PRIMO PIANO PASTORALE PER LE VOCAZIONI IN ITALIA


INTRODUZIONE

L'animazione vocazionale è qui intesa come il servizio che il vescovo, guida, propulsore e discernitore delle vocazioni, offre alla comunità locale, perché prenda coscienza della propria corresponsabilità per far maturare nell'animo dei cristiani il senso della vocazione generale e specifica.

294

2. Il piano nazionale che si propone è maturato dalla considerazione sulla situazione della vita religiosa nella società italiana; offre alcune linee direttive per l'approfondimento dottrinale, la formazione spirituale-educativa e l'organizzazione dell'azione pastorale. Queste linee non costituiscono un programma completo e definitivo, ma sono piuttosto scelte alle quali è sembrato opportuno dare motivatamente la precedenza su altre che potranno essere assunte in un aggiornamento successivo. Infatti il piano deve essere periodicamente verificato in rapporto all'evoluzione della situazione sociale e alle esigenze pastorali, specie negli impegni a breve scadenza.

295

3. Il piano nazionale si ispira agli apporti dottrinali maturati con il concilio Vaticano II, alla conseguente riflessione fatta e cerca di presentare una concreta proposta operativa. Le tappe significative nel campo dell'animazione vocazionale sono la Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per l'educazione cattolica, La preparazione al sacerdozio ministeriale- Orientamenti e norme della Conferenza episcopale italiana e i congressi mondiali e nazionali degli animatori.


Capitolo Primo: SITUAZIONE ITALIANA IN RAPPORTO ALLE VOCAZIONI

Aspetti psicologici, sociali e religiosi

296

4. Questa analisi propone i rilievi più largamente condivisi dagli studiosi di sociologia religiosa in Italia e vuole orientare quanti operano nel campo dell'animazione vocazionale, affinché la loro azione sia più rispondente alla reale situazione. Infatti il piano salvifico esige che ogni membro del popolo di Dio non trascuri le concrete situazioni degli uomini e scruti i segni dei tempi, pur riconoscendo i limiti delle indagini psico-sociologiche, perché le scelte della comunità cristiana hanno le loro radici nella fede in Dio, nell'obbedienza alla parola di Cristo e nell'attenzione alle mozioni dello Spirito.

297

5. La situazione italiana è caratterizzata da una profonda trasformazione della vita individuale e sociale, con gravi riflessi alla vita cristiana. Pur tra significativi fermenti cristiani, alcuni atteggiamenti della società italiana appaiono non solo più laicizzati, ma anche acristiani: per cui l'annuncio cristiano è meno percepito dal nostro popolo e diviene sempre più lontano dalla sua vita. Gli strumenti della comunicazione sociale che dovrebbero contribuire all'educazione dell'uomo, spesso alimentano atteggiamenti che di fatto ignorano o respingono il messaggio cristiano e perfino i valori spirituali.

298

6. Tra gli eventi della vita italiana che in questo periodo hanno influito e modificato notevolmente il comportamento religioso della popolazione, vengono segnalati: - le nuove forme di vita sociale, determinate dall'industrializzazione e dall'urbanizzazione, con una mentalità più attenta ai valori immediati, concreti e utili, e meno sensibile ai valori trascendenti; questa mentalità è ingenerata anche dalle esigenze produttivistiche della società contemporanea (cf. PSM 18); - il fenomeno migratorio, con i pericoli inerenti allo sradicamento dalla comunità familiare e dall'ambiente religioso di origine; - l'aumento della scolarità, che ha accentuato le distanze tra le nuove generazioni e gli adulti e le difficoltà di dialogo tra loro.

299

7. La Chiesa, vivendo accanto agli uomini e nel tessuto della società, riflette necessariamente i problemi e le difficoltà del mondo contemporaneo. Si nota frequentemente una valutazione in termini naturalistici delle scelte di chi assume responsabilità nella comunità cristiana, con accuse di innovazioni spregiudicate o di tradizionalismo conservatore (cf. PSM 13-15).

300

8. In particolare una più attenta riflessione sul problema e sulle esigenze dell'evangelizzazione e i sacramenti fa rilevare che anche laddove le apparenze sembrano rassicurare della fedeltà al patrimonio religioso tradizionale, non sempre si rileva un'adeguata consapevolezza dell'impegno di vita cristiana che la partecipazione ai sacramenti comporta. Può accadere che si continui a chiedere il battesimo e la cresima per i propri figli, la sepoltura religiosa, che si celebri il matrimonio in chiesa, senza cogliere l'intimo rapporto con la vita del cristiano (cf. Vivere la fede oggi, 3).

301

9. Si avvertono sintomi di remissività, un'evidente attenuazione del senso del peccato e segni di scoraggiamento di fronte alle manifestazioni del male. Particolarmente si diffonde in modo preoccupante una concezione errata della sessualità, presentata staccata dallo sviluppo globale della personalità umana e cristiana e da un impegno di amore e di fecondità (cf. Matrimonio e famiglia oggi in Italia, 5). Accanto a giovani che cercano un autentico significato dell'amore, del matrimonio e della famiglia, molti altri sono ignari, indifferenti od ostili di fronte alla presentazione del messaggio cristiano su queste fondamentali realtà della vita dell'uomo (cf. Gruppo permanente per la pastorale familiare, I fidanzati nella comunità cristiana, AVE, Roma 1972,§19). Talvolta la catechesi si dimostra non chiara ed esplicita su queste realtà (cf. Impegno morale del cristiano, 10).

302

10. Particolarmente grave per la formazione dei giovani è la crisi della famiglia, nella quale i rapporti sono meno profondi e personali (cf. PSM 19). In questa situazione i giovani cercano troppo spesso fuori della famiglia i loro confidenti e i loro modelli, e sono spesso in radicale contestazione con le forme di vita degli adulti.

303

11. Si rileva tra molti giovani un accentuarsi della crisi religiosa e una maggiore propensione verso una visione della vita di tipo naturalistico. Inoltre l'impegno religioso dei giovani appare episodico, condizionato da notevole fragilità e inquietudine psicologica; con molta difficoltà riescono a portare a termine impegni a lunga scadenza (cf. PSM 33). D'altra parte si riscontra in altri un rinnovato interesse per i problemi religiosi, accolti spesso nella prospettiva della loro incidenza sulle situazioni sociali (cf. PSM 20). Si nota infine in loro la tendenza a ricercare espressioni di maggiore autenticità, come la ricerca della solitudine per una maggiore interiorità, con la denunzia dei lati manchevoli di ideologie, persone e strutture (cf. PSM 27).

304

12. Un elemento importante dell'atteggiamento psico- sociologico dei giovani è il forte senso comunitario, con la ricerca di nuove forme di vita di gruppo. Ne sono occasione lo studio, il lavoro, l'attività politica, l'incontro religioso (cf. PSM 29). I giovani inoltre rivendicano una maggiore partecipazione alle istituzioni sociali, specialmente in quelle relative alla scuola e al lavoro. Questa esigenza di corresponsabilità nelle scelte che riguardano la loro formazione e la loro presenza negli organismi sociali, li porta a rivendicare modifiche profonde nei rapporti con l'autorità (cf. PSM 31).

305

13. In particolare per quanto riguarda le vocazioni di speciale consacrazione, soprattutto sacerdotali, si può rilevare che molte famiglie non incoraggiano i propri figli a seguire la vocazione sacerdotale a motivo del minor grado di "rispettabilità" e di tranquillità sociale del sacerdote, oggi. Si aggiunge il fenomeno della denatalità che favorisce la concentrazione egoistica degli affetti e degli interessi dei genitori sui propri figli.

306

14. Gli elementi fin qui raccolti potrebbero insinuare un sentimento di pessimismo, ma la speranza dei cristiani è alimentata dalla presenza di Cristo nella storia umana e nella vita della Chiesa alla scoperta di nuove ricchezze. Sono motivo di fiducia i fermenti di rinnovamento e l'ansia di bene che percorre il mondo, realmente vivi nei giovani. Ai giovani che portano in sè le speranze di un mondo migliore, guarda con serena fiducia la Chiesa nel momento in cui propone il piano di animazione vocazionale della pastorale. Aspetti dottrinali

307

15. Il concilio Vaticano II ha proposto una rinnovata teologia della Chiesa. Anche la Chiesa locale è presentata come popolo di Dio, come comunità di salvezza, in cui il vescovo è principio e fondamento di unità, e quindi centro di comunione e di animazione della vocazione alla vita cristiana e di tutte le vocazioni, in particolare di quelle di speciale consacrazione. Risulta però, che non sempre l'azione dell'animazione vocazionale si ispira a questa dottrina, per cui l'azione pastorale ne è condizionata negativamente.

308

16. Non è sufficientemente diffusa la visione della vita cristiana come vocazione divina, fondamento delle vocazioni specifiche.

309

17. La dottrina sulla diversità delle vocazioni, che nella Chiesa esprimono la ricchezza di Cristo, è scarsamente recepita nella comunità cristiana; e la catechesi non dà sufficiente rilievo all'importanza e ai caratteri propri della vocazione sacerdotale, religiosa, missionaria, di consacrazione nel mondo e non presenta il matrimonio come vocazione cristiana (cf. Matrimonio e famiglia oggi in Italia, 8-9). Ne consegue la difficoltà di comprendere il valore delle vocazioni specifiche.

310

18. Emergono però anche alcuni sintomi positivi:

- la dimensione vocazionale assume maggior rilievo nella pastorale generale;

- l'animazione vocazionale diviene più espressione di una convergenza unitaria degli operatori pastorali delle vocazioni;

- gli organismi della Chiesa locale operano come servizio per l'animazione della comunità cristiana;

- l'impegno di attirare l'attenzione sulle vocazioni di speciale consacrazione è avvertito con urgenza;

- i laici, in particolare i giovani e i ragazzi, sono considerati parte attiva dell'azione pastorale;

- la preparazione per i fidanzati perché il loro stato di vita sia scelto e vissuto come vocazione, viene promossa con maggiore presenza e ampiezza di iniziative.

Aspetti spirituali e pedagogici

311

19. La comunità diocesana, la comunità parrocchiale e le altre comunità cristiane non avvertono e non assolvono pienamente la loro funzione mediatrice nei confronti delle vocazioni. La crisi delle associazioni giovanili cattoliche, in particolare l'ACI come attesta l'esperienza recente, impoverisce le comunità locali di uno dei più validi strumenti di animazione vocazionale: laddove vivono gruppi giovanili pienamente animati da un impegno di fede e di carità apostolica, fioriscono, infatti, valide testimonianze e anche vocazioni di speciale consacrazione.

312

20. In molti casi la famiglia manifesta una viva coscienza della propria responsabilità educativa; se da un lato emerge l'impreparazione delle famiglie a sostenere in modo adeguato l'orientamento religioso e vocazionale dei figli, dall'altro i genitori, preoccupati per le influenze pericolose tra le quali vivono i loro figli, chiedono luce ed aiuto per assolvere il proprio compito educativo.

313

21. La scuola appare fortemente secolarizzata: raramente propone con efficacia dei valori, soprattutto quelli religiosi, mentre è impegnata piuttosto in un addestramento di "abilità". Per questo sovente l'educazione impartita nella scuola concorre al disorientamento religioso; anche se non pochi insegnanti cristiani, personalmente, fanno opera di educazione religiosa e di orientamento vocazionale. L'insegnamento della religione inoltre, nonostante le difficoltà e i limiti che presenta, può offrire, oltre che un'occasione di annuncio cristiano, un valido contributo all'animazione vocazionale. La scuola cattolica poi, se tende a realizzare le finalità indicate dal concilio Vaticano II (GE 8), pur condizionata da difficoltà economiche, rimane un segno e uno strumento dell'impegno educativo della Chiesa; e può formare un clima cristiano e un'esperienza di Chiesa atta a facilitare l'orientamento vocazionale.

314

22. La stessa preghiera per le vocazioni, sia personale che nelle assemblee liturgiche, non sembra che lasci trasparire una sufficiente disponibilità interiore alla chiamata divina e non aiuta a raggiungere un'autentica esperienza di Dio nella comunità di fede. Questo sembra particolarmente evidente per le vocazioni di speciale consacrazione.

315

23. La credibilità delle vocazioni di speciale consacrazione è strettamente legata al modo con cui esse sono vissute. Assume perciò grande rilievo la "crisi di identità" delle persone consacrate, determinata da una insufficiente e incerta base teologica e da una maggiore difficoltà d'imitare il Cristo nella società attuale; crisi che rivela in alcuni casi scarsa vita soprannaturale, poco impegno pastorale, tentativi di evasione in attività marginali con uno stile di vita laicizzato. Anche la scarsa testimonianza di armonia tra il clero e le altre persone consacrate, di dialogo con i laici, di gioia del dono di sè al Signore e ai fratelli, di convinzione da parte di persone che vivono una consacrazione totale, diviene una controtestimonianza che allontana molti giovani (cf. Documento finale del II congresso nazionale vocazioni unitario 1973, nn. 12-14).

Aspetti organizzativi

316

24. In molte diocesi italiane risulta ancora carente un attivo servizio di animazione vocazionale; questo spesso non dispone di mezzi proporzionati, soprattutto a motivo di un numero insufficiente di operatori. Inoltre tale servizio non si fa sempre carico della proposta di tutte le vocazioni, con una presentazione dottrinale chiara e adeguata. Vanno costituendosi i Centri diocesani unitari per le vocazioni, espressione di una pastorale diocesana unitaria sotto la guida del vescovo, superando una tradizione di impegno vocazionale settoriale.

317

25. La testimonianza di spirito ecclesiale e di lavoro unitario dei responsabili dell'animazione vocazionale è di fondamentale importanza per suscitare e sostenere la corresponsabilità di tutta la comunità. A tal fine l'opera del vescovo è essenziale nel rinnovamento dell'impegno per le vocazioni. Si avvertono ancora notevoli lacune nella collaborazione all'interno dei Centri diocesani vocazioni, specialmente nei rapporti con le comunità parrocchiali e le altre comunità cristiane, con i movimenti laicali, con i consigli pastorali. Particolarmente urgente è il coordinamento con i consigli pastorali diocesani e parrocchiali. L'intesa tra i religiosi e il clero diocesano non è ancora piena ed efficace.

318

26. Nell'animazione vocazionale non sempre sono concordemente impegnati famiglie, insegnanti, catechisti e responsabili dei vari centri educativi. La formazione degli animatori vocazionali risulta insufficiente e settoriale. Infine, alcuni criteri, metodi e sussidi vocazionali non sono del tutto adeguati allo scopo. A conclusione di questo rilievo di situazioni si vuol richiamare l'attenzione sul pericolo non immaginario di una ricerca precipitosa di mezzi immediati di soluzione, come se potesse essere sufficiente qualche ricetta pratica ed efficace. Nulla è più contrario al buon senso quanto credere di poter superare questo momento critico, trascurando le norme fondamentali della saggezza della Chiesa (cf. card. G.M. Garrone, La chiesa, LDC, Torino 1972,§142).


Capitolo Secondo: PIANO PER L'AZIONE PASTORALE


Aspetto dottrinale

319
27. Il piano di animazione vocazionale deve radicare i suoi orientamenti nell'approfondimento degli aspetti essenziali della realtà divino-umana della vocazione, perché la chiamata di Dio non incontri difficoltà ed essere percepita e seguita. Nella presentazione del mistero della vocazione la certezza che il destino dell'uomo è la vocazione all'intimità con Dio (cf. GS 19; PP 15-17), non esclude ma richiede di riferirsi costantemente alla vocazione della Chiesa nel mondo moderno, del quale condivide il destino, partecipando "alle sue gioie e alle sue speranze, alle sue tristezze e alle sue angosce" (GS 1).

Contenuti da sottolineare


320
28. Non è possibile presentare un elenco completo dei contenuti e degli strumenti da proporre per l'opera di animazione vocazionale; questi contenuti inoltre si richiamano e si completano a vicenda perché mettono in rilievo aspetti diversi del mistero di Cristo e della Chiesa. Nel momento attuale è importante sottolineare i seguenti aspetti: - Nella Chiesa tutti hanno un'identica radicale vocazione, la configurazione a Cristo, di cui il battesimo è segno efficace; - nella Chiesa i diversi doni sono a servizio dell'unico Corpo (1Cor 12; Rm 12; Ef 4); e vengono largiti ai singoli per mezzo di Cristo e della sua Chiesa, mediatrice delle vocazioni; - ogni stato di vita risponde ad una vocazione e la Provvidenza guida ogni uomo al compimento del piano divino relativo a lui e a tutto il popolo di Dio; - ogni vocazione si attua prima di tutto nella conversione e lungo il cammino della croce (cf. Gn 12,1; 11,8-9; Ger 15,20; Mc 10,17-27; Lc 9,57-62; Lc 5,11; Mc 10,28; Mt 16,17; At 9,1-22; Gv 14,25-26.35; Gv 9,23-26.57-62); - l'accettazione cristiana del dolore e della sofferenza costituisce un mezzo particolarmente efficace di aiuto per le vocazioni;

321
- la vocazione è una realtà dinamica che si attua progressivamente nel dialogo con Dio e con gli uomini, nella fedeltà e nel servizio. Questo cammino di fede inizia nel battesimo, radice della vocazione cristiana, e matura nella disponibilità continua all'azione dello Spirito: ogni stato di vita, perciò, deve essere presentato come autentica vocazione che investe l'essere umano permanentemente;
- il dono del ministero ai vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi è dato per l'edificazione del corpo di Cristo, mediante la Parola, i sacramenti e la vita spirituale; si aggiungono i ministeri (lettori, accoliti, salmisti, catechisti, ecc.), che possono essere esercitati anche da laici (cf. LG 28; PO; SM; LG 29; SDO; ReDP; Norme direttive per la scelta e la formazione dei candidati al diaconato; AP; MQ);
- il dono profetico è dato per testimoniare nel mondo la realtà misteriosa di Dio e dei beni futuri: la comunità religiosa e le persone consacrate con la pratica dei consigli evangelici sono segno profetico nella Chiesa e nel mondo (cf. LG 43-47; PC; RC; ET);
- i laici, e in particolare i coniugi cristiani, sono chiamati a testimoniare nel mondo l'amore di Dio e ad ordinare il creato a Dio (cf. LG 30-38; AA; GS);
- il dono dell'apostolato missionario è dato per annunziare il messaggio di Cristo alle genti e per essere contemporaneamente segno nella comunità cristiana che la Chiesa è in stato di missione (cf. LG 17; AG);
- pregare nel nome di Gesù per le vocazioni significa volere prima di tutto ciò che Gesù vuole, nella piena disponibilità personale e nell'amore che pone a servizio del Padre e dei fratelli (cf. Mt 6,9ss; Gv 16,24; 17,22ss; X. Lèon Dufour, Dizionario teologico biblico, Marietti, Torino 1965, c. 870).

322
Questi contenuti possono essere opportunamente illuminati dal messaggio della disponibilità di Maria ss.ma, Madre della Chiesa, "modello di quell'amore materno del quale devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini" (cf. LG 65). La pastorale, la costruzione che la Chiesa fa di se stessa animata dallo Spirito santo, è vocazionale; la comunità cristiana è impegnata perché ciascun uomo e ciascun cristiano scopra e viva la propria vocazione (cf. CNV, Documento italiano per il congresso mondiale 1971, Roma§28 a.b.c.).

323
29. Il concilio Vaticano II ha messo in luce il rapporto tra formazione cristiana e vocazione, in quanto ci fa figli di Dio e suoi testimoni; in questa linea ha fortemente rivalutato la vocazione e la testimonianza specifica dei laici. Risulterebbe deleterio per la Chiesa se la riscoperta e l'esaltazione della vocazione comune sfocasse l'attenzione dei cristiani sulle vocazioni di speciale consacrazione, che sono di fondamentale importanza per la struttura, la vita e la missione della Chiesa (cf. Paolo VI, Messaggio per la V giornata mondiale per le vocazioni, 1968). Queste infatti sono più direttamente finalizzate all'edificazione del Corpo di Cristo e sono al particolare servizio delle altre vocazioni.

Gli educatori

324
30. Un efficace orientamento vocazionale si realizza soltanto se coloro che hanno responsabilità educative sono profondamente convinti del compito loro proprio e preparati a illuminare la comunità cristiana, in particolare i giovani, sulla vocazione generale del cristiano e sulle vocazioni specifiche. Speciale cura, perciò, dovrà essere rivolta a sensibilizzare e a rendere corresponsabili genitori, insegnanti, animatori di comunità giovanili, professionisti e operatori degli strumenti di comunicazione. Per l'aggiornamento dei sacerdoti è necessario inserire il tema delle vocazioni anche nei piani di studio per la preparazione teologica e pastorale al sacerdozio.

La gioventu'

325
31. Se è vero che il messaggio cristiano da trasmettere è essenzialmente un fatto di fede e quindi non condizionato dai gusti e da situazioni umane, è anche vero che esso deve essere messo a contatto con la realtà e l'esigenza della vita e adattato alla sensibilità dei destinatari dell'annuncio. Perciò la conoscenza dell'attesa del mondo dei giovani e del linguaggio loro proprio appare una condizione indispensabile per l'orientamento vocazionale.

326
32. E' necessario quindi promuovere a breve scadenza lo studio degli aspetti che maggiormente influenzano la mentalità vocazionale dei giovani di oggi. Prendere contatti con i responsabili della stampa cattolica e in specie di quella destinata ai giovani, affinché proponga la visione della vita come vocazione.

Strumenti operativi

327
33. Il Centro nazionale vocazioni (CNV) in collaborazione con i Centri regionali vocazioni (CRV) e i Centri diocesani vocazioni (CDV):
- promuoverà sul piano dottrinale l'approfondimento teologico della vocazione e della mediazione della comunità cristiana per sollecitare la responsabilità della comunità;
- curerà lo studio degli aspetti psico-sociologici dell'orientamento vocazionale, in considerazione della situazione e degli atteggiamenti della gioventù;
- favorirà lo studio della dimensione vocazionale nell'educazione secondo le diverse età, sottolineando i momenti della vita personale spiritualmente più impegnativi come la conclusione della fanciullezza, dell'adolescenza e della giovinezza (cf. IV Congresso mondiale vocazioni 1971, in Vocazioni, cit.,§20).

328
34. L'approfondimento dottrinale potrà essere principalmente attuato dalla rivista Vocazioni, organo del CNV e da pubblicazioni dello stesso Centro in modo che i risultati di questo impegno di studio siano più facilmente trasmessi ai responsabili dei servizi per l'animazione vocazionale della pastorale, agli operatori e agli educatori.

329
35. Dovrà inoltre curare lo scambio di informazioni e di contributi tra i servizi di animazione catechistica e vocazionale a tutti i livelli, affinché nei nuovi catechismi destinati agli adulti siano presenti i temi e i valori dell'orientamento vocazionale ed evidenziato meglio, negli altri catechismi, il valore vocazionale della vita cristiana.
Prendere contatti con gli altri organismi pastorali, in particolare con il Centro azione liturgica (CAL) e l'ACI, perché nel servizio che essi prestano alla comunità cristiana, sia inserita più organicamente la dimensione vocazionale.
Interessare le riviste cattoliche di studio e di divulgazione affinché diano il dovuto rilievo all'orientamento vocazionale.
Coimpegnare gli esperti delle discipline antropologiche e teologiche all'approfondimento della dottrina sulla vocazione e sull'educazione vocazionale.

Aspetto spirituale ed educativo


330
36. La Chiesa è guidata dallo Spirito santo, il quale distribuisce i suoi doni ai credenti in Cristo. La comunità cristiana deve dunque rendersi sempre più chiaramente veicolo all'azione dello Spirito per assecondarla e per mostrare agli uomini la presenza e l'azione divina nella Chiesa e nel mondo. E' perciò necessario che i cristiani promuovano un'azione incisiva per eliminare le controtestimonianze alla conversione.

331
37. La sensibilizzazione vocazionale deve essere condotta lungo le linee di sviluppo della personalità umana e cristiana, con attenzione alle esigenze delle diverse età, fino alla maturazione di una fede personale in rapporto a Dio e alla comunità. Queste linee di sviluppo si attuano nella catechesi, nella vita liturgica e nell'azione missionaria.

Catechesi ed esperienze religiose

332
38. La catechesi ridesta continuamente la coscienza del battesimo, apre l'anima alla Parola che convoca e vivifica la Chiesa, impegna a realizzare la missione della Chiesa secondo la vocazione personale (cf. RdC 33).
La catechesi può essere inserita nel vivo dell'esperienza religiosa vissuta nelle riunioni di preghiera, in ritiri ed esercizi spirituali, in giornate e corsi di orientamento; in gruppi impegnati spiritualmente e nel servizio cristiano.
Una forma di catechesi indispensabile è la direzione spirituale e il dialogo personale con il sacerdote nella confessione. La direzione spirituale è preparata e sostenuta dalla predicazione.

333
39. La vita liturgica realizza l'incontro vitale con Dio e con la comunità di fede, il cui centro è la celebrazione dell'eucaristia, alimento determinante e continuo nell'itinerario cristiano della vocazione. La preghiera intesa a sollecitare la risposta umana alla chiamata divina e la partecipazione dei singoli cristiani ai sacramenti alimentano l'azione pastorale delle vocazioni. L'ascolto della parola e gli incontri che comportano una profonda esperienza religiosa, sono momenti forti di educazione ecclesiale nei quali la vocazione viene più chiaramente percepita, si sviluppa e si definisce.

334
40. Lo sviluppo della vocazione è strettamente collegato con l'azione dello Spirito santo e quindi con il sacramento della cresima, che rende il cristiano più idoneo e sensibile al rapporto con Dio e all'assunzione delle proprie responsabilità in seno alla Chiesa. L'azione di orientamento della comunità cristiana deve continuare particolarmente negli anni che seguono il conferimento della cresima.

335
41. La vita sacramentale del cristiano fino all'età dell'opzione fondamentale, deve essere improntata ad uno spirito di disponibilità al Signore. I sacramenti della penitenza, dell'eucaristia e della cresima offrono il terreno più adatto per l'orientamento vocazionale perché propongono la fedeltà alla vocazione battesimale, l'impegno di servizio ecclesiale, la conversione continua a Dio.

336
42. Nei momenti sacramentali l'animo dei genitori e dei figli è maggiormente aperto ad accogliere la presenza del sacerdote, del religioso, della religiosa, del catechista e possono perciò costituire occasione di catechesi vocazionale. L'animazione vocazionale è rivolta ai genitori per proporre loro una vita cristiana più impegnata; ai fanciulli, più ricettivi e disponibili all'amore per Cristo; ai ragazzi più pronti ad ascoltare l'invito alla generosità; ai ragazzi e agli adolescenti che scoprono aspetti nuovi della loro fede e approfondiscono il proprio impegno nella Chiesa: in loro potrebbero manifestarsi aperture significative alla vocazione di speciale consacrazione.

337
43. I giovani sono generalmente molto disponibili all'impegno concreto a servizio dei fratelli. L'orientamento vocazionale richiede la proposta di forme di testimonianza e di servizio, che mentre maturano la vocazione cristiana fondamentale, guidano ad assumere speciali impegni nella comunità. I giovani vengono così progressivamente educati a sperimentare nella loro vita la bellezza del servizio al regno di Dio e ai fratelli (cf. Paolo VI, Discorso ai partecipanti I congresso 1966).

Aiuti particolari per l'orientamento

338
44. Per attuare concretamente l'attenzione ai momenti privilegiati per la vocazione è opportuno predisporre:
- i contatti personali dell'educatore-orientatore;
- i raduni periodici anche con corsi e campi scuola di orientamento;
- - i gruppi, associazioni e comunità permanenti, per la formazione dei giovani e il servizio ecclesiale, per consentire una viva esperienza personale e comunitaria di orientamento cristiano impegnato( Documento finale del II Congresso nazionale vocazioni unitario, n. 84);
- la consulenza e l'assistenza del centro medico-psico-sociale e pedagogico di orientamento, cristianamente ed equilibratamente impostato.

339
45. Si tratta sostanzialmente di assicurare un'assistenza non occasionale, ma sistematica che impegna in modo particolare il sacerdote e le persone consacrate, dalla confessione al colloquio personale, alle lezioni scolastiche, ai cicli di conferenze, alla predicazione in collaborazione con gli altri educatori che sono i naturali orientatori della gioventù (Documento finale del II Congresso nazionale vocazioni unitario, n. 85).

340
46. In particolare:
a) per la fanciullezza e la preadolescenza:
- proporre valori, persone, situazioni, avvenimenti come modelli credibili ed efficaci di vocazioni vissute;
- rimuovere le conseguenze dello scandalismo, i pregiudizi e le preclusioni;
- aprire l'animo alla recettività e alla disponibilità alla vocazione di speciale consacrazione;

341
b) per l'adolescenza:
- assicurare l'adesione ai valori cristiani;
- mettere a contatto con la realtà sociale, ecclesiale da interpretare alla luce della fede con spirito di solidarietà attiva nel piano salvifico di Dio;
- far loro scoprire il senso dell'impegno missionario, profetico e ministeriale delle vocazioni nella Chiesa;
- aiutare, in particolare, a superare la crisi delle scelte infantili, non più soddisfacenti; accettare scadenze anche lunghe per risolverla; rifiutare soluzioni qualunquistiche, positive o negative; difendere e sviluppare i valori vocazionali; cercare una soluzione con senso di autonomia, con realismo e con equilibrio;

342
c) per l'adolescenza e la gioventù:
- guidare ad una valida esperienza esistenziale sia individuale che comunitaria, con partecipazione responsabile ad attività caritative, assistenziali, educative, missionarie, liturgiche, nonché alle attività e istituzioni della Chiesa (IV Congresso mondiale vocazioni 1971, 86).

Gli educatori


343
47. I cristiani e le comunità con responsabilità diretta di animazione vocazionale assolvono tale compito anzitutto con la testimonianza della loro fede e della loro vita, azione educativa più efficace per la gioventù (cf. PC 24-25).

344
48. Nella situazione attuale si avverte la necessità, secondo le realtà delle singole Chiese locali, di suscitare comunità di fede a dimensione familiare o piccoli gruppi, in cui i giovani e adulti possono vivere una effettiva esperienza di vocazione cristiana e di vocazioni specifiche. In queste piccole comunità è necessaria la presenza di un animatore, che illumini e guidi l'esperienza del gruppo (cf. IV Congresso mondiale vocazioni 1971, in Vocazioni,§18). L'esperienza insegna quanto sia dannoso quando questi gruppi si chiudono in se stessi e non entrano in comunione sincera ed effettiva con tutta la comunità.

345
49. La presenza educativa della famiglia è fondamentale nella fanciullezza, importante nella preadolescenza, opportuna anche in seguito. La famiglia attua questo compito per mezzo di un clima carico di affetto equilibrato e nella misura in cui i genitori e gli altri membri della famiglia vivono gioiosamente la propria vocazione e si dedicano a realizzarla, offrendo un clima di valori umani e cristiani autentici e la testimonianza di una pratica cristiana divenuta stile di vita e costante attenzione agli altri (PSM 335). L'impegno della famiglia nell'orientamento vocazionale dei figli deve essere preparato con una specifica catechesi nei corsi di preparazione per fidanzati, nelle conferenze ai giovani sposi e ai genitori. I compiti della famiglia vanno ribaditi anche per gli ambienti e comunità educative nelle quali i giovani fanno la propria esperienza umana e cristiana.

346
50. La comunità parrocchiale è il luogo ordinario dell'orientamento vocazionale, perché permette una concreta esperienza di vita cristiana e aiuta ogni membro a scoprire il proprio compito nella comunità secondo il piano di Dio. Anche per questo motivo è necessario che la dimensione vocazionale sia chiaramente presente nell'impegno pastorale della parrocchia.

347
51. Il parroco e i sacerdoti collaboratori, con la famiglia, sono i primi responsabili dell'orientamento vocazionale dei giovani, con la testimonianza di vita e con un'organica azione pastorale. Essi devono impegnare nell'orientamento delle vocazioni tutte le forze vive della parrocchia, soprattutto le persone chiamate a vivere una vocazione di speciale consacrazione.

348
52. L'apporto degli animatori accolti nelle parrocchie e inviati dal CDV risulta utilissimo per la sensibilizzazione degli educatori e l'orientamento della gioventù, soprattutto se si tende ad una maggior conoscenza concreta delle varie vocazioni.

349
53. I gruppi e le associazioni ecclesiali, particolarmente l'ACI, esistenti nella parrocchia, devono prendere coscienza della loro responsabilità di mediazione vocazionale in comunione con la Chiesa locale. Le comunità religiose e le persone consacrate devono presentare efficacemente il proprio carisma.

350
54. Va particolarmente curato l'apporto degli insegnanti di ispirazione cristiana, dei catechisti e degli insegnanti di religione, degli animatori di attività liturgiche, missionarie e caritative, come pure l'attività educatrice delle istituzioni cattoliche (scuole, collegi, oratori, centri giovanili, ecc.). L'insegnamento della religione nelle scuole è un'occasione particolarmente importante, qualora esso non si risolva in una lezione accademica, ma riesca a produrre rapporti più profondi e continuativi con gli allievi.

La gioventu'

351
55. E' necessario considerare con attenzione le aspirazioni dei giovani per sapere riconoscere quelle autentiche e positive. Esse infatti costituiscono la prima proposta della chiamata di Dio (cf. IV Congresso mondiale vocazioni 1971, n. 26, in Vocazioni,§20). E' doveroso orientare la gioventù più attenta e più preparata spiritualmente a un atteggiamento di apertura alla pluralità delle vocazioni nella Chiesa e alla disponibilità al dono di Dio di una vocazione di speciale consacrazione. Per questo è necessaria una catechesi adeguata che faciliti il dialogo vocazionale fra Dio e i giovani per aiutarli a liberarsi dai pregiudizi e dalle preclusioni nei confronti di queste vocazioni.

352
56. I gruppi giovanili, seriamente impegnati e vitalmente inseriti nella comunione ecclesiale, possono costituire un aiuto per la scelta vocazionale. La realtà attuale italiana presenta diversi tipi di gruppi, tra i quali segnaliamo quelli liturgici, missionari, di catechisti, di universitari impegnati in forme di revisione di vita, gruppi del Vangelo, per doposcuola a ragazzi di scuola media, per campi scuola, e di vita comune con i religiosi. La loro finalità è di cercare un clima di vita cristiana intensa, premessa necessaria al maturare di ogni vocazione.

Gruppi e comunita' vocazionali

353
57. La validità del gruppo per l'orientamento vocazionale è determinata da un serio impegno nelle prospettive di fede: un gruppo che cresce nell'ascolto della parola di Dio, nella preghiera personale e liturgica, nell'esperienza di Chiesa, con un programma formativo a lunga scadenza per curare la conoscenza e la scelta di tutte le vocazioni (cf. PSM 348e). I risultati di questi gruppi non si possono individuare in rapporto al numero di vocazioni di speciale consacrazione che subito vi si maturano, ma piuttosto dal numero di giovani che giungono a considerare la vita come vocazione, a confrontarsi con coloro che vivono in una totale dedizione, a sperimentare la spiritualità e l'impegno apostolico di persone che seguono la chiamata di speciale consacrazione.

354
58. Nella Chiesa locale assumono particolare rilevanza le comunità vocazionali, caratterizzate da un notevole impegno di vita comune e dalla presenza continuata di un animatore vocazionale. In esse vivono giovani che per varie ragioni non possono o non intendono entrare nelle comunità seminaristiche. Queste comunità appaiono sempre più numerose e varie per modalità e denominazione: la loro efficacia formativa è ordinariamente determinata dalla preparazione e dalle capacità educative degli animatori (cf. PSM 348bcde).

355
59. Queste comunità vocazionali preparano i giovani all'ingresso nel seminario maggiore, il quale costituisce la via normale dichiarata necessaria dal concilio Vaticano II e confermata dalla prassi plurisecolare della Chiesa. L'esperienza dimostra che, per la preparazione al sacerdozio ministriale, è temerario e rovinoso rinunciare alla comunità educativa del seminario, come è presentata dalla Ratio fundamentalis e da Orientamenti e norme per l'Italia.

Seminario per adolescenti

356
60. Tra le comunità vocazionali assume singolare rilievo il seminario per adolescenti, considerato come prima comunità educativa vocazionale a motivo della presenza degli educatori e della disponibilità dei ragazzi. Esso è un servizio offerto alla comunità parrocchiale e alla famiglia per orientare in un clima di fiducia la formazione cristiana più completa degli adolescenti, che si sentono chiamati, nella piena libertà, verso la scelta del sacerdozio ministeriale (cf. PSM 348a). Il seminario così costituito si pone come riferimento per le altre comunità vocazionali e come centro animatore delle comunità della Chiesa locale (cf. RaF 12; PSM 364).

Educatori, istituzioni, giovani e impegno definitivo di vita

357
61. Agli educatori, che presentano ai giovani un impegno definitivo di vita e alle istituzioni predisposte ad accoglierli, si propone di:
sottolineare la generosità inerente alla scelta delle vocazioni di speciale consacrazione;
avviare con profonda convinzione e con coraggio il rinnovamento delle strutture e dei metodi educativi, tracciato dai documenti conciliari e dalle norme successive, impostando l'azione educativa sulla riflessione e sul dialogo con i giovani, sulla corresponsabilità e sulla gradualità;
curare la formazione umana, educando al domino di sè, alla apertura verso gli altri, alla responsabilità e alla collaborazione;
sviluppare la formazione spirituale non come un fatto episodico, ma come un impegno costante di vita, utilizzando anche la direzione spirituale;
favorire l'educazione sociale e comunitaria con la partecipazione a nuove esperienze pastorali;
individuare i tempi e i modi più opportuni perché i singoli giungano a conoscere una proposta concreta, senza esercitare pressione alcuna, ma aiutando nella libera scelta.


Aspetto organizzativo

358
62. Un'azione di preparazione, di formazione e di sensibilizzazione così complessa e impegnativa comporta la disponibilità di persone adeguatamente preparate, iniziative sistematiche e un piano di coordinamento del servizio di animazione vocazionale con l'azione pastorale, generale e giovanile in particolare, nell'intento di armonizzare gli interventi intesi all'orientamento vocazionale.
Il coordinamento va promosso dai centri di animazione vocazionale, nell'intento di aiutare i centri pastorali a svolgere la propria azione in dimensione vocazionale.

I centri unitari per l'animazione vocazionale

359
63. I centri di animazione vocazionale hanno il compito di promuovere lo studio sui fondamenti dottrinali dell'orientamento delle vocazioni, di curare l'aggiornamento delle strutture e un insieme organico di interventi operativi nell'ambito della Chiesa locale, perché questa realizzi più facilmente la funzione che le è propria di mediatrice di tutte le vocazioni.

360
64. I centri per l'animazione vocazionale devono essere "unitari" a tutti i livelli (diocesani, regionali, nazionale) come precisano i documenti ecclesiali e in particolare il documento della Conferenza episcopale italiana La preparazione al sacerdozio ministeriale - Orientamenti e norme al n. 325. In essi perciò devono essere assicurati la presenza e l'apporto di tutte le categorie vocazionali (sacerdoti diocesani, diaconi, religiosi, religiose, religiosi laicali, istituti secolari, laici, missionari) e la partecipazione dei rappresentanti dei diversi organismi pastorali (cf. Documento finale del II Congresso nazionale vocazioni unitario, nn. 23, 24, 27, 28, 29, 37). Questi centri devono favorire la proposta chiara ed efficace di tutte le vocazioni presenti nella comunità cristiana.

Il Centro nazionale vocazioni


361
65. Il Centro nazionale vocazioni (CNV) è istituito d'intesa con la Conferenza episcopale italiana (CEI), la Conferenza italiana dei superiori maggiori (CISM), l'Unione italiana delle superiore maggiori (USMI) e la Consulta nazionale dell'apostolato dei laici (CNAL) per animare l'azione pastorale in senso vocazionale. E' formato da un gruppo di responsabili dei vari servizi, coordinati da un segretario nazionale e sotto la responsabilità di un vescovo, delegato dalla CEI. Il CNV, prima di tutto, attraverso il CRV promuove la costituzione dei Centri unitari diocesani vocazioni in tutte le diocesi. L'esistenza del Centro diocesano vocazioni unitario è condizione primaria per l'attuazione del presente piano per l'animazione vocazionale della pastorale.

362
Il CNV promuove e attua i seguenti servizi:
- la ricerca dottrinale sulla vocazione e il relativo orientamento;
- la documentazione e valutazione della situazione vocazionale e delle esperienze pastorali;
- il coordinamento e la collaborazione con i centri vocazionali delle diocesi, con gli istituti religiosi e con i movimenti laicali in collegamento con il centro regionale vocazioni;
- le iniziative per la formazione dei responsabili per mezzo di congressi, corsi formativi, sussidi, servizi editoriali;
- iniziative di preghiera e di animazione spirituale dei servizi di orientamento;
- la predisposizione di proposte di animazione vocazionale a livello nazionale;
- la collaborazione con i centri nazionali di altri paesi.

Il Centro regionale

363
66. Il Centro regionale vocazioni (CRV) è un organismo di collegamento tra i Centri diocesani vocazioni con il CNV e con i Centri pastorali della regione. A norma dell'articolo 64 è costituito dai rappresentanti delle singole diocesi della regione; lo presiede un delegato, designato dai componenti con una terna di nomi e nominato dalla conferenza episcopale regionale. Offre un servizio di animazione vocazionale ai centri pastorali della regione per una comune coscienza di orientamento vocazionale e quindi un impegno organico e unitario per le vocazioni. In particolare favorisce il sorgere di attivi Centri diocesani unitari per le vocazioni. Opera in armonia con le disposizioni della conferenza episcopale regionale.

364
Cura i seguenti servizi:
- raccogliere ed elaborare i dati per lo studio della situazione vocazionale della regione;
- promuovere le iniziative di comune interesse tra le diocesi e lo scambio delle esperienze;
- offrire sussidi per la formazione degli animatori diocesani e degli orientatori vocazionali, d'intesa con il CNV nell'intento di renderli più aderenti alle concrete situazioni della regione.

Il centro diocesano


365
67. Il Centro diocesano vocazioni (CDV) esprime l'impegno della Chiesa locale per l'animazione vocazionale, promuovendo e coordinando le attività di orientamento vocazionale nelle parrocchie e nelle comunità cristiane della diocesi, sotto la guida e la responsabilità del vescovo.
Suppone e sollecita la presenza e l'apporto di tutte le categorie vocazionali e dei rappresentanti dei diversi organismi pastorali, sia nella sua struttura che per il suo funzionamento. Ne è responsabile un direttore, nominato dal vescovo e aiutato da una segreteria unitaria.

