità negli alunni, si stimoli la loro collaborazione con i superiori, la quale, col crescere della loro maturità, verrà gradatamente aumentata per quanto riguarda sia l'ambito sia la portata, in modo tale però che, in questo modo comunitario di agire, rimanga chiaramente determinata e salvata la diversa responsabilità dei superiori e degli alunni. Si favorisca quindi in tutti i modi la mutua fiducia tra gli educatori e gli alunni, onde instaurare un autentico ed efficace dialogo, così che le decisioni, che spettano per diritto ai superiori, vengano prese dopo un maturo esame del bene comune (cfr. n. 49). [88] 25. Ogni seminario abbia il suo regolamento disciplinare, approvato dal vescovo (o, se si tratta di seminario interdiocesano, dalla Commissione Episcopale), nel quale siano precisati i principali punti disciplinari che riguardano la vita quotidiana degli alunni e l'ordinamento di tutto l'istituto. [89] 26. Ciò che è stabilito nel regolamento del seminario, o in altre prescrizioni, sia da tutti osservato con generosità e prontezza, convinti che trattasi di cosa indispensabile sia per una vera vita comunitaria, sia per lo sviluppo e l'affermazione della propria personalità. Perciò le norme della vita comune o privata - che consentiranno un certo spazio di libertà - non devono essere subite passivamente e per coercizione, ma devono essere accettate spontaneamente e gioiosamente, per intima persuasione e per amore. Con il passare del tempo e secondo la crescita della maturità e del senso di responsabilità degli alunni, esse verranno gradualmente attenuate, perché gli alunni imparino progressivamente a guidarsi da soli. [90] V. I SUPERIORI 27. In ogni seminario, secondo la consuetudine del paese, debbono esservi coloro che ne garantiscono la direzione, e cioè: il rettore, il vicerettore, il direttore, o i direttori spirituali, il prefetto degli studi, [91]il responsabile delle esercitazioni pastorali, il prefetto di disciplina, l'economo, il bibliotecario; di ognuno siano chiaramente stabiliti: le competenze, i doveri, i diritti e la giusta retribuzione. Non si richiede strettamente che nei seminari di minore entità, con un ristretto numero di alunni, ai singoli uffici siano preposte altrettante persone. 28. I superiori vengono nominati dal vescovo [92] - a meno che gli statuti del seminario non stabiliscano diversamente - dopo una diligente consultazione. Siano tutti veramente solleciti dell'andamento del seminario e favoriscano un dialogo frequente con il vescovo e con gli alunni, per cercare sempre meglio il bene comune e perfezionare sempre più la loro attività pedagogica. [93] 29. Il rettore, che ha nel governo del seminario la responsabilità più importante e più onerosa,[94] deve essere il coordinatore dei superiori e, sempre scrupolosamente salvo il foro interno, con fraterna carità deve stringere con loro una intima collaborazione, perché la formazione degli alunni venga promossa con impegno solidale. A tale fine può essere molto utile la vita comune dei superiori. Spesso, p.e., almeno una volta il mese, si riuniscano per coordinare la loro comune attività, esaminare i problemi del seminario e cercare opportune soluzioni. [95] 30. I superiori devono essere scelti con la massima cura, dovendosi trattare di uomini animati da spirito sacerdotale e apostolico, capaci di prestare mutua e fraterna collaborazione nel comune impegno d'educazione, alacri e aperti nel percepire le necessità della comunità ecclesiale e civile, dotati di esperienza pastorale nel ministero parrocchiale o in altri ministeri, ed eccellenti conoscitori dell'animo giovanile. [96] Essendo la missione dei superiori del seminario l'arte delle arti, che non permette un modo di agire improvvisato e casuale, essi, oltre alle doti naturali e soprannaturali, devono necessariamente possedere, secondo il compito di ciascuno, la debita preparazione spirituale, pedagogica e tecnica, soprattutto negli istituti specializzati, eretti o da erigersi a tal fine nel proprio o in altri paesi. [97] 31. Bisogna,inoltre, fare in modo che la preparazione dei superiori si perfezioni con il continuo aggiornamento mediante la frequenza a convegni ed a corsi, che vengono abitualmente organizzati per conoscere i progressi delle scienze spirituali, pedagogiche e imparare nuovi metodi e nuove esperienze. Né si trascurino esperimenti e iniziative varie, con le quali i superiori possono meglio conoscere e meglio risolvere alla luce della fede le questioni che vengono ora dibattute, specialmente quelle riguardanti i giovani. [98] VI. I PROFESSORI 32. Il numero dei professori deve essere sufficiente per rispondere adeguatamente alla natura delle materie da insegnarsi, alle condizioni dell'insegnamento ed al numero degli alunni. In ogni seminario con i corsi filosofico - teologici, si dovrà avere un elenco dei docenti necessari per i diversi corsi e per le diverse discipline. 