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Preparazione al sacerdozio

LA PREPARAZIONE AL SACERDOZIO MINISTERIALE ORIENTAMENTI E NORME


Introduzione


1. Il ministero della Chiesa nella pastorale delle vocazioni e nella preparazione dei candidati al sacerdozio deve tener presente le "condizioni e le particolari esigenze del tempo" e del luogo circa i problemi che riguardano il prete e il mondo allo scopo di adattare le direttive per la formazione sacerdotale alle situazioni particolari (cf. RaF intr. 2; 1; GE intr.; GS 2).

Per tale motivo è sembrato utile premettere a questi "Orientamenti e norme" una "problematica" che dovrà essere tenuta presente nella loro lettura, così come è stata considerata nella compilazione.

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2. Lo scopo di questa descrizione è quello di sollecitare in tutto il popolo di Dio un ulteriore approfondimento di coscienza, di ricerca e di preghiera, al fine di aggiornare costantemente i mezzi per la preparazione dei preti alle reali esigenze. Si vuole inoltre mantenere i seminari in un atteggiamento di vigile ricerca nei confronti delle finalità specifiche, poiché essi con fedeltà sono tenuti a cercare nelle situazioni concrete la via più adatta per raggiungere le loro mete.

I. Problematica attuale del prete e scelta della vocazione nei giovani

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3. L'"immagine" del sacerdote, che oggi viene recepita dall'esperienza dei giovani, ha una grande incidenza sulla scelta della vocazione.

Infatti nell'orientamento verso uno stato di vita influisce profondamente, oltre che l'ambiente culturale, il modello che incarna e testimonia in sè le prospettive di una scelta. Per questo si ritiene che la "crisi del prete" oggi sia uno dei fattori che maggiormente influisce sull'attuale "crisi" delle vocazioni.

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4. Nella situazione sociale contemporanea la comprensione della forma di vita propria del prete incontra particolari difficoltà ad essere intesa.

Il prete viene spesso accusato di appartenere ad una "casta", e di essere legato alla difesa di diritti e privilegi del passato. Questo rilievo prende talora lo spunto da comportamenti "clericali" di vecchio tipo, non privi di invadenza e autoritarismo, o da modi di vita che vengono tacciati di imborghesimento.

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5. Inoltre, in un momento in cui sorgono conflitti in quasi tutti i settori della vita sociale, è difficile accettare che il prete non sia uomo "di parte", ma sia a servizio di tutti nel suo ministero, testimone e difensore della fede tramandata dalla parola di Dio e dalla Chiesa (cf. PO 4).

Talvolta l'uomo d'oggi male accetta il fatto che: "Nell'edificare la comunità cristiana i presbiteri non si mettono mai a servizio di un'ideologia o umana fazione, bensì, come araldi del vangelo e pastori della Chiesa, si dedicano pienamente all'incremento spirituale del corpo di Cristo" (PO 6).

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6. Sotto la spinta di certe dottrine e nella ricerca di nuove maniere di rapportarsi alle necessità del tempo, ad alcuni sembra che il ministero sacerdotale abbia perduto la sua funzione, per cui il prete si chiede quale senso abbia oggi la sua missione nel mondo (SM descr. della situazione 1).

Infatti il messaggio cristiano, che annunzia al mondo il Cristo "immagine del Dio invisibile" (Col 1,15), il Cristo crocifisso, scandalo e stoltezza (cf. 1 Cor 1,23), incontra gravi difficoltà ad essere compreso dall'uomo moderno a motivo del senso d'immanenza che permea la mentalità contemporanea.

Il senso cristiano della vita è messo in discussione, e la presenza della Chiesa nella società contemporanea è oggetto di istanze che tendono a modificare radicalmente la sua tradizionale maniera di essere e di vivere nel mondo.

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7. Puòquindi sorgere nell'anima di non pochi sacerdoti un doloroso senso di frustrazione nel constatare che il mondo sempre meno si interessa di loro, dando poco senso al loro ufficio (cf. Paolo VI, Discorso ai parroci e quaresimalisti di Roma, 17.2.1969: AAS 1969,§1188, 2), e mettendo in discussione le istituzioni, le attività e le opere nelle quali essi sono impegnati.

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8. All'interno stesso della Chiesa si discute da molti sul compito specifico del sacerdote. Alcune ipotesi esegetiche, teologiche e storiche hanno avanzato degli interrogativi sul significato e sul compito specifico del ministero sacerdotale. Anche nel nostro ambiente tali problemi hanno provocato delle incertezze sul senso che deve avere e sulle forme che puòassumere la vita del presbitero in seno alla comunità. Non di rado si sono cercate delle soluzioni ispirandosi alle strutture sociali di nuovo tipo o a esperienze provenienti da altre confessioni religiose.

Alcune volte si finisce per sminuire l'importanza del sacerdote nella comunità cattolica per il fatto che funzioni, per il passato ritenute proprie ed esclusive dell'ufficio dei presbiteri, oggi vengono affidate anche ai laici. Si aggiungano le incertezze di alcuni nel definire la differenza che intercorre tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune.

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9. Ne consegue che non pochi sacerdoti cercano un modo più qualificato di situarsi nella società. Alcuni propendono ad acquisire competenze professionali anche in vista di assicurare a se stessi una posizione sociale adeguata a quella degli altri uomini.

Altri, nel desiderio di tramandare integralmente il messaggio con l'intenzione di testimoniare che la loro vita è per il popolo e che essi appartengono al popolo, ritengono necessario partecipare alle situazioni e responsabilità sociali, equiparandosi a concrete forme di vita, fino ad assumere responsabilità politiche, esercitare una professione, avere una famiglia propria (cf. SM descr. della situazione 3; Paolo VI, Discorso ai parroci e quaresimalisti, 17.2.1972).

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10. Una parte di problemi che impegnano oggi la coscienza del sacerdote sembra nascere anche dalla difficile comprensione del celibato nella vita sacerdotale. Il mondo d'oggi, così preso dal problema della sessualità, non favorisce la tranquillità di spirito richiesta per una equa visione di questo impegno. Tanto più in quanto i motivi che stanno alla base della scelta celibataria sfuggono alle valutazioni di ordine solamente naturale sulle quali spesso si imposta la questione. Altri non colgono un rapporto sufficientemente chiaro tra la missione del sacerdozio e il carisma del celibato.

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11. Si aggiunge un senso di disorientamento nei rapporti tra sacerdote e chiesa: difficoltà di incontro con il vescovo e con i confratelli di età e di formazione diversa; insoddisfazione per le relazioni con tanta parte della popolazione; disagio culturale, derivante dal tipo di preparazione avuta, da difficoltà di aggiornamento, dalla diversificazione della cultura teologica rispetto alla cultura profana.

In alcuni casi anche il disagio economico fa da sottofondo a una serie di problemi che occupano oggi la coscienza del prete (cf. PO 21; SM descriz. della situazione 4).

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12. Il fenomeno doloroso di sacerdoti che abbandonano il loro ministero, e la sua divulgazione spesso di tipo scandalistico, sono fatti che possono dissuadere i giovani dalla scelta della vocazione sacerdotale e insinuano una mentalità di sfiducia sul valore della missione del prete.

In un contesto del genere si intravvede come e perché si parli di una "crisi di identità" del prete nel nostro tempo (cf. SM descriz. della situazione 3).

II. Problematica della Chiesa nel mondo

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13. Quanto si è fin qui accennato trova le sue radici in una situazione più vasta, che interessa il mondo contemporaneo e il suo rapporto con la Chiesa.

La Chiesa "è composta di uomini, i quali riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciòessa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia" (LG 1).1 La Chiesa pertanto non puònon riflettere i problemi e le difficoltà del mondo contemporaneo e degli uomini d'oggi.

a) Situazione della chiesa nel mondo d'oggi

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14. All'interno stesso della Chiesa molti cristiani si interrogano sulla sua natura e sul posto che essa occupa nel mondo e nella storia.

Taluni giudicano la Chiesa troppo mutata rispetto alla tradizione; altri la ritengono troppo lenta nel mettersi al passo delle trasformazioni socio-culturali in atto, mentre per molti il rapido evolversi della Chiesa dopo il concilio Vaticano II ha offerto l'occasione per una ripresa della coscienza e dell'impegno cristiano.

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Nel tentativo, poi, di rendere più efficace la presenza della Chiesa nel mondo e al fine di dare un apporto concreto alla soluzione dei gravi ed urgenti problemi umani e sociali, si propone che essa svolga una "funzione politica" al fine di calare il messaggio evangelico nella società umana. Altri, invece, vogliono che la Chiesa si assuma un compito più radicalmente critico e rivoluzionario. E' comunque chiara la tendenza di alcuni di voler immergere la Chiesa nelle strutture temporali quasi che essa dovesse confondersi anonimamente nelle forme della vita sociale.

b) Problematica del mondo contemporaneo

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16. Il nostro tempo è caratterizzato da rapide trasformazioni, che interessano tutti i settori della vita sociale. Le forme più comuni della convivenza umana sono costrette a mutarsi velocemente sotto la spinta di molteplici fattori.

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17. Il processo di secolarizzazione ha investito ed investe il mondo delle manifestazioni e dei valori religiosi tradizionali, e mette in discussione il contenuto della fede, il significato del linguaggio teologico, il significato della testimonianza individuale e collettiva.

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18. Alcuni eventi della vita italiana poi, hanno caratterizzato questi ultimi anni in maniera tale da modificare notevolmente l'aspetto sociale e il comportamento religioso della nostra popolazione.

Il fenomeno migratorio ha spinto grandi quantità di persone verso i centri industriali del nord e verso le città del centro e del sud, creando rilevanti disagi umani e pesanti pericoli di sradicamento con gravi risonanze sulle tradizioni religiose della popolazione.

L'aumento della scolarità e le possibilità di accedere alla cultura permettono a un numero sempre crescente di giovani di frequentare gli studi medi e superiori. Il beneficio di una cultura media più elevata e il mutato tenore di vita hanno modificato la fisionomia di quasi tutto l'ambiente socio-culturale italiano, hanno favorito lo sviluppo del senso democratico, e accentuato talora le distanze fra le nuove generazioni e gli adulti. Un grado più elevato di cultura media offre migliori occasioni per la cultura religiosa, nello stesso tempo determina maggiori esigenze critiche.

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Il mondo del lavoro prende sempre più coscienza delle carenze e disarmonie del mondo industriale e delle sue responsabilità e si evolve verso nuove espressioni associative.

Il peso politico e le esigenze delle forze del lavoro, specie di quelle organizzate, tendono a divenire sempre più determinanti sulle scelte politiche, sull'economia della nazione e sugli indirizzi della cultura.

Le esigenze produttivistiche della società contemporanea orientano la maggior parte dei giovani verso studi non più umanistici, ma tecnici e professionali, con la conseguenza di ingenerare una mentalità più attenta ai valori immediati, concreti e utili, e meno sensibile a dei valori trascendenti.

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19. Un aspetto particolarmente importante per la formazione e l'orientamento dei giovani è la crisi e il travaglio della famiglia: la scomparsa della famiglia "patriarcale" infatti ha scosso profondamente la compagine e i rapporti familiari, rendendoli meno profondi e personali.

Inoltre la frattura fra le generazioni complica di più il compito educativo della famiglia: annullando la funzione e il valore della tradizione, ha reso praticamente impossibile la trasmissione nei giovani di valori e di modelli di comportamento che la saggezza di generazioni aveva acquisito (cf. GS 8).

III. Problematica dei giovani

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20. Il mondo giovanile di oggi partecipa intensamente agli avvenimenti che segnano o provocano il mutarsi delle forme di convivenza.

Molti fatti di cui i giovani sono protagonisti hanno assunto tale una frequenza e una incidenza sul vivere sociale, da far pensare che essi abbiano prodotto una forte modificazione dell'opinione pubblica, del costume politico e della mentalità corrente.

Si nota spesso nei giovani un atteggiamento di rifiuto verso il mondo della tradizione ed emerge la volontà di trovare nuovi modelli di vita.

I giovani manifestano diffidenza verso l'esperienza degli adulti e verso atteggiamenti conformistici. Specialmente nell'ambiente studentesco, si nota un accentuarsi della crisi religiosa, e una sensibile attenzione verso problematiche di tipo ateistico.

Nello stesso tempo sembra aumentato l'interesse per i problemi religiosi, visti prevalentemente nella prospettiva della loro incidenza sulle situazioni sociali.

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21. Da alcune parti si esige - spesso con un atteggiamento impaziente - che la Chiesa assuma una funzione provocatoria nel processo di trasformazione della società.

Un certo numero di giovani assume una posizione critica verso la Chiesa. Si tende a rifiutare la sua testimonianza e ad accusarla di corresponsabilità con il mondo della "conservazione".

Spesso si domanda alla Chiesa una specie di "revisione storica". C'è "chi vorrebbe che l'autorità ecclesiastica, com'è oggi in molte società civili, scaturisse dalla base, così che la gerarchia non traesse la sua ragione d'essere e la sua potestà dall'ordinamento stabilito da Cristo, ma dal mandato della comunità" (Paolo VI, Discorso del 25 agosto 1971).

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22. La pratica della vita religiosa tra i giovani ha subito forti flessioni in Italia.

In questo fenomeno si riscontrano aspetti e direzioni diverse, a seconda della formazione religiosa dei soggetti, dell'influsso delle tradizioni religiose locali, dell'ambiente sociale di provenienza e di insediamento. In conseguenza le modificazioni riguardanti il comportamento religioso hanno una caratteristica diversa a seconda che si tratti di giovani studenti, contadini oppure operai.

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23. Non è raro il caso che il giovane si senta messo in crisi di fronte alle nuove situazioni in cui si viene a trovare. Infatti alcune proposte culturali vengono presentate in un contesto che sembra rifiutare i valori religiosi e la formulazione tradizionale di alcuni dati della fede: questioni di carattere sociale vengono spesso associate a problemi che implicano una critica storica della Chiesa.

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24. Tra i fattori che spiegano la flessione della pratica religiosa va segnalato anche il passaggio dalle piccole alle grandi comunità di insediamento. La famiglia e la piccola comunità in questo caso diminuiscono la loro capacità di controllo e di stimolo sulle scelte religiose. Il fenomeno favorisce una presa di coscienza personale della vita e dell'impegno cristiano, ma riduce spesso la pratica della fede entro connotazioni di tipo individualistico.

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25. In particolare per l'Italia va segnalato un fatto connesso con il rapido processo di industrializzazione tipico degli ultimi anni.

La richiesta di manodopera giovanile mette frequentemente le generazioni nuove nella condizione di poter guadagnare presto uno stipendio che in qualche maniera soddisfa alcune esigenze. Ciòsembra influire sulla mentalità giovanile determinando un atteggiamento di "indisponibilità" verso proposte diverse e superiori a prospettive di interesse economico e produttivistico.

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26. L'ambiente socio-culturale contemporaneo dunque propone ai giovani valori, modelli di vita e di comportamento entro i quali la vocazione al sacerdozio sembra trovare sempre minori occasioni per nascere e per svilupparsi. Un ambiente, che, in conseguenza, non funge da tramite per l'apertura verso la scelta del sacerdozio; anzi spesso diventa diaframma e ostacolo.

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27. Simultaneamente si riscontra che la religiosità dei giovani si orienta verso espressioni di maggiore purezza e autenticità. "Si nota in loro, per esempio, e nelle varie loro manifestazioni, un ardente desiderio di sincerità e di verità" (RaF intr. 2). Questo li porta a scoprire e denunciare, con una certa implacabilità, il lato debole delle ideologie, delle persone e delle strutture.

Nei giovani credenti esiste un particolare interesse alla vita della Chiesa e si accentua la coscienza della corresponsabilità di tutto il popolo di Dio.

In alcuni si riscontra un atteggiamento profetico-critico e una generosa volontà di dedizione per la comunità ecclesiale. Non pochi giovani, nel loro orientamento di servizio alla Chiesa manifestano una preferenza per scelte generose, con l'intenzione di offrire il proprio apporto in situazioni rischiose, specialmente in luoghi e in circostanze ove sono in gioco esigenze di giustizia e di promozione sociale.

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28. Quasi a riscontro della situazione sociologica emergono nei giovani alcune caratteristiche psicologiche.

Esprimono una forte esigenza e una spiccata attitudine a recepire i valori che sembrano capaci di modificare la storia e il mondo: senso della giustizia, desiderio di eguaglianza tra gli uomini, diritti della persona, valore della libertà umana, ecc. Per questo sono inclini a rifiutare ogni discriminazione e ogni forma di sopraffazione sull'uomo o di strumentalizzazione della persona.

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29. Avvertono un forte senso comunitario che li porta a ricercare e partecipare a forme anche inedite di vita di gruppo. Si uniscono quindi, scegliendo talvolta espressioni prolungate di convivenza, per lo studio, la ricerca, il lavoro, l'attività politica.

In genere i gruppi giovanili sorgono con carattere di spontaneità e spesso in opposizione o alternativa alla vita sociale organizzata tradizionalmente.

In alcuni ambienti, specialmente nelle circoscrizioni urbane, la vita di gruppo risponde al bisogno di ritrovare le dimensioni di una convivenza a misura d'uomo, bisogno accentuato dalla mobilità che caratterizza le nuove linee di insediamento della popolazione.

Talvolta invece la vita di gruppo nasce da una carenza di sicurezza o da un istintivo meccanismo di difesa contro la "massificazione" della società moderna.

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30. I giovani inoltre avvertono il bisogno di verificare personalmente i dati e i risultati della cultura; avanzano ordinariamente l'esigenza di fare l'esperienza delle cose, per una conoscenza personale anche nell'ambito di attività non proprie della loro condizione attuale oppure pertinenti al loro futuro.

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31. In tutte le istituzioni sociali (specialmente nel mondo della scuola) i giovani aspirano alla partecipazione. Questa esigenza di corresponsabilità e di libertà nelle scelte che riguardano la loro formazione e la loro presenza negli organismi sociali, li porta a rivendicare modifiche profonde nei rapporti con l'autorità e nel concetto di obbedienza.

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32. I giovani d'oggi - rispetto al costume precedente - esigono che la persona sia valorizzata più rapidamente. Essi acquistano infatti molto presto la coscienza delle proprie capacità, anche perché la società tecnologica, oltre ad offrire maggiori occasioni rispetto al passato, tende a impiegare le forze giovanili con più ampie possibilità di affermazione e di qualificazione. Per questo i giovani che non si sentono valorizzati in maniera soddisfacente o che non possono raggiungere, nel loro ambiente, le mete alle quali aspirano, provano un acuto senso di frustrazione e di ribellione verso la società (cf. GS 7).

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33. Si rileva tra i limiti e i condizionamenti dell'età giovanile una certa labilità psichica: sono portati a facili mutamenti di umore e di giudizio, aggressività alternate a timidezze e incertezze, difficoltà di portare a termine impegni a lunga scadenza.

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34. Si nota una prevalente attenzione alle cose esteriori, con una conseguente, facile superficialità di giudizio e la tendenza a un verbalismo che confonde la scoperta o l'approfondimento dei valori con la possibilità o l'occasione di parlarne e discuterne.

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35. In molte occasioni i giovani tradiscono una certa incoerenza e una facile illusione sulla vita. Specialmente gli studenti, si trovano nella condizione privilegiata di disporre di efficienti strumenti di critica, senza dover poi pagare con responsabilità dirette rischi e conseguenze delle loro proposte. Si riscontrano talvolta delle facili illusioni che portano i giovani ad alternare le scelte tra utopie e conformismi.

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36. Succede anche con frequenza che gli stessi giovani, i quali hanno denunciato e demolito con inesorabilità e ironia miti e valori di precedenti generazioni, creino con infatuazione nuovi miti, che vengono accettati come rigorose e doverose vie di risoluzione per il mondo d'oggi.

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37. I giovani avviati al sacerdozio partecipano ovviamente al travaglio e a tutte le ambivalenze della gioventù d'oggi.

Sebbene in maniera e in forme diverse, a seconda dell'età e del tipo di scuola che frequentano, essi riflettono il mondo dei loro coetanei e ne condividono in qualche maniera caratteristiche, stimoli e suggestioni.

Bisogna ricordarlo ogni qualvolta ci si troverà impegnati a valutare qualità, esigenze, deficienze e reazioni degli alunni del seminario; come pure quando si cercano le prospettive e i mezzi di formazione o l'aggiornamento delle strutture.

IV. Problematica attuale dei seminari

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38. L'istituzione dei seminari come ogni altra istituzione del passato è messa oggi in discussione.

Nell'opinione di alcuni, i seminari non hanno più significato; altri propongono modifiche talmente radicali da dare l'impressione che di fatto si svuoti la funzione essenziale riconosciuta al seminario dal concilio Vaticano II (cf. OT 4).

A volte critiche e riserve sono motivate da difficoltà reali, derivate dal passato e da costumi che continuano a condizionare la formazione al ministero sacerdotale; altre volte originano dalle esigenze complesse e apparentemente contrastanti che essa comporta.

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39. Una serie di obiezioni e di riserve nei confronti dell'iter seminaristico proviene dalla difficoltà o - si dice - dall'"impossibilità" di assicurare nei seminari il raggiungimento di alcune esigenze importanti per la formazione del prete d'oggi.

Il sacerdote, si afferma, dovrebbe essere più esistenzialmente unito alla comunità umana e cristiana da cui proviene e non deve venire prematuramente isolato nella sua maturazione e nella preparazione al ministero; occorre responsabilizzare le comunità cristiane nei confronti del dovere di creare ambienti e costumi capaci di esprimere, sostenere, sviluppare e verificare le vocazioni al ministero sacerdotale; l'attuale prassi, si dice, continua ad avallare un certo disinteresse delle nostre comunità nei confronti di un problema così vitale.

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40. Poiché si desidera un prete che sia più aperto e sensibile ai valori umani, si pensa che anche durante la formazione egli, inserito nella comune vicenda umana, senza privilegi, esenzioni, limitazioni escludenti, debba percorrere la trafila di situazioni e di relazioni nelle quali normalmente matura un uomo.

Fra i preti e i seminaristi circola uno stato d'animo piuttosto diffuso, originato dalla consapevolezza o dal timore di essere piuttosto poveri di umanità e poco inseriti nella vicenda umana.

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41. Perciòè rifiutata una formazione operata in ambienti che di loro natura vengono definiti "isolati" o che, comunque, tenderebbero a creare una categoria di persone "allevate" con mentalità, costumi e sensibilità particolari su misura dell'"uomo di Chiesa" soltanto.

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42. Si vuole maggior inserimento del seminarista nella normale vicenda umana, anche come condizione per comprendere la mentalità e le difficoltà dell'uomo. Per questo alcuni pensano che, se si toglie a colui che deve diventare sacerdote la possibilità di condividere le fondamentali esperienze dell'uomo (lavoro, insicurezza, necessità di pagare di persona le conseguenze dei propri atti, fatica della coerenza in un ambiente pluralistico e provocante, scoperta e relazione con la donna, ecc.) sarà difficile che egli in seguito sappia veramente comprendere che cosa significa essere uomini, ne capisca il linguaggio, le esigenze e le situazioni sofferte.

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43. Da altri viene messo in discussione il tipo di formazione culturale che il seminario offre ai candidati al sacerdozio. Per diventare sacerdoti - si dice - non è necessario smarrire la mentalità del ceto sociale da cui si proviene o della professione in cui si era già inseriti.

Si chiede quindi che il seminario consenta la possibilità di un iter culturale che, pur abilitando seriamente il sacerdote al suo ruolo specifico di "maestro della fede", non imponga un unico tipo di studi.

Altri dicono che nell'intero arco della formazione seminaristica esiste una notevole sproporzione tra l'attività intellettuale (scuola, studio, predicazione, direttive, ecc.) e la possibilità di esercizio delle altre dimensioni di una personalità umana completa (l'azione, il lavoro fisico, l'impegno apostolico, ecc.) con il rischio di un eccessivo intellettualismo, a scapito di un sano realismo e di un adeguato stimolo all'azione.

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44. Si afferma che il seminario rischia di non mantenere gli alunni in una sufficiente tensione apostolica perché, nell'isolamento da un normale contatto e conflitto con il "mondo", farebbe mancare di fatto quella provocazione immediata e concreta che stimola e sostiene l'apostolo.

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45. Si vuole muovere verso i seminari un'accusa particolarmente severa prendendo lo spunto dalla percentuale di immaturità, inautenticità e complicazioni che si manifestano in un certo numero di soggetti. Tali situazioni vengono attribuite alla struttura del seminario, quasi fosse da sola la causa delle carenze umane che si rivelano in alcuni.

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46. C'è ancora chi esprime verso il seminario delle riserve per il fatto che aumenta sempre più il numero di coloro che alla fine del corso di studi ritengono non ancora risolti adeguatamente alcuni problemi di maturazione; chiedono perciòdi rinviare la scadenza definitiva dell'impegno e cercano in "esperienze" ed iniziative extra seminario nuove occasioni per maturare la loro personalità, verificare la loro fede oppure la loro attitudine al servizio pastorale.

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47. Si formulano perciònuove proposte per la formazione dei presbiteri: la preparazione al sacerdozio all'interno delle comunità familiari o parrocchiali; la creazione di piccoli gruppi di seminaristi inseriti nelle comunità di lavoro e nelle parrocchie, assistiti eventualmente da un sacerdote e in collegamento tra di loro. Altri propongono di consentire la preparazione specifica al sacerdozio solamente a coloro che, già adulti e inseriti in una professione, accettano e domandano il ministero sacerdotale.

Altre volte sembra invece ci si limiti a chiedere che, accanto a dei seminari debitamente aggiornati, sia consentita la possibilità di soluzioni diverse.

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48. E' difficile tracciare una configurazione omogenea dell'attuale situazione dei seminari italiani: ciòcomporterebbe molte distinzioni, in relazione al seminario minore e maggiore, alle aree geografiche e socio-religiose, ai diversi seminari diocesani, interdiocesani e regionali. Ogni seminario infatti vive un suo contesto particolare con caratteristiche proprie, rilevabili in gran parte dalla maniera con cui il seminario è radicato in una sua storia molto concreta e ha poi partecipato alle rapide evoluzioni del mondo sociale, religioso e giovanile. Tuttavia alcuni elementi sembrano essere comuni.

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49. Nel decennio del post-concilio molti seminari hanno operato un tentativo e uno sforzo di adeguamento alle situazioni nuove, modificando strutture, norme, orientamenti. Talvolta ciòè avvenuto senza tener presenti valori fondamentali e scelte irrinunciabili. Alcuni seminari, per sperimentare delle riforme e per assicurare rimedi efficaci, sono forse caduti nel rischio di cedimenti troppo facili, rinunciando ad esigenze e prospettive essenziali; oppure hanno nuovamente creato nel seminario un ambiente di difesa e di sicurezza, in contrasto con l'apertura che il concilio vuole garantita per un'adeguata formazione dei chierici al ministero nell'attuale contesto mondiale.

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50. Si è spesso ingenerato nei seminaristi un clima di sfiducia, originato dall'impressione di non trovare nei seminari una risposta alle loro attese, tanto da indurre qualcuno a pensare di poter "salvare" la sua vocazione e un'idonea preparazione al ministero sacerdotale al di fuori o, addirittura, contro il tipo di formazione proposta dal seminario.

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51. Questa situazione ha creato inquietudini e profondi disagi. Da una parte qualche vescovo, educatori di seminario, sacerdoti e fedeli, preoccupati dei sacerdoti di domani, sono entrati in uno stato d'animo di incertezza o di smarrimento, con tendenza a risolvere i problemi, operando inversioni di marcia o arrestando il cammino delle riforme. Da un'altra parte, educatori, chierici di teologia, giovani sacerdoti, e talora persone completamente estranee ad un'aggiornata comprensione e conoscenza del seminario d'oggi, dimostrano sfiducia nei mutamenti operati, perché troppo estrinseci e marginali: parlano di "riformismo", non di vera riforma di seminari e ipotizzano forme "inedite", che spesso sono la negazione del seminario.

I giovani del seminario respirano un'impressione generale di turbamento, a volte avvertita nella stessa vita del seminario, quando la comunione tra il vescovo e qualche educatore, tra professori e superiori, si fa tesa.

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52. Per una valutazione obiettiva della situazione è necessario precisare che i problemi segnalati, non sono nè generalizzabili nè uniformi, e che ogni istituzione educativa si dibatte oggi in analoghe difficoltà (si pensi ad es. alla scuola e alla famiglia).

Infine è onesto ricordare che nei seminari non vi sono soltanto aspetti problematici o negativi, ma anche motivi e segni di speranza che devono riportare il problema alle sue effettive proporzioni, consentendo e stimolando una ripresa serena e coraggiosa. Si ha infatti motivo di credere che una ripresa sia già in atto, ed in parecchi seminari si ha l'impressione che, pur nelle difficoltà, ci sia maggiore serenità e fiducia nel far fronte ai problemi della vita seminaristica. Si riscontra che là dove si affrontano con animo aperto le situazioni difficili che si presentano, in un dialogo non interrotto tra superiori e alunni, nasce una convinzione rinnovata sulla necessità ed utilità dei seminari.

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53. In questo contesto di problemi, difficoltà, tentativi in corso, è urgente cercare una risposta che tenga conto di principi irrinunciabili per la Chiesa.

In un momento nel quale lo sforzo per adattare il seminario alle esigenze attuali della Chiesa e del mondo rischia di confondere l'essenziale con il contingente, è necessario ricordare i punti fondamentali sul concetto del sacerdozio cattolico, quale deriva dalla rivelazione divina interpretata dalla costante tradizione e dal magistero della Chiesa (cf. RaF intr. 3), le mete al cui servizio un seminario si pone, e i mezzi necessari, in conformità al piano di Dio che la Chiesa va progressivamente scoprendo e attuando sotto l'azione dello Spirito santo.

I Parte: FORMAZIONE DEL PASTORE

INTRODUZIONE

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La dottrina del concilio Vaticano II sul ministero sacerdotale, applicata alla finalità pedagogica di preparare veri pastori d'anime permette di proporre tre obiettivi principali per la formazione della "personalità" di un pastore (cap. I): la carità pastorale, che il giovane è chiamato a vivere, si realizza attraverso una rete di rapporti ordinati in una dinamica, organica e progressiva, che - partendo dalla comunione con Cristo sommo sacerdote ed eterno pastore, - si attua e circola nella Chiesa in una comunione ecclesiale articolata con l'intero popolo di Dio e particolarmente con il vescovo e gli altri presbiteri, - nella missione nel mondo contemporaneo.
Questa triplice relazione indica le linee di sviluppo della formazione spirituale (cap. III), offre la giusta prospettiva alla formazione intellettuale (cap. IV) e organizza la stessa vita della comunità educativa del seminario (cap. II e V).

Capitolo primo: LA CONFIGURAZIONE TEOLOGICA DELLA PERSONALITA' DEL PASTORE

I. La comunione con Cristo pastore


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54. Il sacerdozio di Cristo si radica nel suo stesso essere di Figlio di Dio fatto uomo per la misteriosa unione ipostatica realizzata in lui tra la sua umanità e divinità.

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55. La realtà incomparabile del sacerdozio unico di Cristo include in se stessa anche la funzione profetica e regale, esprimendo e manifestando in molti modi la presenza e l'efficacia dell'amore preveniente di Dio (cf. SM I, 1).
Nella sua vita terrena, infatti, Gesù, per rendere testimonianza al Padre che lo ha mandato e per compiere la sua volontà (cf. Gv 8,28-29; 17,4), ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana (cf. Fil 2,6-11; 2 Cor 5,21) e ha annunciato ai poveri il vangelo della salvezza (cf. Lc 4,17-21).