366
Il CDV offre i seguenti servizi:
- fa presente l'impegno dell'orientamento vocazionale negli organismi pastorali della diocesi, inserendo e armonizzando le proprie attività nel piano pastorale diocesano;
- cura la formazione degli animatori vocazionali locali;
- promuove attività di orientamento giovanile;
- favorisce un'efficace proposta di tutte le vocazioni alla comunità cristiana;
- collabora con il CDV delle altre diocesi, il CRV e il CNV.

Iniziative particolari per le diocesi e le parrocchie


367

68. Tra le iniziative da promuovere in sede diocesana e parrocchiale si possono segnalare le seguenti:

- la settimana vocazionale parrocchiale, che offre la possibilità di incontri capillari con tutta la comunità parrocchiale; le famiglie vengono così illuminate e stimolate alla verifica degli impegni vocazionali;

- incontri periodici dei genitori per lo studio dei problemi educativi inserendovi opportunamente la dimensione vocazionale. In questa sede potranno essere presentati i nuovi mezzi di orientamento vocazionale (centri di orientamento, gruppi vocazionali, ecc.) che vanno affiancandosi a quelli tradizionali della Chiesa locale (seminari, istituti cattolici di educazione, gruppi di impegno, ecc.);

una pubblicazione periodica unitaria, quale collegamento del CDV con le famiglie che porti le proposte e le esperienze dell'orientamento vocazionale.


Capitolo Terzo: VERIFICA DEL SERVIZIO DI ANIMAZIONE VOCAZIONALE

368

69. La verifica non può essere proposta come il controllo dei risultati ottenuti, perché l'animazione spirituale non è misurabile con mezzi umani e la crescita soprannaturale delle anime non può essere rilevata con strumenti psicologici di indagine. E' vero che è dato cogliere indizi di animazione e di crescita, ma la valutazione non può avvenire che con un metodo intuitivo e quindi personale. Alcuni effetti, poi, possono manifestarsi a scadenza imprevedibile: "Altri seminano e altri raccolgono" (Gv 4,36).

369

La verifica è perciò un ripensamento dell'azione svolta, una revisione condotta alla luce della fede in vista di confrontare il nostro impegno con la parola di Cristo. Se quanto è stato fatto è aderente all'insegnamento del Maestro e alla guida del magistero della Chiesa, non si può che concludere per un proseguimento dell'azione, lasciando a Dio di fecondare la semina.

Scopo della verifica

370

70. Poiché l'azione pastorale della Chiesa si incarna in una situazione umana e storica, e queste sono in continua evoluzione, è necessario verificare periodicamente la rispondenza dell'azione alle necessità degli uomini. La revisione sarà dunque guidata da due preoccupazioni fondamentali: la fedeltà al mandato di Cristo e alla sua Chiesa, la fedeltà all'uomo. Ne emergeranno istanze di rinnovamento e di perfezionamento, che saranno motivo di stimolo dell'impegno pastorale.

371

La verifica del servizio di animazione vocazionale della pastorale, dovrà dunque: - indurre quanti operano nel campo dell'orientamento vocazionale a interrogarsi sulla limpidezza e apertura delle loro intenzioni e iniziative, combattendo la tentazione di ridurre l'azione a un discorso parziale o umanamente interessato; - prendere atto del mutare delle situazioni in cui l'opera viene svolta per non rischiare di rendere vano l'impegno di animazione della realtà umana.

Metodo della verifica

372

71. La verifica, come è evidente, va operata a tutti i livelli (nazionale, regionale, diocesano, parrocchiale, di gruppo, ecc.) e ovunque una comunità o un individuo sono impegnati nell'azione pastorale. Il modo concreto di operare ordinariamente la verifica sarà il consuntivo del lavoro iniziato e svolto in sede di consiglio. E' fondamentale che il consuntivo non si riduca ad un'analisi di tipo economico e organizzativo, ma parta da una riconsiderazione dei principi e degli orientamenti dell'impegno che devono guidare l'opera pastorale. In questo modo, i dati che emergeranno acquisteranno realmente il valore di intenti e di strumenti di una realtà immensamente più alta e complessa: il mistero stesso della Chiesa di Cristo.

Roma, 10 luglio 1973

LA PREPARAZIONE AL SACERDOZIO MINISTERIALE ORIENTAMENTI E NORME


Introduzione


1. Il ministero della Chiesa nella pastorale delle vocazioni e nella preparazione dei candidati al sacerdozio deve tener presente le "condizioni e le particolari esigenze del tempo" e del luogo circa i problemi che riguardano il prete e il mondo allo scopo di adattare le direttive per la formazione sacerdotale alle situazioni particolari (cf. RaF intr. 2; 1; GE intr.; GS 2).

Per tale motivo è sembrato utile premettere a questi "Orientamenti e norme" una "problematica" che dovrà essere tenuta presente nella loro lettura, così come è stata considerata nella compilazione.

4272

2. Lo scopo di questa descrizione è quello di sollecitare in tutto il popolo di Dio un ulteriore approfondimento di coscienza, di ricerca e di preghiera, al fine di aggiornare costantemente i mezzi per la preparazione dei preti alle reali esigenze. Si vuole inoltre mantenere i seminari in un atteggiamento di vigile ricerca nei confronti delle finalità specifiche, poiché essi con fedeltà sono tenuti a cercare nelle situazioni concrete la via più adatta per raggiungere le loro mete.

I. Problematica attuale del prete e scelta della vocazione nei giovani

4273

3. L'"immagine" del sacerdote, che oggi viene recepita dall'esperienza dei giovani, ha una grande incidenza sulla scelta della vocazione.

Infatti nell'orientamento verso uno stato di vita influisce profondamente, oltre che l'ambiente culturale, il modello che incarna e testimonia in sè le prospettive di una scelta. Per questo si ritiene che la "crisi del prete" oggi sia uno dei fattori che maggiormente influisce sull'attuale "crisi" delle vocazioni.

4274

4. Nella situazione sociale contemporanea la comprensione della forma di vita propria del prete incontra particolari difficoltà ad essere intesa.

Il prete viene spesso accusato di appartenere ad una "casta", e di essere legato alla difesa di diritti e privilegi del passato. Questo rilievo prende talora lo spunto da comportamenti "clericali" di vecchio tipo, non privi di invadenza e autoritarismo, o da modi di vita che vengono tacciati di imborghesimento.

4275

5. Inoltre, in un momento in cui sorgono conflitti in quasi tutti i settori della vita sociale, è difficile accettare che il prete non sia uomo "di parte", ma sia a servizio di tutti nel suo ministero, testimone e difensore della fede tramandata dalla parola di Dio e dalla Chiesa (cf. PO 4).

Talvolta l'uomo d'oggi male accetta il fatto che: "Nell'edificare la comunità cristiana i presbiteri non si mettono mai a servizio di un'ideologia o umana fazione, bensì, come araldi del vangelo e pastori della Chiesa, si dedicano pienamente all'incremento spirituale del corpo di Cristo" (PO 6).

4276

6. Sotto la spinta di certe dottrine e nella ricerca di nuove maniere di rapportarsi alle necessità del tempo, ad alcuni sembra che il ministero sacerdotale abbia perduto la sua funzione, per cui il prete si chiede quale senso abbia oggi la sua missione nel mondo (SM descr. della situazione 1).

Infatti il messaggio cristiano, che annunzia al mondo il Cristo "immagine del Dio invisibile" (Col 1,15), il Cristo crocifisso, scandalo e stoltezza (cf. 1 Cor 1,23), incontra gravi difficoltà ad essere compreso dall'uomo moderno a motivo del senso d'immanenza che permea la mentalità contemporanea.

Il senso cristiano della vita è messo in discussione, e la presenza della Chiesa nella società contemporanea è oggetto di istanze che tendono a modificare radicalmente la sua tradizionale maniera di essere e di vivere nel mondo.

4277

7. Puòquindi sorgere nell'anima di non pochi sacerdoti un doloroso senso di frustrazione nel constatare che il mondo sempre meno si interessa di loro, dando poco senso al loro ufficio (cf. Paolo VI, Discorso ai parroci e quaresimalisti di Roma, 17.2.1969: AAS 1969,§1188, 2), e mettendo in discussione le istituzioni, le attività e le opere nelle quali essi sono impegnati.

4278

8. All'interno stesso della Chiesa si discute da molti sul compito specifico del sacerdote. Alcune ipotesi esegetiche, teologiche e storiche hanno avanzato degli interrogativi sul significato e sul compito specifico del ministero sacerdotale. Anche nel nostro ambiente tali problemi hanno provocato delle incertezze sul senso che deve avere e sulle forme che puòassumere la vita del presbitero in seno alla comunità. Non di rado si sono cercate delle soluzioni ispirandosi alle strutture sociali di nuovo tipo o a esperienze provenienti da altre confessioni religiose.

Alcune volte si finisce per sminuire l'importanza del sacerdote nella comunità cattolica per il fatto che funzioni, per il passato ritenute proprie ed esclusive dell'ufficio dei presbiteri, oggi vengono affidate anche ai laici. Si aggiungano le incertezze di alcuni nel definire la differenza che intercorre tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune.

4279

9. Ne consegue che non pochi sacerdoti cercano un modo più qualificato di situarsi nella società. Alcuni propendono ad acquisire competenze professionali anche in vista di assicurare a se stessi una posizione sociale adeguata a quella degli altri uomini.

Altri, nel desiderio di tramandare integralmente il messaggio con l'intenzione di testimoniare che la loro vita è per il popolo e che essi appartengono al popolo, ritengono necessario partecipare alle situazioni e responsabilità sociali, equiparandosi a concrete forme di vita, fino ad assumere responsabilità politiche, esercitare una professione, avere una famiglia propria (cf. SM descr. della situazione 3; Paolo VI, Discorso ai parroci e quaresimalisti, 17.2.1972).

4280

10. Una parte di problemi che impegnano oggi la coscienza del sacerdote sembra nascere anche dalla difficile comprensione del celibato nella vita sacerdotale. Il mondo d'oggi, così preso dal problema della sessualità, non favorisce la tranquillità di spirito richiesta per una equa visione di questo impegno. Tanto più in quanto i motivi che stanno alla base della scelta celibataria sfuggono alle valutazioni di ordine solamente naturale sulle quali spesso si imposta la questione. Altri non colgono un rapporto sufficientemente chiaro tra la missione del sacerdozio e il carisma del celibato.

4281

11. Si aggiunge un senso di disorientamento nei rapporti tra sacerdote e chiesa: difficoltà di incontro con il vescovo e con i confratelli di età e di formazione diversa; insoddisfazione per le relazioni con tanta parte della popolazione; disagio culturale, derivante dal tipo di preparazione avuta, da difficoltà di aggiornamento, dalla diversificazione della cultura teologica rispetto alla cultura profana.

In alcuni casi anche il disagio economico fa da sottofondo a una serie di problemi che occupano oggi la coscienza del prete (cf. PO 21; SM descriz. della situazione 4).

4282

12. Il fenomeno doloroso di sacerdoti che abbandonano il loro ministero, e la sua divulgazione spesso di tipo scandalistico, sono fatti che possono dissuadere i giovani dalla scelta della vocazione sacerdotale e insinuano una mentalità di sfiducia sul valore della missione del prete.

In un contesto del genere si intravvede come e perché si parli di una "crisi di identità" del prete nel nostro tempo (cf. SM descriz. della situazione 3).

II. Problematica della Chiesa nel mondo

4283

13. Quanto si è fin qui accennato trova le sue radici in una situazione più vasta, che interessa il mondo contemporaneo e il suo rapporto con la Chiesa.

La Chiesa "è composta di uomini, i quali riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciòessa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia" (LG 1).1 La Chiesa pertanto non puònon riflettere i problemi e le difficoltà del mondo contemporaneo e degli uomini d'oggi.

a) Situazione della chiesa nel mondo d'oggi

4284

14. All'interno stesso della Chiesa molti cristiani si interrogano sulla sua natura e sul posto che essa occupa nel mondo e nella storia.

Taluni giudicano la Chiesa troppo mutata rispetto alla tradizione; altri la ritengono troppo lenta nel mettersi al passo delle trasformazioni socio-culturali in atto, mentre per molti il rapido evolversi della Chiesa dopo il concilio Vaticano II ha offerto l'occasione per una ripresa della coscienza e dell'impegno cristiano.

4285

Nel tentativo, poi, di rendere più efficace la presenza della Chiesa nel mondo e al fine di dare un apporto concreto alla soluzione dei gravi ed urgenti problemi umani e sociali, si propone che essa svolga una "funzione politica" al fine di calare il messaggio evangelico nella società umana. Altri, invece, vogliono che la Chiesa si assuma un compito più radicalmente critico e rivoluzionario. E' comunque chiara la tendenza di alcuni di voler immergere la Chiesa nelle strutture temporali quasi che essa dovesse confondersi anonimamente nelle forme della vita sociale.

b) Problematica del mondo contemporaneo

4286

16. Il nostro tempo è caratterizzato da rapide trasformazioni, che interessano tutti i settori della vita sociale. Le forme più comuni della convivenza umana sono costrette a mutarsi velocemente sotto la spinta di molteplici fattori.

4287

17. Il processo di secolarizzazione ha investito ed investe il mondo delle manifestazioni e dei valori religiosi tradizionali, e mette in discussione il contenuto della fede, il significato del linguaggio teologico, il significato della testimonianza individuale e collettiva.

4288

18. Alcuni eventi della vita italiana poi, hanno caratterizzato questi ultimi anni in maniera tale da modificare notevolmente l'aspetto sociale e il comportamento religioso della nostra popolazione.

Il fenomeno migratorio ha spinto grandi quantità di persone verso i centri industriali del nord e verso le città del centro e del sud, creando rilevanti disagi umani e pesanti pericoli di sradicamento con gravi risonanze sulle tradizioni religiose della popolazione.

L'aumento della scolarità e le possibilità di accedere alla cultura permettono a un numero sempre crescente di giovani di frequentare gli studi medi e superiori. Il beneficio di una cultura media più elevata e il mutato tenore di vita hanno modificato la fisionomia di quasi tutto l'ambiente socio-culturale italiano, hanno favorito lo sviluppo del senso democratico, e accentuato talora le distanze fra le nuove generazioni e gli adulti. Un grado più elevato di cultura media offre migliori occasioni per la cultura religiosa, nello stesso tempo determina maggiori esigenze critiche.

4289

Il mondo del lavoro prende sempre più coscienza delle carenze e disarmonie del mondo industriale e delle sue responsabilità e si evolve verso nuove espressioni associative.

Il peso politico e le esigenze delle forze del lavoro, specie di quelle organizzate, tendono a divenire sempre più determinanti sulle scelte politiche, sull'economia della nazione e sugli indirizzi della cultura.

Le esigenze produttivistiche della società contemporanea orientano la maggior parte dei giovani verso studi non più umanistici, ma tecnici e professionali, con la conseguenza di ingenerare una mentalità più attenta ai valori immediati, concreti e utili, e meno sensibile a dei valori trascendenti.

4290

19. Un aspetto particolarmente importante per la formazione e l'orientamento dei giovani è la crisi e il travaglio della famiglia: la scomparsa della famiglia "patriarcale" infatti ha scosso profondamente la compagine e i rapporti familiari, rendendoli meno profondi e personali.

Inoltre la frattura fra le generazioni complica di più il compito educativo della famiglia: annullando la funzione e il valore della tradizione, ha reso praticamente impossibile la trasmissione nei giovani di valori e di modelli di comportamento che la saggezza di generazioni aveva acquisito (cf. GS 8).

III. Problematica dei giovani

4291

20. Il mondo giovanile di oggi partecipa intensamente agli avvenimenti che segnano o provocano il mutarsi delle forme di convivenza.

Molti fatti di cui i giovani sono protagonisti hanno assunto tale una frequenza e una incidenza sul vivere sociale, da far pensare che essi abbiano prodotto una forte modificazione dell'opinione pubblica, del costume politico e della mentalità corrente.

Si nota spesso nei giovani un atteggiamento di rifiuto verso il mondo della tradizione ed emerge la volontà di trovare nuovi modelli di vita.

I giovani manifestano diffidenza verso l'esperienza degli adulti e verso atteggiamenti conformistici. Specialmente nell'ambiente studentesco, si nota un accentuarsi della crisi religiosa, e una sensibile attenzione verso problematiche di tipo ateistico.

Nello stesso tempo sembra aumentato l'interesse per i problemi religiosi, visti prevalentemente nella prospettiva della loro incidenza sulle situazioni sociali.

4292

21. Da alcune parti si esige - spesso con un atteggiamento impaziente - che la Chiesa assuma una funzione provocatoria nel processo di trasformazione della società.

Un certo numero di giovani assume una posizione critica verso la Chiesa. Si tende a rifiutare la sua testimonianza e ad accusarla di corresponsabilità con il mondo della "conservazione".

Spesso si domanda alla Chiesa una specie di "revisione storica". C'è "chi vorrebbe che l'autorità ecclesiastica, com'è oggi in molte società civili, scaturisse dalla base, così che la gerarchia non traesse la sua ragione d'essere e la sua potestà dall'ordinamento stabilito da Cristo, ma dal mandato della comunità" (Paolo VI, Discorso del 25 agosto 1971).

4293

22. La pratica della vita religiosa tra i giovani ha subito forti flessioni in Italia.

In questo fenomeno si riscontrano aspetti e direzioni diverse, a seconda della formazione religiosa dei soggetti, dell'influsso delle tradizioni religiose locali, dell'ambiente sociale di provenienza e di insediamento. In conseguenza le modificazioni riguardanti il comportamento religioso hanno una caratteristica diversa a seconda che si tratti di giovani studenti, contadini oppure operai.

4294

23. Non è raro il caso che il giovane si senta messo in crisi di fronte alle nuove situazioni in cui si viene a trovare. Infatti alcune proposte culturali vengono presentate in un contesto che sembra rifiutare i valori religiosi e la formulazione tradizionale di alcuni dati della fede: questioni di carattere sociale vengono spesso associate a problemi che implicano una critica storica della Chiesa.

4295

24. Tra i fattori che spiegano la flessione della pratica religiosa va segnalato anche il passaggio dalle piccole alle grandi comunità di insediamento. La famiglia e la piccola comunità in questo caso diminuiscono la loro capacità di controllo e di stimolo sulle scelte religiose. Il fenomeno favorisce una presa di coscienza personale della vita e dell'impegno cristiano, ma riduce spesso la pratica della fede entro connotazioni di tipo individualistico.

4296

25. In particolare per l'Italia va segnalato un fatto connesso con il rapido processo di industrializzazione tipico degli ultimi anni.

La richiesta di manodopera giovanile mette frequentemente le generazioni nuove nella condizione di poter guadagnare presto uno stipendio che in qualche maniera soddisfa alcune esigenze. Ciòsembra influire sulla mentalità giovanile determinando un atteggiamento di "indisponibilità" verso proposte diverse e superiori a prospettive di interesse economico e produttivistico.

4297

26. L'ambiente socio-culturale contemporaneo dunque propone ai giovani valori, modelli di vita e di comportamento entro i quali la vocazione al sacerdozio sembra trovare sempre minori occasioni per nascere e per svilupparsi. Un ambiente, che, in conseguenza, non funge da tramite per l'apertura verso la scelta del sacerdozio; anzi spesso diventa diaframma e ostacolo.

4298

27. Simultaneamente si riscontra che la religiosità dei giovani si orienta verso espressioni di maggiore purezza e autenticità. "Si nota in loro, per esempio, e nelle varie loro manifestazioni, un ardente desiderio di sincerità e di verità" (RaF intr. 2). Questo li porta a scoprire e denunciare, con una certa implacabilità, il lato debole delle ideologie, delle persone e delle strutture.

Nei giovani credenti esiste un particolare interesse alla vita della Chiesa e si accentua la coscienza della corresponsabilità di tutto il popolo di Dio.

In alcuni si riscontra un atteggiamento profetico-critico e una generosa volontà di dedizione per la comunità ecclesiale. Non pochi giovani, nel loro orientamento di servizio alla Chiesa manifestano una preferenza per scelte generose, con l'intenzione di offrire il proprio apporto in situazioni rischiose, specialmente in luoghi e in circostanze ove sono in gioco esigenze di giustizia e di promozione sociale.

4299

28. Quasi a riscontro della situazione sociologica emergono nei giovani alcune caratteristiche psicologiche.

Esprimono una forte esigenza e una spiccata attitudine a recepire i valori che sembrano capaci di modificare la storia e il mondo: senso della giustizia, desiderio di eguaglianza tra gli uomini, diritti della persona, valore della libertà umana, ecc. Per questo sono inclini a rifiutare ogni discriminazione e ogni forma di sopraffazione sull'uomo o di strumentalizzazione della persona.

4300

29. Avvertono un forte senso comunitario che li porta a ricercare e partecipare a forme anche inedite di vita di gruppo. Si uniscono quindi, scegliendo talvolta espressioni prolungate di convivenza, per lo studio, la ricerca, il lavoro, l'attività politica.

In genere i gruppi giovanili sorgono con carattere di spontaneità e spesso in opposizione o alternativa alla vita sociale organizzata tradizionalmente.

In alcuni ambienti, specialmente nelle circoscrizioni urbane, la vita di gruppo risponde al bisogno di ritrovare le dimensioni di una convivenza a misura d'uomo, bisogno accentuato dalla mobilità che caratterizza le nuove linee di insediamento della popolazione.

Talvolta invece la vita di gruppo nasce da una carenza di sicurezza o da un istintivo meccanismo di difesa contro la "massificazione" della società moderna.

4301

30. I giovani inoltre avvertono il bisogno di verificare personalmente i dati e i risultati della cultura; avanzano ordinariamente l'esigenza di fare l'esperienza delle cose, per una conoscenza personale anche nell'ambito di attività non proprie della loro condizione attuale oppure pertinenti al loro futuro.

4302

31. In tutte le istituzioni sociali (specialmente nel mondo della scuola) i giovani aspirano alla partecipazione. Questa esigenza di corresponsabilità e di libertà nelle scelte che riguardano la loro formazione e la loro presenza negli organismi sociali, li porta a rivendicare modifiche profonde nei rapporti con l'autorità e nel concetto di obbedienza.

4303

32. I giovani d'oggi - rispetto al costume precedente - esigono che la persona sia valorizzata più rapidamente. Essi acquistano infatti molto presto la coscienza delle proprie capacità, anche perché la società tecnologica, oltre ad offrire maggiori occasioni rispetto al passato, tende a impiegare le forze giovanili con più ampie possibilità di affermazione e di qualificazione. Per questo i giovani che non si sentono valorizzati in maniera soddisfacente o che non possono raggiungere, nel loro ambiente, le mete alle quali aspirano, provano un acuto senso di frustrazione e di ribellione verso la società (cf. GS 7).

4304

33. Si rileva tra i limiti e i condizionamenti dell'età giovanile una certa labilità psichica: sono portati a facili mutamenti di umore e di giudizio, aggressività alternate a timidezze e incertezze, difficoltà di portare a termine impegni a lunga scadenza.

4305

34. Si nota una prevalente attenzione alle cose esteriori, con una conseguente, facile superficialità di giudizio e la tendenza a un verbalismo che confonde la scoperta o l'approfondimento dei valori con la possibilità o l'occasione di parlarne e discuterne.

4306

35. In molte occasioni i giovani tradiscono una certa incoerenza e una facile illusione sulla vita. Specialmente gli studenti, si trovano nella condizione privilegiata di disporre di efficienti strumenti di critica, senza dover poi pagare con responsabilità dirette rischi e conseguenze delle loro proposte. Si riscontrano talvolta delle facili illusioni che portano i giovani ad alternare le scelte tra utopie e conformismi.

4307

36. Succede anche con frequenza che gli stessi giovani, i quali hanno denunciato e demolito con inesorabilità e ironia miti e valori di precedenti generazioni, creino con infatuazione nuovi miti, che vengono accettati come rigorose e doverose vie di risoluzione per il mondo d'oggi.

4308

37. I giovani avviati al sacerdozio partecipano ovviamente al travaglio e a tutte le ambivalenze della gioventù d'oggi.

Sebbene in maniera e in forme diverse, a seconda dell'età e del tipo di scuola che frequentano, essi riflettono il mondo dei loro coetanei e ne condividono in qualche maniera caratteristiche, stimoli e suggestioni.

Bisogna ricordarlo ogni qualvolta ci si troverà impegnati a valutare qualità, esigenze, deficienze e reazioni degli alunni del seminario; come pure quando si cercano le prospettive e i mezzi di formazione o l'aggiornamento delle strutture.

IV. Problematica attuale dei seminari

4309

38. L'istituzione dei seminari come ogni altra istituzione del passato è messa oggi in discussione.

Nell'opinione di alcuni, i seminari non hanno più significato; altri propongono modifiche talmente radicali da dare l'impressione che di fatto si svuoti la funzione essenziale riconosciuta al seminario dal concilio Vaticano II (cf. OT 4).

A volte critiche e riserve sono motivate da difficoltà reali, derivate dal passato e da costumi che continuano a condizionare la formazione al ministero sacerdotale; altre volte originano dalle esigenze complesse e apparentemente contrastanti che essa comporta.

4310

39. Una serie di obiezioni e di riserve nei confronti dell'iter seminaristico proviene dalla difficoltà o - si dice - dall'"impossibilità" di assicurare nei seminari il raggiungimento di alcune esigenze importanti per la formazione del prete d'oggi.

Il sacerdote, si afferma, dovrebbe essere più esistenzialmente unito alla comunità umana e cristiana da cui proviene e non deve venire prematuramente isolato nella sua maturazione e nella preparazione al ministero; occorre responsabilizzare le comunità cristiane nei confronti del dovere di creare ambienti e costumi capaci di esprimere, sostenere, sviluppare e verificare le vocazioni al ministero sacerdotale; l'attuale prassi, si dice, continua ad avallare un certo disinteresse delle nostre comunità nei confronti di un problema così vitale.

4311

40. Poiché si desidera un prete che sia più aperto e sensibile ai valori umani, si pensa che anche durante la formazione egli, inserito nella comune vicenda umana, senza privilegi, esenzioni, limitazioni escludenti, debba percorrere la trafila di situazioni e di relazioni nelle quali normalmente matura un uomo.

Fra i preti e i seminaristi circola uno stato d'animo piuttosto diffuso, originato dalla consapevolezza o dal timore di essere piuttosto poveri di umanità e poco inseriti nella vicenda umana.

4312

41. Perciòè rifiutata una formazione operata in ambienti che di loro natura vengono definiti "isolati" o che, comunque, tenderebbero a creare una categoria di persone "allevate" con mentalità, costumi e sensibilità particolari su misura dell'"uomo di Chiesa" soltanto.

4313

42. Si vuole maggior inserimento del seminarista nella normale vicenda umana, anche come condizione per comprendere la mentalità e le difficoltà dell'uomo. Per questo alcuni pensano che, se si toglie a colui che deve diventare sacerdote la possibilità di condividere le fondamentali esperienze dell'uomo (lavoro, insicurezza, necessità di pagare di persona le conseguenze dei propri atti, fatica della coerenza in un ambiente pluralistico e provocante, scoperta e relazione con la donna, ecc.) sarà difficile che egli in seguito sappia veramente comprendere che cosa significa essere uomini, ne capisca il linguaggio, le esigenze e le situazioni sofferte.

4314

43. Da altri viene messo in discussione il tipo di formazione culturale che il seminario offre ai candidati al sacerdozio. Per diventare sacerdoti - si dice - non è necessario smarrire la mentalità del ceto sociale da cui si proviene o della professione in cui si era già inseriti.

Si chiede quindi che il seminario consenta la possibilità di un iter culturale che, pur abilitando seriamente il sacerdote al suo ruolo specifico di "maestro della fede", non imponga un unico tipo di studi.

Altri dicono che nell'intero arco della formazione seminaristica esiste una notevole sproporzione tra l'attività intellettuale (scuola, studio, predicazione, direttive, ecc.) e la possibilità di esercizio delle altre dimensioni di una personalità umana completa (l'azione, il lavoro fisico, l'impegno apostolico, ecc.) con il rischio di un eccessivo intellettualismo, a scapito di un sano realismo e di un adeguato stimolo all'azione.

4315

44. Si afferma che il seminario rischia di non mantenere gli alunni in una sufficiente tensione apostolica perché, nell'isolamento da un normale contatto e conflitto con il "mondo", farebbe mancare di fatto quella provocazione immediata e concreta che stimola e sostiene l'apostolo.

4316

45. Si vuole muovere verso i seminari un'accusa particolarmente severa prendendo lo spunto dalla percentuale di immaturità, inautenticità e complicazioni che si manifestano in un certo numero di soggetti. Tali situazioni vengono attribuite alla struttura del seminario, quasi fosse da sola la causa delle carenze umane che si rivelano in alcuni.

4317

46. C'è ancora chi esprime verso il seminario delle riserve per il fatto che aumenta sempre più il numero di coloro che alla fine del corso di studi ritengono non ancora risolti adeguatamente alcuni problemi di maturazione; chiedono perciòdi rinviare la scadenza definitiva dell'impegno e cercano in "esperienze" ed iniziative extra seminario nuove occasioni per maturare la loro personalità, verificare la loro fede oppure la loro attitudine al servizio pastorale.

4318

47. Si formulano perciònuove proposte per la formazione dei presbiteri: la preparazione al sacerdozio all'interno delle comunità familiari o parrocchiali; la creazione di piccoli gruppi di seminaristi inseriti nelle comunità di lavoro e nelle parrocchie, assistiti eventualmente da un sacerdote e in collegamento tra di loro. Altri propongono di consentire la preparazione specifica al sacerdozio solamente a coloro che, già adulti e inseriti in una professione, accettano e domandano il ministero sacerdotale.

Altre volte sembra invece ci si limiti a chiedere che, accanto a dei seminari debitamente aggiornati, sia consentita la possibilità di soluzioni diverse.

4319

48. E' difficile tracciare una configurazione omogenea dell'attuale situazione dei seminari italiani: ciòcomporterebbe molte distinzioni, in relazione al seminario minore e maggiore, alle aree geografiche e socio-religiose, ai diversi seminari diocesani, interdiocesani e regionali. Ogni seminario infatti vive un suo contesto particolare con caratteristiche proprie, rilevabili in gran parte dalla maniera con cui il seminario è radicato in una sua storia molto concreta e ha poi partecipato alle rapide evoluzioni del mondo sociale, religioso e giovanile. Tuttavia alcuni elementi sembrano essere comuni.

4320

49. Nel decennio del post-concilio molti seminari hanno operato un tentativo e uno sforzo di adeguamento alle situazioni nuove, modificando strutture, norme, orientamenti. Talvolta ciòè avvenuto senza tener presenti valori fondamentali e scelte irrinunciabili. Alcuni seminari, per sperimentare delle riforme e per assicurare rimedi efficaci, sono forse caduti nel rischio di cedimenti troppo facili, rinunciando ad esigenze e prospettive essenziali; oppure hanno nuovamente creato nel seminario un ambiente di difesa e di sicurezza, in contrasto con l'apertura che il concilio vuole garantita per un'adeguata formazione dei chierici al ministero nell'attuale contesto mondiale.

4321

50. Si è spesso ingenerato nei seminaristi un clima di sfiducia, originato dall'impressione di non trovare nei seminari una risposta alle loro attese, tanto da indurre qualcuno a pensare di poter "salvare" la sua vocazione e un'idonea preparazione al ministero sacerdotale al di fuori o, addirittura, contro il tipo di formazione proposta dal seminario.

4322

51. Questa situazione ha creato inquietudini e profondi disagi. Da una parte qualche vescovo, educatori di seminario, sacerdoti e fedeli, preoccupati dei sacerdoti di domani, sono entrati in uno stato d'animo di incertezza o di smarrimento, con tendenza a risolvere i problemi, operando inversioni di marcia o arrestando il cammino delle riforme. Da un'altra parte, educatori, chierici di teologia, giovani sacerdoti, e talora persone completamente estranee ad un'aggiornata comprensione e conoscenza del seminario d'oggi, dimostrano sfiducia nei mutamenti operati, perché troppo estrinseci e marginali: parlano di "riformismo", non di vera riforma di seminari e ipotizzano forme "inedite", che spesso sono la negazione del seminario.

I giovani del seminario respirano un'impressione generale di turbamento, a volte avvertita nella stessa vita del seminario, quando la comunione tra il vescovo e qualche educatore, tra professori e superiori, si fa tesa.

4323

52. Per una valutazione obiettiva della situazione è necessario precisare che i problemi segnalati, non sono nè generalizzabili nè uniformi, e che ogni istituzione educativa si dibatte oggi in analoghe difficoltà (si pensi ad es. alla scuola e alla famiglia).

Infine è onesto ricordare che nei seminari non vi sono soltanto aspetti problematici o negativi, ma anche motivi e segni di speranza che devono riportare il problema alle sue effettive proporzioni, consentendo e stimolando una ripresa serena e coraggiosa. Si ha infatti motivo di credere che una ripresa sia già in atto, ed in parecchi seminari si ha l'impressione che, pur nelle difficoltà, ci sia maggiore serenità e fiducia nel far fronte ai problemi della vita seminaristica. Si riscontra che là dove si affrontano con animo aperto le situazioni difficili che si presentano, in un dialogo non interrotto tra superiori e alunni, nasce una convinzione rinnovata sulla necessità ed utilità dei seminari.

4324

53. In questo contesto di problemi, difficoltà, tentativi in corso, è urgente cercare una risposta che tenga conto di principi irrinunciabili per la Chiesa.

In un momento nel quale lo sforzo per adattare il seminario alle esigenze attuali della Chiesa e del mondo rischia di confondere l'essenziale con il contingente, è necessario ricordare i punti fondamentali sul concetto del sacerdozio cattolico, quale deriva dalla rivelazione divina interpretata dalla costante tradizione e dal magistero della Chiesa (cf. RaF intr. 3), le mete al cui servizio un seminario si pone, e i mezzi necessari, in conformità al piano di Dio che la Chiesa va progressivamente scoprendo e attuando sotto l'azione dello Spirito santo.

I Parte: FORMAZIONE DEL PASTORE

INTRODUZIONE

4325
La dottrina del concilio Vaticano II sul ministero sacerdotale, applicata alla finalità pedagogica di preparare veri pastori d'anime permette di proporre tre obiettivi principali per la formazione della "personalità" di un pastore (cap. I): la carità pastorale, che il giovane è chiamato a vivere, si realizza attraverso una rete di rapporti ordinati in una dinamica, organica e progressiva, che - partendo dalla comunione con Cristo sommo sacerdote ed eterno pastore, - si attua e circola nella Chiesa in una comunione ecclesiale articolata con l'intero popolo di Dio e particolarmente con il vescovo e gli altri presbiteri, - nella missione nel mondo contemporaneo.
Questa triplice relazione indica le linee di sviluppo della formazione spirituale (cap. III), offre la giusta prospettiva alla formazione intellettuale (cap. IV) e organizza la stessa vita della comunità educativa del seminario (cap. II e V).

Capitolo primo: LA CONFIGURAZIONE TEOLOGICA DELLA PERSONALITA' DEL PASTORE

I. La comunione con Cristo pastore


4326
54. Il sacerdozio di Cristo si radica nel suo stesso essere di Figlio di Dio fatto uomo per la misteriosa unione ipostatica realizzata in lui tra la sua umanità e divinità.

4327
55. La realtà incomparabile del sacerdozio unico di Cristo include in se stessa anche la funzione profetica e regale, esprimendo e manifestando in molti modi la presenza e l'efficacia dell'amore preveniente di Dio (cf. SM I, 1).
Nella sua vita terrena, infatti, Gesù, per rendere testimonianza al Padre che lo ha mandato e per compiere la sua volontà (cf. Gv 8,28-29; 17,4), ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana (cf. Fil 2,6-11; 2 Cor 5,21) e ha annunciato ai poveri il vangelo della salvezza (cf. Lc 4,17-21).

4328
56. La sua predicazione profetica, confermata con segni e con miracoli, ha raggiunto il suo culmine nel mistero pasquale della sua morte e risurrezione, che è la parola suprema dell'amore divino col quale il Padre ha voluto parlarci (cf. DV 4; SC 5; SM I, 1). Fu sulla croce, infatti, che Gesù si dimostrònella forma massima il "buon pastore che dà la vita per le pecore" (Gv 10,11). In tal modo ha superato e dato compimento a tutti i sacerdozi rituali e ai sacrifici dell'antico testamento, anche pagani, e ha coronato una volta per sempre il suo sacerdozio con l'oblazione di se stesso al Padre per la redenzione del mondo (cf. Eb 10,5-7; SM I, 1).

4329
57. Nel mistero pasquale, Cristo diventa pastore della comunità del NT. Attorno a lui risorto, infatti, si raccolgono in unità e vengono introdotti nella comunione dello Spirito, i dispersi figli di Dio (cf. 1 Pt 5,4; Eb 13,20; At 2,25; Gv 11,51-52).

4330
58. La Chiesa, che nasce dalla pasqua e si manifesta nella pentecoste per iniziare la sua missione di salvezza, è il sacramento o segno e strumento del contatto nello Spirito santo con la persona e il mistero di Cristo soprattutto attraverso le Scritture, comprese nella tradizione, e i sacramenti della fede (cf. LG 1; SM I, 2).

4331
59. A tutto il popolo di Dio riunito nel suo nome, Cristo Signore partecipa il suo sacerdozio (cf. Ap 1,6; 5,9-10). Infatti "per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito santo, i battezzati vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici e far conoscere i prodigi di colui che dalle tenebre li ha chiamati all'ammirabile sua luce (cf. 1 Pt 2,4-10)" (LG 10). "Lo stesso Signore, infatti, con l'influsso che stabilmente esercita sulla Chiesa per mezzo del suo Spirito, suscita e promuove la risposta di tutti gli uomini, che si offrono a questo gratuito amore" (SM I, 1).

4332
60. Perciòil sacerdozio della Chiesa, che deriva da quello unico di Cristo e ne è partecipazione, è essenzialmente profetico e nella sua dimensione interiore si definisce come offerta ed oblazione di se stessi a Dio per gli uomini (cf. Rm 12,1; Gv 4,23).

4333
61. La Chiesa, per realizzare la sua missione di salvezza, partecipa in diverso modo al sacerdozio unico di Cristo. Dagli scritti del nuovo testamento risulta chiaramente che sono elementi propri dell'originaria struttura inalienabile della Chiesa, l'apostolo e la comunità dei fedeli, che si corrispondono tra loro in reciproca connessione, sotto il Cristo capo e l'influsso del suo Spirito (cf. LG 10; SM I, 4).
Questo rapporto è espresso negli stessi apostoli che "furono ad un tempo il seme del nuovo Israele e l'origine della sacra gerarchia" (AG 5).

4334
62. Cristo, infatti, annunciòche avrebbe edificato la sua Chiesa su Pietro e la fondòsopra i dodici (cf. LG 18); per questo gli scritti del nuovo testamento parlano della Chiesa fondata sopra gli apostoli.
Il ministero sacerdotale del nuovo testamento, che continua l'ufficio di Cristo mediatore e capo, è distinto essenzialmente e non solo per grado, dal sacerdozio comune di tutti i fedeli (cf. LG 10; SM I, 4) e rende perenne l'opera essenziale degli apostoli.
4335
63. La funzione propria del ministero sacerdotale, nel cuore della Chiesa, è di rendere presente l'amore di Dio in Cristo per noi mediante la parola e il sacramento, ed insieme di suscitare la comunione degli uomini con Dio e tra loro (cf. SM descr. della situazione).
Il ministero sacerdotale, perciٍ, attua la sua missione specifica: a) attraverso la proclamazione efficace del vangelo per la quale i presbiteri sono consacrati (cf. LG 28) e impegnati come primo loro dovere (cf. PO 2); b) col congregare e guidare la comunità esercitando il ministero della carità (cf. LG 28; PO 6); c) col rimettere i peccati e soprattutto con la celebrazione dell'eucaristia, nella quale il ministero sacerdotale raggiunge il suo culmine. L'eucaristia infatti è la fonte e il centro dell'unità della Chiesa (cf. PO 2, 5, 6; cf. LG 21, 28; SM I, 4).
"L'evangelizzazione permanente, pertanto, e l'ordinata vita sacramentale della comunità richiedono, per loro natura, la diaconia dell'autorità, cioè il servizio dell'unità e la presidenza della carità" (SM II, I, 1b).

4336
64. Per compiere il loro ministero i presbiteri ricevono una particolare consacrazione per mezzo del sacramento dell'ordine che fonda un rapporto originale ed irrevocabile con Cristo (cf. PO 2; LG 28). Attraverso l'imposizione delle mani e la preghiera, infatti, viene comunicato il dono inamissibile dello Spirito santo (cf. 2 Tm 1,6).
La dottrina della fede insegna che questa realtà è permanente ed imprime un segno che nella tradizione della Chiesa prende il nome di carattere sacerdotale (cf. SM I, 5).

4337
65. Segnato dallo Spirito il ministro è perciò"icone" o immagine del Signore, sacramento, segno vivente, sensibile ed efficace della presenza di Cristo capo e della sua missione nel duplice aspetto di autorità e di servizio. Il ministero sacerdotale pertanto nella Chiesa significa in modo efficace il primato dell'azione che Gesù capo e mediatore esercita in essa attraverso il suo Spirito.

4338
66. Il ministero pastorale inizia con l'elezione e la vocazione quale atto dell'amore preveniente di Cristo (cf. Gv 15,16), che invita l'eletto, come gli apostoli, a seguirlo (cf. 9,9; Mc 2,14; Lc 5,27), a" vedere" e "restare con lui" (cf. Gv 1,39), chiedendogli come a Pietro una testimonianza di fede (cf. Mt 16,16) e d'amore (cf. Gv 21,15).
Cristo elegge e chiama a sè i suoi amici per inviarli agli uomini. La vocazione pertanto è in ordine alla missione: "Ne costituì dodici, che stessero con lui e anche per mandarli a predicare" (Mc 3,14).

4339
67. La chiamata di Cristo al ministero pastorale presuppone la vocazione battesimale sulla quale si fonda. Per mezzo del battesimo, infatti, il cristiano partecipa al sacerdozio di Cristo ed è chiamato a condurre una vita "sacerdotale" intesa essenzialmente come oblazione di sè (cf. Rm 12,1). Coltivando alla perfezione la grazia battesimale, viene avvertita più chiaramente e con maggior certezza la particolare vocazione al ministero sacerdotale (cf. RaF 45).