33. Per le discipline sacre i professori devono essere generalmente sacerdoti. Tutti collaborino fraternamente e siano tali da poter dare agli alunni, secondo il loro stato, esempio di vita cristiana o sacerdotale. I professori vengono nominati dal vescovo, a meno che non sia disposto diversamente; o, se si tratta di seminari regionali, dai vescovi che ne hanno la responsabilità, consultato però il rettore e il collegio dei professori, i quali possono proporre candidati idonei. [99] 34. I professori devono essere veramente competenti nelle loro specifiche discipline ed avere una conveniente conoscenza delle discipline affini. [100] Devono, pertanto, possedere una preparazione appropriata ed essere forniti dei rispettivi gradi accademici: per insegnare le scienze sacre e la filosofia devono possedere almeno la licenza o una qualificazione equivalente; per le altre discipline devono avere i gradi accademici corrispondenti. [101] 35. Devono,inoltre, essere dotati di capacità pedagogiche, e a questo fine dovranno ricevere una preparazione conveniente; dovranno, inoltre, essere formati ai metodi didattici attivi, in modo da poter insegnare più efficacemente mediante la cooperazione e il dialogo con gli alunni. [102] 36. I professori abbiano cura di aggiornare continuamente la loro preparazione scientifica con la lettura dei periodici e di nuove pubblicazioni, con il frequente contatto con i dotti, e con la partecipazione a convegni scientifici. [103] 37. I professori non dovranno accettare impegni che impediscano il buon compimento del loro dovere; siano perciò anche equamente remunerati perché possano totalmente dedicarsi al loro grave impegno. È auspicabile, tuttavia, che esercitino qualche ministero, ma con moderazione, per poter disporre d'una esperienza pastorale al fine di conoscere meglio i problemi del nostro tempo, in particolare quelli dei giovani, e poter meglio insegnare le loro discipline e formare più convenientemente i futuri pastori d'anime. 38. Nell'espletamento del loro compito si considerino veri educatori, e perciò abbiano presenti le norme, più sotto indicate, che riguardano la dottrina da insegnare e il metodo d'insegnamento. Coltivino l'istruzione e l'intera formazione sacerdotale dei singoli alunni, in modo da farli realmente progredire nelle scienze e nella vita spirituale. Si riuniscano spesso, per es., almeno una volta al mese, per esaminare assieme i problemi scolastici, e promuovere di comune accordo l'educazione e la formazione degli alunni. Favoriscano anche una stretta e assidua collaborazione con i superiori del seminario, per poter contribuire più efficacemente non solo all'istruzione scientifica degli alunni, ma anche all'intera loro formazione sacerdotale. [104] Infine, i superiori e i professori costituiscano una sola comunità di educatori, così da offrire, insieme agli alunni, l'immagine di una sola famiglia, che adempia il desiderio del Signore: «Ut unum sint» (Gv 17, 11). [105] VII. GLI ALUNNI 39. Una idonea formazione degli alunni richiede non solamente una loro prudente selezione, [106] ma anche un serio esame dei singoli giovani, da compiersi - con l'aiuto di esperti - durante tutto il periodo degli studi, perché si possa acquistare la certezza della volontà di Dio in merito alla loro vocazione. In questa sincera ricerca della volontà di Dio si richieda volentieri la compartecipazione degli stessi candidati in esame, per procurare più speditamente e con più sicurezza il loro maggiore bene. In tutto ciò si dovrà tener conto delle doti umane e morali degli alunni (p.e., la sincerità dell'animo, la maturità affettiva, l'urbanità, la fedeltà alle promesse, l'assidua preoccupazione della giustizia, il senso dell'amicizia, della giusta libertà e responsabilità, lo spirito di iniziativa, la capacità di collaborare con gli altri, ecc.), delle loro doti spirituali (p.e., l'amore di Dio e del prossimo, il senso della fraternità e dell'abnegazione, la docilità, la comprovata castità, il senso della fede e della Chiesa, lo zelo apostolico e missionario), e delle loro doti intellettuali (p.e., il retto e sano equilibrio di giudizio, la capacità intellettuale sufficiente per compiere gli studi ecclesiastici, la giusta conoscenza della natura del sacerdozio e delle sue esigenze). [107] Nello stesso tempo, se sarà il caso, si dovrà far esaminare il loro stato di salute fisica e psichica da medici e da esperti psicologi, tenendo conto delle eventuali ereditarietà familiari. [108] Nei confronti di chi è stato dimesso da un altro Seminario o Istituto religioso, i Vescovi hanno il grave obbligo di investigare sulle cause della dimissione. [109] Bisogna, però, innanzi tutto aiutare i giovani a riflettere seriamente e sinceramente davanti a Dio se possono ritenersi di essere veramente chiamati al sacerdozio e a capire le ragioni per le quali vi aspirano, affinché, se sarà volontà di Dio, accedano allo stato sacerdotale con retta e libera volontà. [110] 40. Periodicamente, e con l'aiuto degli stessi alunni la cui vocazione è allo studio, si esamini la situazione di ciascuno, così che coloro che non sono ritenuti idonei dal rettore e dal suoi consiglieri vengano benevolmente invitati - e anche aiutati - a scegliere un altro stato di vita, per il bene della Chiesa e dello stesso alunno. Questa sicura scelta dello stato di vita deve essere fatta tempestivamente e appena possibile, perché la troppo lunga ed inutile dilazione non si volga in danno del candidato. [111] 41. Si dia speciale importanza agli scrutini prescritti prima dell'ammissione agli Ordini sacri. Perciò il rettore, per dovere di coscienza, raccolga accurate informazioni di ogni candidato, personalmente e per mezzo di altri che hanno conosciuto bene i giovani - specialmente parroci, sacerdoti e laici scelti - (salvo sempre scrupolosamente