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56. La sua predicazione profetica, confermata con segni e con miracoli, ha raggiunto il suo culmine nel mistero pasquale della sua morte e risurrezione, che è la parola suprema dell'amore divino col quale il Padre ha voluto parlarci (cf. DV 4; SC 5; SM I, 1). Fu sulla croce, infatti, che Gesù si dimostrònella forma massima il "buon pastore che dà la vita per le pecore" (Gv 10,11). In tal modo ha superato e dato compimento a tutti i sacerdozi rituali e ai sacrifici dell'antico testamento, anche pagani, e ha coronato una volta per sempre il suo sacerdozio con l'oblazione di se stesso al Padre per la redenzione del mondo (cf. Eb 10,5-7; SM I, 1).

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57. Nel mistero pasquale, Cristo diventa pastore della comunità del NT. Attorno a lui risorto, infatti, si raccolgono in unità e vengono introdotti nella comunione dello Spirito, i dispersi figli di Dio (cf. 1 Pt 5,4; Eb 13,20; At 2,25; Gv 11,51-52).

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58. La Chiesa, che nasce dalla pasqua e si manifesta nella pentecoste per iniziare la sua missione di salvezza, è il sacramento o segno e strumento del contatto nello Spirito santo con la persona e il mistero di Cristo soprattutto attraverso le Scritture, comprese nella tradizione, e i sacramenti della fede (cf. LG 1; SM I, 2).

4331
59. A tutto il popolo di Dio riunito nel suo nome, Cristo Signore partecipa il suo sacerdozio (cf. Ap 1,6; 5,9-10). Infatti "per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito santo, i battezzati vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici e far conoscere i prodigi di colui che dalle tenebre li ha chiamati all'ammirabile sua luce (cf. 1 Pt 2,4-10)" (LG 10). "Lo stesso Signore, infatti, con l'influsso che stabilmente esercita sulla Chiesa per mezzo del suo Spirito, suscita e promuove la risposta di tutti gli uomini, che si offrono a questo gratuito amore" (SM I, 1).

4332
60. Perciòil sacerdozio della Chiesa, che deriva da quello unico di Cristo e ne è partecipazione, è essenzialmente profetico e nella sua dimensione interiore si definisce come offerta ed oblazione di se stessi a Dio per gli uomini (cf. Rm 12,1; Gv 4,23).

4333
61. La Chiesa, per realizzare la sua missione di salvezza, partecipa in diverso modo al sacerdozio unico di Cristo. Dagli scritti del nuovo testamento risulta chiaramente che sono elementi propri dell'originaria struttura inalienabile della Chiesa, l'apostolo e la comunità dei fedeli, che si corrispondono tra loro in reciproca connessione, sotto il Cristo capo e l'influsso del suo Spirito (cf. LG 10; SM I, 4).
Questo rapporto è espresso negli stessi apostoli che "furono ad un tempo il seme del nuovo Israele e l'origine della sacra gerarchia" (AG 5).

4334
62. Cristo, infatti, annunciòche avrebbe edificato la sua Chiesa su Pietro e la fondòsopra i dodici (cf. LG 18); per questo gli scritti del nuovo testamento parlano della Chiesa fondata sopra gli apostoli.
Il ministero sacerdotale del nuovo testamento, che continua l'ufficio di Cristo mediatore e capo, è distinto essenzialmente e non solo per grado, dal sacerdozio comune di tutti i fedeli (cf. LG 10; SM I, 4) e rende perenne l'opera essenziale degli apostoli.
4335
63. La funzione propria del ministero sacerdotale, nel cuore della Chiesa, è di rendere presente l'amore di Dio in Cristo per noi mediante la parola e il sacramento, ed insieme di suscitare la comunione degli uomini con Dio e tra loro (cf. SM descr. della situazione).
Il ministero sacerdotale, perciٍ, attua la sua missione specifica: a) attraverso la proclamazione efficace del vangelo per la quale i presbiteri sono consacrati (cf. LG 28) e impegnati come primo loro dovere (cf. PO 2); b) col congregare e guidare la comunità esercitando il ministero della carità (cf. LG 28; PO 6); c) col rimettere i peccati e soprattutto con la celebrazione dell'eucaristia, nella quale il ministero sacerdotale raggiunge il suo culmine. L'eucaristia infatti è la fonte e il centro dell'unità della Chiesa (cf. PO 2, 5, 6; cf. LG 21, 28; SM I, 4).
"L'evangelizzazione permanente, pertanto, e l'ordinata vita sacramentale della comunità richiedono, per loro natura, la diaconia dell'autorità, cioè il servizio dell'unità e la presidenza della carità" (SM II, I, 1b).

4336
64. Per compiere il loro ministero i presbiteri ricevono una particolare consacrazione per mezzo del sacramento dell'ordine che fonda un rapporto originale ed irrevocabile con Cristo (cf. PO 2; LG 28). Attraverso l'imposizione delle mani e la preghiera, infatti, viene comunicato il dono inamissibile dello Spirito santo (cf. 2 Tm 1,6).
La dottrina della fede insegna che questa realtà è permanente ed imprime un segno che nella tradizione della Chiesa prende il nome di carattere sacerdotale (cf. SM I, 5).

4337
65. Segnato dallo Spirito il ministro è perciò"icone" o immagine del Signore, sacramento, segno vivente, sensibile ed efficace della presenza di Cristo capo e della sua missione nel duplice aspetto di autorità e di servizio. Il ministero sacerdotale pertanto nella Chiesa significa in modo efficace il primato dell'azione che Gesù capo e mediatore esercita in essa attraverso il suo Spirito.

4338
66. Il ministero pastorale inizia con l'elezione e la vocazione quale atto dell'amore preveniente di Cristo (cf. Gv 15,16), che invita l'eletto, come gli apostoli, a seguirlo (cf. 9,9; Mc 2,14; Lc 5,27), a" vedere" e "restare con lui" (cf. Gv 1,39), chiedendogli come a Pietro una testimonianza di fede (cf. Mt 16,16) e d'amore (cf. Gv 21,15).
Cristo elegge e chiama a sè i suoi amici per inviarli agli uomini. La vocazione pertanto è in ordine alla missione: "Ne costituì dodici, che stessero con lui e anche per mandarli a predicare" (Mc 3,14).

4339
67. La chiamata di Cristo al ministero pastorale presuppone la vocazione battesimale sulla quale si fonda. Per mezzo del battesimo, infatti, il cristiano partecipa al sacerdozio di Cristo ed è chiamato a condurre una vita "sacerdotale" intesa essenzialmente come oblazione di sè (cf. Rm 12,1). Coltivando alla perfezione la grazia battesimale, viene avvertita più chiaramente e con maggior certezza la particolare vocazione al ministero sacerdotale (cf. RaF 45).

4340
68. La risposta alla chiamata coinvolge l'imitazione di Cristo pastore, vivendo la grazia battesimale e quella propria del sacramento dell'ordine.
La norma della vita sacerdotale è espressa in sintesi nelle parole di Gesù: "Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Gv 17,19). Si attua nella dedizione alla missione pastorale, con il distacco dalle realtà più vitali e dagli affetti più cari fino alla croce come partecipazione alla sua pasqua salvifica (cf. Mc 8,34; 10,20; Mt 19,29; Lc 18,29).
I chiamati al ministero sacerdotale sono oggetto di un'ulteriore predilezione da parte di Cristo, non per essere di più, ma per servire di più e per rendersi disponibili a quella voce che è insieme invito e comando: "Vieni e seguimi" (Mt 19,21). La maturazione della vocazione al ministero, pertanto, si compie in una progressiva unione a Cristo che prepara a quella comunione ineffabile fondata sul sacramento dell'ordine.

4341
69. La chiamata del vescovo, in comunione con il presbiterio e la comunità dei fedeli, pone il sigillo di autenticità alla vocazione interiore; spetta infatti al vescovo "il dovere di pronunciare il giudizio definitivo sui segni della vocazione divina nell'ordinando. A lui è riservato il diritto di chiamarlo al sacerdozio, rendendo così autentica e operante davanti alla Chiesa una chiamata divina che è andata lentamente maturando" (Paolo VI, Summi Dei verbum: AAS 1963, 988).

II. La comunione ecclesiale

4342
70. La relazione particolare con Cristo pastore, radicata nel sacramento dell'ordine, si collega con una seconda relazione, pure totale ed irrevocabile, nella Chiesa e per la Chiesa, corpo di Cristo.
Il presbitero infatti, non è un isolato, ma membro di un corpo gerarchicamente strutturato, in qualità di servo dei fratelli (cf. PO 3).
Nella comunione ecclesiale sorgono, perciٍ, rapporti diversi e complementari in Cristo con l'intero popolo di Dio e in particolare col vescovo e con il presbiterio.

4343
71. La comunione con il popolo di Dio si fonda anzitutto sul sacerdozio comune. Conseguentemente i presbiteri sono "fratelli tra fratelli come membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è di tutti" (PO 9).
Il presbitero nel suo ministero si distingue per una nuova consacrazione dal compito proprio del fedele laico, tuttavia si integra con lui profondamente (cf. LG 10, 37; PO 6, 9), così da rendere testimonianza con i laici all'unico mistero di Cristo.

4344
72. Nella Chiesa ogni distinzione è al servizio dell'unità; all'interno di questa unità i presbiteri, "in virtù del sacramento dell'ordine, svolgono la funzione ecclesiale ed insopprimibile di padri e di maestri nel popolo di Dio e per il popolo di Dio" (PO 9).
La funzione di pastore non si restringe alla cura dei singoli fedeli - essa va specialmente estesa alla formazione dell'autentica comunità cristiana che (i presbiteri) raccolgono come una fraternità animata dallo spirito d'unità e per mezzo di Cristo nello Spirito la portano a Dio Padre (cf. PO 6; LG 28). E per fomentare opportunamente lo spirito comunitario, bisogna che esso miri non solo alla Chiesa locale, ma anche alla Chiesa universale (cf. PO 6).

4345
73. "I presbiteri, pur non possedendo la pienezza del sacerdozio ministeriale e dipendendo dal vescovo nell'esercizio della loro potestà, sono tuttavia a lui uniti per l'onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell'ordine" (LG 28). Infatti "tutti i presbiteri, assieme ai vescovi, partecipano in tal grado dello stesso e unico sacerdozio di Cristo che la stessa unità di consacrazione e di missione esige la comunione gerarchica dei presbiteri con l'ordine dei vescovi, che viene a volte ottimamente espressa nella concelebrazione liturgica" (PO 7; cf. LG 28).
"Essi costituiscono con il loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinato a diversi uffici. Nelle singole comunità di fedeli rendono per così dire, presente il vescovo, cui sono uniti con animo fiducioso e grande, ne assumono, secondo il compito loro affidato, gli uffici e la sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana".
"Essi, sotto l'autorità del vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata, nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e portano un grande contributo all'edificazione di tutto il corpo di Cristo (Ef 4,12). Sempre intenti al bene dei figli di Dio, cerchino di portare il loro contributo al lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi, di tutta la Chiesa. E a ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nel lavoro apostolico, i presbiteri riconoscano nel vescovo il loro padre e gli obbediscano con rispettoso amore. Il vescovo poi consideri i presbiteri suoi cooperatori come figli e amici, come Cristo che chiama i suoi discepoli non servi ma amici (Gv 15,15). Per ragione quindi dell'ordine e del ministero, tutti i presbiteri sia diocesani che religiosi, sono associati al corpo episcopale e, secondo la loro vocazione e grazia, servono al bene di tutta la Chiesa" (LG 28; cf. PO 7).
I presbiteri attraverso il loro vescovo sono in comunione anche col Papa, che nella sua qualità di successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei vescovi, sia della moltitudine dei fedeli (cf. LG 23).

4346
74. La coscienza della comunione con il vescovo aiuta a percepire anche l'unità dei presbiteri che vivono e operano all'interno dell'unico sacramento dell'ordine: "In virtù della comune sacra ordinazione e missione tutti i presbiteri sono fra loro legati da intima fraternità sacramentale" (LG 28; cf. PO 8).
Ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono assegnati in comunione con il proprio vescovo. "In questo modo, anche il ministero sacerdotale è essenzialmente comunitario nel presbiterio e col vescovo" (cf. LG 28; PO 8; SM I, 6).
Tale comunione sacerdotale costituisce il fondamento della comunione esterna, operativa, segno e manifestazione dell'"unità con cui Cristo volle che i suoi fossero una cosa sola, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal Padre" (PO 7; CD 30).

III. La missione nel mondo contemporaneo

4347
75. Dalla considerazione approfondita compiuta dal concilio Vaticano II dell'ampiezza della missione della Chiesa e della natura delle sue relazioni con il mondo, "si comprende meglio come la salvezza non sia qualcosa di astratto tale da essere - si direbbe - una categoria fuori della storia o del tempo, ma che essa proviene da Dio e deve, quindi, concretamente raggiungere tutto l'uomo e tutta la storia dell'umanità, e condurli liberamente al regno di Dio, perché finalmente Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15,28)" (SM descr. della situazione 1).
La Chiesa unita a Cristo nello Spirito santo, composta di uomini che camminano verso il regno del Padre, ha ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti gli uomini, "perciòessa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la storia" (GS 1).
Da ciòderivano alcune conseguenze per l'impegno apostolico dei presbiteri. Essi, infatti, "segregati per il vangelo" (Rm 1,1), ma non separati dal popolo di Dio o da qualsiasi uomo (cf. PO 3) trovano la propria identità in quanto vivono la missione specifica della Chiesa e la esercitano come pastori e ministri del Signore, nello Spirito, per realizzare con la sua opera il piano della salvezza nella storia (cf. SM II, I, 1a).

4348
76. Per svolgere questo compito, è loro dovere permanente scrutare i segni dei tempi. Ciòesige di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del mondo contemporaneo e saperli giudicare alla luce della parola di Dio (cf. GS 4, 44).

4349
77. I presbiteri, infatti, quali inviati a tutti gli uomini, e nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare al mondo il vangelo di Dio, perché è in virtù della parola salvatrice che la fede è accesa nel cuore dei non credenti ed è alimentata nel cuore dei credenti (cf. PO 4). Ogni presbitero, perciٍ, è investito di una speciale responsabilità nell'annuncio di tutta la parola di Dio e della sua interpretazione secondo la fede della Chiesa (cf. SM II, I, 1c).
Il dovere poi che incombe alla Chiesa di annunciare integralmente al mondo il vangelo, e la necessità di aver riguardo agli aspetti sia personali che sociali dell'annuncio stesso al fine di rispondere ai problemi più fondamentali degli uomini (cf. CD 13), impone non solo di" predicare ai singoli che si convertano a Dio, ma, per quanto puٍ, quasi come coscienza della società, di rivolgersi anche e parlare a questa stessa società. Adempie così nei suoi confronti una funzione profetica, sempre preoccupandosi del suo proprio rinnovamento" (SM II, I, 1c).

4350
78. La missione propria del presbitero, come anche della Chiesa, pur non essendo di ordine politico, economico o sociale, ma religioso (cf. GS 42), puòdare, nella linea del suo ministero, un grande contributo all'instaurazione di un ordine secolare più giusto, là specialmente ove i problemi umani dell'ingiustizia e dell'oppressione sono più gravi. Deve peròmantenere "sempre intatta la comunione ecclesiale ed escludere la violenza, sia nelle parole sia nei fatti, perché non è evangelica" (SM I, 7).

4351
79. Il Signore risorto che è presente ed agisce attraverso la sua parola proclamata dalla Chiesa e che tuttora opera sul cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito, non solo suscita il desiderio del mondo futuro, ma anche ispira, purifica e fortifica quei generosi propositi coi quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra (cf. GS 38).

4352
80. Con gli uomini del proprio tempo, in mezzo ad essi, partecipe della loro storia, il prete è chiamato ad essere testimone della verità del messaggio cristiano che annuncia, servo dell'amore di Cristo pastore e segno vivente del mondo futuro.

4353
81. La condizione del presbitero nel mondo, pertanto, pur avendo una sua missione specifica, è fondamentalmente quella di ogni cristiano: essere nel mondo senza conformarsi alla sapienza di questo mondo. "I presbiteri non potrebbero essere ministri di Cristo se non fossero testimoni e dispensatori di una vita diversa da quella terrena; ma d'altra parte non potrebbero nemmeno servire gli uomini, se si estraniassero dalla loro vita e dal loro ambiente. Per il loro stesso ministero sono tenuti, con motivo speciale, a non conformarsi con il secolo presente; ma nello stesso tempo sono tenuti a vivere in questo secolo in mezzo agli uomini" (PO 3).

4354
82. "Si ricordino i pastori che essi con la loro quotidiana condotta e sollecitudine, mostrano al mondo la faccia della Chiesa, in base alla quale gli uomini si fanno un giudizio sull'efficacia e sulla verità del messaggio cristiano" (GS 43).
"Inoltre si ricordino che devono, nella loro quotidiana condotta e sollecitudine presentare ai fedeli ed infedeli, cattolici e non cattolici, l'immagine di un ministero veramente sacerdotale e pastorale e rendere a tutti la testimonianza della verità e della vita, e come buoni pastori, ricercare anche quelli, che sebbene battezzati nella Chiesa cattolica, hanno abbandonato la pratica dei sacramenti e perfino la fede" (LG 28).
L'ansia di Cristo buon pastore per la pecora smarrita e per le altre che non sono del suo ovile (cf. Gv 10,16) si manifesta nello zelo indefesso dei presbiteri, come testimoniano tante figure di pastori nella tradizione italiana.

4355
83. In una società esposta al pericolo di assolutizzare i beni della terra, il presbitero con la testimonianza della sua vita, col celibato e la povertà è chiamato a vivere la dimensione escatologica del suo ministero, diventando segno vivente di quel mondo futuro già presente nella fede e nella carità (cf. PO 16, 17; RaF 48).

4356
84. Il presbitero, inviato ad annunciare agli uomini il Cristo salvatore del mondo attraverso la croce, nell'esercizio della sua missione si appoggia sulla potenza di Dio, che spesso manifesta la forza del vangelo attraverso la debolezza dei testimoni (cf. 1 Cor 1,18-31; 2 Cor 4,7-18).
La fedeltà stessa al vangelo puòportare, sull'esempio di Cristo, ad incontrare la persecuzione e la condanna del mondo (cf. Gv 15,18-25).

Capitolo secondo: IL SEMINARIO

Motivi di una scelta ecclesiale


4357
85. Lo Spirito soffia come vuole e sarà dovere della Chiesa di ogni tempo riconoscere e rispettare ogni libera iniziativa di Dio, anche quando è in questione il cammino al sacerdozio ministeriale. Dio infatti è colui che puòricavare anche dalle pietre i figli di Abramo (cf. Mt 3,9) e che aggrega Saulo al collegio apostolico chiamandolo e formandolo per vie di eccezione (cf. At 9; Gal 1 e 2).

4358
86. La Chiesa ha peròil dovere di ricercare con attenzione e docilità, senza indulgere a presuntuosi miracolismi, le normali condizioni e i mezzi privilegiati attraverso i quali il Signore opera, quando prepara il suo eletto per la comunità cristiana. Quando infatti è in questione la formazione dei pastori, la Chiesa sa che i fedeli hanno in essi quasi la matrice della loro fede. La comunità cristiana ha quindi il diritto di avere dei pastori che hanno autenticato la loro chiamata e controllato il loro vangelo su quello degli apostoli; i vescovi hanno il dovere conseguente di impegnare una vigilante attenzione affinché non subentrino falsi dottori che turbino la fede della comunità.

4359
87. E' inoltre norma di saggezza non affidarsi a sperimentazioni dagli esiti incerti quando sono in questione valori ed esigenze fondamentali per la vita della Chiesa. Pur riconoscendo possibili strade e vocazioni diverse, sembra normalmente necessario, per chi voglia diventare prete, potersi incontrare e confrontare lungamente con altri sacerdoti al fine di imparare che cosa significa ed esige l'essere preti.

4360
88. Quando Cristo volle formare i primi apostoli, scelse degli uomini decisi a seguirlo in tutto (cf. Mt 2,20; Mc 1,18); li volle con sè in una relazione particolare di tempo e di intimità per farne dei testimoni (cf. At 1,6-8), riservando loro una catechesi particolare (cf. Mt 9,11) per poi mandarli a predicare (cf. Mc 3,14). L'istituzione del seminario, nella sollecita intenzione e attenzione della Chiesa, è l'impegno di assicurare, per quanto è possibile, la presenza di alcune condizioni e mezzi assolutamente necessari nella preparazione di ogni prete, e cioè:
tempi adeguatamente lunghi, nei quali, per mezzo di una saggia ascesi e di sussidi formativi adatti, sia favorito il costituirsi di una personalità sacerdotale con una seria esperienza di vita, di preghiera e di lavoro intellettuale;
possibilità di una conoscenza profonda e sicura del mistero di Cristo, evitando accentuazioni unilaterali;
dialogo e confronto con il vescovo - e con coloro che lo rendono presente ed hanno ricevuto da lui il mandato - allo scopo di verificare la chiamata;
normale inserimento in una comunità cristiana, impegnata a seguire Cristo da vicino in vista della missione;
docile disponibilità e fiducia all'azione di Dio, senza il quale si edifica invano.

4361
89. Il seminario, quindi, prima che istituzione, è di sua natura una espressione di vita ecclesiale nella quale Dio, attraverso mediazioni umane, va disponendo alla missione coloro che lui ha chiamato.

4362
90. In una prospettiva di fede un seminario è un tempo di particolare formazione, nel quale un uomo, scelto da Cristo per il ministero e deciso a seguirlo per amore, si dispone alla missione, e quindi accetta e ricerca di:
riconoscere con autenticità, tramite la Chiesa, il suo spirito e i suoi carismi (vocazione al ministero sacerdotale e vocazione al celibato consacrato);
imparare fedelmente il vangelo, come la tradizione apostolica l'ha trasmesso e la Chiesa, con la guida del magistero, lo interpreta;
attuare la sua personalità secondo le esigenze della missione così da disporsi al ministero di insegnare, santificare, guidare il popolo di Dio (cf. RaF 20).

4363
91. Attori principali in questo periodo di vita e di grazia sono quindi: a) Cristo che chiama e col suo Spirito costantemente agisce per disporre un uomo alla missione; b) un cristiano adulto e libero, che per amore si impegna a farsi discepolo di Cristo e a convertirsi quotidianamente; c) colui che lo Spirito santo ha costituito pastore per pascere la Chiesa del Signore (cf. At 20,28) e quanti da lui sono incaricati di collaborare alla formazione di una personalità pastorale e di verificarne l'autenticità; d) la comunità del seminario (alunni - insegnanti - superiori - personale di aiuto, ecc.) con il modo con cui vive e testimonia Cristo; e) le comunità ecclesiale e umana, che hanno espresso la personalità del chiamato e che, con le loro attese e provocazioni, indicano le esigenze peculiari nel modo di essere pastore nel mondo d'oggi.

4364
92. Il seminario ha un'efficacia formativa per la missione e puòraggiungere i suoi scopi essenziali soltanto a condizione che il candidato al ministero sacerdotale entri di fatto in ascolto, in confronto e in dialogo con la comunità del seminario e con gli educatori delegati dal vescovo, con fiducia, schiettezza, libertà di spirito e con fede. In caso contrario vengono elusi il diritto-dovere sia del candidato, sia della comunità cristiana di una verifica dei carismi e di un'autorevole trasmissione da parte del vescovo del messaggio apostolico, che sono segno e garanzia della chiamata al ministero sacerdotale da parte di Dio e della Chiesa.

4365
93. Il tempo del seminario è un tempo di impegno serio e continuo che, mentre accomuna gli alunni all'austera fatica di tanti fratelli nel mondo del lavoro, spiega e giustifica il privilegio che la comunità cristiana loro riconosce di riservare un tempo così lungo per una congrua esperienza di Dio e del suo mistero e per prepararsi ad annunciare con fedeltà l'intero Vangelo di Cristo. Si deve quindi sentire la grave sconvenienza di ogni spreco del tempo, loro concesso da Dio e dai fratelli, e si devono accettare senza evasioni le esigenze e le scadenze di un lavoro metodico nell'impegno spirituale e nello studio. Ci si abitui a ricercare e misurare convenientemente anche i tempi del riposo e della distensione, consapevoli del dovere di conservare e curare la salute, psichica e fisica, richiesta dalla missione, al fine di non compromettere l'efficienza di cui si ha e avrà bisogno. In conseguenza, si impari a regolare con crescente flessibilità e fedeltà il tempo così da diventarne fedeli amministratori anche quando, fatti pastori, saranno meno aiutati dalla regolarità di vita del seminario.

4366
94. In proporzione crescente arrivano oggi alle soglie della teologia giovani che sono ancora esitanti o in difficoltà nell'uno o nell'altro degli atteggiamenti ricordati, oppure rivelano qualche disarmonia sul piano della maturazione umana; altre volte vi sono carenze che si evidenziano negli anni successivi della teologia. Nei casi in cui emergono esigenze particolari oppure deficienze di tale entità - pur senza compromettere l'idoneità al ministero sacerdotale - da richiedere periodi anche lunghi di vita fuori seminario, è necessario ricercare e proporre soluzioni che consentano agli interessati di maturare e di integrare ulteriormente la loro vita umana o cristiana, oppure di chiarire le loro perplessità.

4367
A questo scopo sia fatta con loro una ricerca previa e una verifica volonterosa, avvalendosi della testimonianza e della valutazione dei sacerdoti delle rispettive comunità parrocchiali. In questioni tanto delicate e talora decisive per l'avvenire di una vocazione, il vescovo sia di volta in volta interpellato così che le soluzioni vengano ricercate e concluse con il suo consiglio e la sua approvazione. Senza generalizzare inopportunamente iniziative e modalità, e restando attenti alle esigenze dei singoli casi, si potranno suggerire alcuni esperimenti o periodi di prova tra quelli proposti dalla Sacra Congregazione per l'educazione cattolica nella "Ratio fundamentalis", n. 42, che, alla luce delle esperienze fin qui condotte, e tenendo presente il contesto ecclesiale e sociale d'Italia, sembrano più idonee. 4368 1. Il passaggio dagli studi umanistici o tecnici al corso filosofico-teologico richiede normalmente un periodo di approfondimento della fede e di "riflessione circa l'eccellenza, la natura e i conseguenti obblighi della vocazione sacerdotale, affinché gli alunni siano avviati con più accurato ripensamento e più intensa preghiera a maturare la propria decisione. Questa iniziazione che puòprolungarsi per un periodo di tempo più o meno lungo, generalmente si abbina bene con l'introduzione al mistero di Cristo e alla storia della salvezza".

4369
2. Più difficile da realizzare praticamente e meno efficace allo scopo è la proposta di interrompere lo studio iniziato in seminario per proseguirlo altrove, o per dedicarsi a studi profani nelle università o specializzarsi in qualche disciplina. Ciòdi solito comporta un distacco dal seminario e dagli educatori e un cambiamento di mentalità e di comportamento che rendono assai difficile poi il reinserimento nella comunità del seminario e del presbiterio diocesano. Perciòdi norma si sconsiglia questo tipo di prova.

4370
3. Puòrendersi utile, per casi particolari opportunamente vagliati dai più diretti responsabili della formazione, l'esperienza di un certo periodo di lavoro manuale. Si dovrà curare che si realizzino le condizioni che vengono successivamente indicate per l'esito positivo di questa esperienza.

4371
4. L'esperienza diaconale puòessere riservata a casi che esigano "una più piena maturazione e un più pieno consolidamento della vocazione". Non deve essere eccessivamente prolungata e richiede che si svolga in ambiente pastorale abbastanza ampio e diversificato nelle situazioni, e a contatto, per quanto è possibile, di più sacerdoti, con i quali il diacono possa validamente verificarsi.

4372
95. In ogni soluzione è necessario assicurare alcune condizioni perché prove del genere servano realmente allo scopo per cui si impongono o si richiedono. In particolare:
siano realizzate possibilmente in gruppi di due o tre giovani, e all'interno di comunità cristiane che offrano aiuto e capacità di equilibrate valutazioni (tra queste comunità va ricordata anche la comunità di lavoro nella quale i giovani si sono trovati inseriti e che puòrivelarsi capace di valutare l'esperienza stessa);
sia assicurato al giovane un costante rapporto di testimonianza e di verifica con un sacerdote idoneo ed espressamente incaricato di questo servizio;
l'esperienza sia condotta in contatto con gli educatori e la comunità del seminario, ai fini di un reciproco arricchimento;
il tipo di impegni che i giovani si assumono (lavoro, studio, servizi pastorali) deve essere tale da consentire un sufficiente spazio e disponibilità alla vita spirituale;
l'esperienza deve concludersi entro un periodo ragionevole di tempo, non troppo lungo, ma neppure troppo breve, per non "sperimentare" certe situazioni in modo talmente superficiale da offendere di fatto la serietà e l'asprezza della situazione umana;
siano rispettate le legittime esigenze e le sensibilità delle comunità parrocchiali in cui le esperienze si realizzano, curando un particolare rapporto e intesa con il presbiterio del posto;
si eviti di assolutizzare indebitamente ogni esperienza, quasi che il risultato ultimo ne giustifichi comunque e sempre l'opportunità e il valore.

Capitolo terzo: ORIENTAMENTI SULLA FORMAZIONE SPIRITUALE DEL PASTORE

I. In comunione con Cristo pastore


4373
96. Il giovane che entra nel corso teologico per disporsi all'imposizione delle mani deve aver maturato il suo impegno cristiano pregiudiziale e fondamentale di seguire Cristo come maestro di vita, ricercandolo e ascoltandolo nella sua Chiesa.
Sarebbe infatti illusorio e pericoloso impegnarsi nella formazione di una spiritualità pastorale prima di possedere alcuni atteggiamenti cristiani permanenti e fondamentali - espressione e sviluppo dell'impegno battesimale - che condizionano e alimentano ogni ulteriore scelta e vocazione.
L'esperienza prova che i giovani non sono in grado di recepire le esigenze e le motivazioni della formazione al ministero sacerdotale se esistono problemi di fede ancora aperti e indecisione intorno alla vocazione fondamentale cristiana (cf. RaF intr. 4).

4374
97. All'inizio della teologia deve quindi riscontrarsi nei candidati la disposizione di seguire il Signore ovunque conduca, accettando di compiere le rotture che il "sì" a Cristo esige "senza consultare la carne e il sangue" (cf. Gal 1,15-16; Mt 4,18-22), decisi di impostare la propria vita con i criteri del Vangelo e della fede.

4375
98. L'impegno di seguire Cristo con piena disponibilità, realizzando le esigenze del battesimo, richiede un costante sforzo di conversione che assecondi il dono e le richieste di Dio, così come si vanno progressivamente rivelando nel tempo.
Occorre quindi mantenere in permanenza l'atteggiamento di chi si lascia convertire dalla parola e dai sacramenti con i quali Dio pone l'uomo di fronte alla sua condizione di peccatore e gli offre il perdono.
Gli elementi penitenziali della liturgia eucaristica e dei vari tempi liturgici - in particolare della quaresima - sono momenti e aiuti molto efficaci.

4376
99. Il sacramento della riconciliazione "consacra in qualche modo lo sforzo penitenziale di ciascuno" (RaF 55) e deve per questo esser usato con adeguata frequenza.
Allo stesso scopo sono utili le celebrazioni comunitarie di preparazione e di azione di grazie al sacramento della confessione per disporre ad una migliore recezione del sacramento e far comprendere come la confessione ha anche lo scopo di riammettere nella piena comunione con la Chiesa, ferita dal peccato.

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100. L'ascesi come dominio di se stessi è componente indispensabile della vita spirituale: "Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri" per camminare secondo lo Spirito (cf. Gal 5,16-25).
Non è possibile possedere il proprio corpo per la santità (cf. 1 Ts 4,3-5) senza un vigilante sforzo per subordinare l'istintiva espressione e preferenza della natura alle riconosciute esigenze di Dio e dei fratelli, accettando come legge e condizione normali la serietà dell'impegno ascetico, lo spirito di sacrificio e la fatica fino a rinunce anche molto costose (cf. Mt 11,12).