4340
68. La risposta alla chiamata coinvolge l'imitazione di Cristo pastore, vivendo la grazia battesimale e quella propria del sacramento dell'ordine.
La norma della vita sacerdotale è espressa in sintesi nelle parole di Gesù: "Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Gv 17,19). Si attua nella dedizione alla missione pastorale, con il distacco dalle realtà più vitali e dagli affetti più cari fino alla croce come partecipazione alla sua pasqua salvifica (cf. Mc 8,34; 10,20; Mt 19,29; Lc 18,29).
I chiamati al ministero sacerdotale sono oggetto di un'ulteriore predilezione da parte di Cristo, non per essere di più, ma per servire di più e per rendersi disponibili a quella voce che è insieme invito e comando: "Vieni e seguimi" (Mt 19,21). La maturazione della vocazione al ministero, pertanto, si compie in una progressiva unione a Cristo che prepara a quella comunione ineffabile fondata sul sacramento dell'ordine.

4341
69. La chiamata del vescovo, in comunione con il presbiterio e la comunità dei fedeli, pone il sigillo di autenticità alla vocazione interiore; spetta infatti al vescovo "il dovere di pronunciare il giudizio definitivo sui segni della vocazione divina nell'ordinando. A lui è riservato il diritto di chiamarlo al sacerdozio, rendendo così autentica e operante davanti alla Chiesa una chiamata divina che è andata lentamente maturando" (Paolo VI, Summi Dei verbum: AAS 1963, 988).

II. La comunione ecclesiale

4342
70. La relazione particolare con Cristo pastore, radicata nel sacramento dell'ordine, si collega con una seconda relazione, pure totale ed irrevocabile, nella Chiesa e per la Chiesa, corpo di Cristo.
Il presbitero infatti, non è un isolato, ma membro di un corpo gerarchicamente strutturato, in qualità di servo dei fratelli (cf. PO 3).
Nella comunione ecclesiale sorgono, perciٍ, rapporti diversi e complementari in Cristo con l'intero popolo di Dio e in particolare col vescovo e con il presbiterio.

4343
71. La comunione con il popolo di Dio si fonda anzitutto sul sacerdozio comune. Conseguentemente i presbiteri sono "fratelli tra fratelli come membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è di tutti" (PO 9).
Il presbitero nel suo ministero si distingue per una nuova consacrazione dal compito proprio del fedele laico, tuttavia si integra con lui profondamente (cf. LG 10, 37; PO 6, 9), così da rendere testimonianza con i laici all'unico mistero di Cristo.

4344
72. Nella Chiesa ogni distinzione è al servizio dell'unità; all'interno di questa unità i presbiteri, "in virtù del sacramento dell'ordine, svolgono la funzione ecclesiale ed insopprimibile di padri e di maestri nel popolo di Dio e per il popolo di Dio" (PO 9).
La funzione di pastore non si restringe alla cura dei singoli fedeli - essa va specialmente estesa alla formazione dell'autentica comunità cristiana che (i presbiteri) raccolgono come una fraternità animata dallo spirito d'unità e per mezzo di Cristo nello Spirito la portano a Dio Padre (cf. PO 6; LG 28). E per fomentare opportunamente lo spirito comunitario, bisogna che esso miri non solo alla Chiesa locale, ma anche alla Chiesa universale (cf. PO 6).

4345
73. "I presbiteri, pur non possedendo la pienezza del sacerdozio ministeriale e dipendendo dal vescovo nell'esercizio della loro potestà, sono tuttavia a lui uniti per l'onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell'ordine" (LG 28). Infatti "tutti i presbiteri, assieme ai vescovi, partecipano in tal grado dello stesso e unico sacerdozio di Cristo che la stessa unità di consacrazione e di missione esige la comunione gerarchica dei presbiteri con l'ordine dei vescovi, che viene a volte ottimamente espressa nella concelebrazione liturgica" (PO 7; cf. LG 28).
"Essi costituiscono con il loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinato a diversi uffici. Nelle singole comunità di fedeli rendono per così dire, presente il vescovo, cui sono uniti con animo fiducioso e grande, ne assumono, secondo il compito loro affidato, gli uffici e la sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana".
"Essi, sotto l'autorità del vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata, nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e portano un grande contributo all'edificazione di tutto il corpo di Cristo (Ef 4,12). Sempre intenti al bene dei figli di Dio, cerchino di portare il loro contributo al lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi, di tutta la Chiesa. E a ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nel lavoro apostolico, i presbiteri riconoscano nel vescovo il loro padre e gli obbediscano con rispettoso amore. Il vescovo poi consideri i presbiteri suoi cooperatori come figli e amici, come Cristo che chiama i suoi discepoli non servi ma amici (Gv 15,15). Per ragione quindi dell'ordine e del ministero, tutti i presbiteri sia diocesani che religiosi, sono associati al corpo episcopale e, secondo la loro vocazione e grazia, servono al bene di tutta la Chiesa" (LG 28; cf. PO 7).
I presbiteri attraverso il loro vescovo sono in comunione anche col Papa, che nella sua qualità di successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei vescovi, sia della moltitudine dei fedeli (cf. LG 23).

4346
74. La coscienza della comunione con il vescovo aiuta a percepire anche l'unità dei presbiteri che vivono e operano all'interno dell'unico sacramento dell'ordine: "In virtù della comune sacra ordinazione e missione tutti i presbiteri sono fra loro legati da intima fraternità sacramentale" (LG 28; cf. PO 8).
Ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono assegnati in comunione con il proprio vescovo. "In questo modo, anche il ministero sacerdotale è essenzialmente comunitario nel presbiterio e col vescovo" (cf. LG 28; PO 8; SM I, 6).
Tale comunione sacerdotale costituisce il fondamento della comunione esterna, operativa, segno e manifestazione dell'"unità con cui Cristo volle che i suoi fossero una cosa sola, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal Padre" (PO 7; CD 30).

III. La missione nel mondo contemporaneo

4347
75. Dalla considerazione approfondita compiuta dal concilio Vaticano II dell'ampiezza della missione della Chiesa e della natura delle sue relazioni con il mondo, "si comprende meglio come la salvezza non sia qualcosa di astratto tale da essere - si direbbe - una categoria fuori della storia o del tempo, ma che essa proviene da Dio e deve, quindi, concretamente raggiungere tutto l'uomo e tutta la storia dell'umanità, e condurli liberamente al regno di Dio, perché finalmente Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15,28)" (SM descr. della situazione 1).
La Chiesa unita a Cristo nello Spirito santo, composta di uomini che camminano verso il regno del Padre, ha ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti gli uomini, "perciòessa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la storia" (GS 1).
Da ciòderivano alcune conseguenze per l'impegno apostolico dei presbiteri. Essi, infatti, "segregati per il vangelo" (Rm 1,1), ma non separati dal popolo di Dio o da qualsiasi uomo (cf. PO 3) trovano la propria identità in quanto vivono la missione specifica della Chiesa e la esercitano come pastori e ministri del Signore, nello Spirito, per realizzare con la sua opera il piano della salvezza nella storia (cf. SM II, I, 1a).

4348
76. Per svolgere questo compito, è loro dovere permanente scrutare i segni dei tempi. Ciòesige di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del mondo contemporaneo e saperli giudicare alla luce della parola di Dio (cf. GS 4, 44).

4349
77. I presbiteri, infatti, quali inviati a tutti gli uomini, e nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare al mondo il vangelo di Dio, perché è in virtù della parola salvatrice che la fede è accesa nel cuore dei non credenti ed è alimentata nel cuore dei credenti (cf. PO 4). Ogni presbitero, perciٍ, è investito di una speciale responsabilità nell'annuncio di tutta la parola di Dio e della sua interpretazione secondo la fede della Chiesa (cf. SM II, I, 1c).
Il dovere poi che incombe alla Chiesa di annunciare integralmente al mondo il vangelo, e la necessità di aver riguardo agli aspetti sia personali che sociali dell'annuncio stesso al fine di rispondere ai problemi più fondamentali degli uomini (cf. CD 13), impone non solo di" predicare ai singoli che si convertano a Dio, ma, per quanto puٍ, quasi come coscienza della società, di rivolgersi anche e parlare a questa stessa società. Adempie così nei suoi confronti una funzione profetica, sempre preoccupandosi del suo proprio rinnovamento" (SM II, I, 1c).

4350
78. La missione propria del presbitero, come anche della Chiesa, pur non essendo di ordine politico, economico o sociale, ma religioso (cf. GS 42), puòdare, nella linea del suo ministero, un grande contributo all'instaurazione di un ordine secolare più giusto, là specialmente ove i problemi umani dell'ingiustizia e dell'oppressione sono più gravi. Deve peròmantenere "sempre intatta la comunione ecclesiale ed escludere la violenza, sia nelle parole sia nei fatti, perché non è evangelica" (SM I, 7).

4351
79. Il Signore risorto che è presente ed agisce attraverso la sua parola proclamata dalla Chiesa e che tuttora opera sul cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito, non solo suscita il desiderio del mondo futuro, ma anche ispira, purifica e fortifica quei generosi propositi coi quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra (cf. GS 38).

4352
80. Con gli uomini del proprio tempo, in mezzo ad essi, partecipe della loro storia, il prete è chiamato ad essere testimone della verità del messaggio cristiano che annuncia, servo dell'amore di Cristo pastore e segno vivente del mondo futuro.

4353
81. La condizione del presbitero nel mondo, pertanto, pur avendo una sua missione specifica, è fondamentalmente quella di ogni cristiano: essere nel mondo senza conformarsi alla sapienza di questo mondo. "I presbiteri non potrebbero essere ministri di Cristo se non fossero testimoni e dispensatori di una vita diversa da quella terrena; ma d'altra parte non potrebbero nemmeno servire gli uomini, se si estraniassero dalla loro vita e dal loro ambiente. Per il loro stesso ministero sono tenuti, con motivo speciale, a non conformarsi con il secolo presente; ma nello stesso tempo sono tenuti a vivere in questo secolo in mezzo agli uomini" (PO 3).

4354
82. "Si ricordino i pastori che essi con la loro quotidiana condotta e sollecitudine, mostrano al mondo la faccia della Chiesa, in base alla quale gli uomini si fanno un giudizio sull'efficacia e sulla verità del messaggio cristiano" (GS 43).
"Inoltre si ricordino che devono, nella loro quotidiana condotta e sollecitudine presentare ai fedeli ed infedeli, cattolici e non cattolici, l'immagine di un ministero veramente sacerdotale e pastorale e rendere a tutti la testimonianza della verità e della vita, e come buoni pastori, ricercare anche quelli, che sebbene battezzati nella Chiesa cattolica, hanno abbandonato la pratica dei sacramenti e perfino la fede" (LG 28).
L'ansia di Cristo buon pastore per la pecora smarrita e per le altre che non sono del suo ovile (cf. Gv 10,16) si manifesta nello zelo indefesso dei presbiteri, come testimoniano tante figure di pastori nella tradizione italiana.

4355
83. In una società esposta al pericolo di assolutizzare i beni della terra, il presbitero con la testimonianza della sua vita, col celibato e la povertà è chiamato a vivere la dimensione escatologica del suo ministero, diventando segno vivente di quel mondo futuro già presente nella fede e nella carità (cf. PO 16, 17; RaF 48).

4356
84. Il presbitero, inviato ad annunciare agli uomini il Cristo salvatore del mondo attraverso la croce, nell'esercizio della sua missione si appoggia sulla potenza di Dio, che spesso manifesta la forza del vangelo attraverso la debolezza dei testimoni (cf. 1 Cor 1,18-31; 2 Cor 4,7-18).
La fedeltà stessa al vangelo puòportare, sull'esempio di Cristo, ad incontrare la persecuzione e la condanna del mondo (cf. Gv 15,18-25).

Capitolo secondo: IL SEMINARIO

Motivi di una scelta ecclesiale


4357
85. Lo Spirito soffia come vuole e sarà dovere della Chiesa di ogni tempo riconoscere e rispettare ogni libera iniziativa di Dio, anche quando è in questione il cammino al sacerdozio ministeriale. Dio infatti è colui che puòricavare anche dalle pietre i figli di Abramo (cf. Mt 3,9) e che aggrega Saulo al collegio apostolico chiamandolo e formandolo per vie di eccezione (cf. At 9; Gal 1 e 2).

4358
86. La Chiesa ha peròil dovere di ricercare con attenzione e docilità, senza indulgere a presuntuosi miracolismi, le normali condizioni e i mezzi privilegiati attraverso i quali il Signore opera, quando prepara il suo eletto per la comunità cristiana. Quando infatti è in questione la formazione dei pastori, la Chiesa sa che i fedeli hanno in essi quasi la matrice della loro fede. La comunità cristiana ha quindi il diritto di avere dei pastori che hanno autenticato la loro chiamata e controllato il loro vangelo su quello degli apostoli; i vescovi hanno il dovere conseguente di impegnare una vigilante attenzione affinché non subentrino falsi dottori che turbino la fede della comunità.

4359
87. E' inoltre norma di saggezza non affidarsi a sperimentazioni dagli esiti incerti quando sono in questione valori ed esigenze fondamentali per la vita della Chiesa. Pur riconoscendo possibili strade e vocazioni diverse, sembra normalmente necessario, per chi voglia diventare prete, potersi incontrare e confrontare lungamente con altri sacerdoti al fine di imparare che cosa significa ed esige l'essere preti.

4360
88. Quando Cristo volle formare i primi apostoli, scelse degli uomini decisi a seguirlo in tutto (cf. Mt 2,20; Mc 1,18); li volle con sè in una relazione particolare di tempo e di intimità per farne dei testimoni (cf. At 1,6-8), riservando loro una catechesi particolare (cf. Mt 9,11) per poi mandarli a predicare (cf. Mc 3,14). L'istituzione del seminario, nella sollecita intenzione e attenzione della Chiesa, è l'impegno di assicurare, per quanto è possibile, la presenza di alcune condizioni e mezzi assolutamente necessari nella preparazione di ogni prete, e cioè:
tempi adeguatamente lunghi, nei quali, per mezzo di una saggia ascesi e di sussidi formativi adatti, sia favorito il costituirsi di una personalità sacerdotale con una seria esperienza di vita, di preghiera e di lavoro intellettuale;
possibilità di una conoscenza profonda e sicura del mistero di Cristo, evitando accentuazioni unilaterali;
dialogo e confronto con il vescovo - e con coloro che lo rendono presente ed hanno ricevuto da lui il mandato - allo scopo di verificare la chiamata;
normale inserimento in una comunità cristiana, impegnata a seguire Cristo da vicino in vista della missione;
docile disponibilità e fiducia all'azione di Dio, senza il quale si edifica invano.

4361
89. Il seminario, quindi, prima che istituzione, è di sua natura una espressione di vita ecclesiale nella quale Dio, attraverso mediazioni umane, va disponendo alla missione coloro che lui ha chiamato.

4362
90. In una prospettiva di fede un seminario è un tempo di particolare formazione, nel quale un uomo, scelto da Cristo per il ministero e deciso a seguirlo per amore, si dispone alla missione, e quindi accetta e ricerca di:
riconoscere con autenticità, tramite la Chiesa, il suo spirito e i suoi carismi (vocazione al ministero sacerdotale e vocazione al celibato consacrato);
imparare fedelmente il vangelo, come la tradizione apostolica l'ha trasmesso e la Chiesa, con la guida del magistero, lo interpreta;
attuare la sua personalità secondo le esigenze della missione così da disporsi al ministero di insegnare, santificare, guidare il popolo di Dio (cf. RaF 20).

4363
91. Attori principali in questo periodo di vita e di grazia sono quindi: a) Cristo che chiama e col suo Spirito costantemente agisce per disporre un uomo alla missione; b) un cristiano adulto e libero, che per amore si impegna a farsi discepolo di Cristo e a convertirsi quotidianamente; c) colui che lo Spirito santo ha costituito pastore per pascere la Chiesa del Signore (cf. At 20,28) e quanti da lui sono incaricati di collaborare alla formazione di una personalità pastorale e di verificarne l'autenticità; d) la comunità del seminario (alunni - insegnanti - superiori - personale di aiuto, ecc.) con il modo con cui vive e testimonia Cristo; e) le comunità ecclesiale e umana, che hanno espresso la personalità del chiamato e che, con le loro attese e provocazioni, indicano le esigenze peculiari nel modo di essere pastore nel mondo d'oggi.

4364
92. Il seminario ha un'efficacia formativa per la missione e puòraggiungere i suoi scopi essenziali soltanto a condizione che il candidato al ministero sacerdotale entri di fatto in ascolto, in confronto e in dialogo con la comunità del seminario e con gli educatori delegati dal vescovo, con fiducia, schiettezza, libertà di spirito e con fede. In caso contrario vengono elusi il diritto-dovere sia del candidato, sia della comunità cristiana di una verifica dei carismi e di un'autorevole trasmissione da parte del vescovo del messaggio apostolico, che sono segno e garanzia della chiamata al ministero sacerdotale da parte di Dio e della Chiesa.

4365
93. Il tempo del seminario è un tempo di impegno serio e continuo che, mentre accomuna gli alunni all'austera fatica di tanti fratelli nel mondo del lavoro, spiega e giustifica il privilegio che la comunità cristiana loro riconosce di riservare un tempo così lungo per una congrua esperienza di Dio e del suo mistero e per prepararsi ad annunciare con fedeltà l'intero Vangelo di Cristo. Si deve quindi sentire la grave sconvenienza di ogni spreco del tempo, loro concesso da Dio e dai fratelli, e si devono accettare senza evasioni le esigenze e le scadenze di un lavoro metodico nell'impegno spirituale e nello studio. Ci si abitui a ricercare e misurare convenientemente anche i tempi del riposo e della distensione, consapevoli del dovere di conservare e curare la salute, psichica e fisica, richiesta dalla missione, al fine di non compromettere l'efficienza di cui si ha e avrà bisogno. In conseguenza, si impari a regolare con crescente flessibilità e fedeltà il tempo così da diventarne fedeli amministratori anche quando, fatti pastori, saranno meno aiutati dalla regolarità di vita del seminario.

4366
94. In proporzione crescente arrivano oggi alle soglie della teologia giovani che sono ancora esitanti o in difficoltà nell'uno o nell'altro degli atteggiamenti ricordati, oppure rivelano qualche disarmonia sul piano della maturazione umana; altre volte vi sono carenze che si evidenziano negli anni successivi della teologia. Nei casi in cui emergono esigenze particolari oppure deficienze di tale entità - pur senza compromettere l'idoneità al ministero sacerdotale - da richiedere periodi anche lunghi di vita fuori seminario, è necessario ricercare e proporre soluzioni che consentano agli interessati di maturare e di integrare ulteriormente la loro vita umana o cristiana, oppure di chiarire le loro perplessità.

4367
A questo scopo sia fatta con loro una ricerca previa e una verifica volonterosa, avvalendosi della testimonianza e della valutazione dei sacerdoti delle rispettive comunità parrocchiali. In questioni tanto delicate e talora decisive per l'avvenire di una vocazione, il vescovo sia di volta in volta interpellato così che le soluzioni vengano ricercate e concluse con il suo consiglio e la sua approvazione. Senza generalizzare inopportunamente iniziative e modalità, e restando attenti alle esigenze dei singoli casi, si potranno suggerire alcuni esperimenti o periodi di prova tra quelli proposti dalla Sacra Congregazione per l'educazione cattolica nella "Ratio fundamentalis", n. 42, che, alla luce delle esperienze fin qui condotte, e tenendo presente il contesto ecclesiale e sociale d'Italia, sembrano più idonee. 4368 1. Il passaggio dagli studi umanistici o tecnici al corso filosofico-teologico richiede normalmente un periodo di approfondimento della fede e di "riflessione circa l'eccellenza, la natura e i conseguenti obblighi della vocazione sacerdotale, affinché gli alunni siano avviati con più accurato ripensamento e più intensa preghiera a maturare la propria decisione. Questa iniziazione che puòprolungarsi per un periodo di tempo più o meno lungo, generalmente si abbina bene con l'introduzione al mistero di Cristo e alla storia della salvezza".

4369
2. Più difficile da realizzare praticamente e meno efficace allo scopo è la proposta di interrompere lo studio iniziato in seminario per proseguirlo altrove, o per dedicarsi a studi profani nelle università o specializzarsi in qualche disciplina. Ciòdi solito comporta un distacco dal seminario e dagli educatori e un cambiamento di mentalità e di comportamento che rendono assai difficile poi il reinserimento nella comunità del seminario e del presbiterio diocesano. Perciòdi norma si sconsiglia questo tipo di prova.

4370
3. Puòrendersi utile, per casi particolari opportunamente vagliati dai più diretti responsabili della formazione, l'esperienza di un certo periodo di lavoro manuale. Si dovrà curare che si realizzino le condizioni che vengono successivamente indicate per l'esito positivo di questa esperienza.

4371
4. L'esperienza diaconale puòessere riservata a casi che esigano "una più piena maturazione e un più pieno consolidamento della vocazione". Non deve essere eccessivamente prolungata e richiede che si svolga in ambiente pastorale abbastanza ampio e diversificato nelle situazioni, e a contatto, per quanto è possibile, di più sacerdoti, con i quali il diacono possa validamente verificarsi.

4372
95. In ogni soluzione è necessario assicurare alcune condizioni perché prove del genere servano realmente allo scopo per cui si impongono o si richiedono. In particolare:
siano realizzate possibilmente in gruppi di due o tre giovani, e all'interno di comunità cristiane che offrano aiuto e capacità di equilibrate valutazioni (tra queste comunità va ricordata anche la comunità di lavoro nella quale i giovani si sono trovati inseriti e che puòrivelarsi capace di valutare l'esperienza stessa);
sia assicurato al giovane un costante rapporto di testimonianza e di verifica con un sacerdote idoneo ed espressamente incaricato di questo servizio;
l'esperienza sia condotta in contatto con gli educatori e la comunità del seminario, ai fini di un reciproco arricchimento;
il tipo di impegni che i giovani si assumono (lavoro, studio, servizi pastorali) deve essere tale da consentire un sufficiente spazio e disponibilità alla vita spirituale;
l'esperienza deve concludersi entro un periodo ragionevole di tempo, non troppo lungo, ma neppure troppo breve, per non "sperimentare" certe situazioni in modo talmente superficiale da offendere di fatto la serietà e l'asprezza della situazione umana;
siano rispettate le legittime esigenze e le sensibilità delle comunità parrocchiali in cui le esperienze si realizzano, curando un particolare rapporto e intesa con il presbiterio del posto;
si eviti di assolutizzare indebitamente ogni esperienza, quasi che il risultato ultimo ne giustifichi comunque e sempre l'opportunità e il valore.

Capitolo terzo: ORIENTAMENTI SULLA FORMAZIONE SPIRITUALE DEL PASTORE

I. In comunione con Cristo pastore


4373
96. Il giovane che entra nel corso teologico per disporsi all'imposizione delle mani deve aver maturato il suo impegno cristiano pregiudiziale e fondamentale di seguire Cristo come maestro di vita, ricercandolo e ascoltandolo nella sua Chiesa.
Sarebbe infatti illusorio e pericoloso impegnarsi nella formazione di una spiritualità pastorale prima di possedere alcuni atteggiamenti cristiani permanenti e fondamentali - espressione e sviluppo dell'impegno battesimale - che condizionano e alimentano ogni ulteriore scelta e vocazione.
L'esperienza prova che i giovani non sono in grado di recepire le esigenze e le motivazioni della formazione al ministero sacerdotale se esistono problemi di fede ancora aperti e indecisione intorno alla vocazione fondamentale cristiana (cf. RaF intr. 4).

4374
97. All'inizio della teologia deve quindi riscontrarsi nei candidati la disposizione di seguire il Signore ovunque conduca, accettando di compiere le rotture che il "sì" a Cristo esige "senza consultare la carne e il sangue" (cf. Gal 1,15-16; Mt 4,18-22), decisi di impostare la propria vita con i criteri del Vangelo e della fede.

4375
98. L'impegno di seguire Cristo con piena disponibilità, realizzando le esigenze del battesimo, richiede un costante sforzo di conversione che assecondi il dono e le richieste di Dio, così come si vanno progressivamente rivelando nel tempo.
Occorre quindi mantenere in permanenza l'atteggiamento di chi si lascia convertire dalla parola e dai sacramenti con i quali Dio pone l'uomo di fronte alla sua condizione di peccatore e gli offre il perdono.
Gli elementi penitenziali della liturgia eucaristica e dei vari tempi liturgici - in particolare della quaresima - sono momenti e aiuti molto efficaci.

4376
99. Il sacramento della riconciliazione "consacra in qualche modo lo sforzo penitenziale di ciascuno" (RaF 55) e deve per questo esser usato con adeguata frequenza.
Allo stesso scopo sono utili le celebrazioni comunitarie di preparazione e di azione di grazie al sacramento della confessione per disporre ad una migliore recezione del sacramento e far comprendere come la confessione ha anche lo scopo di riammettere nella piena comunione con la Chiesa, ferita dal peccato.

4377
100. L'ascesi come dominio di se stessi è componente indispensabile della vita spirituale: "Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri" per camminare secondo lo Spirito (cf. Gal 5,16-25).
Non è possibile possedere il proprio corpo per la santità (cf. 1 Ts 4,3-5) senza un vigilante sforzo per subordinare l'istintiva espressione e preferenza della natura alle riconosciute esigenze di Dio e dei fratelli, accettando come legge e condizione normali la serietà dell'impegno ascetico, lo spirito di sacrificio e la fatica fino a rinunce anche molto costose (cf. Mt 11,12).

4378
101. Un'umanità e una spiritualità sane e normali devono restare naturalmente capaci di godere la gioia e desiderose di poter lodare il Padre, datore di ogni cosa buona. E' peròaltrettanto normale e necessario che ogni credente, e il presbitero in particolare, sappia recuperare anche la sofferenza, l'umiliazione e l'insuccesso - quando il Signore lo permette e la missione lo esige - testimoniando con fortezza e nella speranza la superiore fecondità della croce.
E' grazia peculiare dell'eucaristia insegnare e trasmettere il senso pasquale del sacrificio cristiano e preparare coloro che diventeranno con Cristo sacerdoti e vittime a vivere nella speranza e nella gioia quando sono associati alla sua passione per completare quanto vi manca, a vantaggio della Chiesa (cf. Col 1,24).

4379
102. E' necessario vivere Cristo nel suo atteggiamento di "servo di Dio" che si rimette totalmente alla volontà del Padre (cf. Gv 8,28), confidando nell'azione segreta e misteriosa di Dio nell'edificare il regno (cf. Mc 4,26-29) e rimanendo in lui come tralci nella vite (cf. Gv 15,1-6).
Nell'impostare la vita spirituale sia quindi evitato ogni volontarismo che non rispetti l'iniziativa di Dio e sopravvaluti l'impegno ascetico così da attribuire ad esso un'efficacia che da solo non ha (cf. SM I, 1).
Occorre accettare con animo paziente e fiducioso il tempo lento con cui il Padre va esprimendo gli atteggiamenti e le virtù di Cristo pastore, senza fretta, ansie, scoraggiamenti che turbino la pace e la gioia a cui gli amici di Cristo hanno diritto.

4380
103. Pur nella diversità del dono di grazia proprio a ciascuno, non si deve costringere indebitamente la totalità delle espressioni e delle esigenze cristiane al fine di evitare unilateralità deformanti.
Il cristiano infatti si impegna ad imitare il Gesù dell'azione e della contemplazione (cf. Mc 3,20; Lc 6,12); il Cristo dell'incarnazione e della trascendenza (cf. Fil 2,5-11; Gv 8,23); il Cristo che sa stare con i poveri e con i ricchi (cf. Mc 1,29-34; Lc 19,1-10); il Signore della trasfigurazione e della gloria, dell'umiliazione e della croce (cf. Mt 17,1-9; Gv 12,12- 36).
Gesù ha pazientemente catechizzato gli apostoli per introdurli nell'intero mistero della sua persona (cf. Mt 16,13-20), della sua pasqua (cf. Mt 16,21-28 e par.; Lc 3,18-36) e della missione che doveva loro affidare (cf. Mt 20,20-28; Mc 10,35-45; Gv 13,1-7; At 1,1-11), correggendo la tendenza ad isolare l'una o l'altra delle esigenze della loro missione totale.

4381
104. "La liturgia, (...), mediante la quale - specialmente nel divino sacrificio dell'eucaristia - si attua l'opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a far sì che i fedeli nella loro vita esprimano e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile, ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo, e, tuttavia, pellegrina; tutto questo in modo che ciòche in lei è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla futura città verso la quale siamo incamminati" (SC 2).
Anche per questo motivo è fondamentale alimentare la vita cristiana e l'impegno ascetico alla scuola dell'anno liturgico, attraverso il quale la Chiesa "apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore" (SC 102), e fa partecipare successivamente e progressivamente a tutti i misteri di Cristo.

4382
105. Ciò che caratterizza e unifica la spiritualità e la vita del presbitero è la decisione di subordinarsi alla missione, così da avere mani e piedi legati dallo Spirito (cf. At 20,22), a servizio e vantaggio di ciòche è utile a molti in modo che siano salvi (cf. 1 Cor 10,33; PO 13, 15).
Il Padre e il mondo attendono da coloro che sono chiamati al ministero pastorale che accettino di ripetere e continuare nel tempo della Chiesa la disposizione libera e piena di amore che portòCristo pastore ad offrire la totalità del suo essere come strumento docile per la missione (cf. OT concl.).
E' infatti con le persone che Dio costruisce la Chiesa, a condizione e nella misura in cui esse si fanno condurre dal suo Spirito per la comune edificazione.

4383
106. Per questo motivo la santificazione di un candidato al ministero sacerdotale coincide con la disponibilità a subordinarsi alla missione, imitando gli atteggiamenti e le virtù di Cristo pastore( cf. SM II, I, 3).
Il rito di ammissione allo "stato di chierici" puòessere segno espressivo di questa scelta di fronte alla comunità ecclesiale e in particolare al presbiterio.

4384
107. Nello spirito della Chiesa i sacri ordini - nella diversità del rito e della grazia loro propria - contrassegnano anche esternamente, di fronte al popolo di Dio, il progressivo costituirsi di una personalità consacrata al servizio sacro per l'edificazione della Chiesa.
Sono tappe che arricchiscono progressivamente e, sul piano pedagogico, servono a mantenere viva la tensione al sacerdozio ministeriale in coloro che, nell'esercizio umile e concreto di servizi diversi, sono stati sempre più associati all'impegno apostolico del presbiterio diocesano.

4385
108. Dio perònon vuole servi e strumenti, per quanto diligenti e fedeli: egli desidera amici che per amore accettino liberamente di servire i fratelli.
Solo un'autentica carità pastorale saldamente ancorata all'amore di Dio puòspiegare e sostenere la laboriosa dedizione di un presbitero, soprattutto quando la stanchezza e le delusioni tendono a inaridire lo zelo e l'entusiasmo. La lunga pazienza dell'apostolo e la disposizione a farsi condurre dalle esigenze del servizio, anche dove non vorrebbe andare, sono legate all'amore di Cristo (cf. Gv 21,18-19).

4386
109. La capacità di adattare e sviluppare l'uno o l'altro dei molteplici "ministeri" del prete o delle possibili "specializzazioni" è in relazione stretta alla disponibilità di un pastore a subordinarsi alla missione.
Sembra sia questa la maniera concreta e semplice di prepararsi a risolvere con flessibilità, fedeltà e intelligenza un'esigenza che è oggi particolarmente richiesta e dibattuta. Fu comunque in questo modo e con questo spirito che le figure più venerate e umili dei sacerdoti italiani - nella diversità dei tempi e delle situazioni - seppero esercitare i "ministeri" più diversi al fine di rispondere alle esigenze di una ordinata carità pastorale, in comunione con i loro vescovi e con una costante consapevolezza della peculiare natura della loro missione.
La migliore consapevolezza dei carismi e della missione dei laici della Chiesa e la loro crescente maturità domandano che il prete d'oggi eviti peròsupplenze non richieste e non rispetti abbastanza la effettiva diversità di ministeri nel popolo di Dio (cf. LG 30; PO 9; SM I, 7; II, I, 2a).

II. In comunione ecclesiale


4387
110. La formazione spirituale di un pastore consiste fondamentalmente nello sviluppare la capacità di farsi condurre con attenta docilità dallo Spirito, che opera particolar- mente in lui, in una disponibilità piena di amore per la missione.
Questo comporta la simultanea attenzione e docilità sia allo Spirito che con il suo dono e i suoi carismi parla e agisce all'interno dell'intero popolo di Dio, sia a coloro che dallo stesso Spirito hanno ricevuto il carisma dell'autorità a servizio di tutti perché tutti siano nella verità una cosa sola.
"Cristo ha affidato il compimento della sua opera nell'umanità a due fattori differenti: allo Spirito e agli apostoli. Egli ha promesso di mandare lo Spirito, ed egli ha mandato gli apostoli. Queste due missioni provengono ugualmente da Cristo. Il disegno incontestabile del divino fondatore della Chiesa vuole che la Chiesa sia costruita dagli apostoli e che sia vivificata dallo Spirito. Gli apostoli costruiscono il corpo della Chiesa, di cui l'anima è lo Spirito di Cristo" (Paolo VI, Discorso del 18.5.66; cf. anche SM II, I, 3).

4388
111. Per una fedele attuazione della missione il presbitero si deve preparare alla normale capacità di rettamente intendere e fedelmente trasmettere ai fratelli l'autentica parola che Dio gli rivolge tramite la Chiesa.

4389
112. Consapevoli che lo Spirito ha già parlato in Cristo alla Chiesa, gli alunni ne ricerchino l'insegnamento nell'ascolto e nella fiduciosa accoglienza della fede della Chiesa, così da nutrire ad essa la loro stessa mentalità.
La ricerca appassionata delle vere parole che Dio va dicendo agli uomini, li deve abitualmente disporre ad un "religioso rispetto di volontà e di intelligenza" nei confronti del magistero dei vescovi e, particolarmente, del Papa, portandoli a confrontare e ispirare la fede con il loro autorevole insegnamento (cf. LG 25).
Non puòinfatti progredire verso il ministero sacerdotale e assumersi legittimamente il mandato di maestro e di pastore chi non sia giunto, nella fede, ad un'accoglienza fiduciosa e coerente di questo provvidenziale carisma con cui lo Spirito accompagna nel tempo la progressiva penetrazione della Chiesa nel suo mistero.

4390
113. Per rispetto alla parola di Dio e per amore alla missione deve essere assunto quindi un certo costume, quasi una specifica abilità, che progressivamente corregga la naturale inclinazione dell'uomo ad ispirare i suoi giudizi e le sue scelte su criteri e sicurezze solo personali o di sola logica umana o, anche, ad irrigidirsi in una malintesa fedeltà, senza ascolto delle esigenze nuove e imprevedibili dello Spirito di Dio.
E' richiesta una particolare attenzione nei confronti di passioni o di inclinazioni temperamentali, che rendono più difficile all'uomo un'abituale capacità di ascolto, come, ad esempio: l'impulsività, la leggerezza, la dispersione abituale, la superbia e ogni eccessiva sicurezza di giudizio; come pure la dipendenza dalle pressioni e dalle attese di mode culturali o di certi ambienti (cf. Ef 4,14).
4391
114. E' condizione pregiudiziale per i giovani avviati al seminario essere giunti ad amare e riconoscere la Chiesa come il sacramento privilegiato delle presenza e dell'azione di Dio in Cristo nel mondo.
L'esempio del Padre, che nel tempo instancabilmente lavora per fare nuove tutte le cose, deve insegnare il suo paziente rispetto dell'uomo, dei suoi limiti e del suo stesso peccato.

4392
115. Una fede forte comporta l'accettazione di situazioni e strutture, talora povere o deficienti, in cui la Chiesa concretamente si realizza nella Chiesa locale, nelle parrocchie, nel presbiterio e nella stessa comunità del seminario, sapendo rispettare persone, età, mentalità diverse.
La preoccupazione di ciòche veramente serve ad edificare la comunità cristiana deve, inoltre, suggerire i tempi e i modi nei quali è richiesto di strappare dal campo la zizzania e quando, invece, una superiore carità richiede di sopportare e il grano e la zizzania per non desolare ulteriormente il campo di Dio (cf. Mt 13,24-30).
Si sappia vedere con semplicità e con gioia il bene che lo Spirito continua a fare nella sua Chiesa, madre e fonte di speranza, per dare doverosa lode al Padre, per confortare la speranza dei fratelli e per incoraggiare, con riconoscente carità, quanti lavorano per la comune edificazione (cf. LG 8).

III. Per il servizio ai fratelli


4393
116. La fedeltà alla missione richiede, come esigenza conseguente e complementare, la disposizione a subordinarsi come servi a tutti per poter guadagnare il maggior numero di fratelli a Cristo (cf. 1 Cor 9,19).
Il diaconato costituisce in questa funzione di servi in modo stabile e operoso (cf. LG 29).

4394
117. E' dovere e impegno di ogni candidato al ministero sacerdotale offrire al sacerdozio di Cristo - che per suo mezzo entrerà in rapporto con gli uomini - un'umanità che, per quanto possibile, sia ponte e non diaframma (cf. Eb 5,1-3).
Il comportamento di Cristo che, essendo Dio, rinunciòai suoi privilegi e impoverì se stesso divenendo simile agli uomini (cf. Fil 2,5-8) per fare della sua umanità il sacramento dell'incontro, insegna come nell'economia di Dio il dono più atteso da coloro che egli associa al ministero sacerdotale del suo Cristo è che essi assumano nella loro stessa personalità gli atteggiamenti e le virtù che li abilitano ad una mediazione pastorale più efficace.

4395
118. E' necessario, perciٍ, sapersi generosamente adattare a persone e situazioni, quando ciòè richiesto o utile per un miglior servizio ai fratelli, rinunciando a privilegi, sicurezze e garanzie particolari, se questo compromette o diminuisce la libertà di annunciare il vangelo.

4396
119. Cristo coglieva ciòche realmente era nell'uomo e lo avvicinava, partecipando intimamente alla sua situazione interiore (cf. Gv 8,3-11; 12,1-8; 21,15-19; Lc 7,36-50 ecc.).
Nell'accostare ogni fratello e ogni problema umano si evitino valutazioni solo astratte, affrettate, teoriche, oppure ingiusti preconcetti. Con intelligenza e amore si cerchi di comprendere le situazioni con una volonterosa partecipazione, al fine di non fraintendere significati e bisogni.

4397
120. Questo è richiesto anche perché ci sono attese ed aspirazioni dell'uomo che esprimono, in modo magari confuso e ambiguo, l'azione di Dio nella storia dell'uomo e quindi sono segni dei tempi che il Padre ha preparato per sviluppi nuovi della storia della salvezza (cf. RaF 58; SM descr. della situazione 1).
E' per questo richiesta l'abitudine di uno sguardo contemplativo sugli avvenimenti e sulle parole dell'uomo così da "scoprire nelle vicende della vita i segni della volontà di Dio e gli impulsi della grazia" (PO 18) ed essere suscitatori di speranza nel popolo di Dio.

4398
121. "La fedeltà alla parola incarnata esige anche, in virtù della dinamica dell'incarnazione, che il messaggio sia reso presente, nella sua intenzione, non all'uomo in genere, ma all'uomo d'oggi, a quello a cui il messaggio è annunciato adesso. Cristo si è fatto contemporaneo ad alcuni uomini e ha parlato nel loro linguaggio. La fedeltà a lui chiede che questa contemporaneità continui" (Paolo VI, Discorso del 25.9.1970 ai partecipanti alla XXI settimana biblica: cf. anche GS 44 e AG 22).
Ad imitazione di Cristo si impari a tradurre il mistero di Dio in un linguaggio accessibile, semplice, rapportato e nutrito alle concrete situazioni e alla mentalità dell'uomo, in modo che anche agli umili e ai semplici sia possibile profittare della parola che Dio rivolge a loro di preferenza (cf. Mt 11,25-27).
Si approfitti, per questo, delle occasioni di incontro con le diverse categorie - specialmente col mondo rurale e operaio - facendosi opportunamente aiutare e correggere.

4399
122. Lo sforzo di adattarsi e di adattare opportunamente la parola di Dio non sia confuso con cedimenti e compromessi contrari alla superiore fedeltà alla missione ricevuta nella Chiesa. Ogni apostolo sa come il dovere di non attenuare certi discorsi duri e impopolari puòdolorosamente emarginarlo dalla sua gente come Cristo (cf. Gv 6,60-71).

4400
123. Il dialogo resta il mezzo normale per poter comprendere l'uomo. E' quindi necessario che si coltivino "quelle particolari attitudini che contribuiscono moltissimo a stabilire un dialogo con gli uomini, quali sono le capacità di ascoltare gli altri e di aprire l'animo in spirito di carità ai vari aspetti dell'umana convivenza" (OT 19).
Il dialogo suppone l'umiltà di chi crede e riconosce che non c'è questione in cui l'uomo non abbia bisogno di imparare qualcosa dal suo fratello. Suppone una fiducia reale in ogni uomo; anche se è il più piccolo dei fratelli o è "lontano" da Cristo.
Suppone quindi il rispetto di ogni persona, poiché ogni uomo è un mistero di novità e di sviluppo.
Ma soprattutto origina e dipende dal desiderio di profittare di ogni verità e quindi dalla disposizione a riconoscerla e accettarla da ogni fratello, senza preclusioni.

4401
124. Se non si vuol rendere più difficile l'incontro e l'attenzione dell'uomo al messaggio cristiano (cf. GS 43), bisogna che, per quanto possibile, il presbitero possieda le qualità e la maturità che rendono credibile e accetto un uomo in una società di uomini, specialmente: il rispetto dell'uomo e di un giusto esercizio della libertà, un coerente senso di giustizia, la lealtà nella parola e nel comportamento, la costanza negli impegni e, soprattutto, un'adeguata maturità d'animo, di giudizio e di costume (cf. OT 11; PO 3; PC 3; AG 25; RaF 51; GS 11).
L'esperienza stessa, talora umiliante, dei limiti e delle fragilità comuni ad ogni uomo deve abituare ad un'umile dipendenza da Dio, forza della nostra povertà, e ricordare la solidarietà del presbitero con tutti gli uomini. Dio infatti sceglie i suoi pastori fra persone circondate dalla debolezza perché possano meglio comprendere le fatiche dell'uomo (cf. Eb 5,1-3).