il foro interno), e le trasmetta al vescovo perché possa farsi un giudizio sicuro sulla vocazione dei candidati. Nel caso permanga nel dubbio, si deve seguire il parere più sicuro. [112] 42. Per una migliore formazione e per una più matura preparazione degli alunni agli Ordini sacri, le Conferenze Episcopali esaminino se sia il caso di introdurre nel proprio paese speciali esperimenti o prove, per tutti gli alunni o solamente per alcuni, secondo il giudizio del rispettivo Ordinario. [113] Fra i vari esperimenti che si possono fare, vengono proposti, come esempi, i seguenti: a) all'inizio del corso filosofico‑teologico, può essere riservato un certo tempo alla riflessione circa l'eccellenza, la natura e i conseguenti obblighi della vocazione sacerdotale, affinché gli alunni siano avviati con più accurato ripensamento e più intensa preghiera a maturare la propria decisione. Questa iniziazione, che può prolungarsi per un periodo di tempo più o meno lungo, generalmente si abbina bene con l'introduzione al mistero di Cristo e alla storia della salvezza, che il Concilio prescrive all'inizio del corso filosofico‑teologico; b) durante il corso filosofico - teologico, si può avere una interruzione della permanenza in seminario, p.e., per un anno o un semestre, durante il quale l'alunno interrompe gli studi e la permanenza in seminario, o solamente la permanenza, proseguendo altrove gli studi filosofico - teologici. Durante tale interruzione l'alunno, guidato da un esperto sacerdote, presta il suo aiuto nel ministero pastorale, venendo a contatto con gli uomini, i problemi e le difficoltà, tra cui dovrà lavorare, e mette alla prova la sua attitudine alla vita e al ministero sacerdotale. Non sono escluse esperienze di vita secolare trascorsa nel lavoro manuale o nel servizio militare, dove questo è obbligatorio. Oppure, dopo il primo anno di seminario maggiore si può anche concedere agli alunni o di iniziare il secondo anno, o di dedicarsi agli studi profani nelle università, o di compiere fuori del seminario gli studi di qualche disciplina speciale; in tal modo al candidato che avrà fatto le prime esperienze in seminario, verrà offerta la possibilità di compiere gli atti di vera libertà interna ed esterna, per coltivare più solidamente e più diligentemente la sua vocazione; c) finito il corso filosofico - teologico, gli alunni potranno esercitare, per uno o più anni, le funzioni del diaconato, sia per acquisire, sotto la guida di un esperto sacerdote, una più piena maturazione ed un più pieno consolidamento della vocazione, sia per assimilare meglio le discipline pastorali che i giovani hanno imparato in seminario, sia per facilitare il passaggio al ministero sacerdotale. Si fissino opportune condizioni, circa gli esperimenti di cui al nn. b) e c), per garantire dei risultati veramente sicuri. 43. La Conferenza Episcopale esamini, inoltre, tenuto conto delle condizioni locali, se si debba prorogare l'età richiesta dal diritto comune per accedere agli Ordini sacri. [114] VIII. LA FORMAZIONE SPIRITUALE [115] 44. La formazione spirituale, che è ordinata alla perfezione della carità, deve tendere soprattutto ad ottenere che l'alunno, non solamente per il carattere della sacra ordinazione, ma anche per la cooperazione intima di tutta la sua vita, diventi in maniera speciale un altro Cristo e, animato dal suo spirito, celebrando il mistero della morte del Signore, si renda veramente conto di quello che fa, imiti ciò che tratta, segua Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire (cfr. Mt 20, 28). [116] 45. Tenuta sempre presente la finalità pastorale di tutta la formazione sacerdotale, la vita spirituale degli alunni deve svilupparsi - con l'aiuto del direttore spirituale [117] - armonicamente, in tutti i suoi aspetti; cosicché assieme alle virtù, che sono tenute in grande conto fra gli uomini, [118] i giovani cerchino di coltivare alla perfezione la loro grazia battesimale, sentano sempre più chiaramente e con maggiore certezza la loro particolare vocazione sacerdotale e così si dispongano più convenientemente ad acquistare le virtù e le attitudini sacerdotali. 46. Nella formazione spirituale si deve dare la dovuta importanza anche alla comunità; gli alunni, inseriti nella comunità, devono abituarsi a rinunziare alla propria volontà ed a cercare, con sforzo di riflessione comune, il maggiore bene del prossimo, contribuendo così, con tutte le energie, a perfezionare la propria vita e quella comunitaria di tutto il seminario, secondo l'esempio della Chiesa primitiva, nella quale la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un'anima sola (cf. At 4, 32). Mediante la carità, infatti, la comunità gode della presenza di Dio, osserva pienamente la legge, acquista il vincolo della perfezione ed esercita un'azione apostolica vigorosa. [119] 47. Per mezzo della vita comunitaria del seminario i candidati vengano preparati in modo tale che, quando avranno ricevuto l'Ordine sacro, si inseriscano nella più ampia comunità del presbiterio diocesano «con fraternità sacramentale ... con il vincolo della carità, della preghiera e dell'incondizionata collaborazione ... per l'edificazione del Corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi». [120] Perciò gli alunni vengano gradualmente introdotti nella realtà della diocesi (cfr. n. 22), per conoscere i problemi e le