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101. Un'umanità e una spiritualità sane e normali devono restare naturalmente capaci di godere la gioia e desiderose di poter lodare il Padre, datore di ogni cosa buona. E' peròaltrettanto normale e necessario che ogni credente, e il presbitero in particolare, sappia recuperare anche la sofferenza, l'umiliazione e l'insuccesso - quando il Signore lo permette e la missione lo esige - testimoniando con fortezza e nella speranza la superiore fecondità della croce.
E' grazia peculiare dell'eucaristia insegnare e trasmettere il senso pasquale del sacrificio cristiano e preparare coloro che diventeranno con Cristo sacerdoti e vittime a vivere nella speranza e nella gioia quando sono associati alla sua passione per completare quanto vi manca, a vantaggio della Chiesa (cf. Col 1,24).

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102. E' necessario vivere Cristo nel suo atteggiamento di "servo di Dio" che si rimette totalmente alla volontà del Padre (cf. Gv 8,28), confidando nell'azione segreta e misteriosa di Dio nell'edificare il regno (cf. Mc 4,26-29) e rimanendo in lui come tralci nella vite (cf. Gv 15,1-6).
Nell'impostare la vita spirituale sia quindi evitato ogni volontarismo che non rispetti l'iniziativa di Dio e sopravvaluti l'impegno ascetico così da attribuire ad esso un'efficacia che da solo non ha (cf. SM I, 1).
Occorre accettare con animo paziente e fiducioso il tempo lento con cui il Padre va esprimendo gli atteggiamenti e le virtù di Cristo pastore, senza fretta, ansie, scoraggiamenti che turbino la pace e la gioia a cui gli amici di Cristo hanno diritto.

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103. Pur nella diversità del dono di grazia proprio a ciascuno, non si deve costringere indebitamente la totalità delle espressioni e delle esigenze cristiane al fine di evitare unilateralità deformanti.
Il cristiano infatti si impegna ad imitare il Gesù dell'azione e della contemplazione (cf. Mc 3,20; Lc 6,12); il Cristo dell'incarnazione e della trascendenza (cf. Fil 2,5-11; Gv 8,23); il Cristo che sa stare con i poveri e con i ricchi (cf. Mc 1,29-34; Lc 19,1-10); il Signore della trasfigurazione e della gloria, dell'umiliazione e della croce (cf. Mt 17,1-9; Gv 12,12- 36).
Gesù ha pazientemente catechizzato gli apostoli per introdurli nell'intero mistero della sua persona (cf. Mt 16,13-20), della sua pasqua (cf. Mt 16,21-28 e par.; Lc 3,18-36) e della missione che doveva loro affidare (cf. Mt 20,20-28; Mc 10,35-45; Gv 13,1-7; At 1,1-11), correggendo la tendenza ad isolare l'una o l'altra delle esigenze della loro missione totale.

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104. "La liturgia, (...), mediante la quale - specialmente nel divino sacrificio dell'eucaristia - si attua l'opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a far sì che i fedeli nella loro vita esprimano e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile, ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo, e, tuttavia, pellegrina; tutto questo in modo che ciòche in lei è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla futura città verso la quale siamo incamminati" (SC 2).
Anche per questo motivo è fondamentale alimentare la vita cristiana e l'impegno ascetico alla scuola dell'anno liturgico, attraverso il quale la Chiesa "apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore" (SC 102), e fa partecipare successivamente e progressivamente a tutti i misteri di Cristo.

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105. Ciò che caratterizza e unifica la spiritualità e la vita del presbitero è la decisione di subordinarsi alla missione, così da avere mani e piedi legati dallo Spirito (cf. At 20,22), a servizio e vantaggio di ciòche è utile a molti in modo che siano salvi (cf. 1 Cor 10,33; PO 13, 15).
Il Padre e il mondo attendono da coloro che sono chiamati al ministero pastorale che accettino di ripetere e continuare nel tempo della Chiesa la disposizione libera e piena di amore che portòCristo pastore ad offrire la totalità del suo essere come strumento docile per la missione (cf. OT concl.).
E' infatti con le persone che Dio costruisce la Chiesa, a condizione e nella misura in cui esse si fanno condurre dal suo Spirito per la comune edificazione.

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106. Per questo motivo la santificazione di un candidato al ministero sacerdotale coincide con la disponibilità a subordinarsi alla missione, imitando gli atteggiamenti e le virtù di Cristo pastore( cf. SM II, I, 3).
Il rito di ammissione allo "stato di chierici" puòessere segno espressivo di questa scelta di fronte alla comunità ecclesiale e in particolare al presbiterio.

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107. Nello spirito della Chiesa i sacri ordini - nella diversità del rito e della grazia loro propria - contrassegnano anche esternamente, di fronte al popolo di Dio, il progressivo costituirsi di una personalità consacrata al servizio sacro per l'edificazione della Chiesa.
Sono tappe che arricchiscono progressivamente e, sul piano pedagogico, servono a mantenere viva la tensione al sacerdozio ministeriale in coloro che, nell'esercizio umile e concreto di servizi diversi, sono stati sempre più associati all'impegno apostolico del presbiterio diocesano.

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108. Dio perònon vuole servi e strumenti, per quanto diligenti e fedeli: egli desidera amici che per amore accettino liberamente di servire i fratelli.
Solo un'autentica carità pastorale saldamente ancorata all'amore di Dio puòspiegare e sostenere la laboriosa dedizione di un presbitero, soprattutto quando la stanchezza e le delusioni tendono a inaridire lo zelo e l'entusiasmo. La lunga pazienza dell'apostolo e la disposizione a farsi condurre dalle esigenze del servizio, anche dove non vorrebbe andare, sono legate all'amore di Cristo (cf. Gv 21,18-19).

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109. La capacità di adattare e sviluppare l'uno o l'altro dei molteplici "ministeri" del prete o delle possibili "specializzazioni" è in relazione stretta alla disponibilità di un pastore a subordinarsi alla missione.
Sembra sia questa la maniera concreta e semplice di prepararsi a risolvere con flessibilità, fedeltà e intelligenza un'esigenza che è oggi particolarmente richiesta e dibattuta. Fu comunque in questo modo e con questo spirito che le figure più venerate e umili dei sacerdoti italiani - nella diversità dei tempi e delle situazioni - seppero esercitare i "ministeri" più diversi al fine di rispondere alle esigenze di una ordinata carità pastorale, in comunione con i loro vescovi e con una costante consapevolezza della peculiare natura della loro missione.
La migliore consapevolezza dei carismi e della missione dei laici della Chiesa e la loro crescente maturità domandano che il prete d'oggi eviti peròsupplenze non richieste e non rispetti abbastanza la effettiva diversità di ministeri nel popolo di Dio (cf. LG 30; PO 9; SM I, 7; II, I, 2a).

II. In comunione ecclesiale


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110. La formazione spirituale di un pastore consiste fondamentalmente nello sviluppare la capacità di farsi condurre con attenta docilità dallo Spirito, che opera particolar- mente in lui, in una disponibilità piena di amore per la missione.
Questo comporta la simultanea attenzione e docilità sia allo Spirito che con il suo dono e i suoi carismi parla e agisce all'interno dell'intero popolo di Dio, sia a coloro che dallo stesso Spirito hanno ricevuto il carisma dell'autorità a servizio di tutti perché tutti siano nella verità una cosa sola.
"Cristo ha affidato il compimento della sua opera nell'umanità a due fattori differenti: allo Spirito e agli apostoli. Egli ha promesso di mandare lo Spirito, ed egli ha mandato gli apostoli. Queste due missioni provengono ugualmente da Cristo. Il disegno incontestabile del divino fondatore della Chiesa vuole che la Chiesa sia costruita dagli apostoli e che sia vivificata dallo Spirito. Gli apostoli costruiscono il corpo della Chiesa, di cui l'anima è lo Spirito di Cristo" (Paolo VI, Discorso del 18.5.66; cf. anche SM II, I, 3).

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111. Per una fedele attuazione della missione il presbitero si deve preparare alla normale capacità di rettamente intendere e fedelmente trasmettere ai fratelli l'autentica parola che Dio gli rivolge tramite la Chiesa.

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112. Consapevoli che lo Spirito ha già parlato in Cristo alla Chiesa, gli alunni ne ricerchino l'insegnamento nell'ascolto e nella fiduciosa accoglienza della fede della Chiesa, così da nutrire ad essa la loro stessa mentalità.
La ricerca appassionata delle vere parole che Dio va dicendo agli uomini, li deve abitualmente disporre ad un "religioso rispetto di volontà e di intelligenza" nei confronti del magistero dei vescovi e, particolarmente, del Papa, portandoli a confrontare e ispirare la fede con il loro autorevole insegnamento (cf. LG 25).
Non puòinfatti progredire verso il ministero sacerdotale e assumersi legittimamente il mandato di maestro e di pastore chi non sia giunto, nella fede, ad un'accoglienza fiduciosa e coerente di questo provvidenziale carisma con cui lo Spirito accompagna nel tempo la progressiva penetrazione della Chiesa nel suo mistero.

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113. Per rispetto alla parola di Dio e per amore alla missione deve essere assunto quindi un certo costume, quasi una specifica abilità, che progressivamente corregga la naturale inclinazione dell'uomo ad ispirare i suoi giudizi e le sue scelte su criteri e sicurezze solo personali o di sola logica umana o, anche, ad irrigidirsi in una malintesa fedeltà, senza ascolto delle esigenze nuove e imprevedibili dello Spirito di Dio.
E' richiesta una particolare attenzione nei confronti di passioni o di inclinazioni temperamentali, che rendono più difficile all'uomo un'abituale capacità di ascolto, come, ad esempio: l'impulsività, la leggerezza, la dispersione abituale, la superbia e ogni eccessiva sicurezza di giudizio; come pure la dipendenza dalle pressioni e dalle attese di mode culturali o di certi ambienti (cf. Ef 4,14).
4391
114. E' condizione pregiudiziale per i giovani avviati al seminario essere giunti ad amare e riconoscere la Chiesa come il sacramento privilegiato delle presenza e dell'azione di Dio in Cristo nel mondo.
L'esempio del Padre, che nel tempo instancabilmente lavora per fare nuove tutte le cose, deve insegnare il suo paziente rispetto dell'uomo, dei suoi limiti e del suo stesso peccato.

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115. Una fede forte comporta l'accettazione di situazioni e strutture, talora povere o deficienti, in cui la Chiesa concretamente si realizza nella Chiesa locale, nelle parrocchie, nel presbiterio e nella stessa comunità del seminario, sapendo rispettare persone, età, mentalità diverse.
La preoccupazione di ciòche veramente serve ad edificare la comunità cristiana deve, inoltre, suggerire i tempi e i modi nei quali è richiesto di strappare dal campo la zizzania e quando, invece, una superiore carità richiede di sopportare e il grano e la zizzania per non desolare ulteriormente il campo di Dio (cf. Mt 13,24-30).
Si sappia vedere con semplicità e con gioia il bene che lo Spirito continua a fare nella sua Chiesa, madre e fonte di speranza, per dare doverosa lode al Padre, per confortare la speranza dei fratelli e per incoraggiare, con riconoscente carità, quanti lavorano per la comune edificazione (cf. LG 8).

III. Per il servizio ai fratelli


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116. La fedeltà alla missione richiede, come esigenza conseguente e complementare, la disposizione a subordinarsi come servi a tutti per poter guadagnare il maggior numero di fratelli a Cristo (cf. 1 Cor 9,19).
Il diaconato costituisce in questa funzione di servi in modo stabile e operoso (cf. LG 29).

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117. E' dovere e impegno di ogni candidato al ministero sacerdotale offrire al sacerdozio di Cristo - che per suo mezzo entrerà in rapporto con gli uomini - un'umanità che, per quanto possibile, sia ponte e non diaframma (cf. Eb 5,1-3).
Il comportamento di Cristo che, essendo Dio, rinunciòai suoi privilegi e impoverì se stesso divenendo simile agli uomini (cf. Fil 2,5-8) per fare della sua umanità il sacramento dell'incontro, insegna come nell'economia di Dio il dono più atteso da coloro che egli associa al ministero sacerdotale del suo Cristo è che essi assumano nella loro stessa personalità gli atteggiamenti e le virtù che li abilitano ad una mediazione pastorale più efficace.

4395
118. E' necessario, perciٍ, sapersi generosamente adattare a persone e situazioni, quando ciòè richiesto o utile per un miglior servizio ai fratelli, rinunciando a privilegi, sicurezze e garanzie particolari, se questo compromette o diminuisce la libertà di annunciare il vangelo.

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119. Cristo coglieva ciòche realmente era nell'uomo e lo avvicinava, partecipando intimamente alla sua situazione interiore (cf. Gv 8,3-11; 12,1-8; 21,15-19; Lc 7,36-50 ecc.).
Nell'accostare ogni fratello e ogni problema umano si evitino valutazioni solo astratte, affrettate, teoriche, oppure ingiusti preconcetti. Con intelligenza e amore si cerchi di comprendere le situazioni con una volonterosa partecipazione, al fine di non fraintendere significati e bisogni.

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120. Questo è richiesto anche perché ci sono attese ed aspirazioni dell'uomo che esprimono, in modo magari confuso e ambiguo, l'azione di Dio nella storia dell'uomo e quindi sono segni dei tempi che il Padre ha preparato per sviluppi nuovi della storia della salvezza (cf. RaF 58; SM descr. della situazione 1).
E' per questo richiesta l'abitudine di uno sguardo contemplativo sugli avvenimenti e sulle parole dell'uomo così da "scoprire nelle vicende della vita i segni della volontà di Dio e gli impulsi della grazia" (PO 18) ed essere suscitatori di speranza nel popolo di Dio.

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121. "La fedeltà alla parola incarnata esige anche, in virtù della dinamica dell'incarnazione, che il messaggio sia reso presente, nella sua intenzione, non all'uomo in genere, ma all'uomo d'oggi, a quello a cui il messaggio è annunciato adesso. Cristo si è fatto contemporaneo ad alcuni uomini e ha parlato nel loro linguaggio. La fedeltà a lui chiede che questa contemporaneità continui" (Paolo VI, Discorso del 25.9.1970 ai partecipanti alla XXI settimana biblica: cf. anche GS 44 e AG 22).
Ad imitazione di Cristo si impari a tradurre il mistero di Dio in un linguaggio accessibile, semplice, rapportato e nutrito alle concrete situazioni e alla mentalità dell'uomo, in modo che anche agli umili e ai semplici sia possibile profittare della parola che Dio rivolge a loro di preferenza (cf. Mt 11,25-27).
Si approfitti, per questo, delle occasioni di incontro con le diverse categorie - specialmente col mondo rurale e operaio - facendosi opportunamente aiutare e correggere.

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122. Lo sforzo di adattarsi e di adattare opportunamente la parola di Dio non sia confuso con cedimenti e compromessi contrari alla superiore fedeltà alla missione ricevuta nella Chiesa. Ogni apostolo sa come il dovere di non attenuare certi discorsi duri e impopolari puòdolorosamente emarginarlo dalla sua gente come Cristo (cf. Gv 6,60-71).

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123. Il dialogo resta il mezzo normale per poter comprendere l'uomo. E' quindi necessario che si coltivino "quelle particolari attitudini che contribuiscono moltissimo a stabilire un dialogo con gli uomini, quali sono le capacità di ascoltare gli altri e di aprire l'animo in spirito di carità ai vari aspetti dell'umana convivenza" (OT 19).
Il dialogo suppone l'umiltà di chi crede e riconosce che non c'è questione in cui l'uomo non abbia bisogno di imparare qualcosa dal suo fratello. Suppone una fiducia reale in ogni uomo; anche se è il più piccolo dei fratelli o è "lontano" da Cristo.
Suppone quindi il rispetto di ogni persona, poiché ogni uomo è un mistero di novità e di sviluppo.
Ma soprattutto origina e dipende dal desiderio di profittare di ogni verità e quindi dalla disposizione a riconoscerla e accettarla da ogni fratello, senza preclusioni.

4401
124. Se non si vuol rendere più difficile l'incontro e l'attenzione dell'uomo al messaggio cristiano (cf. GS 43), bisogna che, per quanto possibile, il presbitero possieda le qualità e la maturità che rendono credibile e accetto un uomo in una società di uomini, specialmente: il rispetto dell'uomo e di un giusto esercizio della libertà, un coerente senso di giustizia, la lealtà nella parola e nel comportamento, la costanza negli impegni e, soprattutto, un'adeguata maturità d'animo, di giudizio e di costume (cf. OT 11; PO 3; PC 3; AG 25; RaF 51; GS 11).
L'esperienza stessa, talora umiliante, dei limiti e delle fragilità comuni ad ogni uomo deve abituare ad un'umile dipendenza da Dio, forza della nostra povertà, e ricordare la solidarietà del presbitero con tutti gli uomini. Dio infatti sceglie i suoi pastori fra persone circondate dalla debolezza perché possano meglio comprendere le fatiche dell'uomo (cf. Eb 5,1-3).

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125. La presenza e partecipazione al mondo, richiesta ai giovani in quanto "non potrebbero nemmeno servire, se si estraniassero dalla vita degli uomini e dal loro ambiente" (PO 3), postula nello stesso tempo che sappiano essere nel mondo senza essere del mondo così da condividere come Cristo la situazione dell'uomo, ma non il peccato.
Cristo, quando ha mandato i suoi nel mondo tra gli uomini, ha lungamente pregato per loro affinché il rischio, insito nella natura stessa della missione del prete, non divenisse tentazione e contaminazione (cf. Gv 17,14-19).

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126. La carità pastorale esige di accettare vantaggi e rischi che derivano dal condividere, in una certa misura, la vita e le condizioni dell'uomo d'oggi; ma è la stessa carità pastorale ad esigere che, con vigilante ascesi e oculata prudenza, si resti fedeli a Cristo e alla vocazione, nello spirito e nei costumi: perché se anche il sale perde il suo sapore, in che modo potrà servire a qualche cosa nel mondo?

4404
127. L'uomo d'oggi, anche per ovviare al vuoto di Dio che certe forme di secolarizzazione diffondono, ha particolare bisogno e diritto di intravvedere e quasi di presentire il mistero e la presenza di Dio soprattutto nella testimonianza del prete. Se i presbiteri non sono una provocante testimonianza di Dio e della sua parola, la società d'oggi manca di un servizio di cui ha profondo bisogno (cf. SM II, I, 1ab).
I giovani si dispongano a vivere i valori evangelici delle beatitudini, in particolare la povertà, l'ubbidienza, il celibato per essere con la loro vita segno della presenza operante del Signore e anticipazione, per quanto povera e parziale, del Regno.

4405
128. Più volte il vangelo ricorda come i discepoli di Cristo lo trovarono, oppure lo videro andare, solo, in preghiera (cf. Mc 1,35-37; Mc 6,45; Lc 6,12); altre volte fu lui stesso che li volle testimoni della sua preghiera al Padre (cf. Gv 17,1-26; Lc 22,39-45).
Il mistero della preghiera cristiana, specialmente quando è vissuto da un presbitero, comporta il suo diritto di poter ritirarsi "nella sua camera" per incontrare nella solitudine il Padre (cf. Mt 6,6), ma anche il diritto delle folle di intravvedere la preghiera del prete, sia quando è ministro di preghiera nella liturgia, sia nei momenti che egli riserva al colloquio personale con Dio (cf. LG 28). Un uomo di preghiera dà infatti una testimonianza particolarmente significativa dell'incontro misterioso dell'uomo con Dio.

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129. Come il Cristo si è fatto povero, pur essendo ricco, affinché la sua povertà ci facesse ricchi (cf. 2 Cor 8,9), così l'apostolo deve imparare lo spirito di povertà e disporsi a realizzare la povertà nella sua vita.
La testimonianza di una povertà autentica ha oggi un particolare valore di credibilità nella Chiesa ed è necessaria per svolgere la missione pastorale, superando diffidenze e preconcetti tanto diffusi.

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130. Lo spirito di povertà va ricercato nelle varie circostanze della vita, nell'acquisizione di un atteggiamento di distacco, di accettazione dei propri limiti e della rinuncia ad ogni forma di potere che non sia servizio ai fratelli.

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131. Si impari una giusta gerarchia del valore delle cose e dei mezzi di apostolato, così da preferire quei mezzi poveri che più di altri evidenziano i valori profondi della realtà che devono servire. "Come Cristo che ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e la persecuzione, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare i frutti della redenzione" (LG 8).

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132. La vita interna del seminario sia orientata come conviene ad una comunità evangelica povera, che supera le distinzioni di classe, di doti, di disponibilità di denaro, abituando alla semplicità della vita e all'uso evangelico del denaro e del tempo.
Lo spirito di povertà sia vissuto in attenta disponibilità agli altri, pronti all'ospitalità e al servizio vicendevole, anche nelle cose e nei lavori umili della casa.
Non si confonda la povertà con la sciatteria e la vita si svolga in un ambiente modesto, ma decoroso.

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133. "Anche se sono tenuti a servire tutti, ai presbiteri sono affidati in modo speciale i poveri e i deboli, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito e la cui evangelizzazione è mostrata come segno dell'opera messianica" (PO 6).
Si sappiano individuare, rispettare e amare con particolare sollecitudine "i poveri" presenti sempre fra noi (cf. Gv 12,8), quelli specialmente che sono maggiormente emarginati e incompresi.
Sarebbe comunque una contraddizione incresciosa riservare un rapporto pieno di comprensione nei confronti di quanti si accostano occasionalmente, rifiutandolo a coloro con i quali si condivide la vita di ogni giorno.

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134. Si impari a vivere un'obbedienza autentica e responsabile come fatto non meramente esterno, ma come progressiva maturazione interiore di conformità a Cristo (cf. Gv 4, 34; 5, 30; Eb 5, 8; Sal 39, 9; Fil 2,7) e di quella carità pastorale che esige che i presbiteri "con l'obbedienza facciano dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli" (PO 15).

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135. La vita di seminario offre la possibilità di sperimentare esigenze, fatiche e modalità di un modo cristiano di esercitare l'obbedienza e l'autorità.
I superiori, nel modo di esercitare l'autorità, mostrino di essere per primi intenti a dipendere dalla volontà di Dio e di ricercare quanto serve all'edificazione, nel rispetto delle persone e delle legittime iniziative.
Siano disposti e capaci di parole e di interventi tempestivi e autorevoli quando questo è necessario per annunciare con franchezza la parola di Dio a giudizio delle situazioni e per assicurare quanto è domandato dalle finalità stesse del seminario.

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136. I giovani offrano ai superiori un'obbedienza e una collaborazione nutrite di carità e di riconoscenza: "perché essi vigilano su di voi, come chi ha da renderne conto; obbedite perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciònon sarebbe vantaggioso per voi" (Eb 13,17). E' penoso rilevare come talora i superiori siano gli unici esclusi dalla carità e da un rapporto conseguente.
L'esperienza del retto senso dell'autorità e dell'obbedienza, che il seminario di sua natura consente, mette in luce le differenziazioni e la complementarietà delle varie funzioni dei membri nella Chiesa così da far apparire sia il servizio che il superiore compie come autorità, sia l'apporto responsabile dei singoli membri (cf. SM II, II, 1).

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137. Ai giovani sia progressivamente consentito e richiesto di collaborare responsabilmente con i superiori nella ricerca e nell'attuazione dei mezzi e delle iniziative che servono alla vita della comunità "in modo tale peròche, in questo modo comunitario di agire, rimanga chiaramente determinata e salvata la diversa responsabilità dei superiori e degli alunni.
Si favorisca quindi la mutua fiducia tra gli educatori e gli alunni, onde instaurare un autentico ed efficace dialogo, così che le decisioni, che spettano per diritto ai superiori, vengano prese dopo un maturo esame del bene comune" (RaF 24; cf. OT 11).

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138. In un'epoca nella quale "gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà, mossi dalla coscienza del dovere e non pressati da misure coercitive" (DH 1), è richiesto di saper esercitare la vera libertà cristiana. Essa va intesa come interiore capacità di obbedire prima a Dio che agli uomini (cf. At 5,29), ricercandone la volontà, anche quando è costosa e provoca odio e persecuzione.
E' necessario perònon si confonda l'autentica libertà cristiana con il presunto diritto di fare ciòche è comodo (cf. 1 Pt 2,16), dimenticando le superiori esigenze dell'edificazione (cf. SM II, II, 1).

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139. "La Chiesa di rito latino sceglie per il sacerdozio solo chi, per grazia divina, accetta liberamente il celibato per il regno dei cieli" (RaF 48; cf. PO 16; OT 10).
Il celibato è un carisma che il Signore ha sempre donato alla sua Chiesa, perché testimoni a edificazione comune che il regno è già iniziato e per questo ci sono uomini che ne anticipano i costumi, con un amore verginale e indiviso nei confronti di Dio e dei fratelli.
Quando Dio aggiunge al carisma celibatario quello del ministero sacerdotale, egli, quasi in uno stesso impulso, sollecita un giovane ad offrire alla grande famiglia di Dio la totalità del suo amore e della sua sollecitudine, rinunciando per questa superiore fecondità ad avere una sua casa e i figli della sua carne.

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140. Nonostante la convenienza di questa motivazione apostolica (cf. PO 16), è necessario che la scelta celibataria si alimenti primariamente ad un amore di risposta a Dio che chiede di essere amato con cuore indiviso.
Il celibato sacerdotale infatti nasce dal desiderio di una donazione totalitaria, senza divisione di cuore, a Dio, ad immagine dell'amore di Cristo nei confronti del Padre e della sua disponibilità assoluta e prioritaria nei confronti del suo beneplacito (cf. Gv 8,29).

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141. La vocazione celibataria, per essere compresa e vissuta, richiede uno spirito di fede che dia particolare concretezza al mistero di Dio e della Chiesa e aiuti a vivere nella fedeltà il lungo tempo dell'attesa del Signore, senza pericolose frustrazioni.
E' un dono che quindi va chiesto sempre perché, come ogni fedeltà, è il risultato di una laboriosa conquista.
Occorre pregare anche perché il Signore mostri il volto del Padre (cf. Gv 14,8) e, nei momenti della fatica, renda capaci di sostenere le sue apparenti lontananze.

4419
142. L'impegno celibatario richiede una risposta libera, che, nella stima dello stato matrimoniale, esprime la consapevolezza di un nuovo modo di "essere in relazione" con gli altri che valorizza le migliori capacità di amore dell'uomo e lo espande, come Cristo, in un'offerta di servizio (cf. OT 10).

4420
143. Riconoscendo i limiti e le fatiche della natura e senza presumere delle proprie forze, devono essere praticate le opportune norme ascetiche, oggi particolarmente necessarie, disposti alle rinunce che volta per volta sono richieste per una fedeltà totale, nel corpo e nello spirito, al carisma celibatario (cf. PO 16).
In particolare si eviti di esporsi a rischi non richiesti, anche per quanto riguarda letture, spettacoli, uso dei mezzi audio-visivi, senza ripiegare su concessioni e compensi che impoveriscono la totalità del dono e la insidiano.

4421
144. Fin dagli anni del seminario ciascuno offra ai fratelli una cordiale relazione di amicizia per non privarli di quella comprensione fraterna che nel piano di Dio è normalmente un aiuto prezioso alla fedeltà e al superamento delle difficoltà di periodi particolarmente laboriosi (cf. PO 8; SM II, I, 4d).

4422
145. Al fine di educare alla comprensione più piena della propria donazione nel celibato, i "giovani vengano gradualmente invitati e condotti a sperimentare - attraverso il contatto con gruppi e i vari settori di apostolato e di cooperazione sociale, - l'amore sincero, umano, fraterno, personale e immolato, sull'esempio di Cristo verso tutti" (RaF 48), vivano con essi un vero rapporto di Chiesa, scoprendo progressivamente, nella stessa crescita comunitaria, la grazia del dono ricevuto per gli altri.

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146. Il carisma celibatario, anche quando è autentico e provato, lascia intatta la vivacità dell'affettività e sessualità e quindi non esclude la possibilità di periodi nei quali la fedeltà puòdivenire costosa.
Nei confronti della donna ci sia una relazione di rispetto e di stima, che la riconosca persona e non la subordini al desiderio, ai programmi o al piacere dell'uomo. La donna sia trattata cercando di comprenderne la psicologia e la vocazione specifica nel mondo, i doni e le debolezze, senza idealizzazioni ingenue e senza rifiuti.
Nel rapporto e nella collaborazione con le donne il comportamento sia rispettoso, semplice e sereno, anche al fine di non far mancare ai fratelli quei segni chiari, ai quali hanno diritto, per poter intravvedere e credere la relazione diversa e nuova che nasce dal carisma celibatario.

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147. I giovani, consapevoli del dono che hanno ricevuto dalla grazia di Dio, si aprano all'esperienza e al senso della pace cristiana, anche per essere testimoni della gioia pasquale e diventare in mezzo agli uomini degli operatori di pace (cf. Gv 14 e 16; Mt 5,9).

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148. La consapevolezza di appartenere ad una Chiesa in cammino la quale, mentre operosamente accetta la sua missione in terra, non cessa di tendere al suo Signore che viene (cf. Ap 22,17), deve mantenere vivace la dimensione e l'esercizio della speranza; anche per saper superare ogni tentazione di scoraggiamento di fronte al lento maturare del "campo di Dio" (1 Cor 3,9).

Capitolo quarto: ORIENTAMENTI SULLA FORMAZIONE INTELLETTUALE DEL PASTORE

I. Il pastore annunciatore della parola di Dio agli uomini del suo tempo


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149. Il presbitero, viene chiamato, consacrato e mandato per annunciare la parola di Dio (cf. LG 25 e 28; CD 12; PO 4), per formare e guidare il popolo sacerdotale (cf. LG 10; SC 6), per essere vivo testimone della parola che annuncia, delle azioni liturgiche che celebra, della grazia che trasmette (cf. LG 35 e 36; AA 6; AG 11, 13, 17 e 41), segno sensibile, in comunione con il vescovo (cf. n. 255; LG 28; PO 5, 7, 8 e 15), di Cristo capo e pastore (cf. nn. 96ss; AG 39; PO 2, 6 e 12; SC 33), nella Chiesa e nel mondo d'oggi.
Per questo egli deve conoscere il mistero di Cristo e quello dell'uomo al quale rivolge il suo servizio e con il quale deve convivere fratello fra i fratelli.

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150. Nella scuola di teologia, perciٍ, va tenuto presente, come elemento di essenziale importanza, la formazione di un "maestro di fede", a cui il vescovo affiderà, come a suo collaboratore e aiuto, il mandato di insegnare e di presiedere una comunità cristiana.
Questa formazione esige una trasmissione autorevole della sacra dottrina, fedele al messaggio di Dio, sufficientemente completa ed organica, per viva testimonianza da parte di colui che, a sua volta, l'ha fedelmente ricevuta ed ha avuto questo mandato dal vescovo (cf. RaF 87).

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151. Poiché il prete va formato perché sia annunciatore della parola di Dio agli uomini del proprio tempo, si devono tener presenti alcuni fatti culturali che sembrano particolarmente rilevanti nel nostro paese. Come già più diffusamente è stato detto nella "Premessa", riscontriamo:
- sviluppo della cultura media e superiore;
- prevalenza crescente di una cultura di carattere scientifico e tecnico;
- crescita della popolazione operaia e tendenza all'industrializzazione dell'agricoltura;
- sensibilità nuova in ordine a determinati problemi e valori quali la dignità dell'uomo, del lavoro, esigenza di una maggiore giustizia sociale;
- diffusione della cultura teologica dei laici;
- sviluppo di rapide forme d'informazione teologica che trasmettono nuove idee e ipotesi di lavoro;
- assimilazione non ancora sufficiente, all'interno della comunità ecclesiale italiana, dell'insegnamento e dello stile del concilio Vaticano II col conseguente insorgere di nuovi problemi e interrogativi;
- il crescente fenomeno della secolarizzazione, dell'indifferentismo religioso e dell'ateismo.