4402
125. La presenza e partecipazione al mondo, richiesta ai giovani in quanto "non potrebbero nemmeno servire, se si estraniassero dalla vita degli uomini e dal loro ambiente" (PO 3), postula nello stesso tempo che sappiano essere nel mondo senza essere del mondo così da condividere come Cristo la situazione dell'uomo, ma non il peccato.
Cristo, quando ha mandato i suoi nel mondo tra gli uomini, ha lungamente pregato per loro affinché il rischio, insito nella natura stessa della missione del prete, non divenisse tentazione e contaminazione (cf. Gv 17,14-19).

4403
126. La carità pastorale esige di accettare vantaggi e rischi che derivano dal condividere, in una certa misura, la vita e le condizioni dell'uomo d'oggi; ma è la stessa carità pastorale ad esigere che, con vigilante ascesi e oculata prudenza, si resti fedeli a Cristo e alla vocazione, nello spirito e nei costumi: perché se anche il sale perde il suo sapore, in che modo potrà servire a qualche cosa nel mondo?

4404
127. L'uomo d'oggi, anche per ovviare al vuoto di Dio che certe forme di secolarizzazione diffondono, ha particolare bisogno e diritto di intravvedere e quasi di presentire il mistero e la presenza di Dio soprattutto nella testimonianza del prete. Se i presbiteri non sono una provocante testimonianza di Dio e della sua parola, la società d'oggi manca di un servizio di cui ha profondo bisogno (cf. SM II, I, 1ab).
I giovani si dispongano a vivere i valori evangelici delle beatitudini, in particolare la povertà, l'ubbidienza, il celibato per essere con la loro vita segno della presenza operante del Signore e anticipazione, per quanto povera e parziale, del Regno.

4405
128. Più volte il vangelo ricorda come i discepoli di Cristo lo trovarono, oppure lo videro andare, solo, in preghiera (cf. Mc 1,35-37; Mc 6,45; Lc 6,12); altre volte fu lui stesso che li volle testimoni della sua preghiera al Padre (cf. Gv 17,1-26; Lc 22,39-45).
Il mistero della preghiera cristiana, specialmente quando è vissuto da un presbitero, comporta il suo diritto di poter ritirarsi "nella sua camera" per incontrare nella solitudine il Padre (cf. Mt 6,6), ma anche il diritto delle folle di intravvedere la preghiera del prete, sia quando è ministro di preghiera nella liturgia, sia nei momenti che egli riserva al colloquio personale con Dio (cf. LG 28). Un uomo di preghiera dà infatti una testimonianza particolarmente significativa dell'incontro misterioso dell'uomo con Dio.

4406
129. Come il Cristo si è fatto povero, pur essendo ricco, affinché la sua povertà ci facesse ricchi (cf. 2 Cor 8,9), così l'apostolo deve imparare lo spirito di povertà e disporsi a realizzare la povertà nella sua vita.
La testimonianza di una povertà autentica ha oggi un particolare valore di credibilità nella Chiesa ed è necessaria per svolgere la missione pastorale, superando diffidenze e preconcetti tanto diffusi.

4407
130. Lo spirito di povertà va ricercato nelle varie circostanze della vita, nell'acquisizione di un atteggiamento di distacco, di accettazione dei propri limiti e della rinuncia ad ogni forma di potere che non sia servizio ai fratelli.

4408
131. Si impari una giusta gerarchia del valore delle cose e dei mezzi di apostolato, così da preferire quei mezzi poveri che più di altri evidenziano i valori profondi della realtà che devono servire. "Come Cristo che ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e la persecuzione, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare i frutti della redenzione" (LG 8).

4409
132. La vita interna del seminario sia orientata come conviene ad una comunità evangelica povera, che supera le distinzioni di classe, di doti, di disponibilità di denaro, abituando alla semplicità della vita e all'uso evangelico del denaro e del tempo.
Lo spirito di povertà sia vissuto in attenta disponibilità agli altri, pronti all'ospitalità e al servizio vicendevole, anche nelle cose e nei lavori umili della casa.
Non si confonda la povertà con la sciatteria e la vita si svolga in un ambiente modesto, ma decoroso.

4410
133. "Anche se sono tenuti a servire tutti, ai presbiteri sono affidati in modo speciale i poveri e i deboli, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito e la cui evangelizzazione è mostrata come segno dell'opera messianica" (PO 6).
Si sappiano individuare, rispettare e amare con particolare sollecitudine "i poveri" presenti sempre fra noi (cf. Gv 12,8), quelli specialmente che sono maggiormente emarginati e incompresi.
Sarebbe comunque una contraddizione incresciosa riservare un rapporto pieno di comprensione nei confronti di quanti si accostano occasionalmente, rifiutandolo a coloro con i quali si condivide la vita di ogni giorno.

4411
134. Si impari a vivere un'obbedienza autentica e responsabile come fatto non meramente esterno, ma come progressiva maturazione interiore di conformità a Cristo (cf. Gv 4, 34; 5, 30; Eb 5, 8; Sal 39, 9; Fil 2,7) e di quella carità pastorale che esige che i presbiteri "con l'obbedienza facciano dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli" (PO 15).

4412
135. La vita di seminario offre la possibilità di sperimentare esigenze, fatiche e modalità di un modo cristiano di esercitare l'obbedienza e l'autorità.
I superiori, nel modo di esercitare l'autorità, mostrino di essere per primi intenti a dipendere dalla volontà di Dio e di ricercare quanto serve all'edificazione, nel rispetto delle persone e delle legittime iniziative.
Siano disposti e capaci di parole e di interventi tempestivi e autorevoli quando questo è necessario per annunciare con franchezza la parola di Dio a giudizio delle situazioni e per assicurare quanto è domandato dalle finalità stesse del seminario.

4413
136. I giovani offrano ai superiori un'obbedienza e una collaborazione nutrite di carità e di riconoscenza: "perché essi vigilano su di voi, come chi ha da renderne conto; obbedite perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciònon sarebbe vantaggioso per voi" (Eb 13,17). E' penoso rilevare come talora i superiori siano gli unici esclusi dalla carità e da un rapporto conseguente.
L'esperienza del retto senso dell'autorità e dell'obbedienza, che il seminario di sua natura consente, mette in luce le differenziazioni e la complementarietà delle varie funzioni dei membri nella Chiesa così da far apparire sia il servizio che il superiore compie come autorità, sia l'apporto responsabile dei singoli membri (cf. SM II, II, 1).

4414
137. Ai giovani sia progressivamente consentito e richiesto di collaborare responsabilmente con i superiori nella ricerca e nell'attuazione dei mezzi e delle iniziative che servono alla vita della comunità "in modo tale peròche, in questo modo comunitario di agire, rimanga chiaramente determinata e salvata la diversa responsabilità dei superiori e degli alunni.
Si favorisca quindi la mutua fiducia tra gli educatori e gli alunni, onde instaurare un autentico ed efficace dialogo, così che le decisioni, che spettano per diritto ai superiori, vengano prese dopo un maturo esame del bene comune" (RaF 24; cf. OT 11).

4415
138. In un'epoca nella quale "gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà, mossi dalla coscienza del dovere e non pressati da misure coercitive" (DH 1), è richiesto di saper esercitare la vera libertà cristiana. Essa va intesa come interiore capacità di obbedire prima a Dio che agli uomini (cf. At 5,29), ricercandone la volontà, anche quando è costosa e provoca odio e persecuzione.
E' necessario perònon si confonda l'autentica libertà cristiana con il presunto diritto di fare ciòche è comodo (cf. 1 Pt 2,16), dimenticando le superiori esigenze dell'edificazione (cf. SM II, II, 1).

4416
139. "La Chiesa di rito latino sceglie per il sacerdozio solo chi, per grazia divina, accetta liberamente il celibato per il regno dei cieli" (RaF 48; cf. PO 16; OT 10).
Il celibato è un carisma che il Signore ha sempre donato alla sua Chiesa, perché testimoni a edificazione comune che il regno è già iniziato e per questo ci sono uomini che ne anticipano i costumi, con un amore verginale e indiviso nei confronti di Dio e dei fratelli.
Quando Dio aggiunge al carisma celibatario quello del ministero sacerdotale, egli, quasi in uno stesso impulso, sollecita un giovane ad offrire alla grande famiglia di Dio la totalità del suo amore e della sua sollecitudine, rinunciando per questa superiore fecondità ad avere una sua casa e i figli della sua carne.

4417
140. Nonostante la convenienza di questa motivazione apostolica (cf. PO 16), è necessario che la scelta celibataria si alimenti primariamente ad un amore di risposta a Dio che chiede di essere amato con cuore indiviso.
Il celibato sacerdotale infatti nasce dal desiderio di una donazione totalitaria, senza divisione di cuore, a Dio, ad immagine dell'amore di Cristo nei confronti del Padre e della sua disponibilità assoluta e prioritaria nei confronti del suo beneplacito (cf. Gv 8,29).

4418
141. La vocazione celibataria, per essere compresa e vissuta, richiede uno spirito di fede che dia particolare concretezza al mistero di Dio e della Chiesa e aiuti a vivere nella fedeltà il lungo tempo dell'attesa del Signore, senza pericolose frustrazioni.
E' un dono che quindi va chiesto sempre perché, come ogni fedeltà, è il risultato di una laboriosa conquista.
Occorre pregare anche perché il Signore mostri il volto del Padre (cf. Gv 14,8) e, nei momenti della fatica, renda capaci di sostenere le sue apparenti lontananze.

4419
142. L'impegno celibatario richiede una risposta libera, che, nella stima dello stato matrimoniale, esprime la consapevolezza di un nuovo modo di "essere in relazione" con gli altri che valorizza le migliori capacità di amore dell'uomo e lo espande, come Cristo, in un'offerta di servizio (cf. OT 10).

4420
143. Riconoscendo i limiti e le fatiche della natura e senza presumere delle proprie forze, devono essere praticate le opportune norme ascetiche, oggi particolarmente necessarie, disposti alle rinunce che volta per volta sono richieste per una fedeltà totale, nel corpo e nello spirito, al carisma celibatario (cf. PO 16).
In particolare si eviti di esporsi a rischi non richiesti, anche per quanto riguarda letture, spettacoli, uso dei mezzi audio-visivi, senza ripiegare su concessioni e compensi che impoveriscono la totalità del dono e la insidiano.

4421
144. Fin dagli anni del seminario ciascuno offra ai fratelli una cordiale relazione di amicizia per non privarli di quella comprensione fraterna che nel piano di Dio è normalmente un aiuto prezioso alla fedeltà e al superamento delle difficoltà di periodi particolarmente laboriosi (cf. PO 8; SM II, I, 4d).

4422
145. Al fine di educare alla comprensione più piena della propria donazione nel celibato, i "giovani vengano gradualmente invitati e condotti a sperimentare - attraverso il contatto con gruppi e i vari settori di apostolato e di cooperazione sociale, - l'amore sincero, umano, fraterno, personale e immolato, sull'esempio di Cristo verso tutti" (RaF 48), vivano con essi un vero rapporto di Chiesa, scoprendo progressivamente, nella stessa crescita comunitaria, la grazia del dono ricevuto per gli altri.

4423
146. Il carisma celibatario, anche quando è autentico e provato, lascia intatta la vivacità dell'affettività e sessualità e quindi non esclude la possibilità di periodi nei quali la fedeltà puòdivenire costosa.
Nei confronti della donna ci sia una relazione di rispetto e di stima, che la riconosca persona e non la subordini al desiderio, ai programmi o al piacere dell'uomo. La donna sia trattata cercando di comprenderne la psicologia e la vocazione specifica nel mondo, i doni e le debolezze, senza idealizzazioni ingenue e senza rifiuti.
Nel rapporto e nella collaborazione con le donne il comportamento sia rispettoso, semplice e sereno, anche al fine di non far mancare ai fratelli quei segni chiari, ai quali hanno diritto, per poter intravvedere e credere la relazione diversa e nuova che nasce dal carisma celibatario.

4424
147. I giovani, consapevoli del dono che hanno ricevuto dalla grazia di Dio, si aprano all'esperienza e al senso della pace cristiana, anche per essere testimoni della gioia pasquale e diventare in mezzo agli uomini degli operatori di pace (cf. Gv 14 e 16; Mt 5,9).

4425
148. La consapevolezza di appartenere ad una Chiesa in cammino la quale, mentre operosamente accetta la sua missione in terra, non cessa di tendere al suo Signore che viene (cf. Ap 22,17), deve mantenere vivace la dimensione e l'esercizio della speranza; anche per saper superare ogni tentazione di scoraggiamento di fronte al lento maturare del "campo di Dio" (1 Cor 3,9).

Capitolo quarto: ORIENTAMENTI SULLA FORMAZIONE INTELLETTUALE DEL PASTORE

I. Il pastore annunciatore della parola di Dio agli uomini del suo tempo


4426
149. Il presbitero, viene chiamato, consacrato e mandato per annunciare la parola di Dio (cf. LG 25 e 28; CD 12; PO 4), per formare e guidare il popolo sacerdotale (cf. LG 10; SC 6), per essere vivo testimone della parola che annuncia, delle azioni liturgiche che celebra, della grazia che trasmette (cf. LG 35 e 36; AA 6; AG 11, 13, 17 e 41), segno sensibile, in comunione con il vescovo (cf. n. 255; LG 28; PO 5, 7, 8 e 15), di Cristo capo e pastore (cf. nn. 96ss; AG 39; PO 2, 6 e 12; SC 33), nella Chiesa e nel mondo d'oggi.
Per questo egli deve conoscere il mistero di Cristo e quello dell'uomo al quale rivolge il suo servizio e con il quale deve convivere fratello fra i fratelli.

4427
150. Nella scuola di teologia, perciٍ, va tenuto presente, come elemento di essenziale importanza, la formazione di un "maestro di fede", a cui il vescovo affiderà, come a suo collaboratore e aiuto, il mandato di insegnare e di presiedere una comunità cristiana.
Questa formazione esige una trasmissione autorevole della sacra dottrina, fedele al messaggio di Dio, sufficientemente completa ed organica, per viva testimonianza da parte di colui che, a sua volta, l'ha fedelmente ricevuta ed ha avuto questo mandato dal vescovo (cf. RaF 87).

4428
151. Poiché il prete va formato perché sia annunciatore della parola di Dio agli uomini del proprio tempo, si devono tener presenti alcuni fatti culturali che sembrano particolarmente rilevanti nel nostro paese. Come già più diffusamente è stato detto nella "Premessa", riscontriamo:
- sviluppo della cultura media e superiore;
- prevalenza crescente di una cultura di carattere scientifico e tecnico;
- crescita della popolazione operaia e tendenza all'industrializzazione dell'agricoltura;
- sensibilità nuova in ordine a determinati problemi e valori quali la dignità dell'uomo, del lavoro, esigenza di una maggiore giustizia sociale;
- diffusione della cultura teologica dei laici;
- sviluppo di rapide forme d'informazione teologica che trasmettono nuove idee e ipotesi di lavoro;
- assimilazione non ancora sufficiente, all'interno della comunità ecclesiale italiana, dell'insegnamento e dello stile del concilio Vaticano II col conseguente insorgere di nuovi problemi e interrogativi;
- il crescente fenomeno della secolarizzazione, dell'indifferentismo religioso e dell'ateismo.

4429
152. In questo contesto lo studente di teologia deve essere aiutato dagli studi ecclesiastici ad approfondire il mistero di Cristo "il quale compenetra tutta la storia del genere umano, agisce continuamente nella Chiesa e opera principalmente attraverso il ministero sacerdotale" (OT 14).
Perciòlo studio teologico deve fondarsi e strutturarsi sulla parola di Dio che va accolta nella fede della Chiesa e con la guida del magistero (cf. DV 10).
Ma perché la verità rivelata sia colta sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta, "è dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito santo, di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo e di saperli giudicare alla luce della parola di Dio" (GS 44).
In tal modo lo studio della teologia renderà gli alunni aperti al cambiamento del mondo, capaci di un annuncio della parola autenticamente missionario, consapevoli che il compimento definitivo di questa parola è escatologico.

II. Orientamenti generali degli studi filosofico-teologici


4430
153. Per raggiungere questi scopi, considerando anche le esigenze personali dei candidati al ministero sacerdotale, la formazione filosofico-teologica, dovrà tener presente:
- l'unità degli studi filosofico-teologici;
- le esigenze del metodo proprio delle singole discipline;
- il rispetto dei tempi di crescita e di apprendimento degli alunni.

a) L'unita' nella formazione filosofica-teologica

4431
154. Il concilio Vaticano II indica con chiarezza che la teologia riceve unità innanzitutto dalla sua relazione al mistero di Cristo (cf. SC 5 e 16; DV 2-4, 15-17 e 24; OT 14-16; AG 3-16). Cristo infatti è il centro di tutta la storia della salvezza culminante nel mistero pasquale ed è anche il centro di tutta la riflessione teologica, essendo la pienezza della verità (cf. Col 1,15-17; Gv 14,6).
Egli è la sintesi più alta della conoscenza di Dio e dell'uomo, quale perfetto rivelatore del Padre e del mistero dell'uomo come Verbo incarnato che assume la nostra natura in un tempo, luogo e cultura particolari, nel rispetto oggettivo di ogni valore terrestre (cf. GS 22). In lui, perciٍ, trovano il centro unificante sia lo studio, sia l'annuncio del mistero di Dio per la salvezza dell'uomo.

4432
L'unità della teologia attorno al mistero di Cristo, infatti, non è qualcosa di estrinseco, pensato artificiosamente all'interno di un sistema di idee, ma esiste come una esigenza intrinseca del mistero stesso della persona viva e concreta di Cristo sempre presente e operante nella sua Chiesa.
Cristo, infine, appare il compimento escatologico dell'unità di tutto il disegno di Dio che si manifesterà pienamente nella parusia finale (cf. 1 Cor 15,21-28).

4433
155. Da Cristo, mediante il suo Spirito, viene a noi anche il principio soggettivo che ci fa capaci di accogliere nella fede il mistero di Dio, di vederne l'unitaria intenzionalità, i suoi rapporti con la nostra vita, la sua apertura escatologica.
Perciòl'anima essenziale degli studi teologici è la fede, senza la quale si potrebbe avere una "conoscenza religiosa" e una "cultura religiosa", ma non la vera e propria "teologia", la quale tende non solo ad elaborare una "scienza", ma a permeare di fede tutto l'uomo con tutte le sue facoltà. La rivelazione divina, infatti, che la teologia cerca di penetrare, è di tal natura che non si puòconoscere senza una intelligenza credente e amante, frutto dello sviluppo della vita teologale.
La prima unità essenziale della teologia è data conseguentemente dalla fede: occorre quindi insegnare e studiare la teologia cercando continuamente di cogliere l'intenzione di Dio inerente all'atto stesso del suo rivelarsi e donarsi all'uomo.

4434
156. Le indicazioni conciliari mostrano di non interessarsi soltanto dei contenuti (fides quae): non si puòignorare il fatto che il Dio vivo rivela se stesso e manifesta il mistero della sua volontà per parlare agli uomini come ad amici, per intrattenersi con loro e per invitarli e ammetterli alla comunione con sè (fides qua) (cf. DV 2).

4435
157. Il primato quindi va dato alla crescita nella fede del soggetto, più che alla ricchezza oggettiva del conoscere teologico sul piano intellettuale. In questa linea la formazione dell'apostolo, del testimone di Cristo, - anche attraverso l'insegnamento teologico, - deve attuarsi servendo umilmente la parola interiore di Dio con la parola ragionata della scienza umana.

4436
158. L'unità della fede non sopprime, ma presuppone, valorizza ed eleva tutta la realtà dell'uomo e perciònon elimina l'esigenza di un'unità di comprensione anche alla luce della ragione (cf. Conc. Vat. I, Cost. dogm. Dei Filius: DS 3015-3020).

4437
159. Ciònon solo fonda l'esigenza di una sintesi superiore ed articolata del sapere filosofico e teologico, ma richiede anche che nell'ordinamento degli studi filosofico-teologici si affronti con concrete soluzioni il problema dell'unità della materia e dei trattati nel loro succedersi, nel richiamo delle varie relazioni reciproche, nel rispetto dei metodi propri di ciascuna disciplina; soprattutto esige che le varie discipline filosofiche e teologiche convergano alla progressiva apertura delle menti degli alunni verso il mistero di Cristo (cf. OT 14).

4438
160. Lo studio positivo della parola di Dio nella Chiesa deve essere il punto di partenza della ricerca e del confronto che si apre alla riflessione sistematica facendo intravvedere le conseguenze pratiche sia in ordine all'annuncio sia in ordine al vivere cristiano (cf. DV 24).
E' necessario infatti presentare i misteri di Cristo non solo come fatti del passato, che vanno approfonditi attraverso analisi concettuali e schemi culturali, ma farli scoprire e sentire operanti oggi per la nostra salvezza nella vita della Chiesa e soprattutto nell'azione liturgica, "culmen et fons" di ogni altra attività della Chiesa (cf. SC 10, 35).

4439
161. Conseguentemente nell'impostare gli studi teologici si deve curare particolarmente la finalità pastorale che è intrinseca alla teologia. Puòessere detto di tutta la teologia quanto Paolo VI ha affermato dello studio della Scrittura: "L'interpretazione (della Scrittura) non ha esaurito il suo compito, se non quando ha mostrato come il significato della Scrittura si possa riferire al presente momento salvifico, cioè quando ne ha fatto vedere l'applicazione nelle circostanze presenti della Chiesa e del mondo" (Paolo VI, Discorso ai professori di sacra Scrittura, 25.9.1970: AAS 1970,§616).

4440
162. Nell'insegnamento e nello studio della teologia, perciٍ, non devono essere dimenticati i destinatari della fede. Gli alunni, infatti, devono studiare la divina rivelazione, per essere in grado di annunciarla, esporla e difenderla nel ministero sacerdotale (OT 16).
Affermare la pastoralità della teologia non significa parlare di una teologia non dottrinale, meno scientifica e soltanto praticistica, ma significa impostare l'insegnamento teologico in funzione della formazione di un prete che divenga capace di:
- trasmettere il messaggio del vangelo attraverso i modi culturali propri dell'uomo del suo tempo;
- impostare i suoi programmi di azioni non secondo criteri pragmatistici, ma illuminato e aiutato da un'autentica visione teologica.

4441
163. Gli impegni apostolici e le esperienze pastorali cui si dedicano gli studenti di teologia, entrano a questo titolo come opportuna e necessaria occasione di stimolazione; si abbia cura, pertanto di programmarli in accordo con le complesse esigenze dell'intera formazione e di verificare periodicamente la capacità degli alunni, di animare la loro attività apostolica con la parola di Dio che la scuola propone.

4442
164. Data l'unità intrinseca tra fede e teologia è vitale che docenti ed alunni, sull'esempio dei santi dottori della fede, ricordino che lo studio della teologia per progredire ha bisogno di essere accompagnato dalla preghiera (cf. DV 25).
Si dovranno portare conseguentemente gli alunni a scoprire l'unità inscindibile tra parola di Dio, liturgia e vita, assicurando "l'unità della formazione sacerdotale" (cf. SC 16; OT 3, 16; PO 4; RaF 59).
Il rispetto di questa unità formativa richiede, conseguentemente, che tutta la vita del seminario, soprattutto nella liturgia e nella pietà individuale sia impostata in sintonia con quanto lo studio teologico approfondisce sul piano intellettuale, in modo che si esprima con la vita quanto si riceve mediante la fede.

b) Formazione al metodo filosofico-teologico

4443
165. L'educazione al rispetto del metodo proprio di ogni disciplina è indispensabile, sia per l'esatta comprensione dei contenuti, sia per la formazione della personalità dello studente.
Questa esigenza è particolarmente avvertita oggi per il pluralismo, la specializzazione e il continuo confronto delle scienze. Ogni realtà, infatti, comporta una modalità propria di conoscenza e di ricerca che va attentamente rispettata.
Condizioni indispensabili all'uomo, per comprendere e trasmettere, sono il procedimento per analisi, attraverso lo studio positivo dei testi e della realtà storica, e la sintesi.
Poiché in questa ricerca il soggetto è sempre vitalmente implicato, acquista un compito decisivo la sua pre-comprensione e la sua disponibilità alla verità: sono atteggiamenti che non contraddicono, ma anzi consentono e migliorano l'oggettività del suo studio.

4444
166. La conoscenza dell'uomo, inoltre, si approfondisce nel continuo confronto con la conoscenza degli altri, anzi le provocazioni del mondo contemporaneo diventano stimolo e aiuto alla comprensione (cf. GS 44). Il dialogo rettamente inteso non diventa compromesso e relativismo, ma via ad una conoscenza sempre più piena della verità perché si avvale, nell'ascolto, dell'apporto di tutti.

4445
167. Per questi motivi, nell'insegnamento delle varie discipline si dovranno presentare anche i problemi, gli interrogativi ancora aperti; il pensiero dei teologi cristiani non cattolici (cf. UR 9; OT 16; RaF 80), dei pensatori non credenti (cf. GS 21; RaF 80), delle religioni non cristiane (cf. OT 16; AG 16; RaF 80), portando gli alunni, sotto la guida degli insegnanti, all'accostamento diretto di alcuni testi particolarmente significativi di questi autori.

4446
168. Potrà essere utile prendere in esame anche articoli di riviste e di giornali riguardanti argomenti religiosi o filosofici, in modo da avviare i giovani ad una lettura critica dei mezzi di informazione e di studio con i quali entreranno in contatto nella loro vita pastorale, e che in certa misura influenzeranno il loro modo di pensare e giudicare.

4447
169. Ogni disciplina ha un suo ordine organico interno che va tenuto presente nell'insegnamento. Ad esempio lo studio positivo delle fonti deve precedere la riflessione sistematica, anche se questa dovrà continuamente rifarsi a quelle e con esse confrontarsi. Così la filosofia, in un certo senso, svolge un discorso previo alla riflessione teologica.
Questa esigenza comporta un coordinamento dei diversi corsi tra loro, in base alle esigenze interne della materia da svolgere e delle persone che la devono apprendere, tralasciando le questioni secondarie e l'eccessivo numero di materie disparate tra loro, per poter soffermarsi ad approfondire quelle fondamentali (cf. OT 17).
A questo scopo è necessaria la collaborazione degli insegnanti tra loro mediante incontri periodici e programmazioni concordate.

4448
170. Le doti fondamentali, quindi, che lo studio filosofico e teologico ha il compito di coltivare nei giovani sono:
- la capacità di lettura precisa e critica dei testi (della sacra Scrittura, dei padri, del magistero, dei vari pensatori, ecc.) e dei fatti (vedi per es. lo studio della storia della Chiesa);
- l'attitudine alla speculazione e alla sintesi;
- la capacità ad esprimere adeguatamente il proprio pensiero e rapportarlo alle varie situazioni concrete.

4449
171. Il lavoro di gruppo, opportunamente diretto e assistito risulta un mezzo indispensabile per aiutare i giovani a sviluppare il senso critico e dialogico, a meglio personalizzare quanto studiano e a saperlo trasmettere. Esso dovrà opportunamente accompagnare e integrare le lezioni degli insegnanti.

c) Rispetto della progressiva crescita dell'alunno

4450
172. Quanto è stato detto sopra sull'unità della fede e degli studi filosofico-teologici permette e sollecita il progressivo attuarsi di una certa unità culturale, condizione indispensabile per comprendere e trasmettere il messaggio della fede.
L'unità culturale dovrà essere incentrata sulla persona dell'alunno che cresce progressivamente nella comprensione di Dio, dell'uomo e del mondo, passando dal facile al difficile, dal pacifico al discusso, dal globale al settoriale, dalle domande alle risposte. Infatti il chiamato al ministero sacerdotale guarda contemporaneamente con tutto se stesso (dimensione filosofica e teologica dei problemi) la realtà che va esplorando e che viene dall'esperienza culturale e di vita, ed in tal modo egli si dispone per una successiva scoperta, in intimo rapporto con il suo passato, con il suo futuro e con la sua esistenza concreta.

4451
173. L'unità culturale non va peròintesa come una unità chiusa, consistente quasi nell'esaurire un programma; essa è un'unità aperta la quale, partendo da una visione essenziale e globale dei problemi, comporta una progressiva crescita di comprensione dello studente, e resta aperta a quelle integrazioni e a quegli sviluppi che sono sollecitati dagli interrogativi di chi studia, dalla realtà studiata, e dal confronto con la cultura del tempo.
Solo in una progressiva assimilazione personale, nella quale le varie discipline, i diversi modi, i molteplici dati appresi, trovano una loro chiara collocazione e una comprensione organica:
- si ha una vera intelligenza filosofica e teologica con adeguato possesso della materia studiata;
- si crea la capacità di esporla con autonomia;
- si trova la risposta ad interrogativi personali;
- si determina la possibilità di confrontare il proprio pensiero con altre sintesi religiose o filosofiche.
Oggi, infatti appare sempre più come la divergenza nei confronti, risulta nelle sintesi più che nei particolari.

4452
174. L'intero ordinamento delle diverse discipline filosofico-teologiche deve tener presente le esigenze sopra descritte, avendo cura che l'orario scolastico sia organizzato in modo che negli ultimi anni sia concesso più spazio per la ricerca personale e per i lavori di gruppo, con la guida e il controllo dell'insegnante, in modo da non cadere nella genericità e nella dispersione, oppure di lavorare inutilmente perché senza metodo.
Considerando, infine, il rapido e continuo progresso delle scienze, lo studio durante il periodo di preparazione al ministero sacerdotale non deve essere ritenuto esaustivo di quanto si richiede dalla missione del prete, ma pone l'esigenza di una formazione e di un aggiornamento permanente.

d) Durata degli studi filosofici-teologici

4453
175. Nel quadro dei contenuti indicati più avanti in questo documento, la durata in anni degli studi filosofico- teologici sia fissata tenendo conto della particolare situazione italiana.
In ogni caso lo studio della filosofia dovrà comprendere lo spazio di un biennio (cf. RaF 60) e quello della teologia di un quadriennio, o di periodi equivalenti qualora si optasse per la soluzione di unire la filosofia alla teologia (cf. n. 181).
Gli attuali piani di studio, che non rispondessero a queste disposizioni esplicitamente previste dalla RaF, non sono da ritenersi secondo la norma e dovranno adeguarvisi nel più breve tempo consentito.

III. Orientamenti specifici sulle singole discipline

a) Corso introduttivo sul mistero di Cristo


4454
176. Il concilio Vaticano II esige che gli studi ecclesiastici incomincino con un corso introduttivo sul mistero di Cristo e la storia della salvezza, da protrarsi per un conveniente periodo di tempo.
Il corso ha queste finalità:
- far percepire agli alunni il significato degli studi ecclesiastici, la loro struttura e il fine pastorale;
- aiutarli affinché possano abbracciare la loro vocazione con piena dedizione e con lieto animo (cf. OT 14; RaF 62).

b) L'insegnamento della filosofia

Situazione nel mondo d'oggi


4455
177. Oggi esiste una diffusa sensibilità sui problemi dell'uomo, e quindi sugli interrogativi della libertà, della giustizia, dei rapporti interpersonali, ecc. Ma insieme, da una parte si accentua l'interesse per ciòche puòcambiare la vita degli uomini (la tecnologia), dall'altra si diffonde una cultura prevalentemente immanentistica.
Da qui una certa sfiducia per la speculazione strettamente filosofica, quasi fosse un'evasione dal reale e la tendenza a sostituirla con scienze più "positive" che sono in grado di "descrivere" la realtà. Una sfiducia che investe anche la speculazione teologica.
E' messa in questione, oppure spesso si nega in modo esplicito, la capacità dell'uomo di cogliere oggettivamente il reale, il valore universale dei principi primi, la possibilità di pervenire ad una affermazione razionalmente motivata di un Assoluto personale e creatore dell'universo. E questo porta gran parte della cultura moderna ad un atteggiamento relativistico e scettico di fronte ai valori e alle verità previe della dottrina cattolica (cf. "Premessa").

Valore formativo dello studio della filosofia

4456
178. I giovani oggi dimostrano una certa ripulsa per la riflessione di carattere speculativo. E' quindi particolarmente urgente un'adeguata educazione all'indagine filosofica dell'intelligenza dell'allievo in modo che cresca un sano impegno delle sue varie capacità.
Lo studio della filosofia, pertanto, condotto con rigore scientifico in un'età nella quale gli interrogativi dell'uomo vanno acquistando pienezza di significato e lo studente decide della sua scelta vocazionale, acquista un particolare valore formativo in ordine alla futura personalità del prete.
Esso ha lo scopo, infatti, di contribuire alla sua formazione umana, portando l'alunno alla consapevolezza critica degli interrogativi fondamentali che l'uomo pone su di sè, sul mondo, su Dio, e alla scoperta di una loro fondata soluzione.

4457
179. Tale studio inserisce il giovane al centro del dialogo culturale degli uomini. Questa ricerca, infatti, che parte dall'esperienza, che dialoga con il pensiero altrui, e scopre progressivamente con un metodo rigoroso la soluzione, educa l'uomo ad interrogare la realtà in cui vive, a giudicare con senso critico ed attento, e non semplicemente polemico, le idee degli altri, a riconoscere gli elementi di verità che incontra e a respingere quelli falsi (cf. OT 15; RaF 72), a dialogare, ad avere una percezione più viva del proprio limite, ed insieme fiducia nella possibilità di una scoperta del vero.

4458
180. In tal modo lo studio della filosofia dispone alla vita pastorale di domani in un continuo confronto di modi di vedere e di giudicare l'esistenza; prepara anche alla teologia, perché affronta diversi presupposti della riflessione teologica.
Oggi, infatti, molte difficoltà della teologia nascono da determinati presupposti filosofici e molti concetti elaborati dalla filosofia vengono utilizzati quali strumenti per la riflessione sulla Rivelazione e per la sua espressione (cf. OT 15; RaF 70).

Metodi e contenuti

4459
181. L'insegnamento della filosofia deve avvenire in modo tale da non perdere la specificità del metodo.
Questa specificità sembra non essere abbastanza garantita con delle trattazioni a "temi" nelle quali il discorso filosofico viene mescolato con quello teologico fino al punto da non rispettare i confini della filosofia e della teologia. La trattazione a "temi" è buona e puòfavorire l'unità dell'insegnamento solo se si svolge all'interno rispettivamente della filosofia e della teologia (IFS parte I).

4460
182. Qualora, pertanto, si intenda ordinare gli studi ecclesiastici riunendo filosofia e teologia in unico corso, in più stretto coordinamento fra le due discipline (cf. OT 14; RaF 61b), la modalità di attuazione di questo tentativo dovrà "curare che la filosofia sia insegnata come disciplina distinta e col suo metodo specifico, evitando che sia ridotta ad una trattazione di problemi, svolta unicamente in funzione di speciali questioni teologiche" (RaF 60c).

4461
183. Lo studio della filosofia ha due dimensioni: quella storica e quella sistematica, anche se esse sono intimamente congiunte. Lo studio della storia della filosofia deve aiutare il giovane a guardare con apertura alle idee altrui, imparando soprattutto a cogliere la logica interna del pensiero degli altri per comprenderlo con rispetto e saperlo poi criticamente valutare e, eventualmente, recuperare.
La storia della filosofia, pertanto, dovrà essere fatta in modo che gli alunni imparino a discernere gli elementi veri e a scoprire e respingere quelli falsi presenti nelle soluzioni e nei sistemi proposti lungo i secoli (cf. OT 15; RaF 72).
Qualora nella scuola frequentata dal seminarista ciònon avvenisse (per esempio quando si tratta di una scuola statale), si provveda perché un educatore idoneo aiuti lo studente a saper armonizzare l'insegnamento ricevuto con la verità di una retta filosofia e della fede.

4462
184. Lo studio della storia della filosofia viene generalmente svolto durante la scuola media superiore. Dovrà peròessere ripreso successivamente, soprattutto per quanto riguarda le correnti filosofiche contemporanee.

4463
185. Lo studio sistematico della filosofia sia fatto in forma organica, dopo la scuola media superiore, quando cioè il giovane ha normalmente raggiunto una certa maturità di giudizio. Esso deve portare l'alunno "ad acquistare una solida e armonica conoscenza dell'uomo, del mondo e di Dio" (OT 15).
E' opportuno che la ricerca inizi con la descrizione dei dati dell'esperienza, degli interrogativi che essa pone, e passi poi ad integrarli con l'esperienza e gli interrogativi degli altri, soffermandosi soprattutto sugli autori e sulle correnti di pensiero che più influenzano la nostra cultura oggi (per esempio il marxismo, lo strutturalismo, il neopositivismo logico, ecc.). Si puٍ, quindi, successivamente proporre un'interpretazione dei dati presi in esame, basandosi sul patrimonio filosofico perennemente valido elaborato dai grandi pensatori cristiani nella storia (cf. OT 15; RaF 71) e criticamente assimilato, senza trascurare gli apporti della filosofia moderna. Sarà così possibile dare una risposta agli interrogativi sollevati, stabilendo un dialogo tra la propria soluzione e quelle proposte dagli altri.

4464
186. In questo confronto è utile guidare gli alunni alla lettura e al conseguente giudizio critico di pagine o di opere intere di qualche autore, particolarmente rappresentativo. In tal modo l'alunno impara ad attingere direttamente alle fonti ed acquista una personale capacità critica. Leggendo infatti gli autori secondo il loro significato preciso e criticandoli dall'interno, potrà avvertire l'importanza di elaborare una propria sintesi di pensiero.

4465
187. La necessità di apprendere un metodo, cioè di saper leggere criticamente i testi e giungere a delle sintesi proprie, impone che nell'insegnamento si tengano presenti soprattutto alcuni valori fondamentali, che costituiscono il contenuto di sintesi organiche: l'unità e la spiritualità dell'uomo; la sua apertura trascendente e comunitaria; la sua capacità conoscitiva ed espressiva; la possibilità di un'ontologia realistica, che permetta di giungere ad una fondata comprensione dell'uomo nel mondo, all'affermazione razionalmente motivata dell'esistenza di un Dio personale e creatore, ad una fondazione teocentrica dell'etica.

4466
188. Questa riflessione sistematica potrebbe avvenire secondo un disegno organico, che includa le principali questioni di carattere filosofico intimamente collegate tra loro, anche se in seguito alcuni problemi particolari potranno essere utilmente ripresi. In concreto: - sull'uomo unità composta, essere spirituale e libero, agente, conoscente, storico, che si esprime, aperto ai valori trascendentali; - sul senso della totalità dell'essere; - su Dio e sul fenomeno dell'ateismo; - sulla responsabilità dell'uomo.

4467
189. Si suggerisce che tale studio avvenga concatenando i vari problemi che vi sono implicati secondo l'istanza antropologica, in corrispondenza con la sensibilità del giovane e di molta parte della filosofia contemporanea, in modo che partendo dall'uomo, se ne consideri progressivamente la struttura, i rapporti, la conoscenza, l'azione, la libertà, la storicità, l'espressività; la sua apertura alla totalità dell'essere e a Dio, la sua responsabilità.

4468
190. I programmi siano opportunamente integrati da corsi complementari o che hanno attinenza e utilità con la tematica filosofica e in particolare con lo studio dell'uomo, come ad esempio: a) linguistica; b) filosofia delle scienze; c) metodologia scientifica; d) psicologia; e) sociologia; f) pedagogia.

c) Insegnamento della teologia

Situazione attuale


4469
191. Come si è già detto in parte, l'insegnamento della teologia deve tener presenti alcuni aspetti della attuale situazione:
- sviluppo della specializzazione in tutti i campi delle discipline teologiche con vantaggi indiscussi, ma anche col rischio di non essere più teologia, se non si giunge alla sintesi;
- la dimensione "antropologica" e "politica" che oggi la teologia va assumendo con aspetti positivi e, in alcuni casi, anche negativi, fino a proporre l'uomo quale misura del mistero di Dio;
- il problema dell'ermeneutica, del pluralismo teologico, della funzione della teologia nel progresso della fede e del relativo rapporto col magistero;
- la diffusione sempre più frequente di idee teologiche attraverso fonti di informazione extra-scolastiche e quindi in modo acritico, incompleto e frammentario.


Importanza e metodo dello studio della teologia

4470
192. La scuola di teologia di un seminario riveste al riguardo una particolare autorevolezza e funzione nella normale preparazione al ministero pastorale: essa infatti esprime la volontà e il dovere del vescovo di assicurare una trasmissione organica e fedele dell'intero deposito della fede, da credere e da annunciare.1 Per questo i maestri di teologia di un seminario ricevono dal vescovo una particolare "missione", che li impegna e autorizza ad una fedele trasmissione della fede.
I candidati al ministero sacerdotale hanno un dovere grave, che scaturisce dalla vocazione all'ufficio pastorale, di prepararsi, con uno studio metodico e approfondito, a predicare l'intero e sicuro vangelo agli uomini, approfittando con volonterosa diligenza della scuola di teologia e valorizzando ogni altro sussidio.

4471
193. "Periodicamente gli alunni dovranno dare prova del loro profitto negli studi con colloqui, dissertazioni scritte ed esami" (RaF 93) al fine di verificare la crescita della loro capacità di sintesi e dell'assimilazione ed espressione fedele dei contenuti della Rivelazione.

4472
194. Per raggiungere le finalità proprie dello studio della teologia per la formazione di un pastore nell'attuale momento storico (cf. "Premessa"), lo studente dovrà seguire le vie che Dio ha scelto per manifestarsi agli uomini, con i mezzi che lui gli ha offerto, e quindi dedicarsi allo studio della sacra Scrittura, della vita e della riflessione della Chiesa (cf. OT 16; SC 16; DV 24), con intelligenza credente; dovrà approfondire in forma sistematica i misteri della salvezza, mediante sia l'analogia con le cose che conosce naturalmente, sia l'indagine dei nessi che vi sono tra di loro e con il fine ultimo, sia gli interrogativi che la nostra vita d'oggi pone, avendo come maestri s. Tommaso e i grandi dottori della Chiesa (cf. OT 16; RaF 79).

4473
195. In fedeltà agli orientamenti sopra ricordati, di ogni problema si dovrà anzitutto ricordare la sua collocazione e il suo rilievo nella storia della salvezza, poi la sua interiore intelligibilità, il suo confronto con il mondo d'oggi e quindi le implicanze pastorali pratiche.
Questo ordine puòessere assunto immediatamente per ciascun grande tema teologico, da uno o più professori, in stretta collaborazione, oppure puòvenire svolto in modo che la struttura generale degli studi teologici porti in tutto l'arco degli anni di teologia a questa visione globale organica.
Tutto ciòpuòavvenire dando spazio, nel primo tempo degli studi teologici, soprattutto all'inchiesta induttiva (storico-biblica), quindi a quella sistematico-speculativa, e infine a quella di carattere pratico-pastorale, in modo che la sacra Scrittura e la vita della Chiesa costituiscano sempre come il punto di riferimento donde parte ogni riflessione sistematica ed ogni ricerca di tipo pastorale.