necessità spirituali del clero e dei fedeli e possano adempiere con maggiore frutto il loro futuro ministero pastorale. [121] 48. La Chiesa di rito latino si è imposta la legge - raccomandata da una veneranda tradizione - di scegliere per il sacerdozio solamente coloro che, per grazia divina, vogliono liberamente abbracciare il celibato per il regno dei cieli. [122] Questa forma di vita, radicata nella dottrina evangelica e nella genuina tradizione della Chiesa, conviene sommamente al sacerdozio. Infatti, la missione del sacerdote è tutta consacrata al servizio dell'umanità nuova, che Cristo, vincitore della morte, con il suo Spirito risuscita nel mondo; è lo stato nel quale i presbiteri a Cristo «più facilmente aderiscono con cuore indiviso, più liberamente ... si dedicano al servizio di Dio e degli uomini ... e così diventano più capaci di ricevere una più ampia paternità in Cristo». In questo modo, quindi, scegliendo cioè lo stato verginale per il regno dei cieli (Mt 19, 12), «diventano segno vivente di quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniscono in matrimonio» (cfr. Lc 20, 35‑36). [123] Coloro, perciò, che si preparano al sacerdozio riconoscano e accettino il celibato come uno speciale dono di Dio; con la vita spesa nella preghiera e nell'unione a Cristo e nella sincera carità fraterna, creino le condizioni necessarie per poterlo osservare integralmente e con letizia, costantemente solleciti di restare fedeli alla donazione fatta di se stessi. [124] Affinché poi la scelta del celibato sia veramente libera, è necessario che il giovane possa capire con la luce della fede la forza evangelica di tale dono e nello stesso tempo stimare rettamente i valori dello stato matrimoniale. [125] Il giovane deve inoltre godere della libertà psicologica interna ed esterna e possedere il necessario grado di maturità affettiva per poter sperimentare e vivere il celibato come completamento della sua persona. [126] A tale scopo si richiede una conveniente educazione sessuale, [127] che, negli alunni giunti a una più matura adolescenza, consiste più nella formazione ad un casto amore delle persone che nel travaglio, talora molestissimo, di evitare i peccati; li deve, infatti, preparare alle future relazioni del ministero pastorale. Perciò, con una sana prudenza spirituale, i giovani vengano gradatamente invitati e condotti a sperimentare e manifestare - attraverso il contatto con i gruppi e i diversi settori dell'apostolato e della cooperazione sociale - l'amore sincero, umano, fraterno, personale e immolato, sull'esempio di Cristo, verso tutti e verso ciascuno, specialmente verso i poveri, gli afflitti e i loro eguali; in questo modo supereranno la solitudine del cuore. Imparino a discernere questo amore, manifestato con apertura, davanti al Signore, ai direttori spirituali e ai superiori; evitino, al contrario, le relazioni personali, specialmente quelle esclusive e prolungate con le persone dell'altro sesso, ma soprattutto si sforzino di praticare e di impetrare da Dio un amore aperto a tutti e perciò veramente casto. Avuta pertanto presente la speciale natura di questo dono, che viene dall'alto, discendendo dal Padre dei lumi (Gc 1, 17)2 è necessario che i candidati al sacerdozio, fiduciosi nell'aiuto di Dio e non presumendo dalle proprie forze, «pratichino la mortificazione e la custodia dei sensi. Non trascurino i mezzi naturali, che giovano alla sanità mentale e fisica. Così non saranno influenzati dalle false teorie le quali sostengono che la continenza perfetta è impossibile o nociva al perfezionamento dell'uomo, e quasi per un istinto spirituale sapranno respingere tutto ciò che può mettere in pericolo la castità». [128] 49. Gli stessi rapporti di amicizia che l'alunno deve cercare con la persona e la missione di Cristo, che ha compiuto la sua opera nell'umile ossequio alla volontà del Padre (cfr. Gv 4, 34), esigono che il candidato al sacerdozio sappia con fede sincera far dono della «propria volontà per mezzo dell'obbedienza nel servizio di Dio e dei fratelli». [129] È sommamente necessario, infatti, che chi desidera partecipare insieme con Cristo crocifisso alla edificazione del suo Corpo impari non soltanto ad accettare, ma anche ad amare la croce e, con spirito volenteroso e pastorale, si assuma tutti i pesi che sono richiesti per svolgere la missione dell'apostolato. Spetta, quindi, ai superiori formare i giovani ad una vera e matura obbedienza, [130] confidando in Cristo, che richiese dai suoi l'obbedienza, ma prima si presentò come esempio della medesima virtù e con la sua stessa grazia è divenuto in noi principio di questa obbedienza. È necessario perciò che esercitino l'autorità con prudenza e con rispetto delle persone. I giovani non mancheranno certo di prestarvi la loro collaborazione, purché l'obbedienza venga loro presentata nella vera luce, mostrando cioè come sia necessario che tutti concorrano al conseguimento del bene e che l'autorità sia a ciò ordinata (cf. n. 24). Devono prestare questa piena e sincera obbedienza con umile ossequio e pietà filiale prima di tutto al Sommo Pontefice, Vicario di Cristo, e con lo stesso spirito al proprio vescovo, per diventare, con il sacerdozio, cooperatori fedeli che danno generosamente la loro opera unita a quella degli altri sacerdoti nel presbiterio diocesano. [131] 50. Imparino a coltivare, non solamente