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152. In questo contesto lo studente di teologia deve essere aiutato dagli studi ecclesiastici ad approfondire il mistero di Cristo "il quale compenetra tutta la storia del genere umano, agisce continuamente nella Chiesa e opera principalmente attraverso il ministero sacerdotale" (OT 14).
Perciòlo studio teologico deve fondarsi e strutturarsi sulla parola di Dio che va accolta nella fede della Chiesa e con la guida del magistero (cf. DV 10).
Ma perché la verità rivelata sia colta sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta, "è dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito santo, di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo e di saperli giudicare alla luce della parola di Dio" (GS 44).
In tal modo lo studio della teologia renderà gli alunni aperti al cambiamento del mondo, capaci di un annuncio della parola autenticamente missionario, consapevoli che il compimento definitivo di questa parola è escatologico.

II. Orientamenti generali degli studi filosofico-teologici


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153. Per raggiungere questi scopi, considerando anche le esigenze personali dei candidati al ministero sacerdotale, la formazione filosofico-teologica, dovrà tener presente:
- l'unità degli studi filosofico-teologici;
- le esigenze del metodo proprio delle singole discipline;
- il rispetto dei tempi di crescita e di apprendimento degli alunni.

a) L'unita' nella formazione filosofica-teologica

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154. Il concilio Vaticano II indica con chiarezza che la teologia riceve unità innanzitutto dalla sua relazione al mistero di Cristo (cf. SC 5 e 16; DV 2-4, 15-17 e 24; OT 14-16; AG 3-16). Cristo infatti è il centro di tutta la storia della salvezza culminante nel mistero pasquale ed è anche il centro di tutta la riflessione teologica, essendo la pienezza della verità (cf. Col 1,15-17; Gv 14,6).
Egli è la sintesi più alta della conoscenza di Dio e dell'uomo, quale perfetto rivelatore del Padre e del mistero dell'uomo come Verbo incarnato che assume la nostra natura in un tempo, luogo e cultura particolari, nel rispetto oggettivo di ogni valore terrestre (cf. GS 22). In lui, perciٍ, trovano il centro unificante sia lo studio, sia l'annuncio del mistero di Dio per la salvezza dell'uomo.

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L'unità della teologia attorno al mistero di Cristo, infatti, non è qualcosa di estrinseco, pensato artificiosamente all'interno di un sistema di idee, ma esiste come una esigenza intrinseca del mistero stesso della persona viva e concreta di Cristo sempre presente e operante nella sua Chiesa.
Cristo, infine, appare il compimento escatologico dell'unità di tutto il disegno di Dio che si manifesterà pienamente nella parusia finale (cf. 1 Cor 15,21-28).

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155. Da Cristo, mediante il suo Spirito, viene a noi anche il principio soggettivo che ci fa capaci di accogliere nella fede il mistero di Dio, di vederne l'unitaria intenzionalità, i suoi rapporti con la nostra vita, la sua apertura escatologica.
Perciòl'anima essenziale degli studi teologici è la fede, senza la quale si potrebbe avere una "conoscenza religiosa" e una "cultura religiosa", ma non la vera e propria "teologia", la quale tende non solo ad elaborare una "scienza", ma a permeare di fede tutto l'uomo con tutte le sue facoltà. La rivelazione divina, infatti, che la teologia cerca di penetrare, è di tal natura che non si puòconoscere senza una intelligenza credente e amante, frutto dello sviluppo della vita teologale.
La prima unità essenziale della teologia è data conseguentemente dalla fede: occorre quindi insegnare e studiare la teologia cercando continuamente di cogliere l'intenzione di Dio inerente all'atto stesso del suo rivelarsi e donarsi all'uomo.

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156. Le indicazioni conciliari mostrano di non interessarsi soltanto dei contenuti (fides quae): non si puòignorare il fatto che il Dio vivo rivela se stesso e manifesta il mistero della sua volontà per parlare agli uomini come ad amici, per intrattenersi con loro e per invitarli e ammetterli alla comunione con sè (fides qua) (cf. DV 2).

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157. Il primato quindi va dato alla crescita nella fede del soggetto, più che alla ricchezza oggettiva del conoscere teologico sul piano intellettuale. In questa linea la formazione dell'apostolo, del testimone di Cristo, - anche attraverso l'insegnamento teologico, - deve attuarsi servendo umilmente la parola interiore di Dio con la parola ragionata della scienza umana.

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158. L'unità della fede non sopprime, ma presuppone, valorizza ed eleva tutta la realtà dell'uomo e perciònon elimina l'esigenza di un'unità di comprensione anche alla luce della ragione (cf. Conc. Vat. I, Cost. dogm. Dei Filius: DS 3015-3020).

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159. Ciònon solo fonda l'esigenza di una sintesi superiore ed articolata del sapere filosofico e teologico, ma richiede anche che nell'ordinamento degli studi filosofico-teologici si affronti con concrete soluzioni il problema dell'unità della materia e dei trattati nel loro succedersi, nel richiamo delle varie relazioni reciproche, nel rispetto dei metodi propri di ciascuna disciplina; soprattutto esige che le varie discipline filosofiche e teologiche convergano alla progressiva apertura delle menti degli alunni verso il mistero di Cristo (cf. OT 14).

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160. Lo studio positivo della parola di Dio nella Chiesa deve essere il punto di partenza della ricerca e del confronto che si apre alla riflessione sistematica facendo intravvedere le conseguenze pratiche sia in ordine all'annuncio sia in ordine al vivere cristiano (cf. DV 24).
E' necessario infatti presentare i misteri di Cristo non solo come fatti del passato, che vanno approfonditi attraverso analisi concettuali e schemi culturali, ma farli scoprire e sentire operanti oggi per la nostra salvezza nella vita della Chiesa e soprattutto nell'azione liturgica, "culmen et fons" di ogni altra attività della Chiesa (cf. SC 10, 35).

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161. Conseguentemente nell'impostare gli studi teologici si deve curare particolarmente la finalità pastorale che è intrinseca alla teologia. Puòessere detto di tutta la teologia quanto Paolo VI ha affermato dello studio della Scrittura: "L'interpretazione (della Scrittura) non ha esaurito il suo compito, se non quando ha mostrato come il significato della Scrittura si possa riferire al presente momento salvifico, cioè quando ne ha fatto vedere l'applicazione nelle circostanze presenti della Chiesa e del mondo" (Paolo VI, Discorso ai professori di sacra Scrittura, 25.9.1970: AAS 1970,§616).

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162. Nell'insegnamento e nello studio della teologia, perciٍ, non devono essere dimenticati i destinatari della fede. Gli alunni, infatti, devono studiare la divina rivelazione, per essere in grado di annunciarla, esporla e difenderla nel ministero sacerdotale (OT 16).
Affermare la pastoralità della teologia non significa parlare di una teologia non dottrinale, meno scientifica e soltanto praticistica, ma significa impostare l'insegnamento teologico in funzione della formazione di un prete che divenga capace di:
- trasmettere il messaggio del vangelo attraverso i modi culturali propri dell'uomo del suo tempo;
- impostare i suoi programmi di azioni non secondo criteri pragmatistici, ma illuminato e aiutato da un'autentica visione teologica.

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163. Gli impegni apostolici e le esperienze pastorali cui si dedicano gli studenti di teologia, entrano a questo titolo come opportuna e necessaria occasione di stimolazione; si abbia cura, pertanto di programmarli in accordo con le complesse esigenze dell'intera formazione e di verificare periodicamente la capacità degli alunni, di animare la loro attività apostolica con la parola di Dio che la scuola propone.

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164. Data l'unità intrinseca tra fede e teologia è vitale che docenti ed alunni, sull'esempio dei santi dottori della fede, ricordino che lo studio della teologia per progredire ha bisogno di essere accompagnato dalla preghiera (cf. DV 25).
Si dovranno portare conseguentemente gli alunni a scoprire l'unità inscindibile tra parola di Dio, liturgia e vita, assicurando "l'unità della formazione sacerdotale" (cf. SC 16; OT 3, 16; PO 4; RaF 59).
Il rispetto di questa unità formativa richiede, conseguentemente, che tutta la vita del seminario, soprattutto nella liturgia e nella pietà individuale sia impostata in sintonia con quanto lo studio teologico approfondisce sul piano intellettuale, in modo che si esprima con la vita quanto si riceve mediante la fede.

b) Formazione al metodo filosofico-teologico

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165. L'educazione al rispetto del metodo proprio di ogni disciplina è indispensabile, sia per l'esatta comprensione dei contenuti, sia per la formazione della personalità dello studente.
Questa esigenza è particolarmente avvertita oggi per il pluralismo, la specializzazione e il continuo confronto delle scienze. Ogni realtà, infatti, comporta una modalità propria di conoscenza e di ricerca che va attentamente rispettata.
Condizioni indispensabili all'uomo, per comprendere e trasmettere, sono il procedimento per analisi, attraverso lo studio positivo dei testi e della realtà storica, e la sintesi.
Poiché in questa ricerca il soggetto è sempre vitalmente implicato, acquista un compito decisivo la sua pre-comprensione e la sua disponibilità alla verità: sono atteggiamenti che non contraddicono, ma anzi consentono e migliorano l'oggettività del suo studio.

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166. La conoscenza dell'uomo, inoltre, si approfondisce nel continuo confronto con la conoscenza degli altri, anzi le provocazioni del mondo contemporaneo diventano stimolo e aiuto alla comprensione (cf. GS 44). Il dialogo rettamente inteso non diventa compromesso e relativismo, ma via ad una conoscenza sempre più piena della verità perché si avvale, nell'ascolto, dell'apporto di tutti.

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167. Per questi motivi, nell'insegnamento delle varie discipline si dovranno presentare anche i problemi, gli interrogativi ancora aperti; il pensiero dei teologi cristiani non cattolici (cf. UR 9; OT 16; RaF 80), dei pensatori non credenti (cf. GS 21; RaF 80), delle religioni non cristiane (cf. OT 16; AG 16; RaF 80), portando gli alunni, sotto la guida degli insegnanti, all'accostamento diretto di alcuni testi particolarmente significativi di questi autori.

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168. Potrà essere utile prendere in esame anche articoli di riviste e di giornali riguardanti argomenti religiosi o filosofici, in modo da avviare i giovani ad una lettura critica dei mezzi di informazione e di studio con i quali entreranno in contatto nella loro vita pastorale, e che in certa misura influenzeranno il loro modo di pensare e giudicare.

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169. Ogni disciplina ha un suo ordine organico interno che va tenuto presente nell'insegnamento. Ad esempio lo studio positivo delle fonti deve precedere la riflessione sistematica, anche se questa dovrà continuamente rifarsi a quelle e con esse confrontarsi. Così la filosofia, in un certo senso, svolge un discorso previo alla riflessione teologica.
Questa esigenza comporta un coordinamento dei diversi corsi tra loro, in base alle esigenze interne della materia da svolgere e delle persone che la devono apprendere, tralasciando le questioni secondarie e l'eccessivo numero di materie disparate tra loro, per poter soffermarsi ad approfondire quelle fondamentali (cf. OT 17).
A questo scopo è necessaria la collaborazione degli insegnanti tra loro mediante incontri periodici e programmazioni concordate.

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170. Le doti fondamentali, quindi, che lo studio filosofico e teologico ha il compito di coltivare nei giovani sono:
- la capacità di lettura precisa e critica dei testi (della sacra Scrittura, dei padri, del magistero, dei vari pensatori, ecc.) e dei fatti (vedi per es. lo studio della storia della Chiesa);
- l'attitudine alla speculazione e alla sintesi;
- la capacità ad esprimere adeguatamente il proprio pensiero e rapportarlo alle varie situazioni concrete.

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171. Il lavoro di gruppo, opportunamente diretto e assistito risulta un mezzo indispensabile per aiutare i giovani a sviluppare il senso critico e dialogico, a meglio personalizzare quanto studiano e a saperlo trasmettere. Esso dovrà opportunamente accompagnare e integrare le lezioni degli insegnanti.

c) Rispetto della progressiva crescita dell'alunno

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172. Quanto è stato detto sopra sull'unità della fede e degli studi filosofico-teologici permette e sollecita il progressivo attuarsi di una certa unità culturale, condizione indispensabile per comprendere e trasmettere il messaggio della fede.
L'unità culturale dovrà essere incentrata sulla persona dell'alunno che cresce progressivamente nella comprensione di Dio, dell'uomo e del mondo, passando dal facile al difficile, dal pacifico al discusso, dal globale al settoriale, dalle domande alle risposte. Infatti il chiamato al ministero sacerdotale guarda contemporaneamente con tutto se stesso (dimensione filosofica e teologica dei problemi) la realtà che va esplorando e che viene dall'esperienza culturale e di vita, ed in tal modo egli si dispone per una successiva scoperta, in intimo rapporto con il suo passato, con il suo futuro e con la sua esistenza concreta.

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173. L'unità culturale non va peròintesa come una unità chiusa, consistente quasi nell'esaurire un programma; essa è un'unità aperta la quale, partendo da una visione essenziale e globale dei problemi, comporta una progressiva crescita di comprensione dello studente, e resta aperta a quelle integrazioni e a quegli sviluppi che sono sollecitati dagli interrogativi di chi studia, dalla realtà studiata, e dal confronto con la cultura del tempo.
Solo in una progressiva assimilazione personale, nella quale le varie discipline, i diversi modi, i molteplici dati appresi, trovano una loro chiara collocazione e una comprensione organica:
- si ha una vera intelligenza filosofica e teologica con adeguato possesso della materia studiata;
- si crea la capacità di esporla con autonomia;
- si trova la risposta ad interrogativi personali;
- si determina la possibilità di confrontare il proprio pensiero con altre sintesi religiose o filosofiche.
Oggi, infatti appare sempre più come la divergenza nei confronti, risulta nelle sintesi più che nei particolari.

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174. L'intero ordinamento delle diverse discipline filosofico-teologiche deve tener presente le esigenze sopra descritte, avendo cura che l'orario scolastico sia organizzato in modo che negli ultimi anni sia concesso più spazio per la ricerca personale e per i lavori di gruppo, con la guida e il controllo dell'insegnante, in modo da non cadere nella genericità e nella dispersione, oppure di lavorare inutilmente perché senza metodo.
Considerando, infine, il rapido e continuo progresso delle scienze, lo studio durante il periodo di preparazione al ministero sacerdotale non deve essere ritenuto esaustivo di quanto si richiede dalla missione del prete, ma pone l'esigenza di una formazione e di un aggiornamento permanente.

d) Durata degli studi filosofici-teologici

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175. Nel quadro dei contenuti indicati più avanti in questo documento, la durata in anni degli studi filosofico- teologici sia fissata tenendo conto della particolare situazione italiana.
In ogni caso lo studio della filosofia dovrà comprendere lo spazio di un biennio (cf. RaF 60) e quello della teologia di un quadriennio, o di periodi equivalenti qualora si optasse per la soluzione di unire la filosofia alla teologia (cf. n. 181).
Gli attuali piani di studio, che non rispondessero a queste disposizioni esplicitamente previste dalla RaF, non sono da ritenersi secondo la norma e dovranno adeguarvisi nel più breve tempo consentito.

III. Orientamenti specifici sulle singole discipline

a) Corso introduttivo sul mistero di Cristo


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176. Il concilio Vaticano II esige che gli studi ecclesiastici incomincino con un corso introduttivo sul mistero di Cristo e la storia della salvezza, da protrarsi per un conveniente periodo di tempo.
Il corso ha queste finalità:
- far percepire agli alunni il significato degli studi ecclesiastici, la loro struttura e il fine pastorale;
- aiutarli affinché possano abbracciare la loro vocazione con piena dedizione e con lieto animo (cf. OT 14; RaF 62).

b) L'insegnamento della filosofia

Situazione nel mondo d'oggi


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177. Oggi esiste una diffusa sensibilità sui problemi dell'uomo, e quindi sugli interrogativi della libertà, della giustizia, dei rapporti interpersonali, ecc. Ma insieme, da una parte si accentua l'interesse per ciòche puòcambiare la vita degli uomini (la tecnologia), dall'altra si diffonde una cultura prevalentemente immanentistica.
Da qui una certa sfiducia per la speculazione strettamente filosofica, quasi fosse un'evasione dal reale e la tendenza a sostituirla con scienze più "positive" che sono in grado di "descrivere" la realtà. Una sfiducia che investe anche la speculazione teologica.
E' messa in questione, oppure spesso si nega in modo esplicito, la capacità dell'uomo di cogliere oggettivamente il reale, il valore universale dei principi primi, la possibilità di pervenire ad una affermazione razionalmente motivata di un Assoluto personale e creatore dell'universo. E questo porta gran parte della cultura moderna ad un atteggiamento relativistico e scettico di fronte ai valori e alle verità previe della dottrina cattolica (cf. "Premessa").

Valore formativo dello studio della filosofia

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178. I giovani oggi dimostrano una certa ripulsa per la riflessione di carattere speculativo. E' quindi particolarmente urgente un'adeguata educazione all'indagine filosofica dell'intelligenza dell'allievo in modo che cresca un sano impegno delle sue varie capacità.
Lo studio della filosofia, pertanto, condotto con rigore scientifico in un'età nella quale gli interrogativi dell'uomo vanno acquistando pienezza di significato e lo studente decide della sua scelta vocazionale, acquista un particolare valore formativo in ordine alla futura personalità del prete.
Esso ha lo scopo, infatti, di contribuire alla sua formazione umana, portando l'alunno alla consapevolezza critica degli interrogativi fondamentali che l'uomo pone su di sè, sul mondo, su Dio, e alla scoperta di una loro fondata soluzione.

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179. Tale studio inserisce il giovane al centro del dialogo culturale degli uomini. Questa ricerca, infatti, che parte dall'esperienza, che dialoga con il pensiero altrui, e scopre progressivamente con un metodo rigoroso la soluzione, educa l'uomo ad interrogare la realtà in cui vive, a giudicare con senso critico ed attento, e non semplicemente polemico, le idee degli altri, a riconoscere gli elementi di verità che incontra e a respingere quelli falsi (cf. OT 15; RaF 72), a dialogare, ad avere una percezione più viva del proprio limite, ed insieme fiducia nella possibilità di una scoperta del vero.

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180. In tal modo lo studio della filosofia dispone alla vita pastorale di domani in un continuo confronto di modi di vedere e di giudicare l'esistenza; prepara anche alla teologia, perché affronta diversi presupposti della riflessione teologica.
Oggi, infatti, molte difficoltà della teologia nascono da determinati presupposti filosofici e molti concetti elaborati dalla filosofia vengono utilizzati quali strumenti per la riflessione sulla Rivelazione e per la sua espressione (cf. OT 15; RaF 70).

Metodi e contenuti

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181. L'insegnamento della filosofia deve avvenire in modo tale da non perdere la specificità del metodo.
Questa specificità sembra non essere abbastanza garantita con delle trattazioni a "temi" nelle quali il discorso filosofico viene mescolato con quello teologico fino al punto da non rispettare i confini della filosofia e della teologia. La trattazione a "temi" è buona e puòfavorire l'unità dell'insegnamento solo se si svolge all'interno rispettivamente della filosofia e della teologia (IFS parte I).

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182. Qualora, pertanto, si intenda ordinare gli studi ecclesiastici riunendo filosofia e teologia in unico corso, in più stretto coordinamento fra le due discipline (cf. OT 14; RaF 61b), la modalità di attuazione di questo tentativo dovrà "curare che la filosofia sia insegnata come disciplina distinta e col suo metodo specifico, evitando che sia ridotta ad una trattazione di problemi, svolta unicamente in funzione di speciali questioni teologiche" (RaF 60c).

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183. Lo studio della filosofia ha due dimensioni: quella storica e quella sistematica, anche se esse sono intimamente congiunte. Lo studio della storia della filosofia deve aiutare il giovane a guardare con apertura alle idee altrui, imparando soprattutto a cogliere la logica interna del pensiero degli altri per comprenderlo con rispetto e saperlo poi criticamente valutare e, eventualmente, recuperare.
La storia della filosofia, pertanto, dovrà essere fatta in modo che gli alunni imparino a discernere gli elementi veri e a scoprire e respingere quelli falsi presenti nelle soluzioni e nei sistemi proposti lungo i secoli (cf. OT 15; RaF 72).
Qualora nella scuola frequentata dal seminarista ciònon avvenisse (per esempio quando si tratta di una scuola statale), si provveda perché un educatore idoneo aiuti lo studente a saper armonizzare l'insegnamento ricevuto con la verità di una retta filosofia e della fede.

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184. Lo studio della storia della filosofia viene generalmente svolto durante la scuola media superiore. Dovrà peròessere ripreso successivamente, soprattutto per quanto riguarda le correnti filosofiche contemporanee.

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185. Lo studio sistematico della filosofia sia fatto in forma organica, dopo la scuola media superiore, quando cioè il giovane ha normalmente raggiunto una certa maturità di giudizio. Esso deve portare l'alunno "ad acquistare una solida e armonica conoscenza dell'uomo, del mondo e di Dio" (OT 15).
E' opportuno che la ricerca inizi con la descrizione dei dati dell'esperienza, degli interrogativi che essa pone, e passi poi ad integrarli con l'esperienza e gli interrogativi degli altri, soffermandosi soprattutto sugli autori e sulle correnti di pensiero che più influenzano la nostra cultura oggi (per esempio il marxismo, lo strutturalismo, il neopositivismo logico, ecc.). Si puٍ, quindi, successivamente proporre un'interpretazione dei dati presi in esame, basandosi sul patrimonio filosofico perennemente valido elaborato dai grandi pensatori cristiani nella storia (cf. OT 15; RaF 71) e criticamente assimilato, senza trascurare gli apporti della filosofia moderna. Sarà così possibile dare una risposta agli interrogativi sollevati, stabilendo un dialogo tra la propria soluzione e quelle proposte dagli altri.

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186. In questo confronto è utile guidare gli alunni alla lettura e al conseguente giudizio critico di pagine o di opere intere di qualche autore, particolarmente rappresentativo. In tal modo l'alunno impara ad attingere direttamente alle fonti ed acquista una personale capacità critica. Leggendo infatti gli autori secondo il loro significato preciso e criticandoli dall'interno, potrà avvertire l'importanza di elaborare una propria sintesi di pensiero.

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187. La necessità di apprendere un metodo, cioè di saper leggere criticamente i testi e giungere a delle sintesi proprie, impone che nell'insegnamento si tengano presenti soprattutto alcuni valori fondamentali, che costituiscono il contenuto di sintesi organiche: l'unità e la spiritualità dell'uomo; la sua apertura trascendente e comunitaria; la sua capacità conoscitiva ed espressiva; la possibilità di un'ontologia realistica, che permetta di giungere ad una fondata comprensione dell'uomo nel mondo, all'affermazione razionalmente motivata dell'esistenza di un Dio personale e creatore, ad una fondazione teocentrica dell'etica.

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188. Questa riflessione sistematica potrebbe avvenire secondo un disegno organico, che includa le principali questioni di carattere filosofico intimamente collegate tra loro, anche se in seguito alcuni problemi particolari potranno essere utilmente ripresi. In concreto: - sull'uomo unità composta, essere spirituale e libero, agente, conoscente, storico, che si esprime, aperto ai valori trascendentali; - sul senso della totalità dell'essere; - su Dio e sul fenomeno dell'ateismo; - sulla responsabilità dell'uomo.

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189. Si suggerisce che tale studio avvenga concatenando i vari problemi che vi sono implicati secondo l'istanza antropologica, in corrispondenza con la sensibilità del giovane e di molta parte della filosofia contemporanea, in modo che partendo dall'uomo, se ne consideri progressivamente la struttura, i rapporti, la conoscenza, l'azione, la libertà, la storicità, l'espressività; la sua apertura alla totalità dell'essere e a Dio, la sua responsabilità.

4468
190. I programmi siano opportunamente integrati da corsi complementari o che hanno attinenza e utilità con la tematica filosofica e in particolare con lo studio dell'uomo, come ad esempio: a) linguistica; b) filosofia delle scienze; c) metodologia scientifica; d) psicologia; e) sociologia; f) pedagogia.

c) Insegnamento della teologia

Situazione attuale


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191. Come si è già detto in parte, l'insegnamento della teologia deve tener presenti alcuni aspetti della attuale situazione:
- sviluppo della specializzazione in tutti i campi delle discipline teologiche con vantaggi indiscussi, ma anche col rischio di non essere più teologia, se non si giunge alla sintesi;
- la dimensione "antropologica" e "politica" che oggi la teologia va assumendo con aspetti positivi e, in alcuni casi, anche negativi, fino a proporre l'uomo quale misura del mistero di Dio;
- il problema dell'ermeneutica, del pluralismo teologico, della funzione della teologia nel progresso della fede e del relativo rapporto col magistero;
- la diffusione sempre più frequente di idee teologiche attraverso fonti di informazione extra-scolastiche e quindi in modo acritico, incompleto e frammentario.


Importanza e metodo dello studio della teologia

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192. La scuola di teologia di un seminario riveste al riguardo una particolare autorevolezza e funzione nella normale preparazione al ministero pastorale: essa infatti esprime la volontà e il dovere del vescovo di assicurare una trasmissione organica e fedele dell'intero deposito della fede, da credere e da annunciare.1 Per questo i maestri di teologia di un seminario ricevono dal vescovo una particolare "missione", che li impegna e autorizza ad una fedele trasmissione della fede.
I candidati al ministero sacerdotale hanno un dovere grave, che scaturisce dalla vocazione all'ufficio pastorale, di prepararsi, con uno studio metodico e approfondito, a predicare l'intero e sicuro vangelo agli uomini, approfittando con volonterosa diligenza della scuola di teologia e valorizzando ogni altro sussidio.

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193. "Periodicamente gli alunni dovranno dare prova del loro profitto negli studi con colloqui, dissertazioni scritte ed esami" (RaF 93) al fine di verificare la crescita della loro capacità di sintesi e dell'assimilazione ed espressione fedele dei contenuti della Rivelazione.

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194. Per raggiungere le finalità proprie dello studio della teologia per la formazione di un pastore nell'attuale momento storico (cf. "Premessa"), lo studente dovrà seguire le vie che Dio ha scelto per manifestarsi agli uomini, con i mezzi che lui gli ha offerto, e quindi dedicarsi allo studio della sacra Scrittura, della vita e della riflessione della Chiesa (cf. OT 16; SC 16; DV 24), con intelligenza credente; dovrà approfondire in forma sistematica i misteri della salvezza, mediante sia l'analogia con le cose che conosce naturalmente, sia l'indagine dei nessi che vi sono tra di loro e con il fine ultimo, sia gli interrogativi che la nostra vita d'oggi pone, avendo come maestri s. Tommaso e i grandi dottori della Chiesa (cf. OT 16; RaF 79).

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195. In fedeltà agli orientamenti sopra ricordati, di ogni problema si dovrà anzitutto ricordare la sua collocazione e il suo rilievo nella storia della salvezza, poi la sua interiore intelligibilità, il suo confronto con il mondo d'oggi e quindi le implicanze pastorali pratiche.
Questo ordine puòessere assunto immediatamente per ciascun grande tema teologico, da uno o più professori, in stretta collaborazione, oppure puòvenire svolto in modo che la struttura generale degli studi teologici porti in tutto l'arco degli anni di teologia a questa visione globale organica.
Tutto ciòpuòavvenire dando spazio, nel primo tempo degli studi teologici, soprattutto all'inchiesta induttiva (storico-biblica), quindi a quella sistematico-speculativa, e infine a quella di carattere pratico-pastorale, in modo che la sacra Scrittura e la vita della Chiesa costituiscano sempre come il punto di riferimento donde parte ogni riflessione sistematica ed ogni ricerca di tipo pastorale.

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196. In questa ristrutturazione della scuola di teologia, saranno particolarmente tenuti presenti due aspetti pedagogici: l'unitarietà dell'insegnamento e dello studio, di cui si è parlato, e la partecipazione attiva degli alunni.

4475
197. Per il primo aspetto, onde evitare dispersione di attenzione, ripetizioni, frammentarietà di informazione, sarà opportuno inglobare tutto l'insegnamento in alcune materie fondamentali, affidando eventualmente ad un unico insegnante materie affini, oppure facendo coincidere la trattazione di queste nell'identico tempo e soprattutto promovendo nel modo più opportuno il coordinamento del lavoro che svolgono nella scuola i singoli insegnanti (cf. OT 17; RaF 80).

4476
198. Nello spirito e nel dovere di collaborazione degli alunni all'intera vita del seminario (cf. nn. 137-138), è necessario che essi offrano il loro volonteroso apporto per un migliore andamento della scuola nel rispetto e nella consapevolezza delle loro competenze e della loro incompetenza in un settore complesso, che di sua natura esige una visione d'insieme e la costante attenzione sia ai contenuti da trasmettere sia alle finalità ultime da raggiungere.
Resta comunque importante che sia nella revisione finale dell'andamento scolastico (programmi, metodi, orari, ecc.), sia nella periodica ricerca di opportuni miglioramenti, si solleciti anche la valutazione e le proposte degli alunni, specialmente di coloro che, avendo ultimato i corsi di studio, sono maggiormente in grado di offrire dati, informazioni e suggerimenti che, nel loro insieme, saranno poi rimessi alla riflessione e decisione del preside e degli insegnanti.

4477
199. Per lo stesso motivo si dovranno avviare progressivamente gli alunni alla ricerca personale e di gruppo, a lavori di seminario, sotto la guida dell'insegnante, dando progressivamente più spazio a forme d'insegnamento attivo (cf. OT 17; RaF 91).
La scuola di teologia dovrebbe essere fatta in modo che ogni studente sia effettivamente impegnato secondo le possibilità intellettuali e le sue particolari attitudini.

4478
200. All'inizio degli studi teologici si tenga un corso propedeutico sulle condizioni e le esigenze della fede e sulla metodologia teologica. In questo modo l'alunno si renderà conto del diverso modo di procedere nella riflessione filosofica e in quella teologica, sarà preparato a trarre frutto dagli studi teologici che dovrà affrontare, e insieme sarà aiutato a maturare la propria fede. Si approfondiscano, pertanto, fin da principio le fonti e i criteri metodologici della ricerca teologica per sapersi quindi dedicare a questo studio con rigore di metodo.

4479
201. Sia affrontato anche il problema dei modi, delle esigenze e delle condizioni della fede, in dialogo e in confronto con le posizioni non cattoliche e non cristiane, in modo che il giovane si disponga a prendere più chiara coscienza del suo essere credente e s'avvii a saper rendere conto della propria speranza cristiana.

Dimensioni della teologia

4480
202. Nell'insegnamento della teologia dovrà prestarsi continua attenzione ad alcune istanze che sono proprie di questa disciplina e che risultano richieste dalla sensibilità ecclesiale del nostro tempo come ad esempio: la dimensione cristocentrica, ecclesiale, sacramentale, missionaria, ecumenica, ermeneutica o del linguaggio, escatologica o della speranza.
Queste caratteristiche devono permeare tutto l'insegnamento e scaturiscono dal fatto che tutta la teologia è approfondimento nella fede del mistero di Cristo. Soprattutto venga sottolineata in tutta la sua ampiezza la dimensione missionaria ed ecumenica.