4474
196. In questa ristrutturazione della scuola di teologia, saranno particolarmente tenuti presenti due aspetti pedagogici: l'unitarietà dell'insegnamento e dello studio, di cui si è parlato, e la partecipazione attiva degli alunni.

4475
197. Per il primo aspetto, onde evitare dispersione di attenzione, ripetizioni, frammentarietà di informazione, sarà opportuno inglobare tutto l'insegnamento in alcune materie fondamentali, affidando eventualmente ad un unico insegnante materie affini, oppure facendo coincidere la trattazione di queste nell'identico tempo e soprattutto promovendo nel modo più opportuno il coordinamento del lavoro che svolgono nella scuola i singoli insegnanti (cf. OT 17; RaF 80).

4476
198. Nello spirito e nel dovere di collaborazione degli alunni all'intera vita del seminario (cf. nn. 137-138), è necessario che essi offrano il loro volonteroso apporto per un migliore andamento della scuola nel rispetto e nella consapevolezza delle loro competenze e della loro incompetenza in un settore complesso, che di sua natura esige una visione d'insieme e la costante attenzione sia ai contenuti da trasmettere sia alle finalità ultime da raggiungere.
Resta comunque importante che sia nella revisione finale dell'andamento scolastico (programmi, metodi, orari, ecc.), sia nella periodica ricerca di opportuni miglioramenti, si solleciti anche la valutazione e le proposte degli alunni, specialmente di coloro che, avendo ultimato i corsi di studio, sono maggiormente in grado di offrire dati, informazioni e suggerimenti che, nel loro insieme, saranno poi rimessi alla riflessione e decisione del preside e degli insegnanti.

4477
199. Per lo stesso motivo si dovranno avviare progressivamente gli alunni alla ricerca personale e di gruppo, a lavori di seminario, sotto la guida dell'insegnante, dando progressivamente più spazio a forme d'insegnamento attivo (cf. OT 17; RaF 91).
La scuola di teologia dovrebbe essere fatta in modo che ogni studente sia effettivamente impegnato secondo le possibilità intellettuali e le sue particolari attitudini.

4478
200. All'inizio degli studi teologici si tenga un corso propedeutico sulle condizioni e le esigenze della fede e sulla metodologia teologica. In questo modo l'alunno si renderà conto del diverso modo di procedere nella riflessione filosofica e in quella teologica, sarà preparato a trarre frutto dagli studi teologici che dovrà affrontare, e insieme sarà aiutato a maturare la propria fede. Si approfondiscano, pertanto, fin da principio le fonti e i criteri metodologici della ricerca teologica per sapersi quindi dedicare a questo studio con rigore di metodo.

4479
201. Sia affrontato anche il problema dei modi, delle esigenze e delle condizioni della fede, in dialogo e in confronto con le posizioni non cattoliche e non cristiane, in modo che il giovane si disponga a prendere più chiara coscienza del suo essere credente e s'avvii a saper rendere conto della propria speranza cristiana.

Dimensioni della teologia

4480
202. Nell'insegnamento della teologia dovrà prestarsi continua attenzione ad alcune istanze che sono proprie di questa disciplina e che risultano richieste dalla sensibilità ecclesiale del nostro tempo come ad esempio: la dimensione cristocentrica, ecclesiale, sacramentale, missionaria, ecumenica, ermeneutica o del linguaggio, escatologica o della speranza.
Queste caratteristiche devono permeare tutto l'insegnamento e scaturiscono dal fatto che tutta la teologia è approfondimento nella fede del mistero di Cristo. Soprattutto venga sottolineata in tutta la sua ampiezza la dimensione missionaria ed ecumenica.

4481
203. Il presbitero infatti è chiamato a servire al bene di tutta la Chiesa (cf. LG 28) e "il ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli apostoli" (PO 10).
Il concilio Vaticano II esplicitamente perciòraccomanda ai professori dei seminari e delle università di esporre ai giovani la situazione reale della Chiesa e del mondo, perché sia chiara al loro spirito la necessità di una più intensa evangelizzazione dei cristiani e ne tragga alimento il loro zelo.
Nell'insegnamento delle discipline dogmatiche, bibliche, morali e storiche mettano in luce gli aspetti missionari che vi sono contenuti, al fine di formare una coscienza missionaria nei futuri presbiteri (cf. AG 39).

4482
204. Il concilio Vaticano II vuole anche che l'insegnamento della teologia sia compiuto valorizzando l'aspetto ecumenico. Si insegni pertanto ad approfondire il messaggio evangelico non contro qualcuno, ma con tutti. E' importante che "i futuri pastori e i sacerdoti conoscano bene la teologia accuratamente elaborata in questo modo, e non in maniera polemica, soprattutto per quanto riguarda le relazioni dei fratelli separati con la Chiesa cattolica" (UR 10). Si abbia cura di conoscere le comunità ecclesiali separate dalla sede apostolica e le principali religioni non cristiane (cf. OT 16; RaF 80).
Scendendo ora all'applicazione per le singole materie dei criteri su esposti, e tenendo conto di quanto è stato detto dell'unità della teologia si offrono alcuni orientamenti.

Le discipline teologiche

4483
205. Lo studio della sacra Scrittura, anima della teologia (cf. DV 24; OT 16; RaF 78), dovrebbe iniziare con una presentazione della storia della salvezza contenuta nei libri sacri, a meno che ciònon sia già stato fatto nel corso introduttivo. Dopo un'introduzione generale sui problemi della formazione del testo sacro e la sua ispirazione, lo studio si approfondirà in saggi di esegesi scientificamente condotti, per avviare lo studente alla lettura esatta dei libri della Bibbia, secondo la loro struttura letteraria, il loro valore storico, il loro significato teologico, e nello studio dei principali temi biblici. In tal modo l'alunno imparerà a studiare unitariamente e teologicamente la Scrittura; ne apprenderà i fondamentali insegnamenti e ne farà il primo alimento della riflessione teologica e della vita spirituale.
Anche nell'insegnamento della sacra Scrittura si abbia presente la finalità pastorale. L'alunno del corso teologico sia quindi educato ad avere una profonda venerazione delle divine Scritture, sapendo che nel suo futuro ministero, soprattutto nella sacra liturgia, dovrà nutrire i fedeli del "pane della vita dalla mensa sia della parola di Dio sia del corpo di Cristo" (DV 21).

4484
206. La patrologia illustri il contributo dei padri della Chiesa orientale ed occidentale nella fedele trasmissione ed enucleazione delle singole verità rivelate (cf. OT 16), faccia notare agli alunni il valore di "luogo teologico" della loro testimonianza. Infatti "le asserzioni dei santi padri attestano la vivificante presenza della tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e prega" (DV 8).
Si abbia cura inoltre di porre nel giusto rilievo il valore del metodo teologico dei padri determinante anche per le epoche successive.

4485
207. La liturgia sia computata, come prescrive la costituzione Sacrosanctum concilium (cf. SC 15-16, 18; IOE 11-12), tra le discipline necessarie e più importanti e sia insegnata tanto sotto l'aspetto teologico e storico che spirituale, pastorale e giuridico.
La liturgia va considerata anche come "principale luogo teologico" soprattutto dalla teologia sistematica (cf. RaF 79), tenendo ovviamente presente che essa, più che esercizio del magistero, è esercizio del sacerdozio di Cristo e pertanto incontro vitale massimo tra Dio e l'uomo in Cristo (cf. SC 7-10).
Anche l'insegnamento della liturgia sia contraddistinto dalla nota della pastoralità e tenda a fare dell'alunno un "pastore celebrante" i divini misteri "in grado di penetrare il senso dei sacri riti e di prendervi parte personalmente con tutto l'animo" (SC 17; IOE 14); nello stesso tempo capace di portare attraverso il suo futuro ministero i fedeli all'azione sacra pienamente ed attivamente, in una chiara comprensione, ottenuta per mezzo dei riti e delle preghiere (cf. SC 48).
Si curi anche la formazione degli alunni al canto sacro quale "parte necessaria e integrante la liturgia" (cf. SC 112- 113 e istr. Musicam sacram).

4486
208. Nell'insegnamento della cosiddetta "teologia dogmatica" si tenga presente quanto è stabilito nel decreto Optatam totius (n. 16), in modo che essa abbia il suo punto di partenza dai temi biblici; illustri il contributo dei padri e l'ulteriore storia del dogma anche nei rapporti che questa ha con la storia della Chiesa; approfondisca e metta in rilievo il nesso dei vari misteri per mezzo della speculazione; faccia vedere gli stessi misteri presenti ed operanti sempre nelle azioni liturgiche e in tutta la vita della Chiesa; infine abbia l'annuncio missionario come suo traguardo tenendo presenti i problemi dell'uomo contemporaneo.
Si abbia attenzione, inoltre, a precisare la distinzione e il rapporto tra rivelazione, magistero e teologia (cf. CEI, Magistero e teologia nella chiesa, 16.1.1968).
Infine si tenga presente che il momento speculativo nel quale la teologia elabora la sua riflessione sul dato rivelato - pur essendo sempre necessario - non esaurisce la ricerca teologica.

4487
209. Anche l'insegnamento della teologia morale si rifaccia alla parola di Dio, nella pre-comprensione della realtà umana soprattutto attuale, meditata nella comunità ecclesiale, sotto la guida del magistero. Illustri quindi l'altezza della vocazione dei fedeli in Cristo, santificati dalla grazia che fluisce dal mistero pasquale, e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo.
Si cerchi di collegare tra loro, con criteri organici, la "teologia dogmatica" e la "teologia morale", in modo da evitare inutili ripetizioni, e l'impressione nella mente dell'alunno di una pericolosa dissociazione tra ciòche va creduto e ciòche va fatto nella vita cristiana.
Non si trascuri inoltre l'insegnamento della Chiesa sui problemi della giustizia e dello sviluppo.

4488
210. Intimamente collegata con la morale va svolta la teologia spirituale quale studio della pienezza della vita teologale del cristiano (cf. OT 19; RaF 80).

4489
211. Lo studio del diritto canonico venga inserito nella visione del mistero della Chiesa (cf. OT 16), in modo che appaia quale suo elemento strutturale e strumentale, che la rende storicamente incarnata sul piano della visibilità. Si rilevi come ciònon comporta identificazione assoluta e neppure opposizione tra Chiesa del diritto e Chiesa della carità, tra vangelo e diritto, tra istituzione e vita (cf. Paolo VI, Discorso al Tribunale della S.R. Rota, 27.1.1969: AAS 1969, pp. 174-178).
Le leggi della Chiesa siano presentate nello spirito di dipendenza gerarchica e di servizio per adempiere il ministero pastorale, tanto più che l'osservanza di certe norme canoniche obbliga il pastore in coscienza, anche in ordine alla validità di alcuni atti giuridici.
Nel corso teologico lo studio di alcuni istituti canonici puòessere abbinato a volte ad altre discipline.
Spetterà all'insegnante guidare gli studenti alla conoscenza della legislazione post-conciliare, e suggerire dei criteri per la retta interpretazione delle leggi ecclesiastiche.

4490
212. L'insegnamento della storia della Chiesa sia sviluppato nella sua dimensione teologica, avendo per soggetto la Chiesa conosciuta alla luce della fede nel suo cammino nel tempo, come sacramento di salvezza nel mondo e per il mondo, secondo la dottrina del concilio Vaticano II.
Le grandi epoche e i fatti più importanti siano pertanto presentati ed interpretati ecclesiologicamente, considerando la storia della Chiesa anche come luogo teologico, e secondo le esigenze della scienza storica.
Nell'ambito della storia generale della Chiesa si faccia un opportuno coordinamento con le discipline specializzate che da essa derivano, come la patrologia, la storia del diritto ecclesiastico, la storia della liturgia, della spiritualità e delle missioni.
Si abbia anche cura di soffermarsi particolarmente sulla storia della propria Chiesa locale e sulla storia della Chiesa in Italia di questi ultimi cento anni, perché essa spiega molte situazioni spirituali e sociologiche d'oggi.

4491
213. La teologia pastorale studia anzitutto i principi teologici che devono guidare l'azione concreta pastorale della Chiesa.
Essa sarà collocata verso il termine degli studi ecclesiastici, in modo da presentarsi come sviluppo e conseguenza degli studi teologici precedentemente compiuti, e non come un discorso a sè stante o addirittura contrapposto nei loro riguardi.
Per rispondere al suo scopo dovrà essere insegnata da un professore competente nelle scienze teologiche, e insieme provvisto di esperienza pastorale.
Non si trascuri inoltre un'opportuna trattazione della pastorale liturgica e catechetica e della pastorale del lavoro.

4492
214. Al termine degli studi teologici si propone un "corso di sintesi" che ripresenti il significato della ricerca teologica, il suo metodo, il suo oggetto, i suoi sviluppi in rapporto a chi studia e al ministero pastorale, la sua condizione di dialogo nel mondo d'oggi, ma soprattutto aiuti a cogliere il convergere dei vari aspetti delle discipline studiate nell'unità del mistero di Cristo.

4493
215. Accanto e in collegamento ai corsi fondamentali dell'insegnamento teologico come per il corso filosofico si pongono alcuni corsi complementari obbligatori e facoltativi (come ad es. storia delle religioni, greco biblico, ebraico, ecc.).
Merita particolare considerazione anche l'insegnamento di alcune materie tecniche (cf. RaF 95):
-materie orientate alla conoscenza dell'ambiente (sociologia);
-materie orientate alla conoscenza dell'individuo (psicologia generale, psicologia dinamica, psicologia dell'età evolutiva, psicologia religiosa);
-i mezzi d'intervento (pedagogia, psicologia pastorale, psichiatria pastorale, ecc.).
E' opportuno che almeno alcune di queste discipline siano insegnate nei loro aspetti fondamentali a partire dall'inizio della teologia per meglio finalizzare lo studio all'azione pastorale.
La scelta e l'inclusione di queste discipline complementari è di competenza delle conferenze episcopali regionali o delle singole chiese particolari.

Persone e sussidi

4494
216. Ogni attività e ogni riforma trovano il loro primo fondamento nelle persone che le devono condurre avanti (cf. OT 5). Da ciònasce il problema della scelta, della preparazione, del numero e della stabilità degli insegnanti nei seminari.
Ciascuna diocesi, o gruppo di diocesi, abbia un congruo numero di sacerdoti che si dedicano prevalentemente allo studio o all'insegnamento delle scienze sacre.
Dovranno essere competenti nelle discipline che insegnano e contemporaneamente provvisti di capacità didattiche, in modo che impartiscano con efficacia il loro insegnamento; dovranno avere un autentico spirito sacerdotale in modo da essere educatori non solo con la loro scienza, ma anche con la loro vita.

4495
217. Per ottenere l'indispensabile competenza, gli insegnanti vengano preparati al loro compito presso istituti superiori, in modo da conseguire i rispettivi gradi accademici.
Si dia loro la possibilità di continuare a tenersi aggiornati nella preparazione scientifica mediante riviste specializzate e nuove pubblicazioni, il frequente contatto con altri insegnanti delle stesse materie e la partecipazione a convegni scientifici.

Perché questo sia consentito bisogna che si creino determinate condizioni, quali, ad esempio, la disponibilità di tempo, i mezzi di studio, e, tra l'altro, una biblioteca aggiornata.

4496
218. Per un efficace funzionamento della scuola di filosofia e di teologia vi sia un responsabile (prefetto degli studi o preside), distinto dal rettore del seminario, il quale, coadiuvato dagli altri insegnanti ed in stretta ed assidua collaborazione con tutti gli educatori del seminario (cf. RaF 38), curi la formazione dei programmi, il calendario scolastico, l'andamento della scuola, i criteri e i modi per valutare l'apprendimento degli alunni, e promuova costantemente il coordinamento e l'unitarietà dell'insegnamento delle singole discipline.

4497
219. "I professori non dovranno accettare impegni che impediscano il buon compimento del loro dovere; siano perciòanche equamente remunerati, perché possano totalmente dedicarsi al loro grave compito. E' auspicabile, tuttavia, che esercitino qualche ministero, ma con moderazione, per poter disporre di una esperienza pastorale al fine di conoscere meglio i problemi del nostro tempo, in particolare quelli dei giovani, e poter meglio insegnare le loro discipline e formare più convenientemente i futuri pastori d'anime" (RaF 37).

4498
220. "I superiori e i professori costituiscano una sola comunità di educatori, così da offrire, insieme agli alunni l'immagine di una sola famiglia, che adempia il desiderio del Signore: Ut unum sint (Gv 17,11)" (RaF 38; cf. OT 5 e nn. 271-276 del testo). Essi si dovranno trovare quindi in seminario come in una comunità propria, per dedicarsi alla loro attività tra i seminaristi e insieme al servizio culturale del clero della propria diocesi.

4499
221. Il corpo docente di un seminario deve essere, infatti, anche il primo stimolo ed aiuto, all'interno sia del presbiterio diocesano sia dell'intera Chiesa locale, a studiare ed approfondire la rivelazione di Dio; dovrà essere anche un prezioso aiuto al compito magisteriale del vescovo.

4500
222. La somma delle condizioni richieste deve spesso commisurarsi con situazioni diocesane che complicano la soluzione, quali la scarsità di mezzi culturali adeguati, di persone preparate e disponibili, l'esiguo numero degli alunni e questo, soprattutto, se si tiene presente l'opportunità di mantenere separati i successivi corsi di teologia.
Perciòin molti casi sembra necessario prendere in considerazione la possibilità di una più stretta collaborazione, sia tra gli studi teologici diocesani e religiosi di uno stesso centro, sia tra quelli di più diocesi.
La riduzione delle distanze con i moderni mezzi di comunicazione, insieme all'esigenza di una collaborazione più larga tra i sacerdoti di una stessa regione e di una migliore qualificazione degli studi teologici nei seminari, sollecitano questo allargamento di collaborazione.

Capitolo quinto: LA COMUNITA' DEL SEMINARIO

I. In comunione con Cristo


4501
223. La Chiesa va sempre più acquistando coscienza della sua natura profonda e completa: essa è comunione di persone, legate nell'amore e nella libertà dallo Spirito di Cristo, con una legge di complementarietà e di corresponsabilità verso tutti e verso tutto.
La natura ecclesiale della fede esige che sia una comunità ad educare con la sua testimonianza vissuta, in modo che ciascuno dei componenti possa beneficiare, nella testimonianza reciproca, di un clima cristiano di vita.

4502
224. Questa legge generalissima della pedagogia divina va rispettata soprattutto nella formazione di coloro che, scelti nella comunità dei credenti, sono chiamati a presiedere un domani le comunità cristiane.
E' da chiedersi anzi, se fra le cause delle attuali difficoltà dei seminari, una delle più influenti non sia la mancata osservanza di tale legge generale. Pare infatti che nè l'impegno educativo di un rettore da solo o dei singoli educatori, nè lo sforzo volonteroso, ma individualistico dei seminaristi, consentano di far fronte alle complesse esigenze della situazione e della formazione sacerdotale.

4503
225. La comunità cristiana non è frutto di "carne e di sangue" (cf. Gv 1,13) e quindi non si fonda esclusivamente o prevalentemente su affinità solo naturali, anche se, quando ci sono, se ne avvantaggia. Non nasce solo da iniziative, da buona volontà o da tecniche dell'uomo. Benché una vita comunitaria possa profittare molto delle tecniche e dei suggerimenti che la scienza odierna è in grado di offrire, sarebbe illusorio sperare che questi accorgimenti generino da soli lo spirito comunitario, se lo Spirito di Dio non lo infonde.
La comunità cristiana, infatti, nasce dalla parola di Cristo (cf. Rm 10,17) e il suo "supremo modello e principio è l'unità nella Trinità delle persone di un solo Dio, Padre e Figlio nello Spirito santo" (UR 2).

4504
226. La comunità è un dono che va chiesto di continuo al Signore, anche perché il peccato e in particolare l'egoismo, l'orgoglio, l'individualismo insidiano la comunione e portano facilmente allo scoraggiamento e alla stanchezza.
Essa è frutto di un'azione discreta e forte dello Spirito che, da parte dell'uomo, richiede attenzione e docilità per profittare degli avvenimenti e delle circostanze concrete, con cui Dio ammaestra e forma.

4505
227. Ad immagine e nello spirito delle prime comunità i cristiani credono nella presenza e nell'azione particolare di Cristo risorto all'interno di coloro che sono riuniti nel suo nome (cf. Mt 18,20).

4506
228. La crescita di una vita comunitaria, inoltre, ha tempi e stagioni che non è in nostro potere conoscere o accelerare, prestabilendo scadenze o traguardi. Bisogna accettare i tempi di crescita, - ed i lunghi tempi della fatica e delle tensioni - così come il Signore li manda o li permette, in attesa che il suo Spirito faccia superare le fatiche, le incomprensioni e le distanze determinate dal peccato e dalla debolezza degli uomini.

4507
229. Ogni comunità cristiana è determinata da alcune componenti, di cui le essenziali sono indicate da Luca nel testo degli Atti (2,42): "essi perseveravano assiduamente nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere".

1. Comunita' perseverante nell'ascolto della parola

4508
230. Il segno più forte e rivelativo di una comunità cristiana è il suo sottomettersi alle esigenze della parola di Dio, in modo che ogni scelta sia da questa misurata e giudicata.
Un seminario deve mostrare di essere una comunità di credenti che hanno scelto Cristo e la sua parola come unica regola e ispirazione della loro vita e che, in conseguenza, cercano di leggere e interpretare gli episodi di ogni giorno con la parola di Dio, letta nella Chiesa.

4509
231. In una comunità cristiana c'è un solo Maestro: Cristo; gli altri sono tutti discepoli, impegnati - come lui - a ricercare la volontà del Padre (cf. Mt 23,8). Questa verità e questo atteggiamento accomunano, fratelli accanto ai fratelli, superiori e alunni (cf. PO 9). Sotto questo aspetto, anzi, possono servire alla comunità con maggiore efficacia coloro che, fattisi piccoli e docili allo Spirito, sono stati da lui introdotti più abbondantemente nella verità e nella volontà del Padre (cf. Mt 11,25).

4510
232. E' con la parola che Dio va creando il suo popolo e ne matura la fede (cf. PO 4; LG 5; DV 1, 5, 21). Per questo, nella vita del seminario, l'annuncio e l'ascolto della parola sono fra i momenti più fecondi e determinanti, specialmente quando essa viene letta e spiegata nella liturgia (cf. SC 7, 35).
Anche la meditazione e lo studio, individuale e comunitario, della Scrittura siano valorizzati come mezzo efficace per convertirsi comunitariamente a Dio e per imparare che cosa significhi andare insieme verso il Signore.

4511
233. La presentazione della parola, nella liturgia e nella scuola, sia preparata con cura al fine di non sprecare invano la grazia di Dio.
In questo modo i giovani imparano che l'efficacia della parola di Dio proviene dalla parola stessa, quanto più essa è annunciata con fedeltà, senza svuotare od oscurare l'intenzione e l'azione di Dio con parole di umana sapienza (cf. 1 Cor 2,4; 2 Cor 4,1-5).

4512
234. E' quindi importante che gli avvenimenti, le difficoltà, le necessità del seminario vengano abitualmente illuminati e giudicati dalla parola che la liturgia presenta e l'omelia spiega: fin dal seminario deve apparire come la lettura e la meditazione attente della parola sono la scuola permanente e l'educazione fondamentale della comunità, nelle situazioni e nelle esigenze quotidiane.
Sarebbe infatti strano che l'impegno formativo di un seminario non trovasse la sua occasione più normale e feconda, anche se non unica, nel momento in cui Dio stesso interpella e va formando la sua comunità( cf. SC 33, 35).

2. Comunita' perseverante nella frazione del pane

4513
235. "Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra eucaristia, dalla quale deve prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità" (PO 6).
La messa quotidiana nella vita del seminario sia realmente - per il tempo e per il modo in cui viene celebrata - il centro e l'anima della vita della comunità. I credenti "cibandosi del corpo di Cristo nella comunione mostrano concretamente l'unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è degnamente espressa e mirabilmente prodotta" (LG 11).

4514
236. La comunità di un seminario ripone quindi la sua fiducia nell'eucaristia e valorizza la messa come scuola e sorgente degli atteggiamenti richiesti per essere disposti, come Cristo, a sacrificarsi perché la Chiesa divenga "senza macchia nè ruga" e sia "santa e immacolata" (cf. Ef 5,27).

4515
237. L'eucaristia sia anche criterio discriminante per giudicare il comportamento della comunità.

Come succedeva nella Chiesa di Corinto (cf. 1 Cor 11,7-34), è quasi fatale che i costumi, a cui una comunità cristiana si ispira o si adatta, siano lontani o in contrasto con il mistero di comunione che l'eucaristia significa e sollecita. Il peccato, il condizionamento da parte di modelli di società non cristiane, gli egoismi fanno infatti spesso coesistere la celebrazione eucaristica con dei comportamenti che profanano il segno e il sacramento.
I superiori del seminario, nel loro ufficio di presidenti e responsabili dell'assemblea eucaristica, ad imitazione di Paolo facciano riferimento al senso della cena del Signore per giudicare le situazioni della comunità, rilevando come ogni frattura della comunione fraterna è incompatibile con le esigenze di unità richieste dall'eucaristia.

4516
238. Per lo stesso motivo ogni celebrazione eucaristica e tutta la vita liturgica siano "in stretto rapporto con la vita quotidiana" (RaF 53) della comunità, della Chiesa e del mondo, in modo da far apparire come il mistero cristiano, vissuto in modo precipuo nella liturgia, sia presente e permei tutti gli uomini e tutte le situazioni (cf. IOE 5-7, 14-15).

3. Comunita' perseverante nelle preghiere

4517
239. L'eucaristia non esaurisce la preghiera cristiana, così come la primitiva comunità testimonia (cf. At 2,42-46).
Il seminario, anche come comunità, impari e testimoni quella permanenza in preghiera che è l'atteggiamento più profondo di Cristo, e che esprime la sua dipendenza, comunione e contemplazione nei confronti del Padre.
Oltre alla preghiera individuale e comunitaria, oltre agli opportuni esercizi di pietà, il costume e il clima della comunità di un seminario mostrino che essa, come il gruppo dei primi discepoli, sta cercando di imparare a pregare.

4518
240. Il silenzio, un clima di raccoglimento, la crescente capacità di saper trovare senza ansia e febbrilità l'alternarsi pacato e umano di attività, sono coefficienti di favore per la preghiera e non sono incompossibili con il ritmo operoso di vita del seminario e con la densità di dialogo e di incontri che esso richiede.

4519
241. Nell'impostare la vita spirituale si tenga presente la sua dimensione comunitaria e quella individuale.
Appartiene, infatti, all'essenza della Chiesa manifestare la sua indole comunitaria anche nella preghiera (cf. IGLH 9). Questo aspetto è proprio soprattutto delle azioni liturgiche, "le quali non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa che è sacramento di unità"; appartengono infatti all'intero corpo della Chiesa e lo manifestano (cf. SC 26).

4520
242. Nella vita del seminario la liturgia appaia "culmine dell'azione della Chiesa e fonte da cui promana tutta la sua virtù" (cf. SC 10), prima e indispensabile "sorgente dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano" (cf. SC 14).
La partecipazione comunitaria all'eucaristia - per quanto possibile abitualmente concelebrata - e la celebrazione delle lodi e dei vespri siano i cardini della vita di pietà del seminario.
Si curi una partecipazione attiva con l'approfondita conoscenza dei riti e dei testi (cf. SC 48; IOE 15-16) anche al fine di meglio preparare gli alunni a saper presiedere le assemblee liturgiche.

4521
243. La vita spirituale che trova nella liturgia la sua sorgente "non si esaurisce nella partecipazione della sola liturgia" (SC 12). Il cristiano, benché chiamato alla preghiera in comune, è tenuto anche ad entrare nella sua stanza per pregare il Padre nel segreto (cf. Mt 6,6). D'altra parte, la partecipazione all'azione liturgica e alla preghiera comunitaria esigono capacità di preghiera personale, sia nella preparazione sia durante la celebrazione liturgica, "per conformare la mente alle parole che si pronunciano e per cooperare con la grazia divina per non riceverla invano" (cf. SC 11).
Conseguentemente le due dimensioni, comunitaria e individuale della vita spirituale, non si oppongono, ma si integrano e si richiamano reciprocamente.

4522
244. Sono richiesti tempi e modi di preghiera individuale e l'attenta valorizzazione di quegli esercizi di pietà che esprimono e assicurano dimensioni fondamentali di una autentica pietà ecclesiale, in conformità alle esigenze individuali e nel rispetto del ritmo fecondo dei tempi liturgici (cf. OT 8; SC 12-13; RaF 54).

4523
245. Vengano comprese e praticate la preghiera e particolarmente l'adorazione al santissimo sacramento con una pietà che sia segno della fede nella presenza reale e che educhi i futuri pastori a partecipare più profondamente al mistero pasquale.

4524
246. Con animo desideroso di conoscere sempre più il volto del Padre (cf. Gv 14,8) e la sua volontà, con semplicità, nella preghiera, accostino la Scrittura e ne acquistino profonda consuetudine, come occasione privilegiata per incontrare Cristo ed "essere con lui" (cf. Mc 3,14), così da approfondire "l'intima comunione e familiarità con il Padre per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo nello Spirito santo" (OT 8).
E' in questo modo che un giorno potranno annunciarlo per interiore esperienza (cf. 1 Gv 1,1-3) e lo sapranno conoscere e riconoscere senza illusioni negli avvenimenti e nelle parole degli uomini (cf. Mt 24,23-27).

4525
247. "Le attività apostoliche, dal canto loro, offrono un alimento indispensabile per il nutrimento della vita spirituale del presbitero: Rappresentando il buon pastore, nello stesso esercizio pastorale della carità troveranno il vincolo della perfezione sacerdotale, che realizzerà l'unità nella loro vita e attività (PO 14). Difatti il presbitero, nell'esercizio del suo ministero, viene illuminato e rinvigorito dall'azione della Chiesa e dall'esempio dei fedeli" (SM II, I, 3; cf. anche OT 9).

4526
248. Attraverso varie forme di pietà - in particolare il rosario - sia sviluppata la devozione e l'amore alla Madonna "giustamente onorata con culto speciale dalla Chiesa" (LG 66).
Maria è colei che "cooperòin modo tutto speciale all'opera del Salvatore con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità" (LG 61). "La Vergine infatti nella sua vita fu modello di quell'amore materno, del quale devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini" (LG 65).
Maria è la credente che seppe attuare fedelmente la sua missione perché fu disponibile e interiormente libera nei confronti di quanto lo Spirito del Signore le andava insegnanto e chiedendo, anche quando le sue parole erano nuove e oscure al suo orecchio (cf. Lc 2,50-51).
Ci si ispiri a lei per apprendere una disponibilità piena e totale a Cristo e al suo Spirito e la si invochi con fede, consapevoli della sua funzione di Madre nell'economia della grazia (cf. LG 61 e 62).
Ad imitazione di Maria, Vergine della Visitazione, si impari anche come ogni incontro autentico con l'amore e il mistero di Dio porta di sua natura ad un'attenzione e ad una generosità sempre maggiori nei confronti delle necessità dei fratelli (cf. LG 65).

II. In comunione ecclesiale

1. Comunita' fraterna


4527
249. Quello che la carne e il sangue operano con una certa facilità creando delle famiglie, lo deve operare nella Chiesa lo Spirito di comunione. Esso utilizza e si avvantaggia delle affinità e dei legami naturali, ma li purifica, li approfondisce e li supera, creando la famiglia di Dio.
I comportamenti e i segni della fraternità cristiana nascono da una scoperta di fede, piena di stupore, del vincolo reale che unisce i credenti in Cristo e li fa figli di uno stesso Padre, ad una tale profondità e verità che ogni altra distinzione e separazione diventano irrilevanti (cf. Col 3,11).

4528
250. Occorre che tutto un costume di carità e di relazioni si alimenti progressivamente a questo fatto: le differenze di età, di intelligenza, di ceto sociale, le stesse diversità di ufficio tra superiori, maestri e alunni devono essere permeate di una relazione nuova e prevalente di fraternità, con un tipo di rapporti che gradualmente scopra e adotti la solidarietà e la confidenza che sono proprie di fratelli.
La comunità del seminario riveda, alla luce di questa vocazione alla fraternità, i suoi costumi abituali e abbia il coraggio di eliminare privilegi e distinzioni che male si accordano con un'effettiva fraternità. La comunità cristiana, come Cristo, deve eventualmente concedere eccezioni e attenzioni privilegiate, con delicata larghezza, a quanti per l'età, per malattia o per altra necessità ne hanno bisogno.

4529
251. In particolare si ricerchi e si sappia praticare l'amicizia cristiana, profittando cordialmente di questo dono prezioso che consente di condividere con profondità le difficoltà, le esperienze, il dono di grazia degli altri e prepara quella fraternità sacerdotale che è conforto e aiuto all'interno di ogni presbiterio (cf. PO 8).
Si abbia l'avvertenza di non ripiegarsi egoisticamente sulle proprie amicizie, ignorando le attese di altri fratelli (cf. PO 8).
Cristo sia intravisto e amato anche nel fratello umanamente meno dotato o anche indisponente (cf. Mt 25,31-46), così da dilatare le capacità della carità, del rispetto e del servizio.

4530
252. Vivere la fraternità non è facile. Ogni comunità, e quindi anche quella del seminario, resta una comunità di "peccatori" ancora in "cammino".
La fatica del vivere in comunità va accettata come normale legge e condizione, anche se ognuno, quando le tensioni si acuiscono, deve con onestà cercare di riconoscere e, per quanto puٍ, eliminare in se stesso ciòche sta creando difficoltà al fratello o alla comunità.
Normalmente sono queste prove e queste umilianti purificazioni che insegnano realisticamente le esigenze e le condizioni di una vita comunitaria.

2. Comunita' gerarchica

4531
253. E' dovere di ogni credente accettare e vivere la comunità cristiana così come Dio l'ha voluta e la vuole. Egli, tra i fratelli, ne ha scelto alcuni e li ha preposti al servizio della comunità, al fine di meglio aiutarla ad essere fedele nella verità e unita nella carità.

4532
254. "Il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli" (LG 23).
La passione per l'unità della Chiesa, che lo Spirito del Signore va oggi diffondendo in modo veemente, deve far riscoprire ai giovani, con animo credente e riconoscente, la missione di unità che il Papa svolge nella Chiesa per confermare nella verità e nella carità le diversità e i carismi che animano l'intero popolo di Dio.
Con fede coerente e amore filiale ascoltino la sua parola e si dispongano ad esserne fedeli interpreti all'interno della comunità cristiana, in comunione col loro vescovo e col presbiterio.

4533
255. Con la stessa sollecitudine deve apparire che, come ogni Chiesa particolare, anche la comunità del seminario - che ne è parte e viva espressione - crede e trova nel vescovo colui che Dio ha posto nella Chiesa come "vicario e legato di Cristo" (cf. LG 27).
Negli anni di seminario la comunione col vescovo - principale responsabile dell'impostazione formativa del seminario - deve trovare espressioni concrete e adeguate così da instaurare progressivamente un costume di ascolto, di obbedienza, di confidente amore e di collaborazione, che esprima sul piano operativo la relazione ontologica e dinamica che legherà il loro ministero al ministero del vescovo (cf. PO 7).

4534
256. Nei seminari è indispensabile e preliminare ad ogni possibilità educativa, riscoprire con fede la figura dei sacerdoti educatori, delegati dal vescovo a questo ufficio, liberandoli da "immagini" che ne restringono la funzione ad incarichi prevalentemente disciplinari e "giuridici" o solamente didattici. Soprattutto nei seminari, infatti, il carisma dell'autorità deve riapparire nella sua originale semplicità e cristiana autorevolezza.
Occorre quindi che la comunità del seminario riconosca l'autorità e accetti con fede gioiosa questo particolare "sacramento", segno e mezzo di una presenza e azione privilegiata di Dio per il bene di tutti.

4535
257. Specifica missione degli educatori di un seminario è quella di" rendere presente il vescovo" (cf. LG 28), all'interno della comunità.
A nome e in comunione con il vescovo e con l'intero presbiterio, essi hanno il mandato: a) di riconoscere con autenticità lo spirito e i carismi (ministero sacerdotale e celibato) di coloro che il Signore chiama; b) di insegnar loro il vangelo come la tradizione apostolica l'ha trasmesso e la Chiesa, con la guida del magistero, lo interpreta; c) di promuovere la loro personalità, secondo le esigenze della missione.

4536
258. Dio, che li manda, accompagna costantemente ed efficacemente la loro missione, a condizione che gli educatori non presumano miracolisticamente su interventi e aiuti straordinari e diretti di Dio. Essi devono in precedenza e costantemente ricercare e valorizzare i normali sussidi, che Dio intende dar loro con la mediazione della comunità del seminario, del presbiterio, dell'intera diocesi e del mondo.
Essi, infatti, all'interno e a servizio della comunità, sono primariamente fratelli fra i fratelli, con loro e come loro in tensione verso il regno, bisognosi di ricevere, prima di comunicare, la verità e l'aiuto, attraverso l'intensa circolazione e lo scambio di una carità reciproca.

4537
259. Gli educatori per primi devono mostrare, con un costume coerente, di credere che è con la comunità e nella comunità che Dio agisce e parla: per questo, in una relazione permanente di dialogo, di ricerca e di verifica fra loro, con gli alunni e con le loro famiglie, col presbiterio, col mondo contemporaneo, siano disponibili ad ogni voce che mostri di venire da Dio a vantaggio e ispirazione della loro mediazione.

4538
260. Sono voci, proposte, esigenze, che essi in ultima istanza, devono controllare con lo Spirito e la parola di Dio, nella Chiesa, per discernere ciòche è sua autentica volontà da quanto puòinvece nascere dalla carne e dal sangue (cf. PO 4).
Gli educatori sono richiesti di trasmettere con autorevolezza solo quello che sicuramente la Chiesa oggi crede ed esige per preparare un prete alla sua missione.
Cerchino di non confondere preferenze e criteri soggettivi, anche legittimi, con le austere esigenze della dottrina e delle direttive della Chiesa. Con saggia prudenza, potranno, così, distinguere quello che nella formazione di un credente e di un prete è importante ed essenziale, da quanto puòessere marginale e contingente.

4539
261. Per questo ufficio agli educatori è dato lo Spirito buono e l'aiuto di Dio, se con cuore disponibile e umile, insieme, lo ricercano. Abbiano quindi serena fiducia e cristiana fortezza, pur sapendo di restare esposti ad illusioni ed errori.
Dio infatti, quando è stato volonterosamente ricercato dai credenti, è forte abbastanza per supplire con l'azione diretta anche agli errori e alle deficienze.

4540
262. Data la missione e la funzione degli educatori del seminario, i giovani hanno di conseguenza il dovere: a) di ascoltare e accettare la loro parola, le loro direttive e il loro insegnamento con fede e fiducia, come conviene nei confronti di fratelli a cui Dio e la Chiesa hanno affidato un mandato autorevole; b) di controllare sulla loro parola e sul loro insegnamento la mentalità, il costume di vita e la dottrina che essi si sono formata o si vanno formando; c) in caso di divergenza o quando, in questo esame, emergono carenze rilevanti o dubbi, i giovani devono per dovere di coscienza chiarire le loro posizioni, entrando con schiettezza in dialogo con i sacerdoti del seminario, così che questi possano discernere il loro spirito e testimoniare autorevolmente della loro idoneità di fronte alla comunità cristiana e al vescovo.

4541
263. Per un credente che abbia compreso il mistero della Chiesa e la necessità che nessuno si assuma il ruolo di ministro della comunità, se non colui che è da Dio chiamato ed è stato riconosciuto come tale, appare l'estrema gravità di chi, di fatto, elude questa relazione con i sacerdoti ai quali il vescovo e la Chiesa hanno affidato, a comune garanzia, questa specifica missione.
3. Comunita' articolata

4542
264. Come ogni comunità umana, anche quella cristiana, si articola nella varietà di espressioni richieste dalla diversità delle persone e degli uffici.
Sotto questa prospettiva, all'interno di una comunità di seminario, si possono distinguere: le persone - le piccole comunità o i gruppi - gli educatori - la grande comunità.

4543
265. Una comunità veramente umana e cristiana esclude e supera sia l'individualismo, sia un livellamento massificante, creando con naturalezza spazio e occasioni per la libera espressione della persona.
Una comunità cristiana, animata come è dallo Spirito di libertà, deve presentare l'immagine più espressiva di ciòche ogni comunità di uomini dovrebbe diventare. La persona vi deve quindi trovare l'occasione di profittare della comunione e di subordinarsi liberamente alla reciproca edificazione, e d'altra parte, potersi esprimere in conformità alle esigenze della vocazione (cf. RaF 26). La comunità, comunque, non puòmortificare o assorbire mai la persona così da esonerarla da un uso vigilante della coscienza personale.

4544
266. Si eviti ogni forma di condizionamento o di livellamento, rispettando con comprensione e tolleranza, personalità, scelte, doni di grazia ed età di crescita diversi, così come piace al Padre che ama adoratori in spirito e verità (cf. Gv 4,24).
D'altra parte, ognuno osservi con attenta carità le norme di disciplina della casa, che, oltre ad essere richieste dall'esigenza di subordinare la spontaneità al dovere, sono necessarie per rispettare le esigenze di una convivenza comune (cf. OT 11; RaF 57).

4545
267. L'esperienza comunitaria, per essere profonda e consentire la gamma di scambi e di relazioni che un rapporto comunitario tra adulti comporta, richiede normalmente la piccola comunità o gruppo.
Il gruppo, nella più vasta comunità del seminario, è infatti l'occasione prossima e permanente di relazioni e di collaborazione più intense e profonde. E' quindi conveniente che ne sia consentita e favorita la formazione (cf. OT 7; RaF 23).

4546
268. Per la vita del gruppo vale quanto è stato detto per ogni comunità cristiana, specialmente in merito alle caratteristiche specifiche di cui si è parlato.

Specialmente all'interno del gruppo, devono essere ricercate e sviluppate una profonda amicizia e una cordiale reciproca accoglienza, così da favorire la crescente facilità nel comunicare l'un l'altro, con semplicità e umiltà, quanto Dio va operando, non escluse le difficoltà e le fatiche.
In questo modo il gruppo, nel rispetto discreto della libertà e dell'intimità di ognuno, aiuta i componenti a meglio riconoscere il proprio spirito, a mutua edificazione e a migliore garanzia di non illudersi su se stessi e sulle proprie attitudini nei confronti della missione.