a parole, ma a fatti, lo spirito di povertà richiesta oggi con tanta insistenza dalla Chiesa e necessaria per svolgere la missione pastorale, così che fidando nella provvidenza del Padre sappiano, sull'esempio dell'Apostolo, essere giustamente indifferenti nell'abbondanza e nella privazione (Fil 4, 13). Quantunque non siano tenuti, come i religiosi, a rinunziare totalmente ai beni materiali, cerchino tuttavia di acquistare, come uomini dello spirito, la vera libertà e docilità dei figli di Dio e di giungere a quella padronanza spirituale che è necessaria per avere un giusto rapporto con il mondo e i beni terreni. [132] Anzi, seguendo l'esempio di Cristo, il quale, essendo ricco, si è fatto povero per noi (2 Cor 8, 9), abbiano a cuore in modo particolare i più poveri e i più deboli [133] e, già abituati alla rinunzia generosa del superfluo, siano capaci di dare testimonianza di povertà, con la semplicità e l'austerità della vita. [134] 51. La formazione spirituale deve abbracciare tutto l'uomo (cfr. nn 14, 45). Poiché la grazia non distrugge ma eleva la natura, e nessuno può essere vero cristiano se non possiede ed esercita le virtù necessarie all'uomo e che sono richieste dalla carità, il futuro sacerdote, per vivificarle e praticarle, impari ad esercitare: la schiettezza d'animo, il rispetto costante della giustizia, la gentilezza del tratto, la fedeltà alla parola data, la discrezione e la carità nel conversare, [135] il desiderio del servizio fraterno, l'operosità, la capacità di collaborare con gli altri, ecc., al fine di pervenire a quella armonica conciliazione fra i valori umani e soprannaturali, che è necessaria per poter offrire un'autentica testimonianza di vita cristiana nella società. Dovendo, poi, il sacerdote evangelizzare tutti gli uomini, il candidato al sacerdozio si premuri di coltivare più a fondo la capacità di venire in contatto con uomini di diversa condizione. Impari soprattutto l'arte di parlare agli altri in modo conveniente, di ascoltare pazientemente e di comunicare con loro, avendo il massimo rispetto per ogni genere di persone, animato da umile amore, per poter svelare agli altri il mistero di Cristo vivente nella Chiesa. [136] 52. La celebrazione quotidiana dell'Eucaristia che si completa con la comunione sacramentale, ricevuta con piena libertà e degnamente, deve essere il centro di tutta la vita del seminario, e gli alunni devono parteciparvi devotamente. Partecipando, infatti, al sacrificio della messa, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana», [137] gli alunni partecipano all'amore di Cristo, ricevendo da questa fonte ricchissima la forza soprannaturale per la propria vita spirituale e per l'apostolato. Perciò il sacrificio eucaristico - con tutta la sacra Liturgia, secondo la costituzione Sacrosanctum Concilium, - deve avere nel seminario tale importanza da apparire veramente come «la vetta alla quale tende l'azione della Chiesa e allo stesso tempo la fonte dalla quale fluisce la sua virtù». [138] Si procuri anche una saggia varietà nel modo di partecipare alla sacra Liturgia, affinché gli alunni non soltanto ne ricevano un maggior profitto spirituale, ma già dagli anni del seminario si preparino praticamente al futuro ministero e all'apostolato liturgico. [139] 53. Allaformazione al culto eucaristico deve essere unita intimamente la formazione all'Ufficio divino, mediante il quale i sacerdoti «pregano Iddio in nome della Chiesa e in favore di tutto il popolo loro affidato, anzi in favore di tutto il mondo». [140] Gli alunni perciò imparino il modo di pregare della Chiesa per mezzo di una più adatta introduzione alla sacra Liturgia, ai Salmi e alle altre preghiere penetrate di sacra Scrittura, mediante la frequente recita comune di qualche parte dell'Ufficio (p.e., delle Ore o del Vespro), affinché comprendano con maggiore capacità e venerazione la parola di Dio che parla nei Salmi e in tutta la Liturgia e, al tempo stesso, vengano educati ad osservare fedelmente l'obbligo dell'Ufficio divino durante tutta la loro vita sacerdotale. [141] Questa formazione liturgica non potrà però dirsi perfetta, se non svelerà agli alunni i suoi stretti rapporti con la vita quotidiana di lavoro e con le sue esigenze di apostolato e la vera testimonianza della fede viva e operante per mezzo della carità. [142] 54. Per condurre una retta e fedele vita sacerdotale, è necessario che gli alunni acquistino gradualmente, a seconda delle rispettive età e maturità, uno stabile stile di vita, fondato su solide virtù, senza il quale non saranno capaci di aderire realmente e con perseveranza a Cristo e alla Chiesa. È necessario, infatti, che il sacerdote: a) impari a «vivere in intima unione e familiarità col Padre per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo»; [143] b) possa abitualmente trovare Cristo nella familiare comunione della preghiera; c) abbia imparato ad avere familiarità, con fede amorosa, con la parola di Dio nella sacra Scrittura e, quindi, a trasmetterla agli altri; d) desideri e goda di visitare e adorare Cristo sacramentalmente presente nell'Eucaristia; e) ami ardentemente, secondo lo spirito della Chiesa, la Vergine Maria, madre di Cristo, a lui associata in modo speciale nell'opera della redenzione; [144] f) consulti volentieri i documenti della sacra Tradizione, le opere dei Padri e gli esempi dei