4481
203. Il presbitero infatti è chiamato a servire al bene di tutta la Chiesa (cf. LG 28) e "il ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli apostoli" (PO 10).
Il concilio Vaticano II esplicitamente perciòraccomanda ai professori dei seminari e delle università di esporre ai giovani la situazione reale della Chiesa e del mondo, perché sia chiara al loro spirito la necessità di una più intensa evangelizzazione dei cristiani e ne tragga alimento il loro zelo.
Nell'insegnamento delle discipline dogmatiche, bibliche, morali e storiche mettano in luce gli aspetti missionari che vi sono contenuti, al fine di formare una coscienza missionaria nei futuri presbiteri (cf. AG 39).

4482
204. Il concilio Vaticano II vuole anche che l'insegnamento della teologia sia compiuto valorizzando l'aspetto ecumenico. Si insegni pertanto ad approfondire il messaggio evangelico non contro qualcuno, ma con tutti. E' importante che "i futuri pastori e i sacerdoti conoscano bene la teologia accuratamente elaborata in questo modo, e non in maniera polemica, soprattutto per quanto riguarda le relazioni dei fratelli separati con la Chiesa cattolica" (UR 10). Si abbia cura di conoscere le comunità ecclesiali separate dalla sede apostolica e le principali religioni non cristiane (cf. OT 16; RaF 80).
Scendendo ora all'applicazione per le singole materie dei criteri su esposti, e tenendo conto di quanto è stato detto dell'unità della teologia si offrono alcuni orientamenti.

Le discipline teologiche

4483
205. Lo studio della sacra Scrittura, anima della teologia (cf. DV 24; OT 16; RaF 78), dovrebbe iniziare con una presentazione della storia della salvezza contenuta nei libri sacri, a meno che ciònon sia già stato fatto nel corso introduttivo. Dopo un'introduzione generale sui problemi della formazione del testo sacro e la sua ispirazione, lo studio si approfondirà in saggi di esegesi scientificamente condotti, per avviare lo studente alla lettura esatta dei libri della Bibbia, secondo la loro struttura letteraria, il loro valore storico, il loro significato teologico, e nello studio dei principali temi biblici. In tal modo l'alunno imparerà a studiare unitariamente e teologicamente la Scrittura; ne apprenderà i fondamentali insegnamenti e ne farà il primo alimento della riflessione teologica e della vita spirituale.
Anche nell'insegnamento della sacra Scrittura si abbia presente la finalità pastorale. L'alunno del corso teologico sia quindi educato ad avere una profonda venerazione delle divine Scritture, sapendo che nel suo futuro ministero, soprattutto nella sacra liturgia, dovrà nutrire i fedeli del "pane della vita dalla mensa sia della parola di Dio sia del corpo di Cristo" (DV 21).

4484
206. La patrologia illustri il contributo dei padri della Chiesa orientale ed occidentale nella fedele trasmissione ed enucleazione delle singole verità rivelate (cf. OT 16), faccia notare agli alunni il valore di "luogo teologico" della loro testimonianza. Infatti "le asserzioni dei santi padri attestano la vivificante presenza della tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e prega" (DV 8).
Si abbia cura inoltre di porre nel giusto rilievo il valore del metodo teologico dei padri determinante anche per le epoche successive.

4485
207. La liturgia sia computata, come prescrive la costituzione Sacrosanctum concilium (cf. SC 15-16, 18; IOE 11-12), tra le discipline necessarie e più importanti e sia insegnata tanto sotto l'aspetto teologico e storico che spirituale, pastorale e giuridico.
La liturgia va considerata anche come "principale luogo teologico" soprattutto dalla teologia sistematica (cf. RaF 79), tenendo ovviamente presente che essa, più che esercizio del magistero, è esercizio del sacerdozio di Cristo e pertanto incontro vitale massimo tra Dio e l'uomo in Cristo (cf. SC 7-10).
Anche l'insegnamento della liturgia sia contraddistinto dalla nota della pastoralità e tenda a fare dell'alunno un "pastore celebrante" i divini misteri "in grado di penetrare il senso dei sacri riti e di prendervi parte personalmente con tutto l'animo" (SC 17; IOE 14); nello stesso tempo capace di portare attraverso il suo futuro ministero i fedeli all'azione sacra pienamente ed attivamente, in una chiara comprensione, ottenuta per mezzo dei riti e delle preghiere (cf. SC 48).
Si curi anche la formazione degli alunni al canto sacro quale "parte necessaria e integrante la liturgia" (cf. SC 112- 113 e istr. Musicam sacram).

4486
208. Nell'insegnamento della cosiddetta "teologia dogmatica" si tenga presente quanto è stabilito nel decreto Optatam totius (n. 16), in modo che essa abbia il suo punto di partenza dai temi biblici; illustri il contributo dei padri e l'ulteriore storia del dogma anche nei rapporti che questa ha con la storia della Chiesa; approfondisca e metta in rilievo il nesso dei vari misteri per mezzo della speculazione; faccia vedere gli stessi misteri presenti ed operanti sempre nelle azioni liturgiche e in tutta la vita della Chiesa; infine abbia l'annuncio missionario come suo traguardo tenendo presenti i problemi dell'uomo contemporaneo.
Si abbia attenzione, inoltre, a precisare la distinzione e il rapporto tra rivelazione, magistero e teologia (cf. CEI, Magistero e teologia nella chiesa, 16.1.1968).
Infine si tenga presente che il momento speculativo nel quale la teologia elabora la sua riflessione sul dato rivelato - pur essendo sempre necessario - non esaurisce la ricerca teologica.

4487
209. Anche l'insegnamento della teologia morale si rifaccia alla parola di Dio, nella pre-comprensione della realtà umana soprattutto attuale, meditata nella comunità ecclesiale, sotto la guida del magistero. Illustri quindi l'altezza della vocazione dei fedeli in Cristo, santificati dalla grazia che fluisce dal mistero pasquale, e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo.
Si cerchi di collegare tra loro, con criteri organici, la "teologia dogmatica" e la "teologia morale", in modo da evitare inutili ripetizioni, e l'impressione nella mente dell'alunno di una pericolosa dissociazione tra ciòche va creduto e ciòche va fatto nella vita cristiana.
Non si trascuri inoltre l'insegnamento della Chiesa sui problemi della giustizia e dello sviluppo.

4488
210. Intimamente collegata con la morale va svolta la teologia spirituale quale studio della pienezza della vita teologale del cristiano (cf. OT 19; RaF 80).

4489
211. Lo studio del diritto canonico venga inserito nella visione del mistero della Chiesa (cf. OT 16), in modo che appaia quale suo elemento strutturale e strumentale, che la rende storicamente incarnata sul piano della visibilità. Si rilevi come ciònon comporta identificazione assoluta e neppure opposizione tra Chiesa del diritto e Chiesa della carità, tra vangelo e diritto, tra istituzione e vita (cf. Paolo VI, Discorso al Tribunale della S.R. Rota, 27.1.1969: AAS 1969, pp. 174-178).
Le leggi della Chiesa siano presentate nello spirito di dipendenza gerarchica e di servizio per adempiere il ministero pastorale, tanto più che l'osservanza di certe norme canoniche obbliga il pastore in coscienza, anche in ordine alla validità di alcuni atti giuridici.
Nel corso teologico lo studio di alcuni istituti canonici puòessere abbinato a volte ad altre discipline.
Spetterà all'insegnante guidare gli studenti alla conoscenza della legislazione post-conciliare, e suggerire dei criteri per la retta interpretazione delle leggi ecclesiastiche.

4490
212. L'insegnamento della storia della Chiesa sia sviluppato nella sua dimensione teologica, avendo per soggetto la Chiesa conosciuta alla luce della fede nel suo cammino nel tempo, come sacramento di salvezza nel mondo e per il mondo, secondo la dottrina del concilio Vaticano II.
Le grandi epoche e i fatti più importanti siano pertanto presentati ed interpretati ecclesiologicamente, considerando la storia della Chiesa anche come luogo teologico, e secondo le esigenze della scienza storica.
Nell'ambito della storia generale della Chiesa si faccia un opportuno coordinamento con le discipline specializzate che da essa derivano, come la patrologia, la storia del diritto ecclesiastico, la storia della liturgia, della spiritualità e delle missioni.
Si abbia anche cura di soffermarsi particolarmente sulla storia della propria Chiesa locale e sulla storia della Chiesa in Italia di questi ultimi cento anni, perché essa spiega molte situazioni spirituali e sociologiche d'oggi.

4491
213. La teologia pastorale studia anzitutto i principi teologici che devono guidare l'azione concreta pastorale della Chiesa.
Essa sarà collocata verso il termine degli studi ecclesiastici, in modo da presentarsi come sviluppo e conseguenza degli studi teologici precedentemente compiuti, e non come un discorso a sè stante o addirittura contrapposto nei loro riguardi.
Per rispondere al suo scopo dovrà essere insegnata da un professore competente nelle scienze teologiche, e insieme provvisto di esperienza pastorale.
Non si trascuri inoltre un'opportuna trattazione della pastorale liturgica e catechetica e della pastorale del lavoro.

4492
214. Al termine degli studi teologici si propone un "corso di sintesi" che ripresenti il significato della ricerca teologica, il suo metodo, il suo oggetto, i suoi sviluppi in rapporto a chi studia e al ministero pastorale, la sua condizione di dialogo nel mondo d'oggi, ma soprattutto aiuti a cogliere il convergere dei vari aspetti delle discipline studiate nell'unità del mistero di Cristo.

4493
215. Accanto e in collegamento ai corsi fondamentali dell'insegnamento teologico come per il corso filosofico si pongono alcuni corsi complementari obbligatori e facoltativi (come ad es. storia delle religioni, greco biblico, ebraico, ecc.).
Merita particolare considerazione anche l'insegnamento di alcune materie tecniche (cf. RaF 95):
-materie orientate alla conoscenza dell'ambiente (sociologia);
-materie orientate alla conoscenza dell'individuo (psicologia generale, psicologia dinamica, psicologia dell'età evolutiva, psicologia religiosa);
-i mezzi d'intervento (pedagogia, psicologia pastorale, psichiatria pastorale, ecc.).
E' opportuno che almeno alcune di queste discipline siano insegnate nei loro aspetti fondamentali a partire dall'inizio della teologia per meglio finalizzare lo studio all'azione pastorale.
La scelta e l'inclusione di queste discipline complementari è di competenza delle conferenze episcopali regionali o delle singole chiese particolari.

Persone e sussidi

4494
216. Ogni attività e ogni riforma trovano il loro primo fondamento nelle persone che le devono condurre avanti (cf. OT 5). Da ciònasce il problema della scelta, della preparazione, del numero e della stabilità degli insegnanti nei seminari.
Ciascuna diocesi, o gruppo di diocesi, abbia un congruo numero di sacerdoti che si dedicano prevalentemente allo studio o all'insegnamento delle scienze sacre.
Dovranno essere competenti nelle discipline che insegnano e contemporaneamente provvisti di capacità didattiche, in modo che impartiscano con efficacia il loro insegnamento; dovranno avere un autentico spirito sacerdotale in modo da essere educatori non solo con la loro scienza, ma anche con la loro vita.

4495
217. Per ottenere l'indispensabile competenza, gli insegnanti vengano preparati al loro compito presso istituti superiori, in modo da conseguire i rispettivi gradi accademici.
Si dia loro la possibilità di continuare a tenersi aggiornati nella preparazione scientifica mediante riviste specializzate e nuove pubblicazioni, il frequente contatto con altri insegnanti delle stesse materie e la partecipazione a convegni scientifici.

Perché questo sia consentito bisogna che si creino determinate condizioni, quali, ad esempio, la disponibilità di tempo, i mezzi di studio, e, tra l'altro, una biblioteca aggiornata.

4496
218. Per un efficace funzionamento della scuola di filosofia e di teologia vi sia un responsabile (prefetto degli studi o preside), distinto dal rettore del seminario, il quale, coadiuvato dagli altri insegnanti ed in stretta ed assidua collaborazione con tutti gli educatori del seminario (cf. RaF 38), curi la formazione dei programmi, il calendario scolastico, l'andamento della scuola, i criteri e i modi per valutare l'apprendimento degli alunni, e promuova costantemente il coordinamento e l'unitarietà dell'insegnamento delle singole discipline.

4497
219. "I professori non dovranno accettare impegni che impediscano il buon compimento del loro dovere; siano perciòanche equamente remunerati, perché possano totalmente dedicarsi al loro grave compito. E' auspicabile, tuttavia, che esercitino qualche ministero, ma con moderazione, per poter disporre di una esperienza pastorale al fine di conoscere meglio i problemi del nostro tempo, in particolare quelli dei giovani, e poter meglio insegnare le loro discipline e formare più convenientemente i futuri pastori d'anime" (RaF 37).

4498
220. "I superiori e i professori costituiscano una sola comunità di educatori, così da offrire, insieme agli alunni l'immagine di una sola famiglia, che adempia il desiderio del Signore: Ut unum sint (Gv 17,11)" (RaF 38; cf. OT 5 e nn. 271-276 del testo). Essi si dovranno trovare quindi in seminario come in una comunità propria, per dedicarsi alla loro attività tra i seminaristi e insieme al servizio culturale del clero della propria diocesi.

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221. Il corpo docente di un seminario deve essere, infatti, anche il primo stimolo ed aiuto, all'interno sia del presbiterio diocesano sia dell'intera Chiesa locale, a studiare ed approfondire la rivelazione di Dio; dovrà essere anche un prezioso aiuto al compito magisteriale del vescovo.

4500
222. La somma delle condizioni richieste deve spesso commisurarsi con situazioni diocesane che complicano la soluzione, quali la scarsità di mezzi culturali adeguati, di persone preparate e disponibili, l'esiguo numero degli alunni e questo, soprattutto, se si tiene presente l'opportunità di mantenere separati i successivi corsi di teologia.
Perciòin molti casi sembra necessario prendere in considerazione la possibilità di una più stretta collaborazione, sia tra gli studi teologici diocesani e religiosi di uno stesso centro, sia tra quelli di più diocesi.
La riduzione delle distanze con i moderni mezzi di comunicazione, insieme all'esigenza di una collaborazione più larga tra i sacerdoti di una stessa regione e di una migliore qualificazione degli studi teologici nei seminari, sollecitano questo allargamento di collaborazione.

Capitolo quinto: LA COMUNITA' DEL SEMINARIO

I. In comunione con Cristo


4501
223. La Chiesa va sempre più acquistando coscienza della sua natura profonda e completa: essa è comunione di persone, legate nell'amore e nella libertà dallo Spirito di Cristo, con una legge di complementarietà e di corresponsabilità verso tutti e verso tutto.
La natura ecclesiale della fede esige che sia una comunità ad educare con la sua testimonianza vissuta, in modo che ciascuno dei componenti possa beneficiare, nella testimonianza reciproca, di un clima cristiano di vita.

4502
224. Questa legge generalissima della pedagogia divina va rispettata soprattutto nella formazione di coloro che, scelti nella comunità dei credenti, sono chiamati a presiedere un domani le comunità cristiane.
E' da chiedersi anzi, se fra le cause delle attuali difficoltà dei seminari, una delle più influenti non sia la mancata osservanza di tale legge generale. Pare infatti che nè l'impegno educativo di un rettore da solo o dei singoli educatori, nè lo sforzo volonteroso, ma individualistico dei seminaristi, consentano di far fronte alle complesse esigenze della situazione e della formazione sacerdotale.

4503
225. La comunità cristiana non è frutto di "carne e di sangue" (cf. Gv 1,13) e quindi non si fonda esclusivamente o prevalentemente su affinità solo naturali, anche se, quando ci sono, se ne avvantaggia. Non nasce solo da iniziative, da buona volontà o da tecniche dell'uomo. Benché una vita comunitaria possa profittare molto delle tecniche e dei suggerimenti che la scienza odierna è in grado di offrire, sarebbe illusorio sperare che questi accorgimenti generino da soli lo spirito comunitario, se lo Spirito di Dio non lo infonde.
La comunità cristiana, infatti, nasce dalla parola di Cristo (cf. Rm 10,17) e il suo "supremo modello e principio è l'unità nella Trinità delle persone di un solo Dio, Padre e Figlio nello Spirito santo" (UR 2).

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226. La comunità è un dono che va chiesto di continuo al Signore, anche perché il peccato e in particolare l'egoismo, l'orgoglio, l'individualismo insidiano la comunione e portano facilmente allo scoraggiamento e alla stanchezza.
Essa è frutto di un'azione discreta e forte dello Spirito che, da parte dell'uomo, richiede attenzione e docilità per profittare degli avvenimenti e delle circostanze concrete, con cui Dio ammaestra e forma.

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227. Ad immagine e nello spirito delle prime comunità i cristiani credono nella presenza e nell'azione particolare di Cristo risorto all'interno di coloro che sono riuniti nel suo nome (cf. Mt 18,20).

4506
228. La crescita di una vita comunitaria, inoltre, ha tempi e stagioni che non è in nostro potere conoscere o accelerare, prestabilendo scadenze o traguardi. Bisogna accettare i tempi di crescita, - ed i lunghi tempi della fatica e delle tensioni - così come il Signore li manda o li permette, in attesa che il suo Spirito faccia superare le fatiche, le incomprensioni e le distanze determinate dal peccato e dalla debolezza degli uomini.

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229. Ogni comunità cristiana è determinata da alcune componenti, di cui le essenziali sono indicate da Luca nel testo degli Atti (2,42): "essi perseveravano assiduamente nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere".

1. Comunita' perseverante nell'ascolto della parola

4508
230. Il segno più forte e rivelativo di una comunità cristiana è il suo sottomettersi alle esigenze della parola di Dio, in modo che ogni scelta sia da questa misurata e giudicata.
Un seminario deve mostrare di essere una comunità di credenti che hanno scelto Cristo e la sua parola come unica regola e ispirazione della loro vita e che, in conseguenza, cercano di leggere e interpretare gli episodi di ogni giorno con la parola di Dio, letta nella Chiesa.

4509
231. In una comunità cristiana c'è un solo Maestro: Cristo; gli altri sono tutti discepoli, impegnati - come lui - a ricercare la volontà del Padre (cf. Mt 23,8). Questa verità e questo atteggiamento accomunano, fratelli accanto ai fratelli, superiori e alunni (cf. PO 9). Sotto questo aspetto, anzi, possono servire alla comunità con maggiore efficacia coloro che, fattisi piccoli e docili allo Spirito, sono stati da lui introdotti più abbondantemente nella verità e nella volontà del Padre (cf. Mt 11,25).

4510
232. E' con la parola che Dio va creando il suo popolo e ne matura la fede (cf. PO 4; LG 5; DV 1, 5, 21). Per questo, nella vita del seminario, l'annuncio e l'ascolto della parola sono fra i momenti più fecondi e determinanti, specialmente quando essa viene letta e spiegata nella liturgia (cf. SC 7, 35).
Anche la meditazione e lo studio, individuale e comunitario, della Scrittura siano valorizzati come mezzo efficace per convertirsi comunitariamente a Dio e per imparare che cosa significhi andare insieme verso il Signore.

4511
233. La presentazione della parola, nella liturgia e nella scuola, sia preparata con cura al fine di non sprecare invano la grazia di Dio.
In questo modo i giovani imparano che l'efficacia della parola di Dio proviene dalla parola stessa, quanto più essa è annunciata con fedeltà, senza svuotare od oscurare l'intenzione e l'azione di Dio con parole di umana sapienza (cf. 1 Cor 2,4; 2 Cor 4,1-5).

4512
234. E' quindi importante che gli avvenimenti, le difficoltà, le necessità del seminario vengano abitualmente illuminati e giudicati dalla parola che la liturgia presenta e l'omelia spiega: fin dal seminario deve apparire come la lettura e la meditazione attente della parola sono la scuola permanente e l'educazione fondamentale della comunità, nelle situazioni e nelle esigenze quotidiane.
Sarebbe infatti strano che l'impegno formativo di un seminario non trovasse la sua occasione più normale e feconda, anche se non unica, nel momento in cui Dio stesso interpella e va formando la sua comunità( cf. SC 33, 35).

2. Comunita' perseverante nella frazione del pane

4513
235. "Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra eucaristia, dalla quale deve prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità" (PO 6).
La messa quotidiana nella vita del seminario sia realmente - per il tempo e per il modo in cui viene celebrata - il centro e l'anima della vita della comunità. I credenti "cibandosi del corpo di Cristo nella comunione mostrano concretamente l'unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è degnamente espressa e mirabilmente prodotta" (LG 11).

4514
236. La comunità di un seminario ripone quindi la sua fiducia nell'eucaristia e valorizza la messa come scuola e sorgente degli atteggiamenti richiesti per essere disposti, come Cristo, a sacrificarsi perché la Chiesa divenga "senza macchia nè ruga" e sia "santa e immacolata" (cf. Ef 5,27).

4515
237. L'eucaristia sia anche criterio discriminante per giudicare il comportamento della comunità.

Come succedeva nella Chiesa di Corinto (cf. 1 Cor 11,7-34), è quasi fatale che i costumi, a cui una comunità cristiana si ispira o si adatta, siano lontani o in contrasto con il mistero di comunione che l'eucaristia significa e sollecita. Il peccato, il condizionamento da parte di modelli di società non cristiane, gli egoismi fanno infatti spesso coesistere la celebrazione eucaristica con dei comportamenti che profanano il segno e il sacramento.
I superiori del seminario, nel loro ufficio di presidenti e responsabili dell'assemblea eucaristica, ad imitazione di Paolo facciano riferimento al senso della cena del Signore per giudicare le situazioni della comunità, rilevando come ogni frattura della comunione fraterna è incompatibile con le esigenze di unità richieste dall'eucaristia.

4516
238. Per lo stesso motivo ogni celebrazione eucaristica e tutta la vita liturgica siano "in stretto rapporto con la vita quotidiana" (RaF 53) della comunità, della Chiesa e del mondo, in modo da far apparire come il mistero cristiano, vissuto in modo precipuo nella liturgia, sia presente e permei tutti gli uomini e tutte le situazioni (cf. IOE 5-7, 14-15).

3. Comunita' perseverante nelle preghiere

4517
239. L'eucaristia non esaurisce la preghiera cristiana, così come la primitiva comunità testimonia (cf. At 2,42-46).
Il seminario, anche come comunità, impari e testimoni quella permanenza in preghiera che è l'atteggiamento più profondo di Cristo, e che esprime la sua dipendenza, comunione e contemplazione nei confronti del Padre.
Oltre alla preghiera individuale e comunitaria, oltre agli opportuni esercizi di pietà, il costume e il clima della comunità di un seminario mostrino che essa, come il gruppo dei primi discepoli, sta cercando di imparare a pregare.

4518
240. Il silenzio, un clima di raccoglimento, la crescente capacità di saper trovare senza ansia e febbrilità l'alternarsi pacato e umano di attività, sono coefficienti di favore per la preghiera e non sono incompossibili con il ritmo operoso di vita del seminario e con la densità di dialogo e di incontri che esso richiede.

4519
241. Nell'impostare la vita spirituale si tenga presente la sua dimensione comunitaria e quella individuale.
Appartiene, infatti, all'essenza della Chiesa manifestare la sua indole comunitaria anche nella preghiera (cf. IGLH 9). Questo aspetto è proprio soprattutto delle azioni liturgiche, "le quali non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa che è sacramento di unità"; appartengono infatti all'intero corpo della Chiesa e lo manifestano (cf. SC 26).

4520
242. Nella vita del seminario la liturgia appaia "culmine dell'azione della Chiesa e fonte da cui promana tutta la sua virtù" (cf. SC 10), prima e indispensabile "sorgente dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano" (cf. SC 14).
La partecipazione comunitaria all'eucaristia - per quanto possibile abitualmente concelebrata - e la celebrazione delle lodi e dei vespri siano i cardini della vita di pietà del seminario.
Si curi una partecipazione attiva con l'approfondita conoscenza dei riti e dei testi (cf. SC 48; IOE 15-16) anche al fine di meglio preparare gli alunni a saper presiedere le assemblee liturgiche.

4521
243. La vita spirituale che trova nella liturgia la sua sorgente "non si esaurisce nella partecipazione della sola liturgia" (SC 12). Il cristiano, benché chiamato alla preghiera in comune, è tenuto anche ad entrare nella sua stanza per pregare il Padre nel segreto (cf. Mt 6,6). D'altra parte, la partecipazione all'azione liturgica e alla preghiera comunitaria esigono capacità di preghiera personale, sia nella preparazione sia durante la celebrazione liturgica, "per conformare la mente alle parole che si pronunciano e per cooperare con la grazia divina per non riceverla invano" (cf. SC 11).
Conseguentemente le due dimensioni, comunitaria e individuale della vita spirituale, non si oppongono, ma si integrano e si richiamano reciprocamente.

4522
244. Sono richiesti tempi e modi di preghiera individuale e l'attenta valorizzazione di quegli esercizi di pietà che esprimono e assicurano dimensioni fondamentali di una autentica pietà ecclesiale, in conformità alle esigenze individuali e nel rispetto del ritmo fecondo dei tempi liturgici (cf. OT 8; SC 12-13; RaF 54).

4523
245. Vengano comprese e praticate la preghiera e particolarmente l'adorazione al santissimo sacramento con una pietà che sia segno della fede nella presenza reale e che educhi i futuri pastori a partecipare più profondamente al mistero pasquale.

4524
246. Con animo desideroso di conoscere sempre più il volto del Padre (cf. Gv 14,8) e la sua volontà, con semplicità, nella preghiera, accostino la Scrittura e ne acquistino profonda consuetudine, come occasione privilegiata per incontrare Cristo ed "essere con lui" (cf. Mc 3,14), così da approfondire "l'intima comunione e familiarità con il Padre per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo nello Spirito santo" (OT 8).
E' in questo modo che un giorno potranno annunciarlo per interiore esperienza (cf. 1 Gv 1,1-3) e lo sapranno conoscere e riconoscere senza illusioni negli avvenimenti e nelle parole degli uomini (cf. Mt 24,23-27).

4525
247. "Le attività apostoliche, dal canto loro, offrono un alimento indispensabile per il nutrimento della vita spirituale del presbitero: Rappresentando il buon pastore, nello stesso esercizio pastorale della carità troveranno il vincolo della perfezione sacerdotale, che realizzerà l'unità nella loro vita e attività (PO 14). Difatti il presbitero, nell'esercizio del suo ministero, viene illuminato e rinvigorito dall'azione della Chiesa e dall'esempio dei fedeli" (SM II, I, 3; cf. anche OT 9).

4526
248. Attraverso varie forme di pietà - in particolare il rosario - sia sviluppata la devozione e l'amore alla Madonna "giustamente onorata con culto speciale dalla Chiesa" (LG 66).
Maria è colei che "cooperòin modo tutto speciale all'opera del Salvatore con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità" (LG 61). "La Vergine infatti nella sua vita fu modello di quell'amore materno, del quale devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini" (LG 65).
Maria è la credente che seppe attuare fedelmente la sua missione perché fu disponibile e interiormente libera nei confronti di quanto lo Spirito del Signore le andava insegnanto e chiedendo, anche quando le sue parole erano nuove e oscure al suo orecchio (cf. Lc 2,50-51).
Ci si ispiri a lei per apprendere una disponibilità piena e totale a Cristo e al suo Spirito e la si invochi con fede, consapevoli della sua funzione di Madre nell'economia della grazia (cf. LG 61 e 62).
Ad imitazione di Maria, Vergine della Visitazione, si impari anche come ogni incontro autentico con l'amore e il mistero di Dio porta di sua natura ad un'attenzione e ad una generosità sempre maggiori nei confronti delle necessità dei fratelli (cf. LG 65).

II. In comunione ecclesiale

1. Comunita' fraterna


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249. Quello che la carne e il sangue operano con una certa facilità creando delle famiglie, lo deve operare nella Chiesa lo Spirito di comunione. Esso utilizza e si avvantaggia delle affinità e dei legami naturali, ma li purifica, li approfondisce e li supera, creando la famiglia di Dio.
I comportamenti e i segni della fraternità cristiana nascono da una scoperta di fede, piena di stupore, del vincolo reale che unisce i credenti in Cristo e li fa figli di uno stesso Padre, ad una tale profondità e verità che ogni altra distinzione e separazione diventano irrilevanti (cf. Col 3,11).

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250. Occorre che tutto un costume di carità e di relazioni si alimenti progressivamente a questo fatto: le differenze di età, di intelligenza, di ceto sociale, le stesse diversità di ufficio tra superiori, maestri e alunni devono essere permeate di una relazione nuova e prevalente di fraternità, con un tipo di rapporti che gradualmente scopra e adotti la solidarietà e la confidenza che sono proprie di fratelli.
La comunità del seminario riveda, alla luce di questa vocazione alla fraternità, i suoi costumi abituali e abbia il coraggio di eliminare privilegi e distinzioni che male si accordano con un'effettiva fraternità. La comunità cristiana, come Cristo, deve eventualmente concedere eccezioni e attenzioni privilegiate, con delicata larghezza, a quanti per l'età, per malattia o per altra necessità ne hanno bisogno.

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251. In particolare si ricerchi e si sappia praticare l'amicizia cristiana, profittando cordialmente di questo dono prezioso che consente di condividere con profondità le difficoltà, le esperienze, il dono di grazia degli altri e prepara quella fraternità sacerdotale che è conforto e aiuto all'interno di ogni presbiterio (cf. PO 8).
Si abbia l'avvertenza di non ripiegarsi egoisticamente sulle proprie amicizie, ignorando le attese di altri fratelli (cf. PO 8).
Cristo sia intravisto e amato anche nel fratello umanamente meno dotato o anche indisponente (cf. Mt 25,31-46), così da dilatare le capacità della carità, del rispetto e del servizio.

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252. Vivere la fraternità non è facile. Ogni comunità, e quindi anche quella del seminario, resta una comunità di "peccatori" ancora in "cammino".
La fatica del vivere in comunità va accettata come normale legge e condizione, anche se ognuno, quando le tensioni si acuiscono, deve con onestà cercare di riconoscere e, per quanto puٍ, eliminare in se stesso ciòche sta creando difficoltà al fratello o alla comunità.
Normalmente sono queste prove e queste umilianti purificazioni che insegnano realisticamente le esigenze e le condizioni di una vita comunitaria.

2. Comunita' gerarchica

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253. E' dovere di ogni credente accettare e vivere la comunità cristiana così come Dio l'ha voluta e la vuole. Egli, tra i fratelli, ne ha scelto alcuni e li ha preposti al servizio della comunità, al fine di meglio aiutarla ad essere fedele nella verità e unita nella carità.

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254. "Il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli" (LG 23).
La passione per l'unità della Chiesa, che lo Spirito del Signore va oggi diffondendo in modo veemente, deve far riscoprire ai giovani, con animo credente e riconoscente, la missione di unità che il Papa svolge nella Chiesa per confermare nella verità e nella carità le diversità e i carismi che animano l'intero popolo di Dio.
Con fede coerente e amore filiale ascoltino la sua parola e si dispongano ad esserne fedeli interpreti all'interno della comunità cristiana, in comunione col loro vescovo e col presbiterio.

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255. Con la stessa sollecitudine deve apparire che, come ogni Chiesa particolare, anche la comunità del seminario - che ne è parte e viva espressione - crede e trova nel vescovo colui che Dio ha posto nella Chiesa come "vicario e legato di Cristo" (cf. LG 27).
Negli anni di seminario la comunione col vescovo - principale responsabile dell'impostazione formativa del seminario - deve trovare espressioni concrete e adeguate così da instaurare progressivamente un costume di ascolto, di obbedienza, di confidente amore e di collaborazione, che esprima sul piano operativo la relazione ontologica e dinamica che legherà il loro ministero al ministero del vescovo (cf. PO 7).