4547
269. Lo studio del vangelo in gruppo, la revisione di vita, qualche giornata di preghiera e di spiritualità, il condividere insieme attività apostoliche e il lavoro scolastico, nonché le ore della distensione, sono occasioni concrete nelle quali Dio, nella pazienza, approfondisce il dono della comunione in un gruppo di fratelli, che egli stesso ha riunito e sta insieme preparando alla missione.

4548
270. La presenza del sacerdote nel gruppo ripete il senso e la funzione che ogni prete ha in seminario, a servizio di coloro che Dio sta preparando al ministero sacerdotale (cf. RaF 23). E' quindi naturale che il gruppo offra una relazione di fraternità al prete che ne condivide, con semplicità di amicizia, la vita e le fatiche. Riconoscano in lui il fratello più anziano nell'esperienza di Cristo e del servizio ministeriale, il quale ha dal vescovo e in accordo col rettore, l'autorevole mandato di discernere lo spirito che anima ciascuno e la vita stessa del gruppo.

4549
271. Il gruppo degli educatori, per la sua specifica funzione, costituisce una comunità all'interno della grande comunità del seminario.
La comunità degli educatori deve essere la prima immagine e il modello, di fronte ai giovani, di ciòche significa una comunità di adulti, uniti insieme a mutua edificazione e a servizio della missione. La diversità di personalità, di compiti e di età che li distingue deve infatti testimoniare la possibilità che anche persone adulte, diverse e libere, possono realizzare una profonda comunione e amicizia, mettendo in comune le loro diversità per un migliore servizio del seminario e della Chiesa.

4550
272. L'impegno di vivere e testimoniare la carità fra loro deve precedere ogni altra funzione e preoccupazione nei confronti dei giovani: tanto più che amandosi e aiutandosi fraternamente a servire con fedeltà Cristo nel ministero, con ciòstesso esercitano il momento più efficace della loro azione educativa (cf. OT 5).
Per questo è conveniente e necessario che le funzioni e mansioni educative non assorbano talmente il loro spirito e il loro tempo da non poter poi trovare occasioni e modi per vivere e approfondire fra loro una vita comunitaria.
4551
273. Pur nel rispetto della libertà di ognuno, preghino insieme con una qualche frequenza e regolarità anche per testimoniare, di fronte agli alunni, che non è possibile trovarsi tra fratelli, se non ci si ritrova insieme davanti al Padre. Procurino di celebrare insieme, per quanto possibile, l'eucaristia e la liturgia delle ore (cf. SC 27).

4552
274. Analogamente a quanto è stato detto per la collaborazione fra alunni e superiori - e a maggior ragione - essi sono corresponsabili comunitariamente nei confronti della missione loro affidata dal vescovo e dalla comunità diocesana. Questo richiede che, ogni qualvolta ricercano insieme la verità e la volontà di Dio nel loro lavoro e nelle loro scelte, ci sia una collaborazione paritaria.

4553
275. Nella fase di ricerca o di revisione, infatti, nessuno deve presumere di possedere da solo la verità e, quindi, l'autorità e il diritto di imporre la sua verità agli altri. Ciascuno con umiltà, rispetto e spirito di fede, deve prestar ascolto a quanto il Signore puòdire per bocca degli altri fratelli, così come la primitiva comunità mostra in modo eloquente (cf. At 15,4ss).
Le diverse sicurezze o le divergenze di inizio consentono una possibilità di convergenza e di intesa quando ciascuno è subordinato al vangelo e alla missione: solo allora, libero interiormente, puòprofittare delle "verità" nuove e diverse che possono emergere dalla ricerca comune, anche se sono contrastanti con le sue convinzioni di partenza.
Abitualmente siano discussi insieme, in uno scambio libero e fiducioso, i problemi e le decisioni, esplicitando con schiettezza le tensioni che rischiano di dividere o di creare dei malintesi. Per questo scopo siano riservati e previsti incontri periodici abbastanza frequenti e regolari, con tempi adeguatamente lunghi.

4554
276. Si accettino con fortezza e nella speranza le tensioni e le divergenze e, nella preghiera e in una fiducia reciproca mai ritirata, si sappia attendere con pazienza che lo Spirito riunisca nella verità coloro che lui stesso ha unito per la missione.

4555
277. E' compito specifico del rettore (cf. RaF 29):
a) offrire la sua amicizia e il suo servizio discreto e cordiale ai confratelli che con lui condividono la missione. In una visione comunitaria del seminario, primaria sollecitudine del rettore deve essere quella di curare la cristiana efficienza della prima comunità educante, quella cioè degli educatori;
b) approfittare con particolare attenzione della "verità" che va emergendo nella comune riflessione e ricerca, ai fini di subordinarsi per primo e poterla poi autorevolmente proporre;
c) decidere nella fase finale la linea operativa che gli sembra più illuminata e fedele - anche quando l'accordo fra tutti non è stato raggiunto - e chiedere che ad essa tutti si ispirino, almeno finché l'esperienza, la ricerca e la luce di Dio non richiederanno successivamente decisioni diverse e migliori; d) vigilare perché i beni della comunità del seminario non vengano compromessi e non sia impedito ciòdi cui essa ha bisogno e diritto per realizzare i suoi fini. In particolare, il rettore garantisca un tollerante rispetto per ogni legittima diversità, curando peròche non si insegnino dottrine e modi di intendere e vivere il ministero pastorale diversi da quelli che la Chiesa insegna.

4556
278. "I superiori devono essere scelti con la massima cura, dovendosi trattare di uomini animati da spirito sacerdotale e apostolico, capaci di prestare mutua e fraterna collaborazione nel comune impegno d'educazione, alacri e aperti nel percepire le necessità della comunità ecclesiale e civile, dotati di esperienza pastorale nel ministero parrocchiale o in altro ministero, ed eccellenti conoscitori dell'animo giovanile.
Essendo la missione dei superiori del seminario arte delle arti, che non permette un modo d'agire improvvisato e casuale, essi, oltre alle doti naturali e soprannaturali, devono necessariamente possedere, secondo il compito di ciascuno, la debita preparazione spirituale, pedagogica e tecnica soprattutto negli istituti specializzati eretti o da erigersi a tal fine nel proprio o in altri paesi" (RaF 30).

4557
279. Per quanto è possibile, gli educatori intensifichino gli incontri, il dialogo e una certa partecipazione e comunanza di vita anche con gli alunni al fine di poter meglio conoscere e valutare persone e situazioni, ma soprattutto per consentire una testimonianza diretta e continua (cf. RaF 28).

4558
280. La divisione tradizionale dei ruoli (rettore - direttore spirituale - professori) è sostanzialmente valida. Gli inconvenienti che ne possono risultare sono superabili, qualora ci sia la collaborazione tra i diversi settori. E' necessaria peròl'eliminazione di una rigida separazione settoriale dei ruoli. Ciòsi puòottenere quando il rettore, come si è detto, cura di elaborare il piano educativo in collaborazione con gli altri sacerdoti e con i professori e discute abitualmente con essi problemi e scelte (cf. RaF 29).

4559
281. La direzione spirituale deve apparire nella sua necessità e specificità ed essere da tutti regolarmente praticata come sussidio necessario.
Essa infatti accompagna e sostiene, verificandolo, il lavoro che Dio va facendo negli alunni al fine di sviluppare in loro una sicura spiritualità cristiana e pastorale; li abitua inoltre ad uno sguardo limpido e illuminato su se stessi e sulle motivazioni che determinano il loro comportamento, così da affinare quella interiore lealtà e docilità che consentono ad un credente di incontrarsi con l'iniziativa e la parola di Dio su di lui.

4560
282. A giudizio del vescovo si potrà lasciare ai giovani la libertà di scegliersi fra il gruppo degli educatori il confessore e direttore di spirito (cf. RaF 55, con le citazioni ivi riportate), pur conservando il compito e la figura di un direttore spirituale della comunità.
Egli, oltre al normale compito di direzione spirituale o di confessione per quanti a lui si rivolgono, dovrà coordinare le espressioni e gli impegni della pietà comunitaria, con particolare attenzione alla predicazione (omelie, ritiri ed esercizi spirituali), alle celebrazioni liturgiche e ai pii esercizi (cf. SC 13). Sarà sua cura che tutta la vita spirituale del seminario sia animata dalla liturgia e sia riferita ad essa.
E' inoltre opportuno che il direttore spirituale della comunità, in accordo col rettore, promuova periodicamente degli incontri dei sacerdoti delegati dal vescovo per la confessione e la direzione spirituale degli alunni per assicurare la necessaria convergenza nei criteri di giudizio e nelle mete fondamentali.

4561
283. I rilievi fatti in merito alla necessità di creare, all'interno della comunità del seminario, spazio e occasioni per una libera espressione a vantaggio delle persone e dei gruppi, possono creare qualche difficoltà e tensione nei confronti di un'effettiva consistenza e vivacità di espressione della vita della grande comunità del seminario.
Puòinfatti avvenire che le persone o i gruppi, per diverse ragioni, approfondiscano unilateralmente interessi, mentalità e scelte, frazionando di fatto o ignorando il più ampio discorso e impegno educativo dell'intera comunità.
Sono difficoltà naturali in una scelta educativa di questo tipo e che, d'altra parte, vanno ricondotte a leggi ed esigenze elementari di ogni società veramente umana e cristiana. Si eviti di "risolvere" il problema, eliminando di fatto una o l'altra di queste dimensioni della comunione e si cerchi invece di comporre le simultanee esigenze.

4562
284. Il rapporto "grande comunità"-"piccola comunità" richiede e la libera espressione della vita di gruppo, nei termini già precisati, e la sua attenzione a non chiudersi in se stesso.
Il gruppo deve restare aperto alla grande comunità così da offrire e ricercare un reciproco scambio e ascolto, sia a livello dei singoli componenti con tutte le altre persone della comunità, sia come rapporto fra gruppo e gruppo.
Praticamente questo significa non limitare amicizia, incontri, iniziative ai soli componenti del gruppo. Più ancora: richiede che ognuno si avvantaggi con attenzione della testimonianza e delle proposte cristiane che circolano all'interno dell'intero seminario, specialmente quelle che vengono da parte della comunità degli educatori.

4563
285. E' infatti rischioso, o per lo meno limitante, che i giovani identifichino l'immagine del loro modo di essere cristiani e di essere preti con l'unica testimonianza del loro prete di gruppo, per quanto questi possa essere dotato come cristiano e come apostolo. A parte il pericolo di assolutizzare indebitamente un modello umano, è normale che la formazione dei giovani si avvantaggi dal fatto di poter e dover confrontarsi con diverse figure di preti.
Questo più ricco confronto serve sia ad incoraggiare sviluppi congeniali alla personalità e alla spiritualità di ciascuno, sia, soprattutto, a sperimentare quanto serva al bene della Chiesa una più completa conoscenza di Cristo, profittando della molteplicità complementare con cui ciascuno ne riflette il mistero.

4564
286. Questa circolazione più vasta di rapporto, di collaborazione e di carità, che supera il gruppo e lo apre all'intera comunità, è necessaria anche perché i giovani devono imparare ad aprirsi ad un dialogo paziente e comprensivo al di là della cerchia delle persone con cui, magari laboriosamente, hanno realizzato una buona facilità d'intesa.

4565
287. Il prete dovrà infatti essere, un domani, l'uomo di tutti: in certo senso egli non ha diritto di scegliersi i collaboratori e gli interlocutori secondo affinità e preferenze solo umane.
Come Cristo, egli dovrà restare disponibile ad ogni uomo ed essere capace di offrire a tutti la sua relazione, anche se, come lui, potrà avere delle amicizie più profonde, a cui ricorrere e di cui profittare specialmente nei momenti della prova.

4566
288. D'altra parte si deve affermare che, nella misura in cui i gruppi vivono la comunione cristiana nell'autentico Spirito di Cristo, sono naturalmente sollecitati a valorizzare ogni arricchimento, che la vita di gruppo ha loro offerto, per aprirsi sempre più al bisogno e alla gioia del dono verso gli altri. E' infatti questa la normale dialettica delle persone e delle comunità quando sono animate da carità ecclesiale.

4567
289. Per lo stesso motivo, la grande comunità del seminario dovrà ricercare, con coraggio e con capacità cristiana di novità, soluzioni convenienti anche nei confronti degli altri gruppi di persone che vivono e operano in seminario, come, ad esempio, le suore e il personale di aiuto. Pur nel rispetto di diverse esigenze di vita e di vocazione, di orari di lavoro o delle norme di una ovvia discrezione, la comunità del seminario sia attenta a non escludere questi gruppi dalla comunione di vita e di beni, e non accetti situazioni o atteggiamenti che operano discriminazioni non opportune.

4568
290. La vita della grande comunità esige spazi e occasioni che consentano l'incontro e lo scambio fra l'intera comunità.
Per questo si dia molta importanza alla celebrazione comunitaria dell'eucaristia e delle ore. Senza impedire che queste celebrazioni avvengano talora all'interno dei gruppi - nel rispetto delle norme liturgiche - è opportuno che normalmente l'intera comunità si ritrovi unita specialmente nella celebrazione eucaristica, così che - nel segno e nella realtà - quanti mangiano lo stesso pane e bevono allo stesso calice, diventino una sola cosa come il Padre e il suo Cristo.
E' anche importante che, con sufficiente frequenza, tutta la comunità ascolti l'omelia, in modo che ogni gruppo e ogni persona siano interpellati da una parola comune, capace di operare comunione e un comune costume cristiano.

4569
291. Allo stesso scopo è utile che periodicamente il rettore, dopo le normali ricerche e riflessioni della comunità degli educatori sulla vita del seminario, presenti all'intera comunità una specie di revisione di vita che esamini alla luce del vangelo e delle esigenze della missione i fatti, i costumi e i peccati della vita della comunità, così da provocare in tutti una verifica che si avvale di una parola comune.

4. Comunita' aperta al mondo e solidale con le altre comunita

' 4570
292. Una certa separazione dei candidati al ministero sacerdotale dalla famiglia e dalla comunità parrocchiale puòdistaccarli eccessivamente da una "congrua esperienza delle cose umane" (OT 3). Come è stato rilevato, ogni seminario conosce una reale tensione in merito a questo problema, anche se oggi si inclina ad esasperarlo o a "risolverlo" indebitamente (cf. n. 41).
In conformità a quanto la Ratio fundamentalis ripetutamente raccomanda (cf. RaF intr. 2, 12 e nota 74, 42, 51, 58, 70, 71, 94 e nota 196), si dovrà commisurare con saggezza e attenzione, specialmente nei primi anni del seminario, l'opportunità delle doverose separazioni e, d'altra parte, del necessario inserimento e contatto con l'ambiente di famiglia e di parrocchia al fine di non complicare senza ragione il problema.
Ogni comunità cristiana, d'altra parte, non è mai in senso proprio autonoma ed autosufficiente, tanto meno "chiusa": di sua natura essa deve restare solidale nel dare e nel ricevere con l'intera Chiesa e col mondo.

4571
293. Il primo rapporto di solidarietà del seminario è con la comunità familiare. La famiglia infatti, primo seminario (cf. OT 2), deve essere responsabilizzata e resa attivamente partecipe all'educazione dei figli, trovando occasioni e modi adeguati. Si rivela infatti sempre più necessario e fecondo il dialogo continuato seminario-famiglia.

4572
294. I giovani siano aiutati a valorizzare adeguatamente i rapporti con i familiari e, in particolare, i periodi in cui rientrano in famiglia. Sono mesi che non devono essere considerati "vacanza", ma che di loro natura si integrano con necessità e complementarietà nel ciclo formativo per renderlo completo. Offrono infatti quella alternanza di esperienze e di situazioni di vita e di lavoro, che aiutano uno sviluppo armonioso della personalità in una normale relazione con gli uomini e con la vita.

4573
295. Il seminario è, inoltre, solidale con la comunità diocesana, in particolare con il vescovo e il presbiterio.
"Per mezzo della vita comunitaria del seminario i candidati vengano preparati in modo tale che, quando avranno ricevuto l'ordine sacro, si inseriscano "con fraternità sacramentale" nella più ampia comunità del presbiterio diocesano. Perciògli alunni vengano gradualmente introdotti nella realtà della diocesi per conoscere i problemi e le necessità spirituali del clero e dei fedeli e possano adempiere con maggior frutto il loro futuro ministero sacerdotale" (RaF 47; cf. anche RaF 22; OT 5; PO 8).
E' quindi doveroso ricercare concrete e adeguate forme di incontro e di collaborazione che permettano alla comunità del seminario di avvalersi dell'aiuto del presbiterio e dell'intero popolo cristiano e a questi di collaborare di fatto - come loro dovere e diritto - nella formazione dei ministri di Dio, nel rispetto delle competenze e in subordinazione al vescovo.

4574
296. I parroci e il clero impegnato nei diversi settori dell'attività pastorale diocesana seguano con attenta comprensione gli alunni del seminario e li associno progressivamente alle loro sollecitudini e al lavoro apostolico per abituarli ad affrontare con realismo e saggezza le situazioni e per trasmettere lo spirito buono che per generazioni ha sostenuto lo zelo dei nostri migliori pastori.
Gli alunni - compatibilmente e in accordo con gli altri loro doveri- siano impegnati nella normale pastorale delle parrocchie - specialmente quelle di origine - come pure in qualche esperienza pastorale specializzata che consenta di conoscere, da vicino e seriamente, ambienti e categorie che pongono oggi pressanti problemi alla Chiesa, come il mondo del lavoro e quello giovanile.
Si consentirà così al clero e al popolo di Dio di "riconoscere" certamente e a tempo l'idoneità dei candidati al ministero sacerdotale, e a questi di verificare la loro capacità di inserirsi e di operare nel presbiterio diocesano (cf. OT 9 e 21; PO 8; RaF 96 e 99).

4575
297. "Tutta la vita e l'attività del presbitero sia imbevuta dello spirito di cattolicità, cioè del senso della missione universale della Chiesa, di modo che egli riconosca di buon grado tutti i doni dello Spirito, apra ad essi lo spazio della libertà e li indirizzi al bene comune" (SM I, I, 6).
Più concretamente: "Gli alunni siano animati da spirito veramente cattolico per cui sappiano superare i confini della propria diocesi, nazione o rito, e siano disposti ad aiutare gli altri con animo generoso. Per questo siano resi coscienti delle necessità di tutta la Chiesa, come sono i problemi ecumenici, missionari e gli altri più urgenti delle diverse parti del mondo. Con speciale cura gli alunni siano preparati anche ad instaurare il dialogo con i non credenti" (RaF 96; cf. PO 10 e OT 20).

4576
298. "La Chiesa sa quanto essa debba continuamente maturare in forza dell'esperienza dei secoli, nel modo di realizzare i suoi rapporti con il mondo" (GS 43); "così pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano" (GS 44).
Anche la comunità del seminario, in quanto tale, deve profittare dei valori del mondo, condividere i problemi, ricercare e impegnarsi nelle iniziative che si presentano e che, d'altra parte, sono compossibili alle sue finalità.

4577
299. "Non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi in certa misura nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo; occorre condividere, senza porre distanza di privilegi o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano e onesto, quello dei piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi" (ESu 49).

4578
300. Nella misura consentita dalla loro situazione - che comporta esigenze precise di fedeltà a Cristo e di preparazione alla missione -, i giovani partecipino quindi alla realtà del proprio ambiente, per conoscerne gli aspetti di povertà e di sofferenza, di materialismo e d'incredulità.
Devono infatti giungere, come Cristo, a soffrire per il vuoto di fede e per le situazioni d'insicurezza e di ingiustizia che affliggono gran parte dell'umanità, in particolare per le nuove forme di oppressione nel mondo moderno, coscienti della dignità della persona e del valore di liberazione insito nel messaggio cristiano (cf. RaF 69; cf. anche SM I, 7 e GM III).
Pur segregati per il vangelo di Dio (cf. Rm 1,1), i sacerdoti del nuovo testamento non debbono infatti rimanere separati dal popolo di Dio e dagli uomini (cf. PO 3).

4579
301. Il seminario deve insegnare con chiarezza il tipo e lo spirito della presenza e delle relazioni del prete rispetto al mondo, cercando opportune possibilità. Questo sia fatto senza esitazioni, ma evitando rischi non richiesti o contaminazioni ambigue.
Sotto questo rispetto un seminario teologico deve divenire una comunità cristiana aperta al mondo, ma capace di giudicarne parole, avvenimenti, sollecitazioni alla luce della fede, senza cedere alle opposte tentazioni di difendersi, isolandosi artificiosamente, oppure di recepire acriticamente e passivamente costumi e suggestioni (cf. SM descr. della situazione).
4580 V 302. Le attività pastorali e questo incontro e, talora, questo scontro vivace e continuo con fatti, persone ed idee del mondo d'oggi non devono peròoccupare talmente l'attenzione e il tempo degli alunni da far mancare ai singoli e alla comunità quei tempi lunghi di silenzio e di raccoglimento che sono richiesti per un lavoro operoso nello studio e nella preghiera e per un ripensamento critico e fecondo.

4581
303. La normale relazione col mondo, con l'inevitabile usura che comporta, ma soprattutto a seguito delle questioni che di continuo pone, richiede inoltre dei tempi prolungati e un pòeccezionali in cui, nella solitudine e nella preghiera, sia possibile un incontro con Dio e una revisione di vita più approfondita. Gli esercizi spirituali e i ritiri spirituali, nella prassi ecclesiale, rispondono a questa esigenza e fanno parte dei ritmi normali di una sana spiritualità sacerdotale.

III. Il regolamento diocesano

4582

304. In conformità a quanto è ricordato dalla Ratio fundamentalis (n. 2) e in conseguenza alla natura stessa di ogni Chiesa particolare, è diritto e dovere di ogni diocesi elaborare un regolamento che, in relazione alle tradizioni e alle esigenze locali, adatti opportunamente gli orientamenti e le norme di questo documento, scendendo a quelle applicazioni più concrete e particolari che si ritengono opportune.
Volutamente e doverosamente, infatti, questi "Orientamenti e norme" hanno evitato di vincolare con prescrizioni troppo definite e univoche la diversità di tradizioni e di situazioni delle venerande Chiese particolari che sono in Italia, lasciando talora aperte possibilità diverse di attuazioni, pur nell'affermata identità dei fini e dei mezzi principali per un'adeguata formazione al ministero sacerdotale.

4583
305. Il regolamento diocesano dovrà comprendere opportune determinazioni su ciascuna delle fondamentali di- mensioni della vita seminaristica. A titolo solo esemplificativo viene indicata una traccia schematica:
1. Ordinamento per la formazione spirituale:
- esercizi annuali - ritiri spirituali durante l'anno liturgico - liturgia, preghiera comunitaria e personale, settimanale e giornaliera 2. Ordinamento per la formazione intellettuale:
- piano degli studi - calendario scolastico - orario giornaliero della scuola e dello studio 3. Ordinamento per la formazione pastorale:
- ordinamento per la partecipazione alla vita pastorale - calendario per la partecipazione alla vita di famiglia e in parrocchia.

4584
306. Spetta al vescovo, in collaborazione e unione col suo presbiterio e con l'intera Chiesa particolare in cui Dio l'ha posto pastore e maestro, elaborare il regolamento diocesano del seminario e aggiornarlo periodicamente, in armonia con lo spirito e le direttive di questo testo che la CEI autorevolmente propone all'intera Chiesa italiana. Per i seminari regionali la competenza è della rispettiva conferenza episcopale regionale.

II Parte: LA PASTORALE DELLE VOCAZIONI


Introduzione

4585
Dalla prospettiva teologica della vocazione (cap. I) vengono desunte le linee fondamentali per una pastorale di tutte le vocazioni nel popolo di Dio (cap. II). Un momento particolarmente importante di questo servizio è la pastorale delle vocazioni al ministero sacerdotale (cap. III), la quale accompagna lo sviluppo della persona nelle diverse età (cap. IV) e si avvale di alcune componenti educative fondamentali, che sono la famiglia, la parrocchia ed una comunità vocazionale (cap. V). Questa comunità vocazionale puòconfigurarsi in forme diverse, ma nell'attuale situazione italiana, è particolarmente valorizzato lo strumento del seminario minore (cap. VI), che viene presentato come tipo dell'azione pedagogica per la vocazione.

Capitolo primo: LA VOCAZIONE

4594
313. Il problema, grave ed urgente, della presa di coscienza, della maturazione e della perseveranza di ogni vocazione nel popolo di Dio è legato anzitutto all'iniziativa divina: è il Signore che sceglie, chiama e manda gli operai a costruire il suo regno. Ma è anche legato, come tutta l'economia della salvezza, alla libera, appropriata e generosa collaborazione degli uomini.
Questa mediazione umana nel mistero della vocazione divina si realizza nella pastorale delle vocazioni. Essa consiste nell'azione della comunità cristiana, gerarchicamente organizzata, mirante a far sì che ogni cristiano, fin dai primi anni della fanciullezza, sviluppando la fondamentale vocazione alla santità e all'apostolato, che scaturisce dal battesimo, scopra la propria vocazione personale e trovi le condizioni necessarie per la maturazione e la perseveranza (cf. RaF 6).

4595
314. Appare quindi evidente che il problema delle vocazioni deve essere affrontato dalla Chiesa locale come momento dell'unica azione pastorale, in modo da impegnare tutti i membri della comunità cristiana per tutte le vocazioni nel popolo di Dio, così che la Chiesa venga edificata in una visione organica e vitale secondo la pienezza di Cristo e la pluralità dei carismi dello Spirito (cf. Ef 4,16; 1 Cor 12,4-11), per rispondere alla sua missione nel mondo (cf. RaF 6).
Questa responsabilità di tutta la comunità cristiana si esprime con funzioni distinte, ma in un'azione unitaria e concorde. Esiste infatti una stretta complementarietà e connessione tra le vocazioni nel popolo di Dio, per cui ognuna esige una cura adeguata e, nello stesso tempo, diviene occasione per lo sviluppo delle altre.

4596
315. La comunità cristiana peròricorda sempre che la propria azione per le vocazioni si esprime prevalentemente in un modo di essere, prima che in attività particolari. Infatti le vocazioni, e in particolare le vocazioni sacre (cf. OT 2), sono l'espressione della fede e della carità del popolo di Dio.

4597
316. La prima responsabilità, in un'opera tanto impegnativa, spetta ai genitori, i quali con il loro matrimonio "significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa" (LG 11). Essi formano i figli "alla vita cristiana e apostolica con le parole e con l'esempio, li aiutano con prudenza nella scelta della loro vocazione e favoriscono, con ogni diligenza, la sacra vocazione eventualmente in essi scoperta" (AA 11).

4598
317. Tutti gli educatori (sacerdoti, religiosi, maestri, responsabili di associazioni giovanili, ecc.) sono impegnati a dare ai giovani un'autentica educazione cristiana, in modo che essi "consapevoli della loro vocazione, debbono addestrarsi sia a testimoniare quella speranza che è in loro (1 Pt 3,15), sia a promuovere l'elevazione in senso cristiano del mondo" (GE 2) ed anche "avendo presenti i bisogni della Chiesa, siano pronti a rispondere con generosità alla chiamata del Signore, dicendogli con il profeta: Eccomi, manda me (Is 6,8)" (PO 11).
In particolare "spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e operativa, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati. Di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle e le associazioni più fiorenti, se non sono volte ad educare l'uomo alla maturità cristiana. E per promuovere tale maturità, i presbiteri potranno contribuire efficacemente a far sì che ciascuno sappia scorgere negli avvenimenti stessi - siano essi di grande o di minore portata - quali siano le esigenze naturali e la volontà di Dio" (PO 6).
Anche gli organismi diocesani di programmazione e di promozione pastorale devono tener presente nel loro servizio, il problema della vocazione perché esso è sotteso a tutta l'esperienza cristiana, la sintetizza e la orienta.


4599
318. La pastorale delle vocazioni trova la sua sintesi e il suo orientamento nella guida del vescovo "economo della grazia del supremo sacerdozio" (LG 26) e maestro che insegna al popolo "la fede da credere e da applicare alla pratica della vita" (LG 25) e conduce il proprio gregge "nella verità e nella santità" (LG 27).

4600
319. E' necessario anche che la comunità cristiana conservi, nella sua attenzione alle vocazioni, un respiro universale che è sempre dovere preciso della Chiesa e che procurerà certo una più larga abbondanza nel dono dello spirito, da cui scaturisce l'impegno per una vita cristiana più generosa e per un servizio di Dio più totale (cf. RaF 10).
Sarà opportuno quindi arricchire con l'ansia dell'evangelizzazione quella spinta ad impegnarsi per la promozione umana del mondo che i giovani avvertono, attraverso tutte le forme di servizio laicale o religioso che fioriscono nella Chiesa (cf. OT 2).

4601
320. La messa in atto dell'azione pastorale per le vocazioni si esprime in un "piano nazionale", che deve delinearsi nella riflessione della Chiesa in Italia, attenta ai segni dei tempi e alle mozioni dello Spirito.
I mezzi fondamentali di questo piano, che avrà una successiva elaborazione, possono essere così indicati:
La comunità cristiana, consapevole che la vocazione è dono dello Spirito, chiede insistentemente a Dio che ogni proprio membro, nella sua particolare condizione, raggiunga il grado di fedeltà che il Padre si attende e, "considerate le grandi necessità spirituali dei fedeli ed accogliendo la voce del divin Salvatore che invita tutti: Pregate il padrone delle messe che mandi operai nella sua messe (Mt 9,38; Lc 10,2)" (RaF 8), si impegna soprattutto a domandare il sorgere delle vocazioni sacerdotali e religiose.
Questa preghiera, unita al dono prezioso del sacrificio, è affidata alla comunità cristiana e dovrà trovare eco costante nella "prex fidelium" della messa e della liturgia delle ore, mentre rivestirà particolare solennità e insistenza nelle giornate speciali in cui la Chiesa universale si raccoglie in preghiera e riflessione sul problema delle vocazioni.

4602
321. La testimonianza delle vocazioni vissute rimane il segno principale e normale di cui lo Spirito si serve per far giungere i propri appelli.
La visione di nuclei familiari viventi con fedeltà la propria vocazione "renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa" (GS 48).
I preti "con il ministero della parola e con la propria testimonianza di una vita in cui si rifletta chiaramente lo spirito di servizio e la vera gioia pasquale" (PO 11), dispongono i giovani ad offrirsi generosamente alla sequela di Cristo per il bene dei fratelli. Ed anche i religiosi ricordano che l'esempio della loro vita" costituisce il migliore invito ad abbracciare lo stato religioso" (PC 24).
Tutta la comunità dei credenti, infine, è invitata ad offrire la testimonianza della santità della Chiesa che "costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli" e che "si esprime in varie forme presso i singoli, i quali nel loro grado di vita tendono alla perfezione della carità ed edificano gli altri" (LG 39).

4603
322. L'orientamento vocazionale è proposto anzitutto con la catechesi (cf. RdC 45), la quale mira a formare una mentalità di fede robusta e cosciente e a trasmettere una visione vocazionale della vita cristiana. Infatti il credente potrà avvertire la chiamata di Dio solo all'interno della decisione fondamentale, compiuta sul piano della fede, di cercare la volontà del Padre e di farsi discepolo di Cristo. Egli perciòdovrà rendersi conto che tutta la sua esperienza cristiana( fede, morale, sacramenti) è vissuta e costituita in un rapporto dialogico, e quindi vocazionale, con Dio.
Sarà necessaria una catechesi generale che approfondisca la scelta della fede e la coscienza della vocazione battesimale, che investe tutta la vita del cristiano, per rendere poi possibile una catechesi delle vocazioni particolari.

4604
323. L'azione pastorale per le vocazioni si ispira alla natura della vocazione. E' anzitutto consapevole del fatto che è Dio a chiamare e quindi che l'azione umana ha una funzione soltanto mediatrice: questo significa che ogni attività di pastorale vocazionale è compiuta nell'ascolto più totale e rispettoso delle mozioni dello Spirito e in un clima di ricerca sincera della volontà del Padre, che libera dai condizionamenti umani e realizza l'uomo nella sua pienezza.
L'azione pastorale tiene anche conto del fatto che il dialogo vocazionale tra Dio e l'uomo prende l'avvio da segni ed eventi incarnati nella storia, che hanno la funzione di significare la proposta divina attraverso la mediazione della creatura, specialmente dalle attese e dai bisogni della Chiesa e del mondo.
La vocazione poi è radicata nell'essere dell'uomo, quindi cresce con lui e nella sua storia, per cui non è sufficiente la proposta iniziale, se poi questo germe non viene sostenuto da condizioni ambientali adatte.

4605
324. Per questo l'azione pastorale per le vocazioni si articola in due momenti, connessi e orientati l'uno all'altro: la proposta e l'accompagnamento.
La proposta, anzitutto, esige un'azione sensibilizzatrice di base, con la quale sia possibile condurre i giovani alla coscienza di ciòche significa appartenere e partecipare alla vita e missione della Chiesa, attraverso un'esperienza esistenziale della Chiesa stessa, nella comunione e nella missionarietà.

4606
Successivamente sarà necessario studiare e mettere in atto gli strumenti (es. mezzi di comunicazione sociale, incontri e tavole rotonde, lezioni, corsi, ecc.) per mezzo dei quali la proposta delle varie vocazioni e, soprattutto della vocazione sacra, viene offerta a tutti coloro che possono divenire i protagonisti, con l'opportuna distinzione per età e per categorie, ma senza escludere alcun settore (es. universitari, operai, ecc.) perché tutti sono capaci di esprimere un impegno vocazionale profondo.
Una volta che la proposta ha suscitato attenzione, bisogna aiutare la persona a sviluppare questo germe del dono di Dio. Sarà anzitutto necessaria un'azione liberatrice che evidenzi la voce di Dio fra le altre suggestioni e illusioni possibili, unita ad un'azione purificatrice dall'egoismo e dal peccato per rendere la persona disponibile al piano divino.
Quindi bisognerà sviluppare le attitudini di base indispensabili per ogni scelta impegnata e le disposizioni particolari richieste dalla chiamata specifica.

4607
325. Nell'ambito della pastorale vocazionale, la comunità cristiana è invitata a prestare particolare attenzione alle vocazioni sacre, sia perché sono essenziali alla sua sopravvivenza, sia perché incontrano innumerevoli difficoltà nella crisi di fede dovuta anche al processo di secolarizzazione in atto (cf. RaF 9-10).
L'organizzazione di questa cura pastorale, come del resto di quella che riguarda ogni vocazione, deve rispecchiare la sua fisionomia essenziale di essere azione della Chiesa locale con tutte le sue componenti. Quindi "è vivamente auspicabile che si dia vita in ogni diocesi a centri unici, che siano come l'espressione della cooperazione e dell'unità di ambedue i cleri: il diocesano e il religioso, a favore di tutte le vocazioni" (RaF 10; cf. OT 2; PO 10-11). A questi centri partecipano e collaborano anche le religiose e i laici, non solo come esperti di particolari discipline - quali la sociologia, la psicologia, ecc. - ma anche come espressione autentica del popolo di Dio.

4608
I centri diocesani, che rimangono l'espressione piena della preoccupazione ecclesiale per le vocazioni, ricevono un valido aiuto di studio, di stimolo e di coordinamento dal centro nazionale per le vocazioni.
Questo centro, collegato ad eventuali strutture intermedie, quali possono essere i centri regionali, offre una testimonianza di comunione ecclesiale nel settore delle vocazioni ed ispira la sua azione al "piano nazionale" che sarà opportunamente elaborato.

Capitolo Secondo: LA PASTORALE DELLE VOCAZIONI


4594
313. Il problema, grave ed urgente, della presa di coscienza, della maturazione e della perseveranza di ogni vocazione nel popolo di Dio è legato anzitutto all'iniziativa divina: è il Signore che sceglie, chiama e manda gli operai a costruire il suo regno. Ma è anche legato, come tutta l'economia della salvezza, alla libera, appropriata e generosa collaborazione degli uomini.
Questa mediazione umana nel mistero della vocazione divina si realizza nella pastorale delle vocazioni. Essa consiste nell'azione della comunità cristiana, gerarchicamente organizzata, mirante a far sì che ogni cristiano, fin dai primi anni della fanciullezza, sviluppando la fondamentale vocazione alla santità e all'apostolato, che scaturisce dal battesimo, scopra la propria vocazione personale e trovi le condizioni necessarie per la maturazione e la perseveranza (cf. RaF 6).

4595
314. Appare quindi evidente che il problema delle vocazioni deve essere affrontato dalla Chiesa locale come momento dell'unica azione pastorale, in modo da impegnare tutti i membri della comunità cristiana per tutte le vocazioni nel popolo di Dio, così che la Chiesa venga edificata in una visione organica e vitale secondo la pienezza di Cristo e la pluralità dei carismi dello Spirito (cf. Ef 4,16; 1 Cor 12,4-11), per rispondere alla sua missione nel mondo (cf. RaF 6).
Questa responsabilità di tutta la comunità cristiana si esprime con funzioni distinte, ma in un'azione unitaria e concorde. Esiste infatti una stretta complementarietà e connessione tra le vocazioni nel popolo di Dio, per cui ognuna esige una cura adeguata e, nello stesso tempo, diviene occasione per lo sviluppo delle altre.

4596
315. La comunità cristiana peròricorda sempre che la propria azione per le vocazioni si esprime prevalentemente in un modo di essere, prima che in attività particolari.
Infatti le vocazioni, e in particolare le vocazioni sacre (cf. OT 2), sono l'espressione della fede e della carità del popolo di Dio.

4597
316. La prima responsabilità, in un'opera tanto impegnativa, spetta ai genitori, i quali con il loro matrimonio "significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa" (LG 11). Essi formano i figli "alla vita cristiana e apostolica con le parole e con l'esempio, li aiutano con prudenza nella scelta della loro vocazione e favoriscono, con ogni diligenza, la sacra vocazione eventualmente in essi scoperta" (AA 11).

4598
317. Tutti gli educatori (sacerdoti, religiosi, maestri, responsabili di associazioni giovanili, ecc.) sono impegnati a dare ai giovani un'autentica educazione cristiana, in modo che essi "consapevoli della loro vocazione, debbono addestrarsi sia a testimoniare quella speranza che è in loro (1 Pt 3,15), sia a promuovere l'elevazione in senso cristiano del mondo" (GE 2) ed anche "avendo presenti i bisogni della Chiesa, siano pronti a rispondere con generosità alla chiamata del Signore, dicendogli con il profeta: Eccomi, manda me (Is 6,8)" (PO 11).
In particolare "spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e operativa, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati. Di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle e le associazioni più fiorenti, se non sono volte ad educare l'uomo alla maturità cristiana. E per promuovere tale maturità, i presbiteri potranno contribuire efficacemente a far sì che ciascuno sappia scorgere negli avvenimenti stessi - siano essi di grande o di minore portata - quali siano le esigenze naturali e la volontà di Dio" (PO 6).
Anche gli organismi diocesani di programmazione e di promozione pastorale devono tener presente nel loro servizio, il problema della vocazione perché esso è sotteso a tutta l'esperienza cristiana, la sintetizza e la orienta.

4599
318. La pastorale delle vocazioni trova la sua sintesi e il suo orientamento nella guida del vescovo "economo della grazia del supremo sacerdozio" (LG 26) e maestro che insegna al popolo "la fede da credere e da applicare alla pratica della vita" (LG 25) e conduce il proprio gregge "nella verità e nella santità" (LG 27).

4600
319. E' necessario anche che la comunità cristiana conservi, nella sua attenzione alle vocazioni, un respiro universale che è sempre dovere preciso della Chiesa e che procurerà certo una più larga abbondanza nel dono dello spirito, da cui scaturisce l'impegno per una vita cristiana più generosa e per un servizio di Dio più totale (cf. RaF 10).
Sarà opportuno quindi arricchire con l'ansia dell'evangelizzazione quella spinta ad impegnarsi per la promozione umana del mondo che i giovani avvertono, attraverso tutte le forme di servizio laicale o religioso che fioriscono nella Chiesa (cf. OT 2).

4601
320. La messa in atto dell'azione pastorale per le vocazioni si esprime in un "piano nazionale", che deve delinearsi nella riflessione della Chiesa in Italia, attenta ai segni dei tempi e alle mozioni dello Spirito.
I mezzi fondamentali di questo piano, che avrà una successiva elaborazione, possono essere così indicati:
La comunità cristiana, consapevole che la vocazione è dono dello Spirito, chiede insistentemente a Dio che ogni proprio membro, nella sua particolare condizione, raggiunga il grado di fedeltà che il Padre si attende e, "considerate le grandi necessità spirituali dei fedeli ed accogliendo la voce del divin Salvatore che invita tutti: Pregate il padrone delle messe che mandi operai nella sua messe (Mt 9,38; Lc 10,2)" (RaF 8), si impegna soprattutto a domandare il sorgere delle vocazioni sacerdotali e religiose.
Questa preghiera, unita al dono prezioso del sacrificio, è affidata alla comunità cristiana e dovrà trovare eco costante nella "prex fidelium" della messa e della liturgia delle ore, mentre rivestirà particolare solennità e insistenza nelle giornate speciali in cui la Chiesa universale si raccoglie in preghiera e riflessione sul problema delle vocazioni.

4602
321. La testimonianza delle vocazioni vissute rimane il segno principale e normale di cui lo Spirito si serve per far giungere i propri appelli.
La visione di nuclei familiari viventi con fedeltà la propria vocazione "renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa" (GS 48).
I preti "con il ministero della parola e con la propria testimonianza di una vita in cui si rifletta chiaramente lo spirito di servizio e la vera gioia pasquale" (PO 11), dispongono i giovani ad offrirsi generosamente alla sequela di Cristo per il bene dei fratelli. Ed anche i religiosi ricordano che l'esempio della loro vita" costituisce il migliore invito ad abbracciare lo stato religioso" (PC 24).
Tutta la comunità dei credenti, infine, è invitata ad offrire la testimonianza della santità della Chiesa che "costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli" e che "si esprime in varie forme presso i singoli, i quali nel loro grado di vita tendono alla perfezione della carità ed edificano gli altri" (LG 39).