santi; g) sappiascrutare e giudicare se stesso, cioè la sua coscienza e i suoi criteri con retta e sincera intenzione. Il sacerdote potrà mantenere fede a tutto questo solamente se, negli anni del seminario, si sarà applicato fedelmente agli esercizi di pietà raccomandati dalla veneranda tradizione e prescritti dal regolamento del seminario, e ne avrà capito esattamente l'importanza e l'efficacia. Se sarà necessario adattare alle nuove esigenze l'uno o l'altro di tali esercizi, si deve fare in modo che le finalità essenziali legate a tale esercizio siano sempre ben presenti nell'animo, cercando di farle raggiungere in altra maniera adatta. [145] 55. Essendo ogni giorno necessaria la conversione dell'anima alla sequela di Cristo e allo spirito evangelico, deve essere inculcata ai futuri sacerdoti la virtù della penitenza, per mezzo di comuni atti penitenziali, sia per la loro formazione personale sia in vista dell'educazione degli altri. Si sforzino costantemente per ottenere il gusto della vita d'unione a Cristo crocifisso e la purezza del cuore. A tale fine, pertanto, chiedano con fervore l'aiuto della grazia necessaria, e si abituino in modo particolare ad accostarsi con frequenza al sacramento della Penitenza, che consacra in qualche modo lo sforzo penitenziale di ciascuno; perciò, ognuno abbia il suo direttore spirituale, al quale aprirà con umiltà e confidenza la propria coscienza, per essere più sicuramente diretto nella via del Signore.[146] Il direttore spirituale e il confessore siano scelti con piena libertà dagli alunni fra quelli che il vescovo ha ritenuto idonei per tale ministero. [147] Al sacerdozio si giunge solamente per gradi: questi sono indicati dal rito liturgico dell'ammissione e dai ministeri del lettorato e dell'accolitato, che dispongono a determinate funzioni ecclesiastiche dopo che si è avuta una buona iniziazione pedagogica e spirituale. [148] In realtà la formazione spirituale degli alunni procede per gradi ed esige idonei adattamenti all'età, all'esperienza, alla capacità dei singoli. Per promuoverla più efficacemente giovano molto alcuni tempi determinati di più intenso tirocinio, come, p.e., in occasione dell'ingresso in seminario, all'inizio del corso teologico o in prossimità dell'ordinazione sacerdotale, ecc. Perché, poi, gli sforzi dei giovani nella vita quotidiana siano costantemente stimolati e ordinati nel senso di una spiritualità sacerdotale vera ed adulta secondo lo spirito della Chiesa, si darà agli alunni, oltre alla direzione spirituale individuale, in determinati periodi fissati dal regolamento di ciascun seminario, una istruzione ed un insegnamento spirituale adatto ai problemi e alla mentalità dei giovani d'oggi; si pratichino, inoltre, la revisione di vita, il ritiro spirituale periodico e altre simili iniziative spirituali; ogni anno per alcuni giorni tutti facciano gli esercizi spirituali. 56. Secondo l'esempio e i consigli di Cristo (cfr. Mt 6, 6; 14, 13; Mc 6, 30; 46), che fra le occupazioni quotidiane volentieri cercava la solitudine per potere più intensamente pregare il Padre, gli alunni cerchino di favorire «la vita nascosta con Cristo in Dio (cfr. Col 3, 3), donde scaturisce e riceve impulso l'amore del prossimo per la salvezza del mondo e l'edificazione della Chiesa». [149] Siano perciò solleciti di conservare il silenzio esterno necessario al silenzio interiore, alla riflessione, al lavoro e alla quiete di tutta la comunità. [150] 57. Il conveniente contatto con gli uomini, fra i quali il Salvatore, mandato dall'amore del Padre (cfr. Gv 4, 9), ha compiuto la sua opera di redenzione, permetterà all'alunno di formarsi al giusto discernimento dei segni dei tempi, [151] a dare un giudizio degli avvenimenti alla luce del vangelo, alla retta interpretazione delle varie circostanze e necessità della vita umana, che contengono veri «germi del Verbo, in esse nascosti», [152] e che richiedono «di essere illuminate con la luce del vangelo e di essere liberate e riferite al dominio di Dio salvator». [153] In questo contatto con il mondo è necessario essere vigilanti perché tutte queste esperienze siano ordinate al fine pastorale del seminario e gli alunni vengano preparati spiritualmente in modo tale che l'attività futura non sia di impedimento, ma piuttosto di aiuto ad incrementare ed irrobustire la vita spirituale. [154] IX. LA FORMAZIONE INTELLETTUALE IN GENERE 58. La formazione intellettuale ha come fine l'acquisizione da parte degli alunni di un'ampia e solida istruzione nelle scienze sacre insieme con una cultura generale proporzionata alle necessità dei nostri tempi, affinché essi siano in grado - dopo aver fondato e nutrito la loro stessa fede sulle scienze sacre - di annunziare convenientemente il messaggio evangelico agli uomini d'oggi e di inserirlo nella loro cultura. [155] Tale formazione intellettuale abbraccia: a) un supplemento di formazione letteraria e scientifica, ove ce ne sia bisogno, una volta espletato il «curriculum» di cui al n. 16; b) la formazione filosofica; c) la formazione teologica. 