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256. Nei seminari è indispensabile e preliminare ad ogni possibilità educativa, riscoprire con fede la figura dei sacerdoti educatori, delegati dal vescovo a questo ufficio, liberandoli da "immagini" che ne restringono la funzione ad incarichi prevalentemente disciplinari e "giuridici" o solamente didattici. Soprattutto nei seminari, infatti, il carisma dell'autorità deve riapparire nella sua originale semplicità e cristiana autorevolezza.
Occorre quindi che la comunità del seminario riconosca l'autorità e accetti con fede gioiosa questo particolare "sacramento", segno e mezzo di una presenza e azione privilegiata di Dio per il bene di tutti.

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257. Specifica missione degli educatori di un seminario è quella di" rendere presente il vescovo" (cf. LG 28), all'interno della comunità.
A nome e in comunione con il vescovo e con l'intero presbiterio, essi hanno il mandato: a) di riconoscere con autenticità lo spirito e i carismi (ministero sacerdotale e celibato) di coloro che il Signore chiama; b) di insegnar loro il vangelo come la tradizione apostolica l'ha trasmesso e la Chiesa, con la guida del magistero, lo interpreta; c) di promuovere la loro personalità, secondo le esigenze della missione.

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258. Dio, che li manda, accompagna costantemente ed efficacemente la loro missione, a condizione che gli educatori non presumano miracolisticamente su interventi e aiuti straordinari e diretti di Dio. Essi devono in precedenza e costantemente ricercare e valorizzare i normali sussidi, che Dio intende dar loro con la mediazione della comunità del seminario, del presbiterio, dell'intera diocesi e del mondo.
Essi, infatti, all'interno e a servizio della comunità, sono primariamente fratelli fra i fratelli, con loro e come loro in tensione verso il regno, bisognosi di ricevere, prima di comunicare, la verità e l'aiuto, attraverso l'intensa circolazione e lo scambio di una carità reciproca.

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259. Gli educatori per primi devono mostrare, con un costume coerente, di credere che è con la comunità e nella comunità che Dio agisce e parla: per questo, in una relazione permanente di dialogo, di ricerca e di verifica fra loro, con gli alunni e con le loro famiglie, col presbiterio, col mondo contemporaneo, siano disponibili ad ogni voce che mostri di venire da Dio a vantaggio e ispirazione della loro mediazione.

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260. Sono voci, proposte, esigenze, che essi in ultima istanza, devono controllare con lo Spirito e la parola di Dio, nella Chiesa, per discernere ciòche è sua autentica volontà da quanto puòinvece nascere dalla carne e dal sangue (cf. PO 4).
Gli educatori sono richiesti di trasmettere con autorevolezza solo quello che sicuramente la Chiesa oggi crede ed esige per preparare un prete alla sua missione.
Cerchino di non confondere preferenze e criteri soggettivi, anche legittimi, con le austere esigenze della dottrina e delle direttive della Chiesa. Con saggia prudenza, potranno, così, distinguere quello che nella formazione di un credente e di un prete è importante ed essenziale, da quanto puòessere marginale e contingente.

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261. Per questo ufficio agli educatori è dato lo Spirito buono e l'aiuto di Dio, se con cuore disponibile e umile, insieme, lo ricercano. Abbiano quindi serena fiducia e cristiana fortezza, pur sapendo di restare esposti ad illusioni ed errori.
Dio infatti, quando è stato volonterosamente ricercato dai credenti, è forte abbastanza per supplire con l'azione diretta anche agli errori e alle deficienze.

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262. Data la missione e la funzione degli educatori del seminario, i giovani hanno di conseguenza il dovere: a) di ascoltare e accettare la loro parola, le loro direttive e il loro insegnamento con fede e fiducia, come conviene nei confronti di fratelli a cui Dio e la Chiesa hanno affidato un mandato autorevole; b) di controllare sulla loro parola e sul loro insegnamento la mentalità, il costume di vita e la dottrina che essi si sono formata o si vanno formando; c) in caso di divergenza o quando, in questo esame, emergono carenze rilevanti o dubbi, i giovani devono per dovere di coscienza chiarire le loro posizioni, entrando con schiettezza in dialogo con i sacerdoti del seminario, così che questi possano discernere il loro spirito e testimoniare autorevolmente della loro idoneità di fronte alla comunità cristiana e al vescovo.

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263. Per un credente che abbia compreso il mistero della Chiesa e la necessità che nessuno si assuma il ruolo di ministro della comunità, se non colui che è da Dio chiamato ed è stato riconosciuto come tale, appare l'estrema gravità di chi, di fatto, elude questa relazione con i sacerdoti ai quali il vescovo e la Chiesa hanno affidato, a comune garanzia, questa specifica missione.
3. Comunita' articolata

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264. Come ogni comunità umana, anche quella cristiana, si articola nella varietà di espressioni richieste dalla diversità delle persone e degli uffici.
Sotto questa prospettiva, all'interno di una comunità di seminario, si possono distinguere: le persone - le piccole comunità o i gruppi - gli educatori - la grande comunità.

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265. Una comunità veramente umana e cristiana esclude e supera sia l'individualismo, sia un livellamento massificante, creando con naturalezza spazio e occasioni per la libera espressione della persona.
Una comunità cristiana, animata come è dallo Spirito di libertà, deve presentare l'immagine più espressiva di ciòche ogni comunità di uomini dovrebbe diventare. La persona vi deve quindi trovare l'occasione di profittare della comunione e di subordinarsi liberamente alla reciproca edificazione, e d'altra parte, potersi esprimere in conformità alle esigenze della vocazione (cf. RaF 26). La comunità, comunque, non puòmortificare o assorbire mai la persona così da esonerarla da un uso vigilante della coscienza personale.

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266. Si eviti ogni forma di condizionamento o di livellamento, rispettando con comprensione e tolleranza, personalità, scelte, doni di grazia ed età di crescita diversi, così come piace al Padre che ama adoratori in spirito e verità (cf. Gv 4,24).
D'altra parte, ognuno osservi con attenta carità le norme di disciplina della casa, che, oltre ad essere richieste dall'esigenza di subordinare la spontaneità al dovere, sono necessarie per rispettare le esigenze di una convivenza comune (cf. OT 11; RaF 57).

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267. L'esperienza comunitaria, per essere profonda e consentire la gamma di scambi e di relazioni che un rapporto comunitario tra adulti comporta, richiede normalmente la piccola comunità o gruppo.
Il gruppo, nella più vasta comunità del seminario, è infatti l'occasione prossima e permanente di relazioni e di collaborazione più intense e profonde. E' quindi conveniente che ne sia consentita e favorita la formazione (cf. OT 7; RaF 23).

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268. Per la vita del gruppo vale quanto è stato detto per ogni comunità cristiana, specialmente in merito alle caratteristiche specifiche di cui si è parlato.

Specialmente all'interno del gruppo, devono essere ricercate e sviluppate una profonda amicizia e una cordiale reciproca accoglienza, così da favorire la crescente facilità nel comunicare l'un l'altro, con semplicità e umiltà, quanto Dio va operando, non escluse le difficoltà e le fatiche.
In questo modo il gruppo, nel rispetto discreto della libertà e dell'intimità di ognuno, aiuta i componenti a meglio riconoscere il proprio spirito, a mutua edificazione e a migliore garanzia di non illudersi su se stessi e sulle proprie attitudini nei confronti della missione.

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269. Lo studio del vangelo in gruppo, la revisione di vita, qualche giornata di preghiera e di spiritualità, il condividere insieme attività apostoliche e il lavoro scolastico, nonché le ore della distensione, sono occasioni concrete nelle quali Dio, nella pazienza, approfondisce il dono della comunione in un gruppo di fratelli, che egli stesso ha riunito e sta insieme preparando alla missione.

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270. La presenza del sacerdote nel gruppo ripete il senso e la funzione che ogni prete ha in seminario, a servizio di coloro che Dio sta preparando al ministero sacerdotale (cf. RaF 23). E' quindi naturale che il gruppo offra una relazione di fraternità al prete che ne condivide, con semplicità di amicizia, la vita e le fatiche. Riconoscano in lui il fratello più anziano nell'esperienza di Cristo e del servizio ministeriale, il quale ha dal vescovo e in accordo col rettore, l'autorevole mandato di discernere lo spirito che anima ciascuno e la vita stessa del gruppo.

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271. Il gruppo degli educatori, per la sua specifica funzione, costituisce una comunità all'interno della grande comunità del seminario.
La comunità degli educatori deve essere la prima immagine e il modello, di fronte ai giovani, di ciòche significa una comunità di adulti, uniti insieme a mutua edificazione e a servizio della missione. La diversità di personalità, di compiti e di età che li distingue deve infatti testimoniare la possibilità che anche persone adulte, diverse e libere, possono realizzare una profonda comunione e amicizia, mettendo in comune le loro diversità per un migliore servizio del seminario e della Chiesa.

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272. L'impegno di vivere e testimoniare la carità fra loro deve precedere ogni altra funzione e preoccupazione nei confronti dei giovani: tanto più che amandosi e aiutandosi fraternamente a servire con fedeltà Cristo nel ministero, con ciòstesso esercitano il momento più efficace della loro azione educativa (cf. OT 5).
Per questo è conveniente e necessario che le funzioni e mansioni educative non assorbano talmente il loro spirito e il loro tempo da non poter poi trovare occasioni e modi per vivere e approfondire fra loro una vita comunitaria.
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273. Pur nel rispetto della libertà di ognuno, preghino insieme con una qualche frequenza e regolarità anche per testimoniare, di fronte agli alunni, che non è possibile trovarsi tra fratelli, se non ci si ritrova insieme davanti al Padre. Procurino di celebrare insieme, per quanto possibile, l'eucaristia e la liturgia delle ore (cf. SC 27).

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274. Analogamente a quanto è stato detto per la collaborazione fra alunni e superiori - e a maggior ragione - essi sono corresponsabili comunitariamente nei confronti della missione loro affidata dal vescovo e dalla comunità diocesana. Questo richiede che, ogni qualvolta ricercano insieme la verità e la volontà di Dio nel loro lavoro e nelle loro scelte, ci sia una collaborazione paritaria.

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275. Nella fase di ricerca o di revisione, infatti, nessuno deve presumere di possedere da solo la verità e, quindi, l'autorità e il diritto di imporre la sua verità agli altri. Ciascuno con umiltà, rispetto e spirito di fede, deve prestar ascolto a quanto il Signore puòdire per bocca degli altri fratelli, così come la primitiva comunità mostra in modo eloquente (cf. At 15,4ss).
Le diverse sicurezze o le divergenze di inizio consentono una possibilità di convergenza e di intesa quando ciascuno è subordinato al vangelo e alla missione: solo allora, libero interiormente, puòprofittare delle "verità" nuove e diverse che possono emergere dalla ricerca comune, anche se sono contrastanti con le sue convinzioni di partenza.
Abitualmente siano discussi insieme, in uno scambio libero e fiducioso, i problemi e le decisioni, esplicitando con schiettezza le tensioni che rischiano di dividere o di creare dei malintesi. Per questo scopo siano riservati e previsti incontri periodici abbastanza frequenti e regolari, con tempi adeguatamente lunghi.

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276. Si accettino con fortezza e nella speranza le tensioni e le divergenze e, nella preghiera e in una fiducia reciproca mai ritirata, si sappia attendere con pazienza che lo Spirito riunisca nella verità coloro che lui stesso ha unito per la missione.

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277. E' compito specifico del rettore (cf. RaF 29):
a) offrire la sua amicizia e il suo servizio discreto e cordiale ai confratelli che con lui condividono la missione. In una visione comunitaria del seminario, primaria sollecitudine del rettore deve essere quella di curare la cristiana efficienza della prima comunità educante, quella cioè degli educatori;
b) approfittare con particolare attenzione della "verità" che va emergendo nella comune riflessione e ricerca, ai fini di subordinarsi per primo e poterla poi autorevolmente proporre;
c) decidere nella fase finale la linea operativa che gli sembra più illuminata e fedele - anche quando l'accordo fra tutti non è stato raggiunto - e chiedere che ad essa tutti si ispirino, almeno finché l'esperienza, la ricerca e la luce di Dio non richiederanno successivamente decisioni diverse e migliori; d) vigilare perché i beni della comunità del seminario non vengano compromessi e non sia impedito ciòdi cui essa ha bisogno e diritto per realizzare i suoi fini. In particolare, il rettore garantisca un tollerante rispetto per ogni legittima diversità, curando peròche non si insegnino dottrine e modi di intendere e vivere il ministero pastorale diversi da quelli che la Chiesa insegna.

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278. "I superiori devono essere scelti con la massima cura, dovendosi trattare di uomini animati da spirito sacerdotale e apostolico, capaci di prestare mutua e fraterna collaborazione nel comune impegno d'educazione, alacri e aperti nel percepire le necessità della comunità ecclesiale e civile, dotati di esperienza pastorale nel ministero parrocchiale o in altro ministero, ed eccellenti conoscitori dell'animo giovanile.
Essendo la missione dei superiori del seminario arte delle arti, che non permette un modo d'agire improvvisato e casuale, essi, oltre alle doti naturali e soprannaturali, devono necessariamente possedere, secondo il compito di ciascuno, la debita preparazione spirituale, pedagogica e tecnica soprattutto negli istituti specializzati eretti o da erigersi a tal fine nel proprio o in altri paesi" (RaF 30).

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279. Per quanto è possibile, gli educatori intensifichino gli incontri, il dialogo e una certa partecipazione e comunanza di vita anche con gli alunni al fine di poter meglio conoscere e valutare persone e situazioni, ma soprattutto per consentire una testimonianza diretta e continua (cf. RaF 28).

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280. La divisione tradizionale dei ruoli (rettore - direttore spirituale - professori) è sostanzialmente valida. Gli inconvenienti che ne possono risultare sono superabili, qualora ci sia la collaborazione tra i diversi settori. E' necessaria peròl'eliminazione di una rigida separazione settoriale dei ruoli. Ciòsi puòottenere quando il rettore, come si è detto, cura di elaborare il piano educativo in collaborazione con gli altri sacerdoti e con i professori e discute abitualmente con essi problemi e scelte (cf. RaF 29).

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281. La direzione spirituale deve apparire nella sua necessità e specificità ed essere da tutti regolarmente praticata come sussidio necessario.
Essa infatti accompagna e sostiene, verificandolo, il lavoro che Dio va facendo negli alunni al fine di sviluppare in loro una sicura spiritualità cristiana e pastorale; li abitua inoltre ad uno sguardo limpido e illuminato su se stessi e sulle motivazioni che determinano il loro comportamento, così da affinare quella interiore lealtà e docilità che consentono ad un credente di incontrarsi con l'iniziativa e la parola di Dio su di lui.

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282. A giudizio del vescovo si potrà lasciare ai giovani la libertà di scegliersi fra il gruppo degli educatori il confessore e direttore di spirito (cf. RaF 55, con le citazioni ivi riportate), pur conservando il compito e la figura di un direttore spirituale della comunità.
Egli, oltre al normale compito di direzione spirituale o di confessione per quanti a lui si rivolgono, dovrà coordinare le espressioni e gli impegni della pietà comunitaria, con particolare attenzione alla predicazione (omelie, ritiri ed esercizi spirituali), alle celebrazioni liturgiche e ai pii esercizi (cf. SC 13). Sarà sua cura che tutta la vita spirituale del seminario sia animata dalla liturgia e sia riferita ad essa.
E' inoltre opportuno che il direttore spirituale della comunità, in accordo col rettore, promuova periodicamente degli incontri dei sacerdoti delegati dal vescovo per la confessione e la direzione spirituale degli alunni per assicurare la necessaria convergenza nei criteri di giudizio e nelle mete fondamentali.

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283. I rilievi fatti in merito alla necessità di creare, all'interno della comunità del seminario, spazio e occasioni per una libera espressione a vantaggio delle persone e dei gruppi, possono creare qualche difficoltà e tensione nei confronti di un'effettiva consistenza e vivacità di espressione della vita della grande comunità del seminario.
Puòinfatti avvenire che le persone o i gruppi, per diverse ragioni, approfondiscano unilateralmente interessi, mentalità e scelte, frazionando di fatto o ignorando il più ampio discorso e impegno educativo dell'intera comunità.
Sono difficoltà naturali in una scelta educativa di questo tipo e che, d'altra parte, vanno ricondotte a leggi ed esigenze elementari di ogni società veramente umana e cristiana. Si eviti di "risolvere" il problema, eliminando di fatto una o l'altra di queste dimensioni della comunione e si cerchi invece di comporre le simultanee esigenze.

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284. Il rapporto "grande comunità"-"piccola comunità" richiede e la libera espressione della vita di gruppo, nei termini già precisati, e la sua attenzione a non chiudersi in se stesso.
Il gruppo deve restare aperto alla grande comunità così da offrire e ricercare un reciproco scambio e ascolto, sia a livello dei singoli componenti con tutte le altre persone della comunità, sia come rapporto fra gruppo e gruppo.
Praticamente questo significa non limitare amicizia, incontri, iniziative ai soli componenti del gruppo. Più ancora: richiede che ognuno si avvantaggi con attenzione della testimonianza e delle proposte cristiane che circolano all'interno dell'intero seminario, specialmente quelle che vengono da parte della comunità degli educatori.

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285. E' infatti rischioso, o per lo meno limitante, che i giovani identifichino l'immagine del loro modo di essere cristiani e di essere preti con l'unica testimonianza del loro prete di gruppo, per quanto questi possa essere dotato come cristiano e come apostolo. A parte il pericolo di assolutizzare indebitamente un modello umano, è normale che la formazione dei giovani si avvantaggi dal fatto di poter e dover confrontarsi con diverse figure di preti.
Questo più ricco confronto serve sia ad incoraggiare sviluppi congeniali alla personalità e alla spiritualità di ciascuno, sia, soprattutto, a sperimentare quanto serva al bene della Chiesa una più completa conoscenza di Cristo, profittando della molteplicità complementare con cui ciascuno ne riflette il mistero.

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286. Questa circolazione più vasta di rapporto, di collaborazione e di carità, che supera il gruppo e lo apre all'intera comunità, è necessaria anche perché i giovani devono imparare ad aprirsi ad un dialogo paziente e comprensivo al di là della cerchia delle persone con cui, magari laboriosamente, hanno realizzato una buona facilità d'intesa.

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287. Il prete dovrà infatti essere, un domani, l'uomo di tutti: in certo senso egli non ha diritto di scegliersi i collaboratori e gli interlocutori secondo affinità e preferenze solo umane.
Come Cristo, egli dovrà restare disponibile ad ogni uomo ed essere capace di offrire a tutti la sua relazione, anche se, come lui, potrà avere delle amicizie più profonde, a cui ricorrere e di cui profittare specialmente nei momenti della prova.

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288. D'altra parte si deve affermare che, nella misura in cui i gruppi vivono la comunione cristiana nell'autentico Spirito di Cristo, sono naturalmente sollecitati a valorizzare ogni arricchimento, che la vita di gruppo ha loro offerto, per aprirsi sempre più al bisogno e alla gioia del dono verso gli altri. E' infatti questa la normale dialettica delle persone e delle comunità quando sono animate da carità ecclesiale.

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289. Per lo stesso motivo, la grande comunità del seminario dovrà ricercare, con coraggio e con capacità cristiana di novità, soluzioni convenienti anche nei confronti degli altri gruppi di persone che vivono e operano in seminario, come, ad esempio, le suore e il personale di aiuto. Pur nel rispetto di diverse esigenze di vita e di vocazione, di orari di lavoro o delle norme di una ovvia discrezione, la comunità del seminario sia attenta a non escludere questi gruppi dalla comunione di vita e di beni, e non accetti situazioni o atteggiamenti che operano discriminazioni non opportune.

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290. La vita della grande comunità esige spazi e occasioni che consentano l'incontro e lo scambio fra l'intera comunità.
Per questo si dia molta importanza alla celebrazione comunitaria dell'eucaristia e delle ore. Senza impedire che queste celebrazioni avvengano talora all'interno dei gruppi - nel rispetto delle norme liturgiche - è opportuno che normalmente l'intera comunità si ritrovi unita specialmente nella celebrazione eucaristica, così che - nel segno e nella realtà - quanti mangiano lo stesso pane e bevono allo stesso calice, diventino una sola cosa come il Padre e il suo Cristo.
E' anche importante che, con sufficiente frequenza, tutta la comunità ascolti l'omelia, in modo che ogni gruppo e ogni persona siano interpellati da una parola comune, capace di operare comunione e un comune costume cristiano.

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291. Allo stesso scopo è utile che periodicamente il rettore, dopo le normali ricerche e riflessioni della comunità degli educatori sulla vita del seminario, presenti all'intera comunità una specie di revisione di vita che esamini alla luce del vangelo e delle esigenze della missione i fatti, i costumi e i peccati della vita della comunità, così da provocare in tutti una verifica che si avvale di una parola comune.

4. Comunita' aperta al mondo e solidale con le altre comunita

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292. Una certa separazione dei candidati al ministero sacerdotale dalla famiglia e dalla comunità parrocchiale puòdistaccarli eccessivamente da una "congrua esperienza delle cose umane" (OT 3). Come è stato rilevato, ogni seminario conosce una reale tensione in merito a questo problema, anche se oggi si inclina ad esasperarlo o a "risolverlo" indebitamente (cf. n. 41).
In conformità a quanto la Ratio fundamentalis ripetutamente raccomanda (cf. RaF intr. 2, 12 e nota 74, 42, 51, 58, 70, 71, 94 e nota 196), si dovrà commisurare con saggezza e attenzione, specialmente nei primi anni del seminario, l'opportunità delle doverose separazioni e, d'altra parte, del necessario inserimento e contatto con l'ambiente di famiglia e di parrocchia al fine di non complicare senza ragione il problema.
Ogni comunità cristiana, d'altra parte, non è mai in senso proprio autonoma ed autosufficiente, tanto meno "chiusa": di sua natura essa deve restare solidale nel dare e nel ricevere con l'intera Chiesa e col mondo.

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293. Il primo rapporto di solidarietà del seminario è con la comunità familiare. La famiglia infatti, primo seminario (cf. OT 2), deve essere responsabilizzata e resa attivamente partecipe all'educazione dei figli, trovando occasioni e modi adeguati. Si rivela infatti sempre più necessario e fecondo il dialogo continuato seminario-famiglia.

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294. I giovani siano aiutati a valorizzare adeguatamente i rapporti con i familiari e, in particolare, i periodi in cui rientrano in famiglia. Sono mesi che non devono essere considerati "vacanza", ma che di loro natura si integrano con necessità e complementarietà nel ciclo formativo per renderlo completo. Offrono infatti quella alternanza di esperienze e di situazioni di vita e di lavoro, che aiutano uno sviluppo armonioso della personalità in una normale relazione con gli uomini e con la vita.

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295. Il seminario è, inoltre, solidale con la comunità diocesana, in particolare con il vescovo e il presbiterio.
"Per mezzo della vita comunitaria del seminario i candidati vengano preparati in modo tale che, quando avranno ricevuto l'ordine sacro, si inseriscano "con fraternità sacramentale" nella più ampia comunità del presbiterio diocesano. Perciògli alunni vengano gradualmente introdotti nella realtà della diocesi per conoscere i problemi e le necessità spirituali del clero e dei fedeli e possano adempiere con maggior frutto il loro futuro ministero sacerdotale" (RaF 47; cf. anche RaF 22; OT 5; PO 8).
E' quindi doveroso ricercare concrete e adeguate forme di incontro e di collaborazione che permettano alla comunità del seminario di avvalersi dell'aiuto del presbiterio e dell'intero popolo cristiano e a questi di collaborare di fatto - come loro dovere e diritto - nella formazione dei ministri di Dio, nel rispetto delle competenze e in subordinazione al vescovo.

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296. I parroci e il clero impegnato nei diversi settori dell'attività pastorale diocesana seguano con attenta comprensione gli alunni del seminario e li associno progressivamente alle loro sollecitudini e al lavoro apostolico per abituarli ad affrontare con realismo e saggezza le situazioni e per trasmettere lo spirito buono che per generazioni ha sostenuto lo zelo dei nostri migliori pastori.
Gli alunni - compatibilmente e in accordo con gli altri loro doveri- siano impegnati nella normale pastorale delle parrocchie - specialmente quelle di origine - come pure in qualche esperienza pastorale specializzata che consenta di conoscere, da vicino e seriamente, ambienti e categorie che pongono oggi pressanti problemi alla Chiesa, come il mondo del lavoro e quello giovanile.
Si consentirà così al clero e al popolo di Dio di "riconoscere" certamente e a tempo l'idoneità dei candidati al ministero sacerdotale, e a questi di verificare la loro capacità di inserirsi e di operare nel presbiterio diocesano (cf. OT 9 e 21; PO 8; RaF 96 e 99).

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297. "Tutta la vita e l'attività del presbitero sia imbevuta dello spirito di cattolicità, cioè del senso della missione universale della Chiesa, di modo che egli riconosca di buon grado tutti i doni dello Spirito, apra ad essi lo spazio della libertà e li indirizzi al bene comune" (SM I, I, 6).
Più concretamente: "Gli alunni siano animati da spirito veramente cattolico per cui sappiano superare i confini della propria diocesi, nazione o rito, e siano disposti ad aiutare gli altri con animo generoso. Per questo siano resi coscienti delle necessità di tutta la Chiesa, come sono i problemi ecumenici, missionari e gli altri più urgenti delle diverse parti del mondo. Con speciale cura gli alunni siano preparati anche ad instaurare il dialogo con i non credenti" (RaF 96; cf. PO 10 e OT 20).

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298. "La Chiesa sa quanto essa debba continuamente maturare in forza dell'esperienza dei secoli, nel modo di realizzare i suoi rapporti con il mondo" (GS 43); "così pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano" (GS 44).
Anche la comunità del seminario, in quanto tale, deve profittare dei valori del mondo, condividere i problemi, ricercare e impegnarsi nelle iniziative che si presentano e che, d'altra parte, sono compossibili alle sue finalità.

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299. "Non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi in certa misura nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo; occorre condividere, senza porre distanza di privilegi o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano e onesto, quello dei piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi" (ESu 49).

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300. Nella misura consentita dalla loro situazione - che comporta esigenze precise di fedeltà a Cristo e di preparazione alla missione -, i giovani partecipino quindi alla realtà del proprio ambiente, per conoscerne gli aspetti di povertà e di sofferenza, di materialismo e d'incredulità.
Devono infatti giungere, come Cristo, a soffrire per il vuoto di fede e per le situazioni d'insicurezza e di ingiustizia che affliggono gran parte dell'umanità, in particolare per le nuove forme di oppressione nel mondo moderno, coscienti della dignità della persona e del valore di liberazione insito nel messaggio cristiano (cf. RaF 69; cf. anche SM I, 7 e GM III).
Pur segregati per il vangelo di Dio (cf. Rm 1,1), i sacerdoti del nuovo testamento non debbono infatti rimanere separati dal popolo di Dio e dagli uomini (cf. PO 3).

4579
301. Il seminario deve insegnare con chiarezza il tipo e lo spirito della presenza e delle relazioni del prete rispetto al mondo, cercando opportune possibilità. Questo sia fatto senza esitazioni, ma evitando rischi non richiesti o contaminazioni ambigue.
Sotto questo rispetto un seminario teologico deve divenire una comunità cristiana aperta al mondo, ma capace di giudicarne parole, avvenimenti, sollecitazioni alla luce della fede, senza cedere alle opposte tentazioni di difendersi, isolandosi artificiosamente, oppure di recepire acriticamente e passivamente costumi e suggestioni (cf. SM descr. della situazione).
4580 V 302. Le attività pastorali e questo incontro e, talora, questo scontro vivace e continuo con fatti, persone ed idee del mondo d'oggi non devono peròoccupare talmente l'attenzione e il tempo degli alunni da far mancare ai singoli e alla comunità quei tempi lunghi di silenzio e di raccoglimento che sono richiesti per un lavoro operoso nello studio e nella preghiera e per un ripensamento critico e fecondo.

4581
303. La normale relazione col mondo, con l'inevitabile usura che comporta, ma soprattutto a seguito delle questioni che di continuo pone, richiede inoltre dei tempi prolungati e un pòeccezionali in cui, nella solitudine e nella preghiera, sia possibile un incontro con Dio e una revisione di vita più approfondita. Gli esercizi spirituali e i ritiri spirituali, nella prassi ecclesiale, rispondono a questa esigenza e fanno parte dei ritmi normali di una sana spiritualità sacerdotale.

III. Il regolamento diocesano

4582

304. In conformità a quanto è ricordato dalla Ratio fundamentalis (n. 2) e in conseguenza alla natura stessa di ogni Chiesa particolare, è diritto e dovere di ogni diocesi elaborare un regolamento che, in relazione alle tradizioni e alle esigenze locali, adatti opportunamente gli orientamenti e le norme di questo documento, scendendo a quelle applicazioni più concrete e particolari che si ritengono opportune.
Volutamente e doverosamente, infatti, questi "Orientamenti e norme" hanno evitato di vincolare con prescrizioni troppo definite e univoche la diversità di tradizioni e di situazioni delle venerande Chiese particolari che sono in Italia, lasciando talora aperte possibilità diverse di attuazioni, pur nell'affermata identità dei fini e dei mezzi principali per un'adeguata formazione al ministero sacerdotale.

4583
305. Il regolamento diocesano dovrà comprendere opportune determinazioni su ciascuna delle fondamentali di- mensioni della vita seminaristica. A titolo solo esemplificativo viene indicata una traccia schematica:
1. Ordinamento per la formazione spirituale:
- esercizi annuali - ritiri spirituali durante l'anno liturgico - liturgia, preghiera comunitaria e personale, settimanale e giornaliera 2. Ordinamento per la formazione intellettuale:
- piano degli studi - calendario scolastico - orario giornaliero della scuola e dello studio 3. Ordinamento per la formazione pastorale:
- ordinamento per la partecipazione alla vita pastorale - calendario per la partecipazione alla vita di famiglia e in parrocchia.

4584
306. Spetta al vescovo, in collaborazione e unione col suo presbiterio e con l'intera Chiesa particolare in cui Dio l'ha posto pastore e maestro, elaborare il regolamento diocesano del seminario e aggiornarlo periodicamente, in armonia con lo spirito e le direttive di questo testo che la CEI autorevolmente propone all'intera Chiesa italiana. Per i seminari regionali la competenza è della rispettiva conferenza episcopale regionale.

II Parte: LA PASTORALE DELLE VOCAZIONI


Introduzione

4585
Dalla prospettiva teologica della vocazione (cap. I) vengono desunte le linee fondamentali per una pastorale di tutte le vocazioni nel popolo di Dio (cap. II). Un momento particolarmente importante di questo servizio è la pastorale delle vocazioni al ministero sacerdotale (cap. III), la quale accompagna lo sviluppo della persona nelle diverse età (cap. IV) e si avvale di alcune componenti educative fondamentali, che sono la famiglia, la parrocchia ed una comunità vocazionale (cap. V). Questa comunità vocazionale puòconfigurarsi in forme diverse, ma nell'attuale situazione italiana, è particolarmente valorizzato lo strumento del seminario minore (cap. VI), che viene presentato come tipo dell'azione pedagogica per la vocazione.

Capitolo primo: LA VOCAZIONE

4594
313. Il problema, grave ed urgente, della presa di coscienza, della maturazione e della perseveranza di ogni vocazione nel popolo di Dio è legato anzitutto all'iniziativa divina: è il Signore che sceglie, chiama e manda gli operai a costruire il suo regno. Ma è anche legato, come tutta l'economia della salvezza, alla libera, appropriata e generosa collaborazione degli uomini.
Questa mediazione umana nel mistero della vocazione divina si realizza nella pastorale delle vocazioni. Essa consiste nell'azione della comunità cristiana, gerarchicamente organizzata, mirante a far sì che ogni cristiano, fin dai primi anni della fanciullezza, sviluppando la fondamentale vocazione alla santità e all'apostolato, che scaturisce dal battesimo, scopra la propria vocazione personale e trovi le condizioni necessarie per la maturazione e la perseveranza (cf. RaF 6).