4603
322. L'orientamento vocazionale è proposto anzitutto con la catechesi (cf. RdC 45), la quale mira a formare una mentalità di fede robusta e cosciente e a trasmettere una visione vocazionale della vita cristiana. Infatti il credente potrà avvertire la chiamata di Dio solo all'interno della decisione fondamentale, compiuta sul piano della fede, di cercare la volontà del Padre e di farsi discepolo di Cristo. Egli perciòdovrà rendersi conto che tutta la sua esperienza cristiana( fede, morale, sacramenti) è vissuta e costituita in un rapporto dialogico, e quindi vocazionale, con Dio.
Sarà necessaria una catechesi generale che approfondisca la scelta della fede e la coscienza della vocazione battesimale, che investe tutta la vita del cristiano, per rendere poi possibile una catechesi delle vocazioni particolari.

4604
323. L'azione pastorale per le vocazioni si ispira alla natura della vocazione. E' anzitutto consapevole del fatto che è Dio a chiamare e quindi che l'azione umana ha una funzione soltanto mediatrice: questo significa che ogni attività di pastorale vocazionale è compiuta nell'ascolto più totale e rispettoso delle mozioni dello Spirito e in un clima di ricerca sincera della volontà del Padre, che libera dai condizionamenti umani e realizza l'uomo nella sua pienezza.
L'azione pastorale tiene anche conto del fatto che il dialogo vocazionale tra Dio e l'uomo prende l'avvio da segni ed eventi incarnati nella storia, che hanno la funzione di significare la proposta divina attraverso la mediazione della creatura, specialmente dalle attese e dai bisogni della Chiesa e del mondo.
La vocazione poi è radicata nell'essere dell'uomo, quindi cresce con lui e nella sua storia, per cui non è sufficiente la proposta iniziale, se poi questo germe non viene sostenuto da condizioni ambientali adatte.

4605
324. Per questo l'azione pastorale per le vocazioni si articola in due momenti, connessi e orientati l'uno all'altro: la proposta e l'accompagnamento.
La proposta, anzitutto, esige un'azione sensibilizzatrice di base, con la quale sia possibile condurre i giovani alla coscienza di ciòche significa appartenere e partecipare alla vita e missione della Chiesa, attraverso un'esperienza esistenziale della Chiesa stessa, nella comunione e nella missionarietà.

4606
Successivamente sarà necessario studiare e mettere in atto gli strumenti (es. mezzi di comunicazione sociale, incontri e tavole rotonde, lezioni, corsi, ecc.) per mezzo dei quali la proposta delle varie vocazioni e, soprattutto della vocazione sacra, viene offerta a tutti coloro che possono divenire i protagonisti, con l'opportuna distinzione per età e per categorie, ma senza escludere alcun settore (es. universitari, operai, ecc.) perché tutti sono capaci di esprimere un impegno vocazionale profondo.
Una volta che la proposta ha suscitato attenzione, bisogna aiutare la persona a sviluppare questo germe del dono di Dio. Sarà anzitutto necessaria un'azione liberatrice che evidenzi la voce di Dio fra le altre suggestioni e illusioni possibili, unita ad un'azione purificatrice dall'egoismo e dal peccato per rendere la persona disponibile al piano divino.
Quindi bisognerà sviluppare le attitudini di base indispensabili per ogni scelta impegnata e le disposizioni particolari richieste dalla chiamata specifica.

4607
325. Nell'ambito della pastorale vocazionale, la comunità cristiana è invitata a prestare particolare attenzione alle vocazioni sacre, sia perché sono essenziali alla sua sopravvivenza, sia perché incontrano innumerevoli difficoltà nella crisi di fede dovuta anche al processo di secolarizzazione in atto (cf. RaF 9-10).
L'organizzazione di questa cura pastorale, come del resto di quella che riguarda ogni vocazione, deve rispecchiare la sua fisionomia essenziale di essere azione della Chiesa locale con tutte le sue componenti. Quindi "è vivamente auspicabile che si dia vita in ogni diocesi a centri unici, che siano come l'espressione della cooperazione e dell'unità di ambedue i cleri: il diocesano e il religioso, a favore di tutte le vocazioni" (RaF 10; cf. OT 2; PO 10-11). A questi centri partecipano e collaborano anche le religiose e i laici, non solo come esperti di particolari discipline - quali la sociologia, la psicologia, ecc. - ma anche come espressione autentica del popolo di Dio.

4608
I centri diocesani, che rimangono l'espressione piena della preoccupazione ecclesiale per le vocazioni, ricevono un valido aiuto di studio, di stimolo e di coordinamento dal centro nazionale per le vocazioni.
Questo centro, collegato ad eventuali strutture intermedie, quali possono essere i centri regionali, offre una testimonianza di comunione ecclesiale nel settore delle vocazioni ed ispira la sua azione al "piano nazionale" che sarà opportunamente elaborato.

Capitolo terzo: LA PASTORALE DELLE VOCAZIONI AL MINISTERO SACERDOTALE

4609
326. "Fra le molteplici vocazioni incessantemente suscitate dallo Spirito santo nel popolo di Dio, riveste particolare importanza la vocazione allo stato di perfezione e soprattutto al sacerdozio, mediante il quale il cristiano viene scelto da Dio a far parte del sacerdozio gerarchico di Cristo, per pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio" (RaF 7).

4610
327. La pastorale delle vocazioni sacerdotali (cf. RaF 5) è un momento particolarmente importante e significativo della pastorale vocazionale complessiva (cf. RaF 9) e puòessere definita: l'azione della comunità cristiana, nella sua completa struttura (cf. OT 2; PO 11), rivolta ai giovani che si dichiarano disponibili al Padre, "affinché, rispondendo fedelmente alle attenzioni della divina provvidenza, vivano e adempiano sempre più pienamente, giorno per giorno, la loro consacrazione battesimale, progrediscano nello spirito di apostolato, diventando in tal modo pronti a ricevere il sublime dono della sacra vocazione nella sua vera natura e ad accettarla liberamente e con letizia qualora sopravvenga l'approvazione della legittima autorità" (RaF 11).
"Questa fattiva partecipazione di tutto il popolo di Dio all'opera delle vocazioni corrisponde all'azione della provvidenza divina. Questa elargisce le qualità necessarie ed aiuta con la sua grazia coloro che sono stati scelti da Dio a far parte del sacerdozio gerarchico di Cristo; e nello stesso tempo affida ai legittimi ministri della Chiesa il compito di chiamare i candidati che aspirano a così grande ufficio con retta intenzione e piena libertà, dopo averne riconosciuta e provata l'idoneità, e di consacrarli col sigillo dello Spirito santo al culto di Dio e al servizio della Chiesa" (OT 2).

4611
328. Scopo della pastorale delle vocazioni sacerdotali è quindi aiutare i giovani a formulare la scelta decisiva di rispondere positivamente al piano che il Padre manifesta nella loro vita e che si realizza nel sacerdozio ministeriale, nel pieno rispetto della loro libertà, sia esterna che interna (cf. PO 11). Ma per giungere a tale decisione essi devono acquisire le disposizioni personali che renderanno possibile la loro scelta e consentiranno di inserirsi in modo idoneo nella comunità del seminario maggiore, per ricevere la specifica formazione pastorale.
In concreto esse coincidono con il pieno sviluppo di particolari attitudini e disposizioni personali, sul piano umano, cristiano e vocazionale.

4612
329. Sul piano umano la persona deve aver percorso in modo ordinato tutte le tappe dell'itinerario della crescita, fino ad aver raggiunto un grado adeguato di maturità che si esprime soprattutto nell'acquisizione del senso di responsabilità, in un'apertura sociale equilibrata e oblativa, nel possesso della vera libertà, consistente nel superamento dei condizionamenti interni ed esterni (cf. GS 17).
Questi tratti particolari danno l'immagine di una struttura personale autentica che, al di là di comportamenti automatizzati, è capace di essere e di rimanere se stessa in rapporto con la realtà (cf. OT 2; RaF 9).
Ora l'impegno di diventare uomini nel modo più integrale è uno dei primordiali atti di obbedienza alla volontà divina sull'uomo, che consenta, poi, a Dio di valorizzare ciascuno in vista della sua missione nel modo più intenso ed efficace.
Questo secondo aspetto è particolarmente vero trattandosi della chiamata al sacerdozio, ben sapendo quale carico di credibilità l'uomo d'oggi attribuisca all'umanità del prete.

4613
330. Sul piano cristiano i chiamati devono realizzare un cristianesimo adulto, soprattutto una mentalità di fede capace di ispirare la visione del mondo e le scelte operative che ne conseguono. In questa fede, che è assenso al Padre, nasce la volontà di scegliere Cristo e di "vivere intimamente uniti a lui, come amici, in tutta la propria vita" (OT 8), ricordando che la sequela di Cristo è vissuta all'interno della Chiesa e si traduce nell'esercizio della carità verso i fratelli.

4614
331. In questo processo di maturazione umana e cristiana, nella quale si inserisce misteriosamente l'azione vocante dello Spirito, si realizza nei giovani l'apertura alla prospettiva del sacerdozio, la quale consiste in un'adeguata comprensione del sacerdozio ministeriale e nella presenza di motivazioni autentiche e comprovate, che portano ad una scelta capace di quella stabilità che l'età consente.

4615
332. Questi livelli di formazione umana e cristiana e di apertura al sacerdozio rappresentano il momento terminale del processo formativo, per cui vengono indicati come mete dell'azione pastorale per le vocazioni al sacerdozio.
Infatti questo insieme di grazia di Dio, di eventi e di mediazioni umane si traduce concretamente in un processo vitale di natura particolare: è rivolto a tutta la persona e riveste il carattere di una "iniziazione", cioè di una trasmissione simultanea di valori e di comportamenti operata attraverso l'esperienza diretta di questi valori e comportamenti.
E' un processo graduale, nel quale Dio rispetta i ritmi di crescita della persona e ne sollecita progressivamente e pazientemente la libera adesione.

4616
Ed è finalmente un processo unitario (cf. RaF 14), nel quale tutte le condizioni richieste sul piano umano, cristiano e vocazionale si esplicano simultaneamente. Infatti "affinché tutto l'equilibrio spirituale poggi anche sulle solide basi delle virtù naturali... è da tener presente che non è possibile educare perfettamente l'animo della gioventù alle stesse virtù naturali... facendo ricorso ai soli principi della retta ragione ed ai metodi delle umane discipline, quali sono la psicologia sperimentale e la pedagogia. E' infatti dottrina cattolica che senza la grazia sanante del Salvatore nostro non si è in grado di compiere tutti i comandamenti della stessa legge naturale e quindi di acquistare perfette e solide virtù. Da questo inconcusso principio scaturisce una conseguenza di grande valore pratico, cioè la formazione dell'uomo deve andare di pari passo con quella del cristiano e del futuro sacerdote" (Summi Dei verbum: AAS 1963,§991).

Capitolo quarto: LO SVILUPPO DELLA PERSONA E DELLA VOCAZIONE

4617
333. Ad ogni momento della vita Dio fa giungere all'uomo i suoi appelli, i quali danno origine ad una storia intessuta d'interventi divini e umani, e provocano nel chiamato l'atteggiamento fondamentale della disponibilità.
Essere disponibili, perٍ, non significa sospendere ogni attività formativa in attesa di riconoscere l'esito della ricerca della volontà di Dio, ma significa impegnarsi ad acquistare e sviluppare le attitudini di base, pur conservando una totale libertà interiore che affranca dal rischio di fare scelte predeterminate e quindi anguste. Colui che si fa disponibile a Dio ne ricerca la volontà, ma nello stesso tempo si preoccupa di realizzare le condizioni nelle quali la sua risposta sarà la migliore.
L'itinerario quindi, attraverso il quale il giovane chiamato giunge a dare il proprio assenso alla proposta sacerdotale di Dio, è nello stesso tempo una ricerca e una formazione compiuta nel rispetto della libertà.

4618
334. In questo itinerario emergono i germi della vocazione sacerdotale (cf. OT 3), i quali normalmente sono riconosciuti nell'azione di Dio concretizzata nella struttura e nella storia della persona chiamata (cf. PO 6 e 11; OT 2).
L'uomo non deve guardare alla propria vocazione come ad un avvenire quasi prefabbricato da Dio e proposto semplicemente perché ne prenda atto: la vocazione è una realtà vitale che si precisa progressivamente nell'intimità di un dialogo tra il Signore che non cessa di chiamare, e il credente che non cessa di rispondere, nella misura in cui egli personalizza il proprio incontro con Dio e matura la coscienza delle necessità dei fratelli.
La percezione degli appelli successivi più precisi e più distinti è legata soprattutto alla fedeltà con cui si risponde agli appelli del presente, per cui è necessario che ad ogni momento di vita la generosità dei chiamati venga sorretta e illuminata, pur nelle forme richieste dalle varie età.

4619
In questa prospettiva va ricordato che pure la vocazione sacerdotale "si manifesta in vari modi nelle diverse età della vita umana: negli adolescenti, nell'età matura, e anche, come è attestato dalla costante esperienza della Chiesa, nei fanciulli" (RaF 7).
E' quindi compito della comunità cristiana, secondo forme e gradi diversi di partecipazione (famiglie, parrocchie, preti...), riconoscere i germi della vocazione sacerdotale, così come si presentano nelle varie età, e dare ad essi il giusto valore.
Sarà allora possibile offrire, a tutti i momenti di sviluppo della persona, le condizioni che consentono la verifica e la maturazione del progetto vocazionale. Questo servizio pedagogico non intende incanalare le scelte verso una meta predeterminata, ma nasce dalla valutazione del giusto significato del progetto di vita in ogni età e dall'intenzione di sostenere la progressiva scoperta e la graduale fedeltà alla vocazione propria di ognuno.

4620
335. Già durante l'infanzia la famiglia ha un compito preminente nel concorrere a formare nella personalità infantile alcune condizioni di base che saranno necessarie allo stabilirsi di qualsiasi vocazione.
In un clima familiare carico di affetto equilibrato, il bambino acquisisce la fiducia, la capacità di autonomia e di iniziativa che gli saranno essenziali, e soprattutto attraverso un'esperienza felice e rassicurante di rapporti familiari diventa normalmente capace di rapporti filiali con Dio. In questi primi anni di vita i genitori diventano educatori di vocazioni nella misura in cui essi stessi, con tutti gli altri membri della famiglia, vivono gioiosamente la propria vocazione e si dedicano a realizzarla, offrendo al bambino un clima di valori umani e cristiani autentici e la testimonianza di una pratica cristiana divenuta stile di vita e costante attenzione agli altri.
In particolare l'esperienza insegna come questa funzione alimentatrice di vocazioni, anche sacerdotali, sia svolta dalla presenza della madre: non pochi preti infatti riconoscono nella discreta ed affettuosa azione materna una parte determinante della loro vocazione.

4621
336. Quando il fanciullo raggiungerà l'età scolare, farà esperienza di una nuova e profonda apertura alla società e all'operosità. In questo momento la sua vita cristiana conoscerà il primo ampio approfondimento in conseguenza all'iniziazione alla cresima e all'eucaristia, che lo porterà ad allargare le sue conoscenze della fede e la sua pratica cristiana, ma soprattutto lo condurrà ad un rapporto spontaneo con il Signore Gesù.
Da questa dilatazione dell'esperienza umana e cristiana e dal modo tipicamente imitativo con cui il fanciullo guarda e accosta gli adulti, nascono i primi ingenui progetti di scelta vocazionale, che vanno accolti e seguiti con prudente rispetto, evitando la tentazione sia delle suggestioni unilaterali, che dell'assenteismo.

4622
Il progetto del fanciullo si esprime normalmente in un modo imitativo e operativo ("fare come...") che indica l'attrazione esercitata su di lui dai modelli, per cui un'ipotesi di scelta sacerdotale è favorita da un ambiente familiare e sociale nel quale il sacerdozio sia oggetto di stima, e da una presenza di preti capaci di essere nello stesso tempo modelli e "liberatori" di vocazioni.
In ogni caso la pedagogia vocazionale richiede che il fanciullo sia progressivamente educato a cercare il piano di Dio nella propria vita, al di sopra delle suggestioni ambientali, e quindi divenga capace di fare scelte in modo cristiano, cioè nell'incontro della libertà e dell'assenso amoroso al Padre.

4623
337. Nella preadolescenza si compie l'esperienza esaltante della prima scoperta di sè e del mondo, per cui è avvertita l'esigenza di un ambiente nel quale il ragazzo possa affermare se stesso e il suo bisogno di apertura agli altri e alla vita.
Egli vive di solito questa scoperta all'interno di un gruppo radunato dalla partecipazione ai medesimi interessi e allo stesso spirito avventuroso, e subisce il fascino di chi naturalmente possiede la fisionomia del "capo".
Anche la sua esperienza cristiana è sostanziata di queste suggestioni e si traduce quindi soprattutto in una capacità di amicizia con il Cristo, uomo perfetto e modello di umanità (cf. GS 22), in un clima affettivo che si unisce ai primi tentativi di comprensione del messaggio cristiano, fonte di innumerevoli interrogativi e curiosità.

4624
E' bene ricordare che il progetto sacerdotale del preadolescente normalmente segna un momento di stanchezza, dovuto all'inizio di superamento dei dati infantili, ed esige da parte degli educatori un atteggiamento di pazienza e di fiducia che deve essere, del resto, reciproca. Il ragazzo è ancora capace di entusiasmarsi di fronte ai modelli, peròdeve essere aiutato a realizzarli, per evitare pericolose frustrazioni, dovute soprattutto alla sua coscienza di non riuscire ancora ad impegnarsi a fondo.
E' necessario dunque far leva sulla sua capacità di incontro con Cristo, per aiutarlo a leggere l'azione nascosta di Dio che vuole farlo libero e grande.

4625
338. L'adolescenza è abitualmente il momento determinante per la realizzazione di una vocazione autentica. Infatti è il momento in cui il giovane, dal superamento dei quadri dell'infanzia, mette in se stesso le basi di una nuova personalità e di un nuovo rapporto con il mondo; questi poi, giungendo a maturità, daranno di lui l'immagine definitiva.
Gli elementi che vengono ad operare tale evoluzione sono la comparsa della genitalità matura e della capacità di riflessione, le quali pongono al giovane problemi nuovi, e spesso tormentosi, ma anche lo aprono a nuove prospettive.
E' evidente che questo complesso di realtà nuove, caratteristiche della pubertà, porta spesso l'adolescente a ripiegarsi su di sè, per scoprire una via e una risposta, e lo conduce anche ad un modo più personale di vivere il rapporto con Cristo, cercato come amico e come risanatore.

4626
In conseguenza il suo progetto sacerdotale nasce di solito dalla formazione di un'immagine di sè, carica di tutti i valori scoperti e accettati, ed è reso più forte dalla capacità di risalire dall'evento al rapporto diretto con Dio che chiama.
Normalmente peròegli non è ancora capace di rinunciare, per questo progetto sacerdotale, a tutte le altre possibilità che la vita gli offre; quindi il progetto si presenta attraverso una serie di oscillazioni, anche se resta prevalente sulle altre possibilità.

4627
D'altra parte una scelta veramente libera nasce soltanto da questa oscillazione: è necessario cioè che l'adolescente si sia posto di fronte alle altre possibilità intese come reali, in un clima di vera libertà psicologica, non per mezzo di situazioni artificiali, ma nell'ascolto della vita. Da questo confronto nasce la decisione di superare ogni ambiguità e sospensione per scegliere Cristo nel sacerdozio.
La condizione essenziale per il verificarsi di questa scelta è un clima educativo fatto di libertà e di comprensione, sostenuto da una costante e rispettosa proposta dei valori.

4628
339. Quando l'adolescenza giunge alla sua maturità, il giovane, irrobustito dal superamento delle tensioni precedenti e dalla strutturazione di una visione equilibrata di sè e della realtà, si presenta, in genere, capace di formulare un progetto sacerdotale sufficientemente stabile.1 Egli è ormai capace di leggere gli appelli di Dio che gli giungono attraverso l'incontro con la realtà umana, così da restarne provocato, e da decidere il proprio intervento all'interno della storia della salvezza. Egli sa cioè accogliere il piano di Dio nella propria vita mediante la riflessione sulla propria storia e sui valori dai quali è stato sollecitato, approfondita dal confronto con la parola di Dio. La sua opzione vitale trova, di solito, orientamento e sostegno in una vita cristiana divenuta più personale e più comunitaria, espressa soprattutto in una profonda mentalità di fede, in una preghiera personalizzata, in una intensa vita liturgica e in un responsabile impegno di testimonianza e di apostolato.

4629
La presenza in lui ormai riconosciuta ed accettata del progetto sacerdotale lo porta anche a sviluppare in modo particolare alcune dimensioni umane, che saranno la base delle tipiche virtù sacerdotali, quali, ad esempio, la capacità di un amore universale e disinteressato, un uso regolato delle cose e la disponibilità all'ascolto e al dialogo.
Come sintesi di tutti questi dinamismi il giovane esprimerà il gesto massimo della propria libertà, cioè la decisione di essere molto per servire molto, nell'amore al Padre e ai fratelli.

4630
340. Poiché lo Spirito di Dio fa giungere il suo appello ad ogni età e senza distinzione di categorie sociali, la proposta di vocazione sacerdotale puòrivelarsi anche a dei giovani che hanno raggiunto un'età più matura e, a motivo degli studi compiuti oppure dell'impegno professionale o lavorativo, sono divenuti già autonomi e socialmente produttivi.
Queste, che sono chiamate vocazioni adulte, rappresentano un'autentica ricchezza, oggi e forse ancor più nel futuro, per la comunità cristiana (cf. RaF 9): si tratta di giovani normalmente capaci di assumersi delle responsabilità in modo stabile, oblativo e personale, resi più sperimentati dalla consuetudine con le varie circostanze della vita. Spesso, poi, sono giunti alla decisione del dono di sè attraverso un delicato itinerario di conversione e una feconda crescita nella fede, per cui sono aperti alla preghiera e ad un'esperienza evangelica profonda.

4631
E' giusto riconoscere che essi presentano anche alcune carenze e motivi di tensione caratteristici (tendenza verso un modo di agire e di pensare piuttosto individualistico, minore duttilità nell'inserirsi nel presbiterio, nella tradizione e nella pastorale della diocesi). Ma in ogni caso è doveroso ed urgente che la comunità cristiana prenda coscienza delle proprie responsabilità verso questo dono dello Spirito e, con fiducia ed inventiva, trovi i metodi e le strutture adatti per la cura pastorale di questi giovani.
Questo impegno è motivato anche dalle difficoltà che essi trovano nel realizzare la propria vocazione sia nell'ambiente che li circonda (le stesse famiglie ed anche il laicato cattolico non sono sempre ben disposti verso tali scelte) sia in se stessi, per la sensazione del rischio che spesso li accompagna, unita alla paura di un'eventuale fuga dal mondo e dai suoi valori per assumere un ministero assai contestato nelle sue espressioni.

4632
341. Poiché nell'orientamento vocazionale di questi giovani possono talora insinuarsi delle scelte dovute ad insicurezze, a bisogno di affermazione o ad atteggiamenti religiosi immaturi, è necessaria per essi una selezione molto accurata.
In ogni caso è opportuno prevedere per questi giovani un momento di verifica, possibilmente coincidente con la permanenza in una comunità distinta dal seminario, durante il quale procedere ad una riflessione, compiuta insieme con un prete, sulla loro storia, sulle motivazioni e sull'idoneità alla scelta (cf. OT 3; RaF 19).
E' anche opportuno cointeressare, con la dovuta discrezione, la comunità (anche di lavoro) da cui il giovane proviene.

4633
342. Qualora i segni della chiamata divina si rivelassero positivamente, si puòconcludere, in alcuni casi, per l'inserimento nel seminario maggiore; in altri invece puòessere utile un ulteriore itinerario di formazione a parte in una comunità di transizione (cf. RaF 19).
Per questi giovani sarà necessario soprattutto un clima di paziente fiducia e l'assistenza di preti preparati a questo servizio, in modo che, attraverso una ricca esperienza comunitaria, alimentata dalla revisione continua alla luce del vangelo e da una preghiera fatta nel silenzio e nel raccoglimento, possano valorizzare quanto già hanno costruito e siano capaci di integrarlo con le nuove prospettive.
E' opportuno, infine, prevedere un corso di studio che completi ed offra la cultura di base necessaria per affrontare gli studi filosofico-teologici (cf. RaF 19).
Al termine di questo periodo formativo, attraverso una verifica, i giovani potranno accedere al seminario maggiore.

Capitolo quinto: LE COMPONENTI EDUCATIVE DELLA PASTORALE PER LE VOCAZIONI AL SACERDOZIO

4634
343. La pastorale delle vocazioni al sacerdozio è compito di tutta la comunità cristiana (cf. OT 2), per cui è necessario che "in cosa di tanta prudenza e responsabilità, che non puòessere compiuta se non con la luce e la guida dello Spirito santo, il quale distribuisce i suoi doni come vuole (1 Cor 12,11), i candidati siano guidati dai superiori, dai genitori, dalla comunità parrocchiale e dagli altri cui spetta questo compito" (RaF 11).
Questa importante e delicata azione di Chiesa, dunque, si esprime attraverso l'interazione di diverse componenti educative, le quali assumono incidenze e apporti diversi a seconda della fase di crescita del giovane chiamato. Ciascuna peròconserva sempre una sua funzione specifica che deve essere svolta in rapporto e in correlazione con le altre componenti, nel rispetto e nella valorizzazione dei compiti di ognuna.
Queste componenti educative, da un punto di vista oggettivo, sono:

4635
344. La famiglia: la funzione educativa dei genitori "tanto importante che, se manca, puòa stento essere supplita" (GE 3), inserita nella trama di rapporti interpersonali che è propria della famiglia, dà all'ambiente familiare una responsabilità ed una efficacia che non possono mai essere dimenticati.
Nella misura, poi, in cui il nucleo familiare è animato da fede, carità e pietà, diventa "come il primo seminario" (OT 2). Questo fatto rappresenta il diritto-dovere dei genitori (cf. AA 11) cui corrisponde l'esigenza dei figli, i quali "devono venire formati in modo che, giunti alla loro maturità, possano seguire con pieno senso di responsabilità la vocazione loro, compresa quella sacra" (GS 52).
Non si vede d'altra parte come sia possibile raggiungere un'adeguata maturazione affettiva (cf. RaF 12) ed umana in generale, una positiva apertura alla socialità, e una "congrua esperienza delle cose umane" (OT 3) senza una incisiva presenza della famiglia, la quale assicura al chiamato un ambiente adatto per crescere e stabilire rapporti umani intensi, e gli offre con i problemi e le fatiche di ogni giorno un'immagine realistica e impegnativa della vita (cf. OT 3).

4636
345. La parrocchia: l'azione della comunità cristiana parrocchiale si affianca, per importanza e incisività, a quella della famiglia (cf. OT 2).
Infatti il giovane chiamato, nello sviluppo della sua esperienza cristiana, si inserisce in una comunità di battezzati che trasmette ed educa la fede e la carità. Questo inserimento gli consente anche l'incontro con la molteplicità e la complementarietà delle vocazioni nel popolo di Dio, per cui gli viene assicurato un clima di libertà ed una possibilità di approfondire la propria vocazione in rapporto, e non in opposizione alle altre.

4637
Nell'ambiente della parrocchia, nel quale convivono situazioni di fedeltà ed infedeltà tipiche di ogni porzione del popolo di Dio, il giovane si incontra pure con circostanze che provocano la sua fede ed esigono la sua compromissione e il suo intervento.

La storia di molti giovani dice che l'appello vocazionale si fa normalmente intendere proprio in questo complesso di situazioni, specialmente se riferite ad una figura di prete che ha avuto una funzione di immagine evocatrice nella proposta del sacerdozio e continua ad accompagnarne lo sviluppo con attenzione e con amicizia.
Perciòsi puòben dire che la parrocchia è per un chiamato il luogo della vocazione, dell'esperienza di fede e di carità e dell'impegno di testimonianza e apostolato.

4638
346. Una comunità vocazionale: atteso il contesto sociologico nel quale avviene oggi l'esperienza della vocazione e, insieme, date le esigenze specifiche della vocazione al sacerdozio, si richiede che il giovane, fatto disponibile alla voce di Dio, si inserisca in un gruppo o in una comunità di ricerca e di formazione vocazionale.
I motivi per cui viene richiesto questo inserimento possono essere così indicati:

4639
La realtà socio-culturale contemporanea moltiplica le suggestioni e le provocazioni a senso unico, e rende in tal modo difficile ogni scelta religiosa, e quindi anche quella sacerdotale.
La possibilità di reagire a questa situazione non è data dallo stabilirsi di un ambiente protettivo, ma consiste nell'opportunità offerta ai giovani di un ambiente nel quale condividere e valutare comunitariamente e criticamente le esperienze vissute, così da mantenere la propria libertà di fronte agli stimoli negativi.

4640
La società contemporanea, a motivo del distacco operatosi tra le generazioni, riesce con fatica a trasmettere ai giovani dei modelli adulti che vengano da essi approvati: e questo, oggi, vale spesso anche per i preti.
E' necessario perciòche un giovane disponibile al sacerdozio si confronti con altri giovani che coltivano il medesimo progetto di vita. Da questa ricerca comunitaria, guidata dall'ascolto della parola di Dio e dell'insegnamento della Chiesa, si configura progressivamente l'immagine di quell'ideale al quale i giovani sceglieranno di dedicare la propria vita.
Il dialogo personale con l'educatore, poi, li aiuterà a compiere una valutazione critica delle proprie scelte, per evitare il rischio delle pressioni e delle suggestioni del gruppo.

4641
La lettura autentica dei "segni", nei quali Dio rivela ad ognuno la vocazione, avviene normalmente all'interno di una comunità cristiana, che renda operante la mediazione ecclesiale.
Poiché non è possibile ancora riconoscere abitualmente nelle comunità cristiane, questa intonazione evangelica matura, appare l'opportunità di inserire i giovani in una comunità che si proponga un impegno cristiano specifico, in vista dell'orientamento vocazionale.
Il gruppo vocazionale, quindi, deve realizzare, in qualche modo, questa dimensione comunitaria ed ecclesiale.

4642
Le esigenze di verifica ecclesiale e di progressiva iniziazione della vocazione sacerdotale, richiedono che i giovani disponibili al sacerdozio, vivano, in momenti adeguatamente prolungati, accanto a dei preti particolarmente preparati a questo scopo. Ad essi spetta il compito di trasmettere i valori vocazionali del sacerdozio e constatare, a nome del vescovo, la presenza e lo sviluppo dei germi della chiamata divina.

4643
347. Questo servizio specifico non puòessere affidato esclusivamente alla famiglia e alla parrocchia, ma esige un ambiente qualificato dalla intenzionalità vocazionale e provvisto di strumenti adeguati, che rimanga tuttavia in stretto collegamento con la vita reale.
La comunità vocazionale si assume quindi la funzione del gruppo di riferimento, cioè dell'ambiente in cui vengono proposti, alimentati e verificati i valori tipici della scelta sacerdotale, abitualmente sperimentati e messi in atto nella vita in famiglia e in parrocchia.

4644
348. La comunità di ricerca e formazione vocazionale puòassumere varie forme, dettate da situazioni e da esigenze diverse, purché rimangano comunque in dialogo tra loro e cerchino, pure nei modi diversi, una unitarietà di indirizzo formativo e di obiettivi da raggiungere (cf. OT 3; RaF 18; si tenga presente a questo proposito quanto è detto nella nota 60 della RaF).

4645
Forme principali di comunità per le vocazioni possono essere:
a) Il seminario minore, che si pone nella diocesi "come fulcro della pastorale vocazionale" (RaF 12). Esso rimane l'ambiente-tipo della pastorale vocazionale al quale è opportuno che si ispirino e facciano riferimento tutte le altre iniziative.
b) Centri di orientamento vocazionale, cioè delle piccole comunità giovanili, abbastanza permanenti, che vivono con un prete, delegato dal vescovo e con un piano formativo preciso, che si ispira a quanto viene detto per il seminario minore. Possono entrare a farvi parte, per lo spazio necessario di tempo, giovani che non possono (per motivi personali, familiari o semplicemente scolastici) inserirsi nella comunità del seminario, oppure non si sentono ancora abbastanza certi per impegnarsi in una scelta qualificante.

4646
c) I gruppi vocazionali, cioè gruppi di giovani viventi abitualmente in famiglia o in parrocchia, i quali con periodicità frequente e regolare si riuniscono con lo scopo preciso della ricerca e della formazione alla vocazione sacerdotale. Anche a questi gruppi è necessario assicurare la presenza continuativa di un prete delegato dal vescovo, e un piano formativo da seguire.
d) Le istituzioni di scuole cattoliche che raggiungano un positivo clima cristiano ed ecclesiale e garantiscano le condizioni della proposta e dell'accompagnamento della vocazione al sacerdozio (cf. GE 8; RaF 18).
e) Le associazioni giovanili impegnate, nella misura in cui crescono attorno all'eucaristia, alla parola di Dio e ad un servizio ai fratelli, capace di superare la dimensione puramente umanitaristica.

4647
349. Ogni Chiesa locale, in armonia con gli orientamenti espressi da questo documento, ha la funzione e la responsabilità di esprimere la propria pastorale delle vocazioni al sacerdozio, e di individuare le forme operative più consentanee alle sue esigenze e possibilità.
Questa scelta dovrà esser fatta in un ascolto attento dello Spirito di Dio e delle situazioni umane, avendo cura di non cadere in un rifiuto semplicistico delle forme sperimentate nel passato e di non lasciarsi tentare da prospettive valide in se stesse, ma poco realistiche nelle condizioni concrete.
In ogni caso deve essere salvato quello che è essenziale a rendere autentica e significativa la risposta a Dio, e cioè una matura formazione umana e cristiana e l'apertura alla prospettiva sacerdotale, con la verifica compiuta a nome del vescovo.

Capitolo sesto: IL SEMINARIO MINORE

4648
350. Il seminario minore è una comunità cristiana giovanile che la chiesa locale offre come servizio per aiutare, sotto la guida dello Spirito santo e insieme con le famiglie e le parrocchie, la verifica e la maturazione della vocazione sacerdotale nei giovani che sembrano possedere i germi della chiamata divina (RaF 11).
L'azione di questa comunità cristiana si inserisce quindi nel piano organico della pastorale delle vocazioni nella chiesa locale, di cui è un modo e uno strumento, e si colloca nel normale itinerario vocazionale dei giovani, accompagnandone le fasi che vanno dalla preadolescenza all'adolescenza matura e rispettandone i ritmi di crescita.

4649
351. Il seminario minore è la comunità vocazionale che conserva tuttora una certa posizione di preminenza perché, pur nella consapevolezza dei limiti delle sue possibilità e del suo spazio di intervento, rappresenta quasi l'immagine più adeguata della pastorale vocazionale, alla quale le altre forme similari si ispirano e si riferiscono (RaF 12).
Esso infatti si affianca all'azione della famiglia e della parrocchia con strumenti educativi efficaci: una comunità di preti disponibili e preparati, un piano di vita comunitaria e spirituale, una scuola inserita nell'unità educativa e soprattutto un clima di libertà nei confronti delle pressioni e delle suggestioni che provengono dalla società (RaF 13).

4650
Il valore di questo sussidio risalta anche dalla visione realistica di alcune attuali condizioni sociali: la situazione delle famiglie e della scuola, investite dalle pressioni ideologiche, economiche, sociali tipiche della condizione contemporanea, è tale da non renderle del tutto idonee ad un'azione educativa attenta alle esigenze particolari delle vocazioni sacre.
Anche le parrocchie si trovano a fronteggiare situazioni nuove che rischiano di impoverire la carica di fede e carità delle comunità cristiane e ne disorientano le energie.

4651
Perciòla scelta, che la Chiesa fa, di privilegiare questo strumento rispetto agli altri, è fondata su motivazioni che oggi, in Italia, rivestono ancora un'importanza da non trascurare.
D'altra parte sembra che l'impegno a costituire un seminario minore secondo le linee offerte da questo documento sia veramente capace di rinnovarne la struttura e di dare la fiducia di un esito positivo.

4652
352. Gli elementi essenziali che costituiscono un seminario minore si ritrovano in una comunità, in riferimento e in dialogo con famiglie e parrocchie, guidata da un gruppo di educatori delegati dal vescovo, con un proprio piano di vita comunitaria e di formazione spirituale.

I. La comunità del seminario minore
II. Il seminario minore in rapporto con la famiglia e la parrocchia
III. La comunità degli educatori nel seminario minore
IV. La vita comunitaria nel seminario minore
V. La formazione spirituale nel seminario minore


Appendice: LA FORMAZIONE PERMANENTE

4734
1. La necessità di un proseguimento e perfezionamento della formazione sacerdotale nel suo triplice aspetto, spirituale, intellettuale, pastorale, anche dopo la sacra ordinazione fu affermata chiaramente dal concilio (cf. OT 22; CD 16; PO 19); è stata ribadita nel m.p. Ecclesiae sanctae n. 7; nella lettera circolare della S. Congregazione per il clero del 4 novembre 1969 e nella Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis nn. 100 e 101.

4735
2. Essa si rivela di giorno in giorno più necessaria, sia per l'intrinseca esigenza di sviluppo di ogni esistenza umana, sia per il progresso delle discipline teologiche e delle scienze umane e sia per il mutarsi così rapido delle condizioni culturali e sociali.
L'attuale situazione, in tutti i settori dell'umana convivenza, sembra reclamare con maggiore urgenza una "formazione permanente" non solo al fine di un aggiornamento informativo e conoscitivo, ma, più ancora, per prevenire o rimediare quelle incomprensioni e tensioni di rapporti che facilmente si verificano nell'incontro di gruppi di età diversa.

4736
3. Si ritiene doveroso trattare anche qui, sia pure brevemente, questo tema, che puòessere assai più sviluppato in altra sede, perché vi è una stretta connessione tra la formazione del seminario e quella successiva: se apparisse una discontinuità o peggio una difformità tra di esse ne avrebbero un contraccolpo grave come lo dimostra l'esperienza, e l'attività pastorale e la comunione fraterna tra i presbiteri di differente età.

4737
4. Questa continuità deve risultare chiara e naturale tanto per i contenuti di dottrina, di vita spirituale e di indirizzo pastorale, come per il metodo, il linguaggio e le forme didattico-pedagogiche.
Ciònon vuol dire che la "formazione permanente" debba essere semplice ripetizione, appena riveduta o ampliata con suggerimenti applicativi, di quella acquisita in seminario; ma che essa deve svilupparsi come un fatto vitale, che ha inizio in seminario e nel suo progresso richiede adattamenti, aggiornamenti e modifiche, senza subire rotture o soluzioni di continuità.
Ne segue pertanto che della "formazione permanente" occorre tener conto fin dal corso teologico, e ad essa aprire l'animo dei futuri presbiteri dimostrandone la necessità, i vantaggi e lo spirito.

4738
5. Una "formazione permanente", ben impostata e condotta ai vari livelli di età, costituisce un valido principio e aiuto al presbiterio, soprattutto in qualche fase più critica di incertezze e di annebbiamenti, che di solito non si verifica tanto nei primi anni dopo la sacra ordinazione, ma più tardi e in speciali situazioni personali e di ambiente.
Va pertanto richiamata la particolare attenzione che merita questo capitolo per un autentico sviluppo di comunione e di crescita di tutto il presbiterio della diocesi.

4739
6. Si debbono distinguere due tempi di formazione permanente: il primo segue immediatamente alla sacra ordinazione; il secondo comprende l'intero arco della vita del prete, salvo ulteriori divisioni di maggiore specializzazione per cicli di anni o per diverse mansioni (es. parroci, cooperatori, catechisti, ecc.).

4740
A) 1. Il primo tempo si propone di:
a) introdurre gradualmente il giovane prete nelle esperienze e nelle responsabilità personali, a contatto con la situazione concreta e in una verifica sempre più attenta delle proprie doti e attitudini, allenandolo a realizzare in sè, in una giusta armonia di interiorità e di azione esterna, quella unità di vita, cui deve costantemente tendere il prete, sull'esempio di Cristo, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera (cf. PO 14);
b) perfezionare le attitudini pastorali, coniugando con le realtà pastorali la dottrina delle varie discipline teologiche (es. sacra Scrittura, liturgia, teologia sistematica e morale, ecc.) e aggiungendone qualche altra in forma più applicativa come: catechetica, psicologia, pedagogia, sociologia, pastorale giovanile, pastorale del mondo del lavoro, ecc.;
c) inserirlo a pieno titolo, in clima di reciproca fiducia e rispetto, con progressività di coscienza e di esperienza, nella vita comunitaria del presbiterio diocesano.
4741
2. Per raggiungere tali scopi si devono creare strutture adeguate che offrano simultaneamente possibilità d'azione pastorale diretta e responsabile, sotto la guida di un prete esperimentato, e momenti e luoghi di riflessione spirituale, dottrinale e pastorale.
Per questo motivo sembra meno opportuna la soluzione di un convitto, dove i preti continuino una vita simile a quella del seminario; occorrerà invece una istituzione che permetta una vera, concreta e continuativa esperienza pastorale, e periodi sufficientemente lunghi di riflessione, ritmati con una frequenza adeguata (settimanale o mensile), vissuti comunitariamente in modo residenziale.
Nel luogo dell'azione pastorale diretta, che normalmente sarà una parrocchia, il giovane prete potrà saggiare e far crescere le sue doti di guida del popolo di Dio, di evangelizzatore, di presidente della liturgia, in una prima verifica confidente e continua col presbiterio e la comunità parrocchiale.
Nel luogo e nel tempo di riflessione dovrà sviluppare un lavoro più ampio di verifica, di ripensamento della sua attività pastorale e della sua vita spirituale, insieme a quello di partecipazione a corsi di studio pastorali.

4742
3. Il lavoro di formazione non potrà limitarsi al settore culturale o di studio o di discussione di problemi pastorali, ma dovrà estendersi a quello spirituale, sia in forma individuale che in forma comunitaria, con l'aiuto di persone esperte e capaci, e in un confidenziale dialogo, frequente quanto più è possibile, con il vescovo.
La "residenza", anche limitata a due soli giorni per settimana o quindicina, favorisce un clima di distensione, di fraternità e di spiritualità, che più difficilmente si potrebbe realizzare in incontri fugaci di poche ore.

4743
4. Il periodo per il completamento della formazione dei giovani preti non potrà limitarsi ad un solo anno, ma dovrà estendersi a più anni (tre o più), favorendo progressivamente una maggiore libertà di frequenza, di iniziativa e di scelta.
Se le singole diocesi non potessero offrire questo servizio da sole, sarà opportuno che si uniscano ad altre diocesi, per es. a quelle di una stessa regione.