59. La varietà di criteri con i quali questi studi possono essere coordinati, si può ridurre a tre specifici modelli: A) In periodi distinti e successivi vengono compiuti: gli studi letterari e scientifici (secondo la loro necessità); gli studi filosofici; gli studi teologici. B) Gli studi letterari e scientifici vengono condotti insieme con gli studi filosofici (cfr. American College); dopo si iniziano gli studi teologici. C) Dopo gli studi letterari e scientifici, gli studi filosofici vengono svolti unitamente agli studi teologici in modo che la filosofia venga insegnata insieme con la teologia; in tal caso, tuttavia, bisognerà curare che la filosofia sia insegnata come disciplina distinta e col suo metodo specifico, evitando che sia ridotta ad una trattazione frammentaria e saltuaria dei problemi, svolta unicamente in funzione di speciali questioni teologiche. Questi modelli - qui riportati a titolo esemplificativo - non escludono altri e diversi criteri di impostazione degli studi. In ciascuna «Ratio» vengano indicate le modalità scelte ed approvate dalla Conferenza Episcopale, tenuto conto anche delle situazioni concrete del paese. 60. Qualunque sia l'ordinamento degli studi adottato, è necessario notare accuratamente quanto segue: a) si devono sempre iniziare gli studi con il corso introduttivo al mistero di Cristo, di cui si tratta nel paragrafo seguente; [156] b) nel caso che la filosofia e la teologia siano insegnate in periodi distinti, si dovranno coordinare alcune discipline filosofiche e teologiche, soprattutto per quanto riguarda la teodicea e il trattato dogmatico «de Deo»; l'etica e la teologia morale; la storia della filosofia, della Chiesa, dei dogmi, ecc.; [157] c) il tempo destinato agli studi filosofici deve corrispondere ad almeno un biennio (oppure ad un congruo numero delle cosiddette ore semestrali, secondo i sistemi scolastici vigenti in alcune nazioni); agli studi teologici si deve dedicare almeno un quadriennio (ovvero un proporzionato numero di ore semestrali), in modo tale che complessivamente gli studi teologici e filosofici abbraccino almeno un sessennio (oppure, secondo altri ordinamenti degli studi, quella quantità di materia scolastica che viene trattata comunemente nel sessennio). [158] 61. L'introduzione al mistero di Cristo e alla storia della salvezza - che deve essere insegnata all'inizio del corso filosofico e teologico - tende a far comprendere agli alunni il significato degli studi ecclesiastici, la loro struttura e il loro fine pastorale; nel contempo tende anche ad aiutare gli alunni perché possano dare solido fondamento alla loro fede, capire più profondamente ed abbracciare con maggiore maturità la vocazione sacerdotale. In ciascuna «Ratio institutionis sacerdotalis» saranno determinati la durata e il programma del corso, tenendo conto delle esperienze delle rispettive nazioni e della Chiesa universale. È necessario, altresì, dare a questo corso una intima coerenza rispetto agli altri studi teologici e garantirne la continuità, soprattutto attraverso una meditata lettura della sacra Scrittura sotto la guida dei professori. [159] 62. I professori nell'insegnamento delle rispettive discipline saranno, pertanto, continuamente attenti all'intrinseca unità e armonia dell'intera dottrina della fede (cfr. n. 90), badando a porre un particolare accento sul suo aspetto salvifico. A tale scopo, sarà opportuno (verso la fine del normale corso degli studi - se le Conferenze Episcopali lo riterranno preferibile - dopo qualche anno di esperienza pastorale) riservare un congruo periodo di tempo, anche sufficientemente protratto, durante il quale gli alunni possano, sotto la guida di insegnanti e grazie alla preparazione intellettuale già avuta, meglio comprendere e quasi contemplare ed esperimentare la parola di Dio nella sua semplice unità, cosi come è necessario trasmetterla ai fedeli per la loro salvezza, facendo convergere su ciascuna parte la luce di tutte le discipline che prima venivano insegnate separatamente. Si raccomanda vivamente questo periodo di sintesi, affinché le nozioni acquisite non rimangano frammentarie e quasi avulse l'una dall'altra, ma siano adeguatamente collegate a vantaggio spirituale dei fedeli e degli stessi sacerdoti, i quali, consci ormai della utilità della scienza ricevuta, sentiranno un maggiore amore verso le discipline sacre. Nel caso che i vescovi - o singolarmente o per comune disposizione della Conferenza - abbiano, secondo l'opportunità, stabilito d'instaurare per uno o più anni l'esercizio del diaconato alla fine del normale corso degli studi (cfr. n. 42, c), [160] sarà più utile trasferire la suddetta sintesi di tutte le discipline (e cioè la visione armonica ed unitaria delle varie discipline) quando i diaconi ritorneranno in seminario per prepararsi al sacerdozio. Questo periodo poi dovrà essere sufficientemente lungo, affinché la preparazione immediata al sacerdozio sia veramente efficace. 63. Durante tutta la formazione intellettuale si abbia diligente cura di adattarla alle diverse culture, affinché gli alunni siano in grado di approfondire ed esprimere il messaggio di Cristo secondo le modalità e le caratteristiche di ciascuna, e di potere conseguentemente adattare la vita cristiana alla mentalità e all'indole delle rispettive culture. Pertanto, i professori di filosofia e di teologia nelle loro lezioni non omettano di istituire un confronto sistematico tra la dottrina cristiana e le più profonde concezioni su Dio, sul mondo e sull'uomo che i popoli hanno elaborato secondo le proprie tradizioni religiose. Anzi, per quanto è possibile, non omettano di arricchire la sapienza filosofica e l'intelligenza della fede con tali concezioni. [161] X. GLI STUDI LETTERARI E SCIENTIFICI 64. È necessario che gli alunni, prima di accedere agli studi specificamente ecclesiastici, abbiano condotto a termine i normali studi secondari (cfr n. 16) nella misura richiesta in ciascuna nazione per l'ammissione agli studi accademici, ed abbiano possibilmente ottenuto il titolo civile corrispondente. [162] 65. Sia prima che durante i corsi di filosofia (come è stato indicato al n. 60) bisognerà ovviare alle eventuali lacune che si riscontrassero nei candidati al sacerdozio al termine degli studi secondari circa materie per essi necessarie (come può essere, ad esempio, un'adeguata conoscenza del latino secondo il permanente desiderio della Chiesa). [163] Struttura e programma di tali opportune discipline integrative dovranno essere indicati nella «Ratio institutionis sacerdotalis». 66. Gli alunni imparino, altresì, quelle lingue (oltre alla lingua nazionale) che siano necessarie o utili per il futuro ministero pastorale, tenendo conto anche dei relativi programmi delle scuole statali. [164] Venga anche insegnato un modo di esprimersi adatto agli uomini di oggi, come anche l'arte - davvero necessaria per i sacerdoti - di parlare, di scrivere e di penetrare la natura dei problemi. Sia, inoltre, data agli alunni una conveniente formazione musicale, per quanto riguarda la musica sia sacra che profana. [165] 67. Poiché nella società d'oggi la mentalità corrente degli uomini è influenzata e ispirata non soltanto dai libri e dai maestri, ma sempre più largamente dai mezzi audiovisivi, è sommamente necessario che i sacerdoti sappiano usarli bene, non restando passivi di fronte a tali mezzi, ma sempre capaci di giudizio critico. Ciò sarà impossibile se in seminario non saranno stati educati da persone competenti, con idonee esercitazioni teoriche e pratiche, sempre tuttavia con la doverosa prudenza e misura. In tal modo i sacerdoti potranno - in riferimento ai suddetti mezzi audiovisivi - avere una propria disciplina personale, formare i fedeli e anche usarne efficacemente nell'attività pastorale. [166] 68. Già sin dai primi anni di seminario, e più diffusamente man mano che vanno avanti nell'età e nella formazione, gli alunni siano iniziati alle necessità della vita sociale delle rispettive nazioni, cosicché dallo studio delle discipline e dall'attenzione prestata ai rapporti con gli uomini e con la realtà e agli eventi quotidiani, essi imparino a conoscere in giusta misura i problemi e le controversie sociali, a investigarne la natura, le reciproche relazioni, difficoltà e conseguenze, e finalmente a trovare le giuste soluzioni alla luce della legge naturale e dei precetti evangelici. [167] XI. GLI STUDI DI FILOSOFIA E DELLE SCIENZE AFFINI [168] 69. Gli studi di filosofia e delle scienze affini, che - in qualsiasi modo siano ordinate le discipline durante gli anni della formazione (cfr n. 60) - devono corrispondere ad un intero biennio, hanno come scopo di perfezionare la formazione umana dei giovani, stimolando in loro il senso dell'intelligenza critica e procurando una più profonda conoscenza della cultura antica e moderna di cui la famiglia umana si è venuta arricchendo lungo il corso dei secoli. Questi studi siano condotti in modo da aiutare l'alunno a penetrare e a vivere più profondamente la propria fede, e, nello stesso tempo, a prepararlo agli studi teologici, a disporlo ad esercitare convenientemente il ministero apostolico, in modo che possa essere stabilito un dialogo con gli uomini del nostro tempo nelle forme più adeguate. [169] 70. Particolare importanza sia attribuita alla filosofia sistematica, e a tutte le sue parti, che conduce ad una solida e coerente conoscenza dell'uomo, del mondo e di Dio. Questa formazione filosofica deve basarsi sul patrimonio filosofico perennemente valido, [170] di cui sono testimoni i più grandi filosofi cristiani, i quali hanno trasmesso i primi principi filosofici dotati di perenne valore, in quanto hanno fondamento nella stessa natura. Poste queste salde premesse, si deve tener conto delle ricerche filosofiche della nostra età in evoluzione - soprattutto di quelle che esercitano un maggiore influsso nel proprio paese - e, inoltre, del progresso delle scienze moderne, di modo che gli alunni, giustamente coscienti dei caratteri dell'epoca moderna, siano adeguatamente preparati al dialogo con gli uomini.[171] 71. Con egual diligenza deve essere insegnata la storia della filosofia affinché siano chiari la genesi e lo sviluppo dei più importanti problemi, e gli alunni, tra le diverse soluzioni proposte nel corso dei secoli, siano capaci di discernere gli elementi veri e di scoprire e respingere quelli falsi. [172] 72. Si insegnino anche le scienze affini, quali sono le scienze naturali e la matematica, in riferimento ai problemi connessi con la filosofia, tenuto conto tuttavia delle debite proporzioni, in modo che offrano un utile complemento alle discipline principali e sia evitata una erudizione enciclopedica e superficiale. [173] 73. Nell'esposizione di tutte le discipline si deve tener conto sia dell' importanza intrinseca dei singoli problemi, sia dell'interesse che essi possono avere al presente per gli alunni e per la situazione specifica del paese. [174] 74. Nella «Ratio institutionis sacerdotalis» (o nell'appendice) si riporti il pros |