4595
314. Appare quindi evidente che il problema delle vocazioni deve essere affrontato dalla Chiesa locale come momento dell'unica azione pastorale, in modo da impegnare tutti i membri della comunità cristiana per tutte le vocazioni nel popolo di Dio, così che la Chiesa venga edificata in una visione organica e vitale secondo la pienezza di Cristo e la pluralità dei carismi dello Spirito (cf. Ef 4,16; 1 Cor 12,4-11), per rispondere alla sua missione nel mondo (cf. RaF 6).
Questa responsabilità di tutta la comunità cristiana si esprime con funzioni distinte, ma in un'azione unitaria e concorde. Esiste infatti una stretta complementarietà e connessione tra le vocazioni nel popolo di Dio, per cui ognuna esige una cura adeguata e, nello stesso tempo, diviene occasione per lo sviluppo delle altre.

4596
315. La comunità cristiana peròricorda sempre che la propria azione per le vocazioni si esprime prevalentemente in un modo di essere, prima che in attività particolari. Infatti le vocazioni, e in particolare le vocazioni sacre (cf. OT 2), sono l'espressione della fede e della carità del popolo di Dio.

4597
316. La prima responsabilità, in un'opera tanto impegnativa, spetta ai genitori, i quali con il loro matrimonio "significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa" (LG 11). Essi formano i figli "alla vita cristiana e apostolica con le parole e con l'esempio, li aiutano con prudenza nella scelta della loro vocazione e favoriscono, con ogni diligenza, la sacra vocazione eventualmente in essi scoperta" (AA 11).

4598
317. Tutti gli educatori (sacerdoti, religiosi, maestri, responsabili di associazioni giovanili, ecc.) sono impegnati a dare ai giovani un'autentica educazione cristiana, in modo che essi "consapevoli della loro vocazione, debbono addestrarsi sia a testimoniare quella speranza che è in loro (1 Pt 3,15), sia a promuovere l'elevazione in senso cristiano del mondo" (GE 2) ed anche "avendo presenti i bisogni della Chiesa, siano pronti a rispondere con generosità alla chiamata del Signore, dicendogli con il profeta: Eccomi, manda me (Is 6,8)" (PO 11).
In particolare "spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e operativa, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati. Di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle e le associazioni più fiorenti, se non sono volte ad educare l'uomo alla maturità cristiana. E per promuovere tale maturità, i presbiteri potranno contribuire efficacemente a far sì che ciascuno sappia scorgere negli avvenimenti stessi - siano essi di grande o di minore portata - quali siano le esigenze naturali e la volontà di Dio" (PO 6).
Anche gli organismi diocesani di programmazione e di promozione pastorale devono tener presente nel loro servizio, il problema della vocazione perché esso è sotteso a tutta l'esperienza cristiana, la sintetizza e la orienta.


4599
318. La pastorale delle vocazioni trova la sua sintesi e il suo orientamento nella guida del vescovo "economo della grazia del supremo sacerdozio" (LG 26) e maestro che insegna al popolo "la fede da credere e da applicare alla pratica della vita" (LG 25) e conduce il proprio gregge "nella verità e nella santità" (LG 27).

4600
319. E' necessario anche che la comunità cristiana conservi, nella sua attenzione alle vocazioni, un respiro universale che è sempre dovere preciso della Chiesa e che procurerà certo una più larga abbondanza nel dono dello spirito, da cui scaturisce l'impegno per una vita cristiana più generosa e per un servizio di Dio più totale (cf. RaF 10).
Sarà opportuno quindi arricchire con l'ansia dell'evangelizzazione quella spinta ad impegnarsi per la promozione umana del mondo che i giovani avvertono, attraverso tutte le forme di servizio laicale o religioso che fioriscono nella Chiesa (cf. OT 2).

4601
320. La messa in atto dell'azione pastorale per le vocazioni si esprime in un "piano nazionale", che deve delinearsi nella riflessione della Chiesa in Italia, attenta ai segni dei tempi e alle mozioni dello Spirito.
I mezzi fondamentali di questo piano, che avrà una successiva elaborazione, possono essere così indicati:
La comunità cristiana, consapevole che la vocazione è dono dello Spirito, chiede insistentemente a Dio che ogni proprio membro, nella sua particolare condizione, raggiunga il grado di fedeltà che il Padre si attende e, "considerate le grandi necessità spirituali dei fedeli ed accogliendo la voce del divin Salvatore che invita tutti: Pregate il padrone delle messe che mandi operai nella sua messe (Mt 9,38; Lc 10,2)" (RaF 8), si impegna soprattutto a domandare il sorgere delle vocazioni sacerdotali e religiose.
Questa preghiera, unita al dono prezioso del sacrificio, è affidata alla comunità cristiana e dovrà trovare eco costante nella "prex fidelium" della messa e della liturgia delle ore, mentre rivestirà particolare solennità e insistenza nelle giornate speciali in cui la Chiesa universale si raccoglie in preghiera e riflessione sul problema delle vocazioni.

4602
321. La testimonianza delle vocazioni vissute rimane il segno principale e normale di cui lo Spirito si serve per far giungere i propri appelli.
La visione di nuclei familiari viventi con fedeltà la propria vocazione "renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa" (GS 48).
I preti "con il ministero della parola e con la propria testimonianza di una vita in cui si rifletta chiaramente lo spirito di servizio e la vera gioia pasquale" (PO 11), dispongono i giovani ad offrirsi generosamente alla sequela di Cristo per il bene dei fratelli. Ed anche i religiosi ricordano che l'esempio della loro vita" costituisce il migliore invito ad abbracciare lo stato religioso" (PC 24).
Tutta la comunità dei credenti, infine, è invitata ad offrire la testimonianza della santità della Chiesa che "costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli" e che "si esprime in varie forme presso i singoli, i quali nel loro grado di vita tendono alla perfezione della carità ed edificano gli altri" (LG 39).

4603
322. L'orientamento vocazionale è proposto anzitutto con la catechesi (cf. RdC 45), la quale mira a formare una mentalità di fede robusta e cosciente e a trasmettere una visione vocazionale della vita cristiana. Infatti il credente potrà avvertire la chiamata di Dio solo all'interno della decisione fondamentale, compiuta sul piano della fede, di cercare la volontà del Padre e di farsi discepolo di Cristo. Egli perciòdovrà rendersi conto che tutta la sua esperienza cristiana( fede, morale, sacramenti) è vissuta e costituita in un rapporto dialogico, e quindi vocazionale, con Dio.
Sarà necessaria una catechesi generale che approfondisca la scelta della fede e la coscienza della vocazione battesimale, che investe tutta la vita del cristiano, per rendere poi possibile una catechesi delle vocazioni particolari.

4604
323. L'azione pastorale per le vocazioni si ispira alla natura della vocazione. E' anzitutto consapevole del fatto che è Dio a chiamare e quindi che l'azione umana ha una funzione soltanto mediatrice: questo significa che ogni attività di pastorale vocazionale è compiuta nell'ascolto più totale e rispettoso delle mozioni dello Spirito e in un clima di ricerca sincera della volontà del Padre, che libera dai condizionamenti umani e realizza l'uomo nella sua pienezza.
L'azione pastorale tiene anche conto del fatto che il dialogo vocazionale tra Dio e l'uomo prende l'avvio da segni ed eventi incarnati nella storia, che hanno la funzione di significare la proposta divina attraverso la mediazione della creatura, specialmente dalle attese e dai bisogni della Chiesa e del mondo.
La vocazione poi è radicata nell'essere dell'uomo, quindi cresce con lui e nella sua storia, per cui non è sufficiente la proposta iniziale, se poi questo germe non viene sostenuto da condizioni ambientali adatte.

4605
324. Per questo l'azione pastorale per le vocazioni si articola in due momenti, connessi e orientati l'uno all'altro: la proposta e l'accompagnamento.
La proposta, anzitutto, esige un'azione sensibilizzatrice di base, con la quale sia possibile condurre i giovani alla coscienza di ciòche significa appartenere e partecipare alla vita e missione della Chiesa, attraverso un'esperienza esistenziale della Chiesa stessa, nella comunione e nella missionarietà.

4606
Successivamente sarà necessario studiare e mettere in atto gli strumenti (es. mezzi di comunicazione sociale, incontri e tavole rotonde, lezioni, corsi, ecc.) per mezzo dei quali la proposta delle varie vocazioni e, soprattutto della vocazione sacra, viene offerta a tutti coloro che possono divenire i protagonisti, con l'opportuna distinzione per età e per categorie, ma senza escludere alcun settore (es. universitari, operai, ecc.) perché tutti sono capaci di esprimere un impegno vocazionale profondo.
Una volta che la proposta ha suscitato attenzione, bisogna aiutare la persona a sviluppare questo germe del dono di Dio. Sarà anzitutto necessaria un'azione liberatrice che evidenzi la voce di Dio fra le altre suggestioni e illusioni possibili, unita ad un'azione purificatrice dall'egoismo e dal peccato per rendere la persona disponibile al piano divino.
Quindi bisognerà sviluppare le attitudini di base indispensabili per ogni scelta impegnata e le disposizioni particolari richieste dalla chiamata specifica.

4607
325. Nell'ambito della pastorale vocazionale, la comunità cristiana è invitata a prestare particolare attenzione alle vocazioni sacre, sia perché sono essenziali alla sua sopravvivenza, sia perché incontrano innumerevoli difficoltà nella crisi di fede dovuta anche al processo di secolarizzazione in atto (cf. RaF 9-10).
L'organizzazione di questa cura pastorale, come del resto di quella che riguarda ogni vocazione, deve rispecchiare la sua fisionomia essenziale di essere azione della Chiesa locale con tutte le sue componenti. Quindi "è vivamente auspicabile che si dia vita in ogni diocesi a centri unici, che siano come l'espressione della cooperazione e dell'unità di ambedue i cleri: il diocesano e il religioso, a favore di tutte le vocazioni" (RaF 10; cf. OT 2; PO 10-11). A questi centri partecipano e collaborano anche le religiose e i laici, non solo come esperti di particolari discipline - quali la sociologia, la psicologia, ecc. - ma anche come espressione autentica del popolo di Dio.

4608
I centri diocesani, che rimangono l'espressione piena della preoccupazione ecclesiale per le vocazioni, ricevono un valido aiuto di studio, di stimolo e di coordinamento dal centro nazionale per le vocazioni.
Questo centro, collegato ad eventuali strutture intermedie, quali possono essere i centri regionali, offre una testimonianza di comunione ecclesiale nel settore delle vocazioni ed ispira la sua azione al "piano nazionale" che sarà opportunamente elaborato.

Capitolo Secondo: LA PASTORALE DELLE VOCAZIONI


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313. Il problema, grave ed urgente, della presa di coscienza, della maturazione e della perseveranza di ogni vocazione nel popolo di Dio è legato anzitutto all'iniziativa divina: è il Signore che sceglie, chiama e manda gli operai a costruire il suo regno. Ma è anche legato, come tutta l'economia della salvezza, alla libera, appropriata e generosa collaborazione degli uomini.
Questa mediazione umana nel mistero della vocazione divina si realizza nella pastorale delle vocazioni. Essa consiste nell'azione della comunità cristiana, gerarchicamente organizzata, mirante a far sì che ogni cristiano, fin dai primi anni della fanciullezza, sviluppando la fondamentale vocazione alla santità e all'apostolato, che scaturisce dal battesimo, scopra la propria vocazione personale e trovi le condizioni necessarie per la maturazione e la perseveranza (cf. RaF 6).

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314. Appare quindi evidente che il problema delle vocazioni deve essere affrontato dalla Chiesa locale come momento dell'unica azione pastorale, in modo da impegnare tutti i membri della comunità cristiana per tutte le vocazioni nel popolo di Dio, così che la Chiesa venga edificata in una visione organica e vitale secondo la pienezza di Cristo e la pluralità dei carismi dello Spirito (cf. Ef 4,16; 1 Cor 12,4-11), per rispondere alla sua missione nel mondo (cf. RaF 6).
Questa responsabilità di tutta la comunità cristiana si esprime con funzioni distinte, ma in un'azione unitaria e concorde. Esiste infatti una stretta complementarietà e connessione tra le vocazioni nel popolo di Dio, per cui ognuna esige una cura adeguata e, nello stesso tempo, diviene occasione per lo sviluppo delle altre.

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315. La comunità cristiana peròricorda sempre che la propria azione per le vocazioni si esprime prevalentemente in un modo di essere, prima che in attività particolari.
Infatti le vocazioni, e in particolare le vocazioni sacre (cf. OT 2), sono l'espressione della fede e della carità del popolo di Dio.

4597
316. La prima responsabilità, in un'opera tanto impegnativa, spetta ai genitori, i quali con il loro matrimonio "significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa" (LG 11). Essi formano i figli "alla vita cristiana e apostolica con le parole e con l'esempio, li aiutano con prudenza nella scelta della loro vocazione e favoriscono, con ogni diligenza, la sacra vocazione eventualmente in essi scoperta" (AA 11).

4598
317. Tutti gli educatori (sacerdoti, religiosi, maestri, responsabili di associazioni giovanili, ecc.) sono impegnati a dare ai giovani un'autentica educazione cristiana, in modo che essi "consapevoli della loro vocazione, debbono addestrarsi sia a testimoniare quella speranza che è in loro (1 Pt 3,15), sia a promuovere l'elevazione in senso cristiano del mondo" (GE 2) ed anche "avendo presenti i bisogni della Chiesa, siano pronti a rispondere con generosità alla chiamata del Signore, dicendogli con il profeta: Eccomi, manda me (Is 6,8)" (PO 11).
In particolare "spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e operativa, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati. Di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle e le associazioni più fiorenti, se non sono volte ad educare l'uomo alla maturità cristiana. E per promuovere tale maturità, i presbiteri potranno contribuire efficacemente a far sì che ciascuno sappia scorgere negli avvenimenti stessi - siano essi di grande o di minore portata - quali siano le esigenze naturali e la volontà di Dio" (PO 6).
Anche gli organismi diocesani di programmazione e di promozione pastorale devono tener presente nel loro servizio, il problema della vocazione perché esso è sotteso a tutta l'esperienza cristiana, la sintetizza e la orienta.

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318. La pastorale delle vocazioni trova la sua sintesi e il suo orientamento nella guida del vescovo "economo della grazia del supremo sacerdozio" (LG 26) e maestro che insegna al popolo "la fede da credere e da applicare alla pratica della vita" (LG 25) e conduce il proprio gregge "nella verità e nella santità" (LG 27).

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319. E' necessario anche che la comunità cristiana conservi, nella sua attenzione alle vocazioni, un respiro universale che è sempre dovere preciso della Chiesa e che procurerà certo una più larga abbondanza nel dono dello spirito, da cui scaturisce l'impegno per una vita cristiana più generosa e per un servizio di Dio più totale (cf. RaF 10).
Sarà opportuno quindi arricchire con l'ansia dell'evangelizzazione quella spinta ad impegnarsi per la promozione umana del mondo che i giovani avvertono, attraverso tutte le forme di servizio laicale o religioso che fioriscono nella Chiesa (cf. OT 2).

4601
320. La messa in atto dell'azione pastorale per le vocazioni si esprime in un "piano nazionale", che deve delinearsi nella riflessione della Chiesa in Italia, attenta ai segni dei tempi e alle mozioni dello Spirito.
I mezzi fondamentali di questo piano, che avrà una successiva elaborazione, possono essere così indicati:
La comunità cristiana, consapevole che la vocazione è dono dello Spirito, chiede insistentemente a Dio che ogni proprio membro, nella sua particolare condizione, raggiunga il grado di fedeltà che il Padre si attende e, "considerate le grandi necessità spirituali dei fedeli ed accogliendo la voce del divin Salvatore che invita tutti: Pregate il padrone delle messe che mandi operai nella sua messe (Mt 9,38; Lc 10,2)" (RaF 8), si impegna soprattutto a domandare il sorgere delle vocazioni sacerdotali e religiose.
Questa preghiera, unita al dono prezioso del sacrificio, è affidata alla comunità cristiana e dovrà trovare eco costante nella "prex fidelium" della messa e della liturgia delle ore, mentre rivestirà particolare solennità e insistenza nelle giornate speciali in cui la Chiesa universale si raccoglie in preghiera e riflessione sul problema delle vocazioni.

4602
321. La testimonianza delle vocazioni vissute rimane il segno principale e normale di cui lo Spirito si serve per far giungere i propri appelli.
La visione di nuclei familiari viventi con fedeltà la propria vocazione "renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa" (GS 48).
I preti "con il ministero della parola e con la propria testimonianza di una vita in cui si rifletta chiaramente lo spirito di servizio e la vera gioia pasquale" (PO 11), dispongono i giovani ad offrirsi generosamente alla sequela di Cristo per il bene dei fratelli. Ed anche i religiosi ricordano che l'esempio della loro vita" costituisce il migliore invito ad abbracciare lo stato religioso" (PC 24).
Tutta la comunità dei credenti, infine, è invitata ad offrire la testimonianza della santità della Chiesa che "costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli" e che "si esprime in varie forme presso i singoli, i quali nel loro grado di vita tendono alla perfezione della carità ed edificano gli altri" (LG 39).

4603
322. L'orientamento vocazionale è proposto anzitutto con la catechesi (cf. RdC 45), la quale mira a formare una mentalità di fede robusta e cosciente e a trasmettere una visione vocazionale della vita cristiana. Infatti il credente potrà avvertire la chiamata di Dio solo all'interno della decisione fondamentale, compiuta sul piano della fede, di cercare la volontà del Padre e di farsi discepolo di Cristo. Egli perciòdovrà rendersi conto che tutta la sua esperienza cristiana( fede, morale, sacramenti) è vissuta e costituita in un rapporto dialogico, e quindi vocazionale, con Dio.
Sarà necessaria una catechesi generale che approfondisca la scelta della fede e la coscienza della vocazione battesimale, che investe tutta la vita del cristiano, per rendere poi possibile una catechesi delle vocazioni particolari.

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323. L'azione pastorale per le vocazioni si ispira alla natura della vocazione. E' anzitutto consapevole del fatto che è Dio a chiamare e quindi che l'azione umana ha una funzione soltanto mediatrice: questo significa che ogni attività di pastorale vocazionale è compiuta nell'ascolto più totale e rispettoso delle mozioni dello Spirito e in un clima di ricerca sincera della volontà del Padre, che libera dai condizionamenti umani e realizza l'uomo nella sua pienezza.
L'azione pastorale tiene anche conto del fatto che il dialogo vocazionale tra Dio e l'uomo prende l'avvio da segni ed eventi incarnati nella storia, che hanno la funzione di significare la proposta divina attraverso la mediazione della creatura, specialmente dalle attese e dai bisogni della Chiesa e del mondo.
La vocazione poi è radicata nell'essere dell'uomo, quindi cresce con lui e nella sua storia, per cui non è sufficiente la proposta iniziale, se poi questo germe non viene sostenuto da condizioni ambientali adatte.

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324. Per questo l'azione pastorale per le vocazioni si articola in due momenti, connessi e orientati l'uno all'altro: la proposta e l'accompagnamento.
La proposta, anzitutto, esige un'azione sensibilizzatrice di base, con la quale sia possibile condurre i giovani alla coscienza di ciòche significa appartenere e partecipare alla vita e missione della Chiesa, attraverso un'esperienza esistenziale della Chiesa stessa, nella comunione e nella missionarietà.

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Successivamente sarà necessario studiare e mettere in atto gli strumenti (es. mezzi di comunicazione sociale, incontri e tavole rotonde, lezioni, corsi, ecc.) per mezzo dei quali la proposta delle varie vocazioni e, soprattutto della vocazione sacra, viene offerta a tutti coloro che possono divenire i protagonisti, con l'opportuna distinzione per età e per categorie, ma senza escludere alcun settore (es. universitari, operai, ecc.) perché tutti sono capaci di esprimere un impegno vocazionale profondo.
Una volta che la proposta ha suscitato attenzione, bisogna aiutare la persona a sviluppare questo germe del dono di Dio. Sarà anzitutto necessaria un'azione liberatrice che evidenzi la voce di Dio fra le altre suggestioni e illusioni possibili, unita ad un'azione purificatrice dall'egoismo e dal peccato per rendere la persona disponibile al piano divino.
Quindi bisognerà sviluppare le attitudini di base indispensabili per ogni scelta impegnata e le disposizioni particolari richieste dalla chiamata specifica.

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325. Nell'ambito della pastorale vocazionale, la comunità cristiana è invitata a prestare particolare attenzione alle vocazioni sacre, sia perché sono essenziali alla sua sopravvivenza, sia perché incontrano innumerevoli difficoltà nella crisi di fede dovuta anche al processo di secolarizzazione in atto (cf. RaF 9-10).
L'organizzazione di questa cura pastorale, come del resto di quella che riguarda ogni vocazione, deve rispecchiare la sua fisionomia essenziale di essere azione della Chiesa locale con tutte le sue componenti. Quindi "è vivamente auspicabile che si dia vita in ogni diocesi a centri unici, che siano come l'espressione della cooperazione e dell'unità di ambedue i cleri: il diocesano e il religioso, a favore di tutte le vocazioni" (RaF 10; cf. OT 2; PO 10-11). A questi centri partecipano e collaborano anche le religiose e i laici, non solo come esperti di particolari discipline - quali la sociologia, la psicologia, ecc. - ma anche come espressione autentica del popolo di Dio.

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I centri diocesani, che rimangono l'espressione piena della preoccupazione ecclesiale per le vocazioni, ricevono un valido aiuto di studio, di stimolo e di coordinamento dal centro nazionale per le vocazioni.
Questo centro, collegato ad eventuali strutture intermedie, quali possono essere i centri regionali, offre una testimonianza di comunione ecclesiale nel settore delle vocazioni ed ispira la sua azione al "piano nazionale" che sarà opportunamente elaborato.

Capitolo terzo: LA PASTORALE DELLE VOCAZIONI AL MINISTERO SACERDOTALE

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326. "Fra le molteplici vocazioni incessantemente suscitate dallo Spirito santo nel popolo di Dio, riveste particolare importanza la vocazione allo stato di perfezione e soprattutto al sacerdozio, mediante il quale il cristiano viene scelto da Dio a far parte del sacerdozio gerarchico di Cristo, per pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio" (RaF 7).

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327. La pastorale delle vocazioni sacerdotali (cf. RaF 5) è un momento particolarmente importante e significativo della pastorale vocazionale complessiva (cf. RaF 9) e puòessere definita: l'azione della comunità cristiana, nella sua completa struttura (cf. OT 2; PO 11), rivolta ai giovani che si dichiarano disponibili al Padre, "affinché, rispondendo fedelmente alle attenzioni della divina provvidenza, vivano e adempiano sempre più pienamente, giorno per giorno, la loro consacrazione battesimale, progrediscano nello spirito di apostolato, diventando in tal modo pronti a ricevere il sublime dono della sacra vocazione nella sua vera natura e ad accettarla liberamente e con letizia qualora sopravvenga l'approvazione della legittima autorità" (RaF 11).
"Questa fattiva partecipazione di tutto il popolo di Dio all'opera delle vocazioni corrisponde all'azione della provvidenza divina. Questa elargisce le qualità necessarie ed aiuta con la sua grazia coloro che sono stati scelti da Dio a far parte del sacerdozio gerarchico di Cristo; e nello stesso tempo affida ai legittimi ministri della Chiesa il compito di chiamare i candidati che aspirano a così grande ufficio con retta intenzione e piena libertà, dopo averne riconosciuta e provata l'idoneità, e di consacrarli col sigillo dello Spirito santo al culto di Dio e al servizio della Chiesa" (OT 2).

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328. Scopo della pastorale delle vocazioni sacerdotali è quindi aiutare i giovani a formulare la scelta decisiva di rispondere positivamente al piano che il Padre manifesta nella loro vita e che si realizza nel sacerdozio ministeriale, nel pieno rispetto della loro libertà, sia esterna che interna (cf. PO 11). Ma per giungere a tale decisione essi devono acquisire le disposizioni personali che renderanno possibile la loro scelta e consentiranno di inserirsi in modo idoneo nella comunità del seminario maggiore, per ricevere la specifica formazione pastorale.
In concreto esse coincidono con il pieno sviluppo di particolari attitudini e disposizioni personali, sul piano umano, cristiano e vocazionale.

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329. Sul piano umano la persona deve aver percorso in modo ordinato tutte le tappe dell'itinerario della crescita, fino ad aver raggiunto un grado adeguato di maturità che si esprime soprattutto nell'acquisizione del senso di responsabilità, in un'apertura sociale equilibrata e oblativa, nel possesso della vera libertà, consistente nel superamento dei condizionamenti interni ed esterni (cf. GS 17).
Questi tratti particolari danno l'immagine di una struttura personale autentica che, al di là di comportamenti automatizzati, è capace di essere e di rimanere se stessa in rapporto con la realtà (cf. OT 2; RaF 9).
Ora l'impegno di diventare uomini nel modo più integrale è uno dei primordiali atti di obbedienza alla volontà divina sull'uomo, che consenta, poi, a Dio di valorizzare ciascuno in vista della sua missione nel modo più intenso ed efficace.
Questo secondo aspetto è particolarmente vero trattandosi della chiamata al sacerdozio, ben sapendo quale carico di credibilità l'uomo d'oggi attribuisca all'umanità del prete.

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330. Sul piano cristiano i chiamati devono realizzare un cristianesimo adulto, soprattutto una mentalità di fede capace di ispirare la visione del mondo e le scelte operative che ne conseguono. In questa fede, che è assenso al Padre, nasce la volontà di scegliere Cristo e di "vivere intimamente uniti a lui, come amici, in tutta la propria vita" (OT 8), ricordando che la sequela di Cristo è vissuta all'interno della Chiesa e si traduce nell'esercizio della carità verso i fratelli.

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331. In questo processo di maturazione umana e cristiana, nella quale si inserisce misteriosamente l'azione vocante dello Spirito, si realizza nei giovani l'apertura alla prospettiva del sacerdozio, la quale consiste in un'adeguata comprensione del sacerdozio ministeriale e nella presenza di motivazioni autentiche e comprovate, che portano ad una scelta capace di quella stabilità che l'età consente.

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332. Questi livelli di formazione umana e cristiana e di apertura al sacerdozio rappresentano il momento terminale del processo formativo, per cui vengono indicati come mete dell'azione pastorale per le vocazioni al sacerdozio.
Infatti questo insieme di grazia di Dio, di eventi e di mediazioni umane si traduce concretamente in un processo vitale di natura particolare: è rivolto a tutta la persona e riveste il carattere di una "iniziazione", cioè di una trasmissione simultanea di valori e di comportamenti operata attraverso l'esperienza diretta di questi valori e comportamenti.
E' un processo graduale, nel quale Dio rispetta i ritmi di crescita della persona e ne sollecita progressivamente e pazientemente la libera adesione.

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Ed è finalmente un processo unitario (cf. RaF 14), nel quale tutte le condizioni richieste sul piano umano, cristiano e vocazionale si esplicano simultaneamente. Infatti "affinché tutto l'equilibrio spirituale poggi anche sulle solide basi delle virtù naturali... è da tener presente che non è possibile educare perfettamente l'animo della gioventù alle stesse virtù naturali... facendo ricorso ai soli principi della retta ragione ed ai metodi delle umane discipline, quali sono la psicologia sperimentale e la pedagogia. E' infatti dottrina cattolica che senza la grazia sanante del Salvatore nostro non si è in grado di compiere tutti i comandamenti della stessa legge naturale e quindi di acquistare perfette e solide virtù. Da questo inconcusso principio scaturisce una conseguenza di grande valore pratico, cioè la formazione dell'uomo deve andare di pari passo con quella del cristiano e del futuro sacerdote" (Summi Dei verbum: AAS 1963,§991).

Capitolo quarto: LO SVILUPPO DELLA PERSONA E DELLA VOCAZIONE

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333. Ad ogni momento della vita Dio fa giungere all'uomo i suoi appelli, i quali danno origine ad una storia intessuta d'interventi divini e umani, e provocano nel chiamato l'atteggiamento fondamentale della disponibilità.
Essere disponibili, perٍ, non significa sospendere ogni attività formativa in attesa di riconoscere l'esito della ricerca della volontà di Dio, ma significa impegnarsi ad acquistare e sviluppare le attitudini di base, pur conservando una totale libertà interiore che affranca dal rischio di fare scelte predeterminate e quindi anguste. Colui che si fa disponibile a Dio ne ricerca la volontà, ma nello stesso tempo si preoccupa di realizzare le condizioni nelle quali la sua risposta sarà la migliore.
L'itinerario quindi, attraverso il quale il giovane chiamato giunge a dare il proprio assenso alla proposta sacerdotale di Dio, è nello stesso tempo una ricerca e una formazione compiuta nel rispetto della libertà.

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334. In questo itinerario emergono i germi della vocazione sacerdotale (cf. OT 3), i quali normalmente sono riconosciuti nell'azione di Dio concretizzata nella struttura e nella storia della persona chiamata (cf. PO 6 e 11; OT 2).
L'uomo non deve guardare alla propria vocazione come ad un avvenire quasi prefabbricato da Dio e proposto semplicemente perché ne prenda atto: la vocazione è una realtà vitale che si precisa progressivamente nell'intimità di un dialogo tra il Signore che non cessa di chiamare, e il credente che non cessa di rispondere, nella misura in cui egli personalizza il proprio incontro con Dio e matura la coscienza delle necessità dei fratelli.
La percezione degli appelli successivi più precisi e più distinti è legata soprattutto alla fedeltà con cui si risponde agli appelli del presente, per cui è necessario che ad ogni momento di vita la generosità dei chiamati venga sorretta e illuminata, pur nelle forme richieste dalle varie età.

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In questa prospettiva va ricordato che pure la vocazione sacerdotale "si manifesta in vari modi nelle diverse età della vita umana: negli adolescenti, nell'età matura, e anche, come è attestato dalla costante esperienza della Chiesa, nei fanciulli" (RaF 7).
E' quindi compito della comunità cristiana, secondo forme e gradi diversi di partecipazione (famiglie, parrocchie, preti...), riconoscere i germi della vocazione sacerdotale, così come si presentano nelle varie età, e dare ad essi il giusto valore.
Sarà allora possibile offrire, a tutti i momenti di sviluppo della persona, le condizioni che consentono la verifica e la maturazione del progetto vocazionale. Questo servizio pedagogico non intende incanalare le scelte verso una meta predeterminata, ma nasce dalla valutazione del giusto significato del progetto di vita in ogni età e dall'intenzione di sostenere la progressiva scoperta e la graduale fedeltà alla vocazione propria di ognuno.

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335. Già durante l'infanzia la famiglia ha un compito preminente nel concorrere a formare nella personalità infantile alcune condizioni di base che saranno necessarie allo stabilirsi di qualsiasi vocazione.
In un clima familiare carico di affetto equilibrato, il bambino acquisisce la fiducia, la capacità di autonomia e di iniziativa che gli saranno essenziali, e soprattutto attraverso un'esperienza felice e rassicurante di rapporti familiari diventa normalmente capace di rapporti filiali con Dio. In questi primi anni di vita i genitori diventano educatori di vocazioni nella misura in cui essi stessi, con tutti gli altri membri della famiglia, vivono gioiosamente la propria vocazione e si dedicano a realizzarla, offrendo al bambino un clima di valori umani e cristiani autentici e la testimonianza di una pratica cristiana divenuta stile di vita e costante attenzione agli altri.
In particolare l'esperienza insegna come questa funzione alimentatrice di vocazioni, anche sacerdotali, sia svolta dalla presenza della madre: non pochi preti infatti riconoscono nella discreta ed affettuosa azione materna una parte determinante della loro vocazione.