4744
B) La formazione permanente del secondo tempo 1. Mira soprattutto ad impedire quell'impoverimento di cultura, intesa nella sua più ampia accezione, e di capacità critica, a ovviare a quella sclerosi di vita spirituale, a superare quell'empirismo superficiale, che possono facilmente verificarsi in persone che non tengono vivo lo studio e la riflessione; inoltre tende a sviluppare la "comunione" del presbiterio e la circolazione di idee ed esperienze d'arricchimento reciproco.

4745
2. Concretamente si tratta di tenere la propria cultura e la propria mentalità al passo con i tempi, soprattutto oggi quando il rapido svolgersi della vita umana, dell'approfondimento della fede e delle scienze teologiche introduce in brevi periodi variazioni vaste e profonde.
Si tratta ancora di abilitare i presbiteri ad alcuni uffici pastorali nuovi che venissero loro affidati, o che si mostrassero necessari per l'evolversi delle situazioni.
Si tratta infine di riflettere, alla luce della fede e delle scienze dell'uomo, sulle iniziative pastorali concrete, per coglierne e farne cogliere i valori e i significati profondi e per determinare le linee di attuazione.

4746
3. La funzione più importante della formazione permanente, particolarmente oggi, dovrebbe essere quella di stimolare ad una costante verifica di sè e della propria attività di ministero nel confronto con gli altri e con la situazione; di sviluppo di una capacità di ascolto, di comprensione e di collaborazione con gli altri presbiteri, religiosi e laici; di far superare quei diaframmi che troppo spesso dividono generazioni o mansioni diverse di preti (giovani e anziani, parroci e cooperatori, ecc.).
La "formazione permanente" puòcosì diventare uno degli strumenti più validi per la crescita a quello spirito comunitario che è indice di maturità e che oggi spesso si afferma ma non frequentemente si riesce ad attuare anche tra preti.

4747
4. Per ottenere questi scopi sembrano necessarie varie iniziative e strutture:
corsi e lezioni di aggiornamento teologico; specializzazione nelle varie attività pastorali, per attrezzare i sacerdoti a compiti nuovi e specifici. A questo fine potrà rivelarsi molto utile un Istituto pastorale con scuole vere e proprie e corsi di specializzazione che possono essere: di catechesi, di pastorale liturgica, di pastorale di settore (giovanile, del lavoro, ecc.) e alcune discipline tecniche correlative;
riflessione sull'azione pastorale di unità sufficientemente vaste( diocesi o vicariati) e relativamente a programmi di ampio respiro. La riflessione dovrà essere offerta nel rispetto delle obiettività e assistita da persone competenti;
riflessione e attività spirituali come ritiri e esercizi spirituali, celebrazioni in forme opportunamente nutrite di spirito biblico e liturgico.
4748
5. Le iniziative della formazione permanente potranno consistere in corsi annuali o bi-trimestrali continuativi; oppure in corsi estivi, in settimane di studio. Siano distribuite in luoghi di non troppo difficile accesso per la maggior parte dei preti.

4749
6. Sembra opportuno sottolineare alcune condizioni generali necessarie alle varie iniziative perché contribuiscano ad un'efficace "formazione permanente": a) offrano garanzie di fedeltà e sicurezza dottrinale e di seria impostazione scientifica, ma non si estremizzino in forme di culturalismo eccessivamente specializzato; b) comportino una partecipazione regolare e attivamente impegnata; c) presentino una certa organicità e programmazione di temi e di scopi, e un metodo analitico-induttivo che utilizzi il livello di esperienza umana e pastorale dei partecipanti; d) si alimentino di genuina spiritualità liturgica e biblica, riservando un adeguato spazio a celebrazioni, esercizi e ritiri, ecc.; e) siano aperte a una composizione di partecipanti varia per età, uffici, mansioni, ecc. e promuovano un dialogo sereno, rispettoso e costruttivo tra tutti.

LA FORMAZIONE DEI PRESBITERI NELLA CHIESA ITALIANA ORIENTAMENTI E NORME


I. DECRETO

189

Questo testo: La formazione dei Presbiteri nella Chiesa italiana - Orientamenti e norme, preparato dalla Commissione episcopale per l'educazione cattolica, è stato esaminato, nelle successive stesure, dall'episcopato.

- In seguito all'approvazione della XVI assemblea generale (Cf. Atti,§360), e secondo i suoi orientamenti, la revisione definitiva è stata curata dai competenti organi della CEI.

Con lettera del 19 aprile 1980, prot. n. 1989/65/34/ITA, la Sacra Congregazione per l'educazione cattolica, a norma del decreto Optatum totius n. 1, ha approvato il testo ad sexennium.

Esso viene ora pubblicato quale documento della CEI per le diocesi italiane, in sostituzione del documento pubblicato ad experimentum il 15 agosto 1972 con il titolo: La Preparazione al sacerdozio ministeriale - Orientamenti e norme.

Roma, 15 maggio 1980


Anastasio A. card. Ballestrero , arcivescovo di Torino,

presidente della Conferenza episcopale italiana.



II. PRESENTAZIONE


190
Questo nuovo testo La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana - Orientamenti e norme succede, dopo sei anni di esperimento, al precedente La Preparazione al sacerdozio ministeriale. Il decreto conciliare Optatam totius n. 1 prescrive che il "Regolamento di formazione sacerdotale" stabilito dalle conferenze episcopali sia riveduto periodicamente e approvato dalla Sede Apostolica, allo scopo di assicurare il necessario aggiornamento a un documento che riguarda la realtà viva della formazione dei giovani al ministero presbiterale.

191
1. Ecco la Ratio rinnovata che i vescovi riconsegnano agli educatori e ai giovani dei seminari italiani, nella viva e fondata fiducia che siano confermati e accresciuti i frutti già conseguiti.
Tra i due testi - quello precedente e l'attuale - esiste, e si coglie, una continuità e una fedeltà con gli ovvi adattamenti ai documenti apparsi in questi anni e all'evolversi della situazione.
Pertanto, questo testo si presenta non solo come un servizio magisteriale e pastorale dei vescovi alle Chiese particolari che sono in Italia, per quanto concerne la vita dei seminari e la pastorale delle vocazioni sacerdotali, ma porta con sè un nuovo sicuro elemento di validità acquisito nella verifica sperimentale del sessennio decorso.

192
2. Nella presentazione del precedente testo, mons. Giuseppe Carraro- che con gratitudine vogliamo ricordare e per sottolineare ancora la continuità del cammino - accennava a due effetti che esso avrebbe potuto ottenere: "il primo, di suggerire un'impostazione pedagogica, che sembra la più rispondente al concilio ecumenico Vaticano II e al nostro tempo; il secondo, di responsabilizzare più fortemente i giovani e gli educatori in un impegno che tocca i supremi interessi della Chiesa e dell'umanità". Possiamo affermare che questi due obiettivi sono stati largamente conseguiti negli anni settanta, nonostante che fossero anni particolarmente difficili per la vita dei seminari, a causa delle spinte contestative del mondo giovanile e per il rifiuto perfino di ogni forma d'istituzione.

193
3. Ma negli anni ottanta bisogna proseguire sulla strada intrapresa. A tal fine, nel lavoro di revisione del documento, la Commissione episcopale per l'educazione cattolica, presieduta da mons. Luigi Boccadoro, ha ottenuto la collaborazione di tutti i vescovi, attraverso consultazioni personali e collegiali culminanti nella stessa assemblea del 1979, ed ha pure coinvolto nell'opera di aggiornamento le comunità educative dei seminari, organismi pastorali diocesani ed esperti. E dobbiamo aggiungere che la Conferenza episcopale italiana, dedicando appunto la XVI assemblea generale al tema "Seminari e vocazioni sacerdotali", se ha offerto un definitivo autorevole contributo al nostro testo, ha inteso pure proporre alla riflessione di tutta la Chiesa italiana un tema di vitale importanza per il suo futuro; a essa i vescovi hanno voluto ricordare che l'appello a seguire Cristo nel ministero pastorale è parte integrante del Vangelo, e "tutta la comunità cristiana è responsabile verso la perfezione, chiarificazione e maturazione della misteriosa chiamata del Signore" (SVS 48).

194
4. L'iter di revisione che questo documento ha percorso per intero, dalle esperienze di vita nei seminari alla riflessione sui fatti e al pronunciamento autorevole dei pastori, più che offrire una semplice informazione, predispone all'accoglienza di esso e suggerisce la chiave di lettura per coglierne lo spirito.
Si tratta d'un testo senza dubbio perfettibile, ma certamente maturo e attuale che i vescovi consegnano ai loro collaboratori più preziosi impegnati nell'opera di formazione nei seminari e nella pastorale delle vocazioni sacerdotali. Ad esso seguirà la Ratio studiorum che completerà il presente documento per quanto attiene la formazione teologica, precisando e sviluppando maggiormente, anche in considerazione dei recenti documenti pontifici, il piano di studio.

195
5. La struttura del testo mostra chiaramente che il futuro presbitero, costantemente illuminato dall'ideale del "vero pastore di anime", trova, nel suo cammino vocazionale e formativo, il punto di partenza nella pastorale della Chiesa locale per le vocazioni; il primo appoggio in gruppi o piccole comunità vocazionali, ma nel seminario minore l'aiuto più solido per riconoscere il dono della vocazione e prepararsi a seguire Cristo con animo generoso e cuore puro; e infine nel seminario maggiore il disegno di grazia d'una graduale conformazione a Cristo profeta, sacerdote e pastore, attraverso un'iniziazione complessiva - di vita spirituale, di studio teologico, di esperienze pastorali - ai ministeri del lettorato e dell'accolitato fino al sacramento dell'ordine.
Seguendo così più da vicino l'Optatam totius, questo testo aiuta a percorrere la storia d'ogni vocazione sacerdotale nel suo genetico sviluppo e richiama di continuo i giovani a modellare, come gli apostoli, "la loro vita e le loro opere con gli occhi fissi all'immagine incancellabile di Gesù buon pastore degli uomini" (Giovanni Paolo II, Messaggio per la XVII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni).

196
6. La formazione del presbitero esige la realizzazione d'un preciso progetto di vita che non puòcompiersi se non "nella Chiesa", perché appartiene al medesimo mistero di Cristo e della Chiesa. Infatti il presbitero viene da Cristo e porta impressa nella sua persona l'immagine di Cristo pastore; per questo egli non vive per sè ma interamente per Cristo e per la Chiesa. Il seminario è il "luogo" privilegiato della Chiesa e vera comunità ecclesiale in cui Cristo, nella potenza dello Spirito, forma i suoi sacerdoti.
Con attenzione a Cristo e allo Spirito nella Chiesa va letta tutt'intera, e non in parte, questa Ratio la quale rimane per i giovani in cammino verso il presbiterato un umile ma sicuro strumento che li aiuta a vivere ogni giorno di più il meraviglioso disegno della speciale somiglianza a Cristo sacerdote; essa va ancora letta non con la riserva continua di frazionarla in precetti e consigli, bensì con l'animo fiducioso e disponibile alla ricerca d'un impegno formativo sempre più esigente.

197
7. I vescovi, primi responsabili della formazione dei presbiteri nella Chiesa, sollecitano con pressante amore quanti, genitori e parroci, alunni ed educatori, sono pure essi responsabili dell'opera formativa dei seminari, ad assumere questo progetto educativo, attuarlo fedelmente, e insieme concorrere alla perfetta unità della formazione, sebbene articolata nell'aspetto spirituale, intellettuale e pastorale.

198
8. La Chiesa italiana sente di rinnovare in questa circostanza il suo impegno per la "piena ricostituzione della vita dei seminari" perché - come scriveva Giovanni Paolo II - essa "sarà la migliore verifica della realizzazione del rinnovamento, verso il quale il concilio ha orientato la Chiesa".
Affidiamo a Maria, madre dei discepoli del Signore, tutti i seminari d'Italia, perché ispiri e accompagni nel cammino di formazione i giovani chiamati al sacerdozio e ci ottenga dal Padrone della messe una nuova fioritura di vocazioni sacerdotali.

Antonio Ambrosiano

Presidente della Commissione episcopale

per l'educazione cattolica.



III. DOCUMENTO NORMATIVO


Premessa

199
1. La vita della Chiesa, con i diversi ministeri e carismi, è chiamata a realizzare, in ogni momento della storia e in ogni circostanza, la duplice fedeltà a Dio e all'uomo: fedeltà a Dio e alla sua parola vivente e sempre nuovamente feconda; fedeltà all'uomo concreto, al quale la parola si rivolge, chiamandolo, nella situazione vitale, all'obbedienza della fede. Di qui derivano alcune indispensabili indicazioni di metodo, alle quali non si sottraggono la pastorale delle vocazioni e la preparazione dei candidati al presbiterato, perché ogni progetto e ogni giudizio educativo e pastorale rispondano sia alla fisionomia di coloro che si fanno attenti alla chiamata del Signore, sia alle esigenze della parola di Dio, così come essa è autorevolmente proclamata nella Chiesa (cf. RaF Introd. 2; RaF I; GE Introd.; GS 2).
Dio chiama i futuri presbiteri da un determinato contesto umano ed ecclesiale, dal quale essi sono inevitabilmente connotati e al quale saranno mandati, per il servizio del Vangelo, a testimoniare la perenne novità della vita cristiana in un atteggiamento di dialogo e di condivisione.

200
2. Si pongono, quindi, due questioni preliminari: quali problemi l'attuale contesto socio-culturale suscita all'adolescente e al giovane che deve maturare, per tutta l'esistenza, un progetto di vita secondo il Vangelo? e, nello stesso tempo, quali stimoli positivi esso offre? Non mancano vaste e approfondite analisi in merito, condotte anche con particolare riferimento alla vita cristiana nelle comunità ecclesiali (cf. ad esempio: Consulta generale dell'apostolato dei laici, Comunità ecclesiale e condizione giovanile, O.R., Milano 1979).
Qui ricordiamo che, se i progetti di uomo imperanti nella cultura attuale contrastano radicalmente per contenuto e per metodi col progetto cristiano, è anche vero che la condizione giovanile presenta elementi assai fecondi per il seme del Vangelo. Basti pensare alla fondamentale domanda di valori significativi, non più accompagnata dalle resistenze e precomprensioni, derivanti dal fascino delle ideologie; al passaggio dalla prevalente attenzione al "politico" a una riscoperta del "personale", che mantiene bensì il rischio di degenerare nell'individualismo e nell'intimismo, ma rivela la capacità di incarnarsi nel "comunitario", se incontrerà una coraggiosa proposta da parte della comunità; al bisogno conseguente di definire la propria identità e il proprio progetto esistenziale, tenendo conto della partecipazione e dell'appartenenza sociale.

201
Merita particolare attenzione, per i risvolti problematici che comporta, la carenza di modelli e di valori percepiti come stabili, a causa della mutazione culturale permanente, rapida e profonda.
Tale carenza, infatti, comporta nei giovani la tendenza a sopravvalutare, come fondamento per le scelte, il criterio dell'esperienza personale, in sè mutevole e soggettiva.
Anche l'orientamento vocazionale puòrisentire di questo clima; e anziché indirizzarsi verso scelte, valori e atteggiamenti sempre più chiari e determinati, esso rischia di arenarsi in una continua e dispersiva formulazione e riformulazione delle ipotesi di vita, o almeno delle motivazioni che le sorreggono.
Questa situazione, che non risparmia neppure l'orientamento al presbiterato, va attentamente considerata, non certo per accettarla rassegnatamente come un dato ineluttabile, ma per cogliere le istanze che essa pone alla formazione dei futuri pastori, e per comprendere certe inquietudini presenti nei giovani dei seminari.
Da una parte questa caratteristica della psicologia delle nuove generazioni dissuaderà dall'imporre schemi rigidi o scadenze artificiose; dall'altra, perٍ, non si lasceranno mancare proposte educative chiare ed esigenti, per favorire la positiva evoluzione dei giovani verso impegni generosi e definitivi.

202
3. Gli interrogativi proposti per il contesto socio-culturale andrebbero formulati anche per il contesto ecclesiale nel quale si attua l'esperienza vocazionale e formativa dei chiamati.
Se, infatti, non si puònegare che la vita e il servizio al mondo delle comunità cristiane presentano ancora resistenze e compromessi, dai quali derivano per i giovani motivi di incertezza, è anche giusto ricordare che la Chiesa italiana va sempre più maturando una coscienza comunitaria, missionaria e ministeriale, che puòoffrire una risposta efficace alle domande del mondo giovanile (Per tutti questi temi cf. CEI, Evangelizzazione, sacramenti, promozione umana, AVE, Roma 1979; SVS 51-56).
Il recente cammino ecclesiale apporta nuova luce anche sulla figura e sulla missione del prete, mettendo in risalto il primato dell'annunzio della Parola e lo specifico servizio reso per mezzo del Vangelo alla promozione dell'uomo, e definendo l'insostituibile originalità del ministero ordinato che anima e coordina tutti i carismi del popolo di Dio.
Raggiunta questa consapevolezza, i giovani potranno liberarsi da una certa diffidenza verso un ministero "giudicato angusto, inquadrato burocraticamente, socialmente distaccato dalla vita concreta" (SVS 6).

203
4. Ed è, infine, necessario interrogarsi sulle difficoltà e sulle opportunità positive derivanti dall'immagine che i giovani e la comunità cristiana hanno della formazione presbiterale, soprattutto attraverso l'istituzione dei seminari.
Infatti, quest'ultimo arco di tempo ha visto un notevole e proficuo cammino di aggiornamento da parte dei seminari; ma tale cammino, anche a motivo delle inevitabili difficoltà e degli squilibri che talora l'hanno accompagnato (non esclusi quelli derivanti dalla grave diminuzione numerica delle presenze), non è stato in molti casi conosciuto e compreso dalle comunità cristiane.
Si spiega, in parte, un diffuso atteggiamento assenteista, tendente a delegare il problema ai diretti responsabili e a riservarsi unicamente un ruolo critico. L'alternativa è stata, in alcuni casi, la proposta di ritornare alle formule educative del passato, confondendo il faticoso processo di aggiornamento dei valori vocazionali con il loro smarrimento; in altri casi si è rivendicato direttamente alle comunità cristiane il compito del discernimento e della formazione delle vocazioni sacerdotali, in nome di una distorta teologia del ministero ordinato o denunciando il potere manipolatorio, che sarebbe implicito in ogni struttura.
Questa sensibilità è spesso condivisa anche da famiglie consapevolmente impegnate nella comunità cristiana e, quindi, restie a una scelta che sembra tradursi in una delega educativa data al seminario, o da gruppi e movimenti ecclesiali, che esprimono delle vocazioni presbiterali, ma tendono a fare in modo che il loro cammino formativo rimanga ancorato all'ambito educativo da cui sono nate.
E' necessario promuovere e mantenere un rapporto di comprensione e collaborazione tra seminario e Chiesa locale, poiché i problemi del seminario sono collegati a quelli del presbiterio e della comunità cristiana. La pastorale delle vocazioni e la fiducia nel seminario si fondano, infatti, sulla testimonianza viva dei seminaristi, dei preti e di tutto il popolo di Dio.

204
5. Il presente documento si propone di richiamare le irrinunciabili esigenze evangeliche per la formazione dei preti, e di tradurle in orientamenti e norme, formative e pastorali, che accompagnino tutto il cammino verso il presbiterato, tenendo conto della situazione culturale ed ecclesiale italiana.
Anche là dove ragioni particolari hanno indotto il vescovo a sperimentare nuove vie nella formazione dei presbiteri, i criteri indicati dal documento e le mete segnate saranno autorevole punto di raffronto per orientare la proposta educativa e valutarne la bontà.
Dopo aver ricordato i dati essenziali dell'identità del sacerdote pastore nel popolo di Dio, come criterio necessario di riferimento per ogni scelta operativa (1a parte), il documento prenderà in esame la pastorale delle vocazioni sacerdotali nel contesto vivo e variamente articolato della comunità ecclesiale (2a parte) e le modalità e le strutture necessarie al cammino di verifica e di orientamento, nel quale il progetto di dedicarsi al ministero presbiterale potrà rivelarsi come autentica chiamata di Dio e domandare all'uomo una risposta fedele e definitiva (3a parte). Infine esso descriverà l'ambito e l'itinerario della configurazione a Cristo pastore per coloro che hanno accolto la chiamata e si dispongono all'imposizione delle mani per il sacerdozio (4a parte) (Lo schema segue l'impianto della Ratio fundamentalis: La pastorale delle vocazioni - tit. II; I seminari minori e gli istituti eretti per il medesimo scopo - tit. III; I seminari maggiori - tit. IV; cf. anche SVS 45).

Parte prima: l' identità del presbitero nel popolo di DIO


205
6. Tutta l'opera educativa e pastorale della Chiesa, nel promuovere e nel discernere le vocazioni sacerdotali e nel formare i chiamati al ministero ordinato, si fonda su una chiara definizione dell'identità del ministero stesso, secondo modi espressivi che possano ispirare i contenuti e le modalità dell'itinerario formativo.
Tra i molti termini che designano la figura del presbitero, possiamo soffermarci sull'immagine del pastore. Tale immagine, tipica della persona e della missione di Cristo, il quale si rivela "buon pastore" e "principe dei pastori" in quanto raduna il popolo della nuova alleanza con la sua parola e con la grande oblazione sacrificale, nella quale dà se stesso per le pecore, in obbedienza al Padre (cf. EvM 21-23; SVS 19-22), esprime egregiamente anche l'essere e la missione di coloro che, mediante il sacramento dell'ordine, sono configurati a Cristo. Tali sono, in primo luogo e in modo pieno, i vescovi; ma, con loro, anche i presbiteri, che secondo il proprio grado, partecipano "al carisma pastorale, il che è segno di una peculiare relazione di somiglianza a Cristo, buon pastore" (Giovanni Paolo II, Lettera a tutti i sacerdoti della Chiesa in occasione del giovedì santo 1979, n. 5).
Il concilio Vaticano II indica come scopo dei seminari maggiori la formazione di "veri pastori d'anime, sull'esempio di nostro Signore Gesù Cristo, maestro, sacerdote, e pastore" (OT 4).
D'altra parte, la categoria espressiva del "pastore di anime" sembra tradurre con sufficiente fedeltà lo stile proprio in cui fu sempre vissuto il presbiterato nella tradizione della Chiesa italiana. Alla luce della rivelazione cristiana, l'immagine si determina più riccamente e più concretamente, riferendosi all'inesauribile mistero della mediazione salvifica di Cristo, che comporta anche aspetti sacerdotali e profetici.
Non intendiamo delineare il quadro completo, ma accennare solo a quei punti che sono più rilevanti in ordine alla cura delle vocazioni presbiterali e alla formazione dei futuri presbiteri.

Parte Seconda: il presbitero nel mistero di cristo e della chiesa

206
7. Il mistero del regno di Dio, o della nuova alleanza, annunziato e inaugurato da Gesù Cristo, è mistero di riconciliazione e di comunione tra Dio e gli uomini e, conseguentemente, degli uomini tra loro. Cristo stesso "è insieme il mediatore e la pienezza" (DV 2; cf. SVS 10-14) di questo mistero, perché, a causa della sua condizione di Figlio unico di Dio, egli è sacerdote vero e definitivo (cf. SM I, 1), portando contemporaneamente alla piena verità anche le antiche mediazioni profetica e regale.
Così in lui si compie il disegno dell'alleanza salvifica e si esprimono la presenza definitiva e l'efficacia attuale dell'amore preveniente di Dio. Nella sua vita terrena Gesù, per rendere testimonianza al Padre che l'aveva mandato e per compiere la sua volontà, ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la condizione umana e ha annunziato ai poveri il Vangelo della salvezza.
La sua predicazione profetica, confermata con segni e miracoli, ha raggiunto il suo momento "regale" e il suo definitivo adempimento nel mistero pasquale della morte e risurrezione. Tale mistero è la parola suprema dell'amore divino, con il quale il Padre ha voluto parlarci in Cristo, affinché attorno a lui si raccolgano in unità i dispersi figli di Dio e vengano introdotti nella comunione dello Spirito. In questo modo Cristo si manifesta come unico pastore delle nostre anime e in lui avviene la nostra perfetta riconciliazione con Dio e ci è data la pienezza del culto divino (cf. SC 5; 1 Pt 2,24-25).

207
8. Il mistero della riconciliazione, predicato e attuato da Gesù continuamente, si applica alla storia umana nella Chiesa e per mezzo della Chiesa, che "è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano" (LG 1).
A tutta la Chiesa, infatti, mirabile sacramento scaturito dal costato di Cristo morente sulla croce (cf. SC 5), Gesù ha partecipato e consegnato il suo ministero di salvezza, per cui "ogni atteggiamento della Chiesa è inteso a interpretare e tradurre l'ansia e la sollecitudine del Cristo pastore" (EvM 37; cf. Gv 20,21; SVS 15). La Chiesa, costituita da gente "di ogni tribù, popolo e nazione", è inviata a rivelare e a comunicare la carità di Dio a tutti gli uomini.
Tutta la Chiesa è per tutta questa missione, come corpo ben compaginato e connesso, nel quale ogni membro offre la collaborazione secondo l'energia che gli è propria e tutto l'insieme cresce per edificarsi nella carità. Essa cioè, come popolo sacerdotale, è dotata di una compagine organica per mezzo del dono dello Spirito e, nello stesso tempo, partecipa in diversi modi degli uffici di Cristo, per adempiere in suo nome e per sua virtù la missione della salvezza.
Infatti Cristo Gesù dispensa continuamente nella Chiesa i doni dei ministeri, con i quali, per virtù di lui, i cristiani si rendono vicendevolmente servizio, affinché ciascuno e tutti insieme crescano in ogni cosa verso di lui (cf. SM I, 4; Ef 4,11-16; LG 7).

208
9. Cristo fondòla Chiesa sugli apostoli e sul loro ministero, che in senso pieno rimane unico. Per la medesima sua missione, egli, come inviato dal Padre e nella potenza dello Spirito, invia a sua volta gli apostoli che parlino e agiscano in suo nome, per essere segni e strumenti della sua parola e della sua azione nel mondo, vicari dell'opera sua. Essi "furono a un tempo il seme del nuovo Israele e l'origine della sacra gerarchia" (AG 5. cf. LG 18; SM I, 3), e per essi la Chiesa si dice apostolica e sempre si verifica sulla tradizione apostolica.
Perciòl'apostolo e la comunità dei fedeli sono elementi propri della struttura essenziale della Chiesa, legati l'uno all'altro reciprocamente, in Cristo e sotto l'influsso del suo Spirito, così che il ministero apostolico non puòessere perduto senza che la struttura stessa della Chiesa venga meno (cf. LG 10; SM I, 4). La permanenza del carisma apostolico, che è una qualifica e insieme un compito di tutta la Chiesa, ha un supremo suggello di garanzia e di autenticità nel ministero del collegio episcopale, succeduto al collegio apostolico.
I vescovi, collegialmente uniti al Papa, custodiscono nella Chiesa il carisma apostolico e perpetuano la missione che Cristo "principe dei pastori" (cf. 1 Pt 5,4; SVS 17-18) ha affidato agli apostoli, come servizio pastorale dell'autorità.

209
10. Il ministero che perpetua l'ufficio degli apostoli - introducendo nella partecipazione sacramentale al mistero di Cristo pastore, capo e servo della Chiesa - "viene esercitato in diversi ordini da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi" (LG 28).
Ai vescovi "viene conferita la pienezza del sacramento dell'ordine"( LG 21), per la quale il collegio dei vescovi, unito al suo capo, il successore di Pietro, è responsabile di tutta la Chiesa e della sua missione (cf. LG 22; EvM 56). "I singoli vescovi poi sono il visibile principio e fondamento dell'unità nelle loro Chiese particolari" (LG 23), esercitando un dono che "non è la sintesi dei ministeri... ma è il ministero della sintesi, dell'armonizzazione e della generazione di tutti i ministeri volti all'edificazione della comunità" (EvM 54).
Il ministero dei presbiteri è comunione e collaborazione saggia e necessaria (cf. EvM 58) al ministero episcopale, nella responsabilità sia per la Chiesa universale sia per le singole Chiese particolari, a servizio delle quali essi costituiscono con il vescovo un unico presbiterio.
A tale scopo i presbiteri ricevono una particolare consacrazione per mezzo del sacramento dell'ordine, che fonda un rapporto originale e irrevocabile con Cristo. Attraverso l'imposizione delle mani, infatti, viene loro comunicato un dono perenne dello Spirito santo (cf. 2 Tm 1,6; SVS 43-44).
La dottrina della fede insegna che questa realtà è permanente e imprime nei presbiteri un segno, che nella tradizione della Chiesa prende il nome di carattere e che li configura a Cristo pastore, in modo che essi possano agire in nome suo e nella persona di lui (cf. 1 Pt 5,14; LG 28; PO 2; SM I 5; SVS 24-25).
Il ministero dei diaconi (cf. LG 29; AP) "sottolinea il valore del servizio espresso dalla carità, che è specifico della gerarchia. Il diacono infatti è segno sacramentale, e quindi rappresentante e animatore, della vocazione al servizio proprio di Cristo, servo di JHWH, venuto non a essere servito ma a servire e a dare la sua vita in redenzione di molti" (ReDP 5).


Le vocazioni al presbiterato

228
26. Nella Chiesa particolare, sotto la direzione del vescovo, spetta al Centro diocesano vocazioni (o a strutture analoghe) promuovere e coordinare le varie iniziative catechetiche, liturgiche ed educative, a vantaggio delle vocazioni al ministero ordinato. Tali iniziative pastorali saranno opportunamente inserite nell'ambito più ampio del piano pastorale vocazionale.

229
27. Ci rivolgiamo esplicitamente ad alcune tra le varie componenti della comunità cristiana, per l'importanza caratteristica che assume il loro contributo specifico all'individuazione e al primo orientamento delle vocazioni presbiteriali.
Ricordiamo anzitutto il ruolo decisivo e insostituibile svolto dalla famiglia, che diventa "come il primo seminario" (OT 2), quando si assume "il compito esaltante di collaborare con Dio anzitutto con una generosa accoglienza della vita; e poi con la sapiente attenzione a creare al proprio interno le condizioni adatte alla ricerca della vocazione: condizioni che rispettino una ben orientata libertà dei figli e stimolino al confronto con l'iniziativa del Signore e con il suo progetto sul mondo. La preghiera in famiglia è elemento decisivo per la creazione di tale clima: in esso sarà possibile per i genitori accettare nella fede il distacco dal figlio che fosse chiamato, e per tutti far crescere una sincera gratitudine a Dio per il dono ricevuto"( SVS 49; cf. AA 11; GS 52; OT 3; RaF 12; EvSM 104).

230
28. Accanto alla famiglia è determinante il contributo della parrocchia, perché il chiamato vive la propria esperienza cristiana e vocazionale in una comunità particolare che educa alla fede e alla carità.
Nel contesto vivo della parrocchia è normalmente proclamata la Parola che chiama, sono celebrati i segni della salvezza e avviene l'incontro con la testimonianza delle diverse vocazioni e dei diversi ministeri.
Inoltre, nella situazione concreta di ogni porzione del popolo di Dio si manifestano le condizioni del peccato, di compromesso e di infedeltà che provocano la fede e chiedono l'impegno.
All'interno della parrocchia, poi, emerge la responsabilità dei catechisti, degli educatori di ogni tipo, degli animatori dei gruppi ecclesiali e in particolare dei preti verso le vocazioni presbiterali. A essi soprattutto è chiesto l'impegno di testimoniare lo zelo e la gioia pasquale, che accompagnano il ministero pastorale, e anche il coraggio di chiamare alla sequela di Cristo nel sacerdozio (cf. SVS 49-50; PO 11). La nascita e lo sviluppo di autentiche vocazioni al presbiterato sono quasi sempre un frutto della testimonianza viva e credibile di un prete che incarna visibilmente la fedeltà e la gioia della piena sequela di Cristo.
Un grande impegno in questa direzione è chiesto anche alle associazioni, ai gruppi e ai movimenti ecclesiali, i quali rappresentano il luogo e l'occasione per un'esperienza di Chiesa e si fanno carico del cammino di fede dei propri membri.
La loro fecondità vocazionale sarà tanto più corretta, quanto meno imporrà particolarismi e detterà legge circa l'identità e il ministero del futuro presbitero, quasi a volerlo plasmare a "immagine e somiglianza" della fisionomia del gruppo.

231
29. La proposta della vocazione presbiterale presuppone evidentemente un atteggiamento educativo coraggioso e sereno, capace di "fare una nitida proposta della fede, sia nell'organica completezza dei suoi contenuti oggettivi, sia nelle sue implicazioni esistenziali"( SVS 63).
In tale contesto, infatti, diventa comprensibile e stimolante una catechesi specifica della vocazione presbiterale, la quale dovrà tradurre in termini adatti alle diverse età e condizioni i seguenti contenuti essenziali (cf. SVS 58):
- Il mistero di Cristo nel suo atteggiamento di servo del Padre e dei fratelli, e proprio per questo pastore del popolo della nuova alleanza (cf. EvM 24-27).
- Il mistero della Chiesa, soprattutto come comunione, ministerialità e missionarietà. L'impegno nel ministero ordinato suppone un'adeguata comprensione della realtà profonda della comunità cristiana, la quale è un popolo convocato "dall'alto" nella diversità dei doni per la missione (cf. EvM 35-48).
- Il significato e l'essenza del ministero presbiterale: esso offre la possibilità di realizzare quei valori umani e cristiani, ai quali i giovani sono particolarmente sensibili (cf. SVS 51-56); è a servizio della gloria di Dio, della comunione e del Vangelo, con tutto ciòche comporta l'integrale liberazione dell'uomo.
La missione evangelizzatrice, infatti, porta l'impegno della liberazione fin alla radice stessa di ogni oppressione e di ogni ingiustizia, cioè fino al peccato che abita nel cuore dell'uomo.
E solo la grazia di Cristo, operante nella Parola e nei sacramenti, puòrendere permanente e fruttuoso il radicale cammino di conversione e di liberazione.

232
30. La catechesi di proposta, per essere efficace, si deve situare in un contesto preciso, nel quale i valori vocazionali non solo si possano tradurre in esperienza, ma addirittura ne siano come un frutto, al quale si giunge con la gioia della scoperta vissuta.
Perciٍ, l'ambito più generale e normale della proposta è l'itinerario dell'iniziazione cristiana, guidato dalla parola di Dio e attuato nei sacramenti (cf. EvS 86-92); ma in esso è possibile individuare occasioni ancora più specifiche, in riferimento alla vocazione presbiterale.
Tale vocazione, infatti, poiché è particolarmente destinata al servizio e alla comunione, è un messaggio significativo soprattutto quando viene scoperto attraverso l'incontro con comunità cristiane vive e operose, nelle quali i diversi ministeri efficacemente si esprimono.
Sul piano personale, la proposta del presbiterato trova il clima migliore in occasione di momenti forti di spiritualità (corsi di esercizi, ritiri, tempi di "deserto", esperienze di preghiera, tempi liturgici particolari): lì più facilmente sarà riconosciuto il primato dell'azione del Signore nel cammino individuale dell'uomo e nella vita della stessa comunità cristiana, e potrà essere presa la decisione di affidare la vita all'iniziativa di Dio.

233
Questa esperienza interiore sarà tanto più profonda quanto più attentamente sarà accompagnata da una direzione spirituale che educhi a una libera e consapevole adesione personale al progetto di Dio (cf. SVS 59). L'esercizio di un compito ecclesiale, soprattutto nelle diverse forme legate all'annunzio della Parola, alla liturgia e all'animazione comunitaria, si rivela spesso un'esperienza decisiva per la maturazione delle vocazioni presbiterali.
Da questa dedizione vissuta in forma stabile e generosa, in modi diversi a seconda delle diverse età, si potrà configurare la disponibilità a un ministero che impegna tutta l'esistenza al servizio del popolo di Dio.
Altre iniziative potranno essere pensate e programmate (cf. SVS 60); ma rimane, comunque, decisivo l'impegno della comunità a far risuonare la voce del Signore in modo forte e chiaro e a creare le condizioni nelle quali la chiamata possa trovare ascolto adeguato, "per non esporsi, da un lato, al rischio della sterilità, e dall'altro, al rischio del proselitismo utilitaristico" (SVS 57).

Il graduale discernimento delle vocazioni presbiteriali

234
31. Il chiamato, quando ha avvertito l'iniziativa di Dio che sembra invitarlo al sacerdozio, sente l'esigenza di avviare un cammino spirituale nel quale si possa discernere l'autenticità della chiamata - da parte dell'interessato, della comunità e dei pastori che la guidano - e nello stesso tempo realizzare le condizioni per una risposta libera e generosa.
Esigenze di tipo diverso chiedono d'essere conciliate: quelle della verifica d'un progetto non ancora riconosciuto come autentico nè accettato come definitivo, e quelle di una formazione, che permetta di accogliere il progetto stesso.
Si delinea perciòla necessità di "un itinerario, in cui le decisioni ultime vengano preparate da numerosi momenti intermedi, costituiti dal quotidiano dialogo in cui Dio variamente chiama l'uomo a seguirlo, e questi prende posizione di fronte a lui, disponendosi a chiamate più impegnative e globali" (SVS 47).

235
32. Tale itinerario si propone le seguenti mete, secondo traguardi commisurati alle diverse età e alle diverse condizioni dei chiamati;
- lo sviluppo di una piena e responsabile maturità umana (cf. GS 15-17; OT 2), resa tanto più necessaria da una vocazione nella quale l'umanità del chiamato ha rilevanza evidente quanto all'efficacia e alla stessa credibilità del ministero; soprattutto bisognerà sviluppare e verificare quelle particolari doti che fanno del presbitero un uomo al servizio della comunione e del dialogo (cf. PO 3), e lo rendono capace di vivere serenamente e costruttivamente il celibato (cf. SaC 65);
- l'attuazione progressiva di una sequela di Cristo che conduca a "vivere intimamente uniti a lui, come amici, in tutta la loro vita" (OT 8), fino a essere "discepolo di Cristo in un modo così decisivo, da diventare immagine e segno del modo con cui tutta la Chiesa dipende radicalmente dal suo Signore" (SVS 30); anzi, la virtù della carità, essenziale alla perfezione evangelica, acquisterà progressivamente un'anima apostolica, fino ad assumere i caratteri della carità pastorale propria del presbitero (cf. SVS 34-36);
- la crescente apertura all'impegno nel ministero presbiterale, non solo attraverso la verifica dell'idoneità e della rettitudine dell'intenzione (cf. SVS 47), ma anche attraverso la graduale comprensione di ciòche tale ministero comporta; ne deriverà una positiva attrazione verso di esso e si formeranno motivazioni valide e autentiche, capaci di tradursi in atteggiamenti e scelte coerenti con la vita intrapresa.
Il raggiungimento di queste mete avverrà attraverso un cammino unitario, nel quale "la formazione dell'uomo deve andare di pari passo con quella del cristiano e del futuro sacerdote" (SDV).

236
33. Poiché occorre riconoscere che anche la vocazione presbiterale "si manifesta in vari modi nelle diverse età della vita umana: negli adolescenti, nell'età matura e anche, come è attestato dalla costante esperienza della Chiesa, nei bambini" (RaF 7), è indispensabile rispettare la gradualità con la quale ogni persona giunge a comprendere e ad accogliere il piano di Dio.
Gli educatori e i pastori sappiano scoprire i germi della vocazione, così come si presentano nelle varie età, e diano ad essi il giusto valore.
L'andamento problematico con cui si compie sovente la ricerca vocazionale nel nostro tempo, attraverso la continua riformulazione delle scelte e delle motivazioni (cf. Raf 7), deve convincere che non è sufficiente tener conto della gradualità legata alle diverse età, ma che è necessario fornirsi di una mentalità disponibile a percepire, di volta in volta, i reali momenti spirituali della persona, per offrire tempestivamente occasioni e strumenti adeguati d'orientamento.
Bisognerà quindi prevedere che normalmente, tutte le volte che la personalità appaia disposta e preparata, passi dalle strutture di pastorale giovanile e vocazionale a strutture specifiche (seminario minore), nelle quali l'impegno formativo diventa più organico e pressante
In casi eccezionali si potranno prevedere anche eventuali passaggi inversi per alcune difficoltà personali, riconosciute dagli educatori responsabili: purché sia chiaro che non si sceglie una soluzione meno esigente e generosa, bensì un cammino meglio rispondente alla reale condizione della persona.

237
34. Secondo questa gradualità, sarà possibile e necessario offrire nei singoli momenti di sviluppo della persona, sia la proposta del ministero presbiterale, sia le condizioni che consentono la verifica e la maturazione dell'orientamento vocazionale, non per incanalare le scelte verso una meta predeterminata, ma per sostenere la fedeltà di ognuno alla ricerca e al libero dono di sè.
Già quindi durante l'infanzia diventa possibile creare un ambiente educativo familiare nel quale il bambino, soprattutto attraverso le persone e la vita dei genitori, sperimenti che cosa significhi impostare l'esistenza secondo il piano di Dio (cf. RdC 135).
L'incontro successivo con la comunità cristiana, mediato dal cammino di iniziazione al sacramento dell'eucaristia e dalle altre occasioni di catechesi, lo porterà a scoprire gli altri ruoli nei quali si articola la vita ecclesiale (il prete, il catechista, l'educatore del gruppo ecclesiale, ecc.), a ricercarne il significato e a confrontarsi con essi. Così il ragazzo diventa progressivamente capace di accogliere una proposta vocazionale, che si accompagnerà alla scoperta che egli fa di sè e del mondo e troverà il suo centro focale nella preparazione alla cresima, il sacramento che mette in luce il dono che lo Spirito fa a ciascuno in vista della sua missione nella Chiesa e nel mondo.
In questa età, poiché il ragazzo assimila i valori quando egli stesso fa ed esprime ciòche conosce (cf. RdC 136), la proposta vocazionale nasce più facilmente dall'esperienza del servizio ecclesiale (ministranti, ecc.), ed è favorito dall'appartenenza ad associazioni ecclesiali di formazione e di apostolato (es. Azione cattolica ragazzi, scoutismo cattolico, ecc.).

238
Nel successivo periodo di vita, l'adolescente puòtrovarsi nelle condizioni di rimettere in questione tutte le sue scelte, come conseguenza della ristrutturazione globale che avviene nella sua persona (cf. RdC 137). Così egli vive spesso momenti di insicurezza e inquietudine, nei quali sperimenta una continua oscillazione del suo orientamento vocazionale. D'altra parte, questa esperienza puòessere utile, perché rappresenta la premessa e la condizione per un'ulteriore libertà: dall'essersi posto di fronte ad altre opzioni, intese come reali e possibili per sè, l'adolescente potrà sentirsi libero e sicuro di optare per Cristo nel