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336. Quando il fanciullo raggiungerà l'età scolare, farà esperienza di una nuova e profonda apertura alla società e all'operosità. In questo momento la sua vita cristiana conoscerà il primo ampio approfondimento in conseguenza all'iniziazione alla cresima e all'eucaristia, che lo porterà ad allargare le sue conoscenze della fede e la sua pratica cristiana, ma soprattutto lo condurrà ad un rapporto spontaneo con il Signore Gesù.
Da questa dilatazione dell'esperienza umana e cristiana e dal modo tipicamente imitativo con cui il fanciullo guarda e accosta gli adulti, nascono i primi ingenui progetti di scelta vocazionale, che vanno accolti e seguiti con prudente rispetto, evitando la tentazione sia delle suggestioni unilaterali, che dell'assenteismo.

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Il progetto del fanciullo si esprime normalmente in un modo imitativo e operativo ("fare come...") che indica l'attrazione esercitata su di lui dai modelli, per cui un'ipotesi di scelta sacerdotale è favorita da un ambiente familiare e sociale nel quale il sacerdozio sia oggetto di stima, e da una presenza di preti capaci di essere nello stesso tempo modelli e "liberatori" di vocazioni.
In ogni caso la pedagogia vocazionale richiede che il fanciullo sia progressivamente educato a cercare il piano di Dio nella propria vita, al di sopra delle suggestioni ambientali, e quindi divenga capace di fare scelte in modo cristiano, cioè nell'incontro della libertà e dell'assenso amoroso al Padre.

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337. Nella preadolescenza si compie l'esperienza esaltante della prima scoperta di sè e del mondo, per cui è avvertita l'esigenza di un ambiente nel quale il ragazzo possa affermare se stesso e il suo bisogno di apertura agli altri e alla vita.
Egli vive di solito questa scoperta all'interno di un gruppo radunato dalla partecipazione ai medesimi interessi e allo stesso spirito avventuroso, e subisce il fascino di chi naturalmente possiede la fisionomia del "capo".
Anche la sua esperienza cristiana è sostanziata di queste suggestioni e si traduce quindi soprattutto in una capacità di amicizia con il Cristo, uomo perfetto e modello di umanità (cf. GS 22), in un clima affettivo che si unisce ai primi tentativi di comprensione del messaggio cristiano, fonte di innumerevoli interrogativi e curiosità.

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E' bene ricordare che il progetto sacerdotale del preadolescente normalmente segna un momento di stanchezza, dovuto all'inizio di superamento dei dati infantili, ed esige da parte degli educatori un atteggiamento di pazienza e di fiducia che deve essere, del resto, reciproca. Il ragazzo è ancora capace di entusiasmarsi di fronte ai modelli, peròdeve essere aiutato a realizzarli, per evitare pericolose frustrazioni, dovute soprattutto alla sua coscienza di non riuscire ancora ad impegnarsi a fondo.
E' necessario dunque far leva sulla sua capacità di incontro con Cristo, per aiutarlo a leggere l'azione nascosta di Dio che vuole farlo libero e grande.

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338. L'adolescenza è abitualmente il momento determinante per la realizzazione di una vocazione autentica. Infatti è il momento in cui il giovane, dal superamento dei quadri dell'infanzia, mette in se stesso le basi di una nuova personalità e di un nuovo rapporto con il mondo; questi poi, giungendo a maturità, daranno di lui l'immagine definitiva.
Gli elementi che vengono ad operare tale evoluzione sono la comparsa della genitalità matura e della capacità di riflessione, le quali pongono al giovane problemi nuovi, e spesso tormentosi, ma anche lo aprono a nuove prospettive.
E' evidente che questo complesso di realtà nuove, caratteristiche della pubertà, porta spesso l'adolescente a ripiegarsi su di sè, per scoprire una via e una risposta, e lo conduce anche ad un modo più personale di vivere il rapporto con Cristo, cercato come amico e come risanatore.

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In conseguenza il suo progetto sacerdotale nasce di solito dalla formazione di un'immagine di sè, carica di tutti i valori scoperti e accettati, ed è reso più forte dalla capacità di risalire dall'evento al rapporto diretto con Dio che chiama.
Normalmente peròegli non è ancora capace di rinunciare, per questo progetto sacerdotale, a tutte le altre possibilità che la vita gli offre; quindi il progetto si presenta attraverso una serie di oscillazioni, anche se resta prevalente sulle altre possibilità.

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D'altra parte una scelta veramente libera nasce soltanto da questa oscillazione: è necessario cioè che l'adolescente si sia posto di fronte alle altre possibilità intese come reali, in un clima di vera libertà psicologica, non per mezzo di situazioni artificiali, ma nell'ascolto della vita. Da questo confronto nasce la decisione di superare ogni ambiguità e sospensione per scegliere Cristo nel sacerdozio.
La condizione essenziale per il verificarsi di questa scelta è un clima educativo fatto di libertà e di comprensione, sostenuto da una costante e rispettosa proposta dei valori.

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339. Quando l'adolescenza giunge alla sua maturità, il giovane, irrobustito dal superamento delle tensioni precedenti e dalla strutturazione di una visione equilibrata di sè e della realtà, si presenta, in genere, capace di formulare un progetto sacerdotale sufficientemente stabile.1 Egli è ormai capace di leggere gli appelli di Dio che gli giungono attraverso l'incontro con la realtà umana, così da restarne provocato, e da decidere il proprio intervento all'interno della storia della salvezza. Egli sa cioè accogliere il piano di Dio nella propria vita mediante la riflessione sulla propria storia e sui valori dai quali è stato sollecitato, approfondita dal confronto con la parola di Dio. La sua opzione vitale trova, di solito, orientamento e sostegno in una vita cristiana divenuta più personale e più comunitaria, espressa soprattutto in una profonda mentalità di fede, in una preghiera personalizzata, in una intensa vita liturgica e in un responsabile impegno di testimonianza e di apostolato.

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La presenza in lui ormai riconosciuta ed accettata del progetto sacerdotale lo porta anche a sviluppare in modo particolare alcune dimensioni umane, che saranno la base delle tipiche virtù sacerdotali, quali, ad esempio, la capacità di un amore universale e disinteressato, un uso regolato delle cose e la disponibilità all'ascolto e al dialogo.
Come sintesi di tutti questi dinamismi il giovane esprimerà il gesto massimo della propria libertà, cioè la decisione di essere molto per servire molto, nell'amore al Padre e ai fratelli.

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340. Poiché lo Spirito di Dio fa giungere il suo appello ad ogni età e senza distinzione di categorie sociali, la proposta di vocazione sacerdotale puòrivelarsi anche a dei giovani che hanno raggiunto un'età più matura e, a motivo degli studi compiuti oppure dell'impegno professionale o lavorativo, sono divenuti già autonomi e socialmente produttivi.
Queste, che sono chiamate vocazioni adulte, rappresentano un'autentica ricchezza, oggi e forse ancor più nel futuro, per la comunità cristiana (cf. RaF 9): si tratta di giovani normalmente capaci di assumersi delle responsabilità in modo stabile, oblativo e personale, resi più sperimentati dalla consuetudine con le varie circostanze della vita. Spesso, poi, sono giunti alla decisione del dono di sè attraverso un delicato itinerario di conversione e una feconda crescita nella fede, per cui sono aperti alla preghiera e ad un'esperienza evangelica profonda.

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E' giusto riconoscere che essi presentano anche alcune carenze e motivi di tensione caratteristici (tendenza verso un modo di agire e di pensare piuttosto individualistico, minore duttilità nell'inserirsi nel presbiterio, nella tradizione e nella pastorale della diocesi). Ma in ogni caso è doveroso ed urgente che la comunità cristiana prenda coscienza delle proprie responsabilità verso questo dono dello Spirito e, con fiducia ed inventiva, trovi i metodi e le strutture adatti per la cura pastorale di questi giovani.
Questo impegno è motivato anche dalle difficoltà che essi trovano nel realizzare la propria vocazione sia nell'ambiente che li circonda (le stesse famiglie ed anche il laicato cattolico non sono sempre ben disposti verso tali scelte) sia in se stessi, per la sensazione del rischio che spesso li accompagna, unita alla paura di un'eventuale fuga dal mondo e dai suoi valori per assumere un ministero assai contestato nelle sue espressioni.

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341. Poiché nell'orientamento vocazionale di questi giovani possono talora insinuarsi delle scelte dovute ad insicurezze, a bisogno di affermazione o ad atteggiamenti religiosi immaturi, è necessaria per essi una selezione molto accurata.
In ogni caso è opportuno prevedere per questi giovani un momento di verifica, possibilmente coincidente con la permanenza in una comunità distinta dal seminario, durante il quale procedere ad una riflessione, compiuta insieme con un prete, sulla loro storia, sulle motivazioni e sull'idoneità alla scelta (cf. OT 3; RaF 19).
E' anche opportuno cointeressare, con la dovuta discrezione, la comunità (anche di lavoro) da cui il giovane proviene.

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342. Qualora i segni della chiamata divina si rivelassero positivamente, si puòconcludere, in alcuni casi, per l'inserimento nel seminario maggiore; in altri invece puòessere utile un ulteriore itinerario di formazione a parte in una comunità di transizione (cf. RaF 19).
Per questi giovani sarà necessario soprattutto un clima di paziente fiducia e l'assistenza di preti preparati a questo servizio, in modo che, attraverso una ricca esperienza comunitaria, alimentata dalla revisione continua alla luce del vangelo e da una preghiera fatta nel silenzio e nel raccoglimento, possano valorizzare quanto già hanno costruito e siano capaci di integrarlo con le nuove prospettive.
E' opportuno, infine, prevedere un corso di studio che completi ed offra la cultura di base necessaria per affrontare gli studi filosofico-teologici (cf. RaF 19).
Al termine di questo periodo formativo, attraverso una verifica, i giovani potranno accedere al seminario maggiore.

Capitolo quinto: LE COMPONENTI EDUCATIVE DELLA PASTORALE PER LE VOCAZIONI AL SACERDOZIO

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343. La pastorale delle vocazioni al sacerdozio è compito di tutta la comunità cristiana (cf. OT 2), per cui è necessario che "in cosa di tanta prudenza e responsabilità, che non puòessere compiuta se non con la luce e la guida dello Spirito santo, il quale distribuisce i suoi doni come vuole (1 Cor 12,11), i candidati siano guidati dai superiori, dai genitori, dalla comunità parrocchiale e dagli altri cui spetta questo compito" (RaF 11).
Questa importante e delicata azione di Chiesa, dunque, si esprime attraverso l'interazione di diverse componenti educative, le quali assumono incidenze e apporti diversi a seconda della fase di crescita del giovane chiamato. Ciascuna peròconserva sempre una sua funzione specifica che deve essere svolta in rapporto e in correlazione con le altre componenti, nel rispetto e nella valorizzazione dei compiti di ognuna.
Queste componenti educative, da un punto di vista oggettivo, sono:

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344. La famiglia: la funzione educativa dei genitori "tanto importante che, se manca, puòa stento essere supplita" (GE 3), inserita nella trama di rapporti interpersonali che è propria della famiglia, dà all'ambiente familiare una responsabilità ed una efficacia che non possono mai essere dimenticati.
Nella misura, poi, in cui il nucleo familiare è animato da fede, carità e pietà, diventa "come il primo seminario" (OT 2). Questo fatto rappresenta il diritto-dovere dei genitori (cf. AA 11) cui corrisponde l'esigenza dei figli, i quali "devono venire formati in modo che, giunti alla loro maturità, possano seguire con pieno senso di responsabilità la vocazione loro, compresa quella sacra" (GS 52).
Non si vede d'altra parte come sia possibile raggiungere un'adeguata maturazione affettiva (cf. RaF 12) ed umana in generale, una positiva apertura alla socialità, e una "congrua esperienza delle cose umane" (OT 3) senza una incisiva presenza della famiglia, la quale assicura al chiamato un ambiente adatto per crescere e stabilire rapporti umani intensi, e gli offre con i problemi e le fatiche di ogni giorno un'immagine realistica e impegnativa della vita (cf. OT 3).

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345. La parrocchia: l'azione della comunità cristiana parrocchiale si affianca, per importanza e incisività, a quella della famiglia (cf. OT 2).
Infatti il giovane chiamato, nello sviluppo della sua esperienza cristiana, si inserisce in una comunità di battezzati che trasmette ed educa la fede e la carità. Questo inserimento gli consente anche l'incontro con la molteplicità e la complementarietà delle vocazioni nel popolo di Dio, per cui gli viene assicurato un clima di libertà ed una possibilità di approfondire la propria vocazione in rapporto, e non in opposizione alle altre.

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Nell'ambiente della parrocchia, nel quale convivono situazioni di fedeltà ed infedeltà tipiche di ogni porzione del popolo di Dio, il giovane si incontra pure con circostanze che provocano la sua fede ed esigono la sua compromissione e il suo intervento.

La storia di molti giovani dice che l'appello vocazionale si fa normalmente intendere proprio in questo complesso di situazioni, specialmente se riferite ad una figura di prete che ha avuto una funzione di immagine evocatrice nella proposta del sacerdozio e continua ad accompagnarne lo sviluppo con attenzione e con amicizia.
Perciòsi puòben dire che la parrocchia è per un chiamato il luogo della vocazione, dell'esperienza di fede e di carità e dell'impegno di testimonianza e apostolato.

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346. Una comunità vocazionale: atteso il contesto sociologico nel quale avviene oggi l'esperienza della vocazione e, insieme, date le esigenze specifiche della vocazione al sacerdozio, si richiede che il giovane, fatto disponibile alla voce di Dio, si inserisca in un gruppo o in una comunità di ricerca e di formazione vocazionale.
I motivi per cui viene richiesto questo inserimento possono essere così indicati:

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La realtà socio-culturale contemporanea moltiplica le suggestioni e le provocazioni a senso unico, e rende in tal modo difficile ogni scelta religiosa, e quindi anche quella sacerdotale.
La possibilità di reagire a questa situazione non è data dallo stabilirsi di un ambiente protettivo, ma consiste nell'opportunità offerta ai giovani di un ambiente nel quale condividere e valutare comunitariamente e criticamente le esperienze vissute, così da mantenere la propria libertà di fronte agli stimoli negativi.

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La società contemporanea, a motivo del distacco operatosi tra le generazioni, riesce con fatica a trasmettere ai giovani dei modelli adulti che vengano da essi approvati: e questo, oggi, vale spesso anche per i preti.
E' necessario perciòche un giovane disponibile al sacerdozio si confronti con altri giovani che coltivano il medesimo progetto di vita. Da questa ricerca comunitaria, guidata dall'ascolto della parola di Dio e dell'insegnamento della Chiesa, si configura progressivamente l'immagine di quell'ideale al quale i giovani sceglieranno di dedicare la propria vita.
Il dialogo personale con l'educatore, poi, li aiuterà a compiere una valutazione critica delle proprie scelte, per evitare il rischio delle pressioni e delle suggestioni del gruppo.

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La lettura autentica dei "segni", nei quali Dio rivela ad ognuno la vocazione, avviene normalmente all'interno di una comunità cristiana, che renda operante la mediazione ecclesiale.
Poiché non è possibile ancora riconoscere abitualmente nelle comunità cristiane, questa intonazione evangelica matura, appare l'opportunità di inserire i giovani in una comunità che si proponga un impegno cristiano specifico, in vista dell'orientamento vocazionale.
Il gruppo vocazionale, quindi, deve realizzare, in qualche modo, questa dimensione comunitaria ed ecclesiale.

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Le esigenze di verifica ecclesiale e di progressiva iniziazione della vocazione sacerdotale, richiedono che i giovani disponibili al sacerdozio, vivano, in momenti adeguatamente prolungati, accanto a dei preti particolarmente preparati a questo scopo. Ad essi spetta il compito di trasmettere i valori vocazionali del sacerdozio e constatare, a nome del vescovo, la presenza e lo sviluppo dei germi della chiamata divina.

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347. Questo servizio specifico non puòessere affidato esclusivamente alla famiglia e alla parrocchia, ma esige un ambiente qualificato dalla intenzionalità vocazionale e provvisto di strumenti adeguati, che rimanga tuttavia in stretto collegamento con la vita reale.
La comunità vocazionale si assume quindi la funzione del gruppo di riferimento, cioè dell'ambiente in cui vengono proposti, alimentati e verificati i valori tipici della scelta sacerdotale, abitualmente sperimentati e messi in atto nella vita in famiglia e in parrocchia.

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348. La comunità di ricerca e formazione vocazionale puòassumere varie forme, dettate da situazioni e da esigenze diverse, purché rimangano comunque in dialogo tra loro e cerchino, pure nei modi diversi, una unitarietà di indirizzo formativo e di obiettivi da raggiungere (cf. OT 3; RaF 18; si tenga presente a questo proposito quanto è detto nella nota 60 della RaF).

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Forme principali di comunità per le vocazioni possono essere:
a) Il seminario minore, che si pone nella diocesi "come fulcro della pastorale vocazionale" (RaF 12). Esso rimane l'ambiente-tipo della pastorale vocazionale al quale è opportuno che si ispirino e facciano riferimento tutte le altre iniziative.
b) Centri di orientamento vocazionale, cioè delle piccole comunità giovanili, abbastanza permanenti, che vivono con un prete, delegato dal vescovo e con un piano formativo preciso, che si ispira a quanto viene detto per il seminario minore. Possono entrare a farvi parte, per lo spazio necessario di tempo, giovani che non possono (per motivi personali, familiari o semplicemente scolastici) inserirsi nella comunità del seminario, oppure non si sentono ancora abbastanza certi per impegnarsi in una scelta qualificante.

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c) I gruppi vocazionali, cioè gruppi di giovani viventi abitualmente in famiglia o in parrocchia, i quali con periodicità frequente e regolare si riuniscono con lo scopo preciso della ricerca e della formazione alla vocazione sacerdotale. Anche a questi gruppi è necessario assicurare la presenza continuativa di un prete delegato dal vescovo, e un piano formativo da seguire.
d) Le istituzioni di scuole cattoliche che raggiungano un positivo clima cristiano ed ecclesiale e garantiscano le condizioni della proposta e dell'accompagnamento della vocazione al sacerdozio (cf. GE 8; RaF 18).
e) Le associazioni giovanili impegnate, nella misura in cui crescono attorno all'eucaristia, alla parola di Dio e ad un servizio ai fratelli, capace di superare la dimensione puramente umanitaristica.

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349. Ogni Chiesa locale, in armonia con gli orientamenti espressi da questo documento, ha la funzione e la responsabilità di esprimere la propria pastorale delle vocazioni al sacerdozio, e di individuare le forme operative più consentanee alle sue esigenze e possibilità.
Questa scelta dovrà esser fatta in un ascolto attento dello Spirito di Dio e delle situazioni umane, avendo cura di non cadere in un rifiuto semplicistico delle forme sperimentate nel passato e di non lasciarsi tentare da prospettive valide in se stesse, ma poco realistiche nelle condizioni concrete.
In ogni caso deve essere salvato quello che è essenziale a rendere autentica e significativa la risposta a Dio, e cioè una matura formazione umana e cristiana e l'apertura alla prospettiva sacerdotale, con la verifica compiuta a nome del vescovo.

Capitolo sesto: IL SEMINARIO MINORE

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350. Il seminario minore è una comunità cristiana giovanile che la chiesa locale offre come servizio per aiutare, sotto la guida dello Spirito santo e insieme con le famiglie e le parrocchie, la verifica e la maturazione della vocazione sacerdotale nei giovani che sembrano possedere i germi della chiamata divina (RaF 11).
L'azione di questa comunità cristiana si inserisce quindi nel piano organico della pastorale delle vocazioni nella chiesa locale, di cui è un modo e uno strumento, e si colloca nel normale itinerario vocazionale dei giovani, accompagnandone le fasi che vanno dalla preadolescenza all'adolescenza matura e rispettandone i ritmi di crescita.

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351. Il seminario minore è la comunità vocazionale che conserva tuttora una certa posizione di preminenza perché, pur nella consapevolezza dei limiti delle sue possibilità e del suo spazio di intervento, rappresenta quasi l'immagine più adeguata della pastorale vocazionale, alla quale le altre forme similari si ispirano e si riferiscono (RaF 12).
Esso infatti si affianca all'azione della famiglia e della parrocchia con strumenti educativi efficaci: una comunità di preti disponibili e preparati, un piano di vita comunitaria e spirituale, una scuola inserita nell'unità educativa e soprattutto un clima di libertà nei confronti delle pressioni e delle suggestioni che provengono dalla società (RaF 13).

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Il valore di questo sussidio risalta anche dalla visione realistica di alcune attuali condizioni sociali: la situazione delle famiglie e della scuola, investite dalle pressioni ideologiche, economiche, sociali tipiche della condizione contemporanea, è tale da non renderle del tutto idonee ad un'azione educativa attenta alle esigenze particolari delle vocazioni sacre.
Anche le parrocchie si trovano a fronteggiare situazioni nuove che rischiano di impoverire la carica di fede e carità delle comunità cristiane e ne disorientano le energie.

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Perciòla scelta, che la Chiesa fa, di privilegiare questo strumento rispetto agli altri, è fondata su motivazioni che oggi, in Italia, rivestono ancora un'importanza da non trascurare.
D'altra parte sembra che l'impegno a costituire un seminario minore secondo le linee offerte da questo documento sia veramente capace di rinnovarne la struttura e di dare la fiducia di un esito positivo.

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352. Gli elementi essenziali che costituiscono un seminario minore si ritrovano in una comunità, in riferimento e in dialogo con famiglie e parrocchie, guidata da un gruppo di educatori delegati dal vescovo, con un proprio piano di vita comunitaria e di formazione spirituale.

I. La comunità del seminario minore
II. Il seminario minore in rapporto con la famiglia e la parrocchia
III. La comunità degli educatori nel seminario minore
IV. La vita comunitaria nel seminario minore
V. La formazione spirituale nel seminario minore


Appendice: LA FORMAZIONE PERMANENTE

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1. La necessità di un proseguimento e perfezionamento della formazione sacerdotale nel suo triplice aspetto, spirituale, intellettuale, pastorale, anche dopo la sacra ordinazione fu affermata chiaramente dal concilio (cf. OT 22; CD 16; PO 19); è stata ribadita nel m.p. Ecclesiae sanctae n. 7; nella lettera circolare della S. Congregazione per il clero del 4 novembre 1969 e nella Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis nn. 100 e 101.

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2. Essa si rivela di giorno in giorno più necessaria, sia per l'intrinseca esigenza di sviluppo di ogni esistenza umana, sia per il progresso delle discipline teologiche e delle scienze umane e sia per il mutarsi così rapido delle condizioni culturali e sociali.
L'attuale situazione, in tutti i settori dell'umana convivenza, sembra reclamare con maggiore urgenza una "formazione permanente" non solo al fine di un aggiornamento informativo e conoscitivo, ma, più ancora, per prevenire o rimediare quelle incomprensioni e tensioni di rapporti che facilmente si verificano nell'incontro di gruppi di età diversa.

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3. Si ritiene doveroso trattare anche qui, sia pure brevemente, questo tema, che puòessere assai più sviluppato in altra sede, perché vi è una stretta connessione tra la formazione del seminario e quella successiva: se apparisse una discontinuità o peggio una difformità tra di esse ne avrebbero un contraccolpo grave come lo dimostra l'esperienza, e l'attività pastorale e la comunione fraterna tra i presbiteri di differente età.

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4. Questa continuità deve risultare chiara e naturale tanto per i contenuti di dottrina, di vita spirituale e di indirizzo pastorale, come per il metodo, il linguaggio e le forme didattico-pedagogiche.
Ciònon vuol dire che la "formazione permanente" debba essere semplice ripetizione, appena riveduta o ampliata con suggerimenti applicativi, di quella acquisita in seminario; ma che essa deve svilupparsi come un fatto vitale, che ha inizio in seminario e nel suo progresso richiede adattamenti, aggiornamenti e modifiche, senza subire rotture o soluzioni di continuità.
Ne segue pertanto che della "formazione permanente" occorre tener conto fin dal corso teologico, e ad essa aprire l'animo dei futuri presbiteri dimostrandone la necessità, i vantaggi e lo spirito.

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5. Una "formazione permanente", ben impostata e condotta ai vari livelli di età, costituisce un valido principio e aiuto al presbiterio, soprattutto in qualche fase più critica di incertezze e di annebbiamenti, che di solito non si verifica tanto nei primi anni dopo la sacra ordinazione, ma più tardi e in speciali situazioni personali e di ambiente.
Va pertanto richiamata la particolare attenzione che merita questo capitolo per un autentico sviluppo di comunione e di crescita di tutto il presbiterio della diocesi.

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6. Si debbono distinguere due tempi di formazione permanente: il primo segue immediatamente alla sacra ordinazione; il secondo comprende l'intero arco della vita del prete, salvo ulteriori divisioni di maggiore specializzazione per cicli di anni o per diverse mansioni (es. parroci, cooperatori, catechisti, ecc.).

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A) 1. Il primo tempo si propone di:
a) introdurre gradualmente il giovane prete nelle esperienze e nelle responsabilità personali, a contatto con la situazione concreta e in una verifica sempre più attenta delle proprie doti e attitudini, allenandolo a realizzare in sè, in una giusta armonia di interiorità e di azione esterna, quella unità di vita, cui deve costantemente tendere il prete, sull'esempio di Cristo, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera (cf. PO 14);
b) perfezionare le attitudini pastorali, coniugando con le realtà pastorali la dottrina delle varie discipline teologiche (es. sacra Scrittura, liturgia, teologia sistematica e morale, ecc.) e aggiungendone qualche altra in forma più applicativa come: catechetica, psicologia, pedagogia, sociologia, pastorale giovanile, pastorale del mondo del lavoro, ecc.;
c) inserirlo a pieno titolo, in clima di reciproca fiducia e rispetto, con progressività di coscienza e di esperienza, nella vita comunitaria del presbiterio diocesano.
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2. Per raggiungere tali scopi si devono creare strutture adeguate che offrano simultaneamente possibilità d'azione pastorale diretta e responsabile, sotto la guida di un prete esperimentato, e momenti e luoghi di riflessione spirituale, dottrinale e pastorale.
Per questo motivo sembra meno opportuna la soluzione di un convitto, dove i preti continuino una vita simile a quella del seminario; occorrerà invece una istituzione che permetta una vera, concreta e continuativa esperienza pastorale, e periodi sufficientemente lunghi di riflessione, ritmati con una frequenza adeguata (settimanale o mensile), vissuti comunitariamente in modo residenziale.
Nel luogo dell'azione pastorale diretta, che normalmente sarà una parrocchia, il giovane prete potrà saggiare e far crescere le sue doti di guida del popolo di Dio, di evangelizzatore, di presidente della liturgia, in una prima verifica confidente e continua col presbiterio e la comunità parrocchiale.
Nel luogo e nel tempo di riflessione dovrà sviluppare un lavoro più ampio di verifica, di ripensamento della sua attività pastorale e della sua vita spirituale, insieme a quello di partecipazione a corsi di studio pastorali.

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3. Il lavoro di formazione non potrà limitarsi al settore culturale o di studio o di discussione di problemi pastorali, ma dovrà estendersi a quello spirituale, sia in forma individuale che in forma comunitaria, con l'aiuto di persone esperte e capaci, e in un confidenziale dialogo, frequente quanto più è possibile, con il vescovo.
La "residenza", anche limitata a due soli giorni per settimana o quindicina, favorisce un clima di distensione, di fraternità e di spiritualità, che più difficilmente si potrebbe realizzare in incontri fugaci di poche ore.

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4. Il periodo per il completamento della formazione dei giovani preti non potrà limitarsi ad un solo anno, ma dovrà estendersi a più anni (tre o più), favorendo progressivamente una maggiore libertà di frequenza, di iniziativa e di scelta.
Se le singole diocesi non potessero offrire questo servizio da sole, sarà opportuno che si uniscano ad altre diocesi, per es. a quelle di una stessa regione.

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B) La formazione permanente del secondo tempo 1. Mira soprattutto ad impedire quell'impoverimento di cultura, intesa nella sua più ampia accezione, e di capacità critica, a ovviare a quella sclerosi di vita spirituale, a superare quell'empirismo superficiale, che possono facilmente verificarsi in persone che non tengono vivo lo studio e la riflessione; inoltre tende a sviluppare la "comunione" del presbiterio e la circolazione di idee ed esperienze d'arricchimento reciproco.

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2. Concretamente si tratta di tenere la propria cultura e la propria mentalità al passo con i tempi, soprattutto oggi quando il rapido svolgersi della vita umana, dell'approfondimento della fede e delle scienze teologiche introduce in brevi periodi variazioni vaste e profonde.
Si tratta ancora di abilitare i presbiteri ad alcuni uffici pastorali nuovi che venissero loro affidati, o che si mostrassero necessari per l'evolversi delle situazioni.
Si tratta infine di riflettere, alla luce della fede e delle scienze dell'uomo, sulle iniziative pastorali concrete, per coglierne e farne cogliere i valori e i significati profondi e per determinare le linee di attuazione.

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3. La funzione più importante della formazione permanente, particolarmente oggi, dovrebbe essere quella di stimolare ad una costante verifica di sè e della propria attività di ministero nel confronto con gli altri e con la situazione; di sviluppo di una capacità di ascolto, di comprensione e di collaborazione con gli altri presbiteri, religiosi e laici; di far superare quei diaframmi che troppo spesso dividono generazioni o mansioni diverse di preti (giovani e anziani, parroci e cooperatori, ecc.).
La "formazione permanente" puòcosì diventare uno degli strumenti più validi per la crescita a quello spirito comunitario che è indice di maturità e che oggi spesso si afferma ma non frequentemente si riesce ad attuare anche tra preti.

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4. Per ottenere questi scopi sembrano necessarie varie iniziative e strutture:
corsi e lezioni di aggiornamento teologico; specializzazione nelle varie attività pastorali, per attrezzare i sacerdoti a compiti nuovi e specifici. A questo fine potrà rivelarsi molto utile un Istituto pastorale con scuole vere e proprie e corsi di specializzazione che possono essere: di catechesi, di pastorale liturgica, di pastorale di settore (giovanile, del lavoro, ecc.) e alcune discipline tecniche correlative;
riflessione sull'azione pastorale di unità sufficientemente vaste( diocesi o vicariati) e relativamente a programmi di ampio respiro. La riflessione dovrà essere offerta nel rispetto delle obiettività e assistita da persone competenti;
riflessione e attività spirituali come ritiri e esercizi spirituali, celebrazioni in forme opportunamente nutrite di spirito biblico e liturgico.
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5. Le iniziative della formazione permanente potranno consistere in corsi annuali o bi-trimestrali continuativi; oppure in corsi estivi, in settimane di studio. Siano distribuite in luoghi di non troppo difficile accesso per la maggior parte dei preti.

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6. Sembra opportuno sottolineare alcune condizioni generali necessarie alle varie iniziative perché contribuiscano ad un'efficace "formazione permanente": a) offrano garanzie di fedeltà e sicurezza dottrinale e di seria impostazione scientifica, ma non si estremizzino in forme di culturalismo eccessivamente specializzato; b) comportino una partecipazione regolare e attivamente impegnata; c) presentino una certa organicità e programmazione di temi e di scopi, e un metodo analitico-induttivo che utilizzi il livello di esperienza umana e pastorale dei partecipanti; d) si alimentino di genuina spiritualità liturgica e biblica, riservando un adeguato spazio a celebrazioni, esercizi e ritiri, ecc.; e) siano aperte a una composizione di partecipanti varia per età, uffici, mansioni, ecc. e promuovano un dialogo sereno, rispettoso e costruttivo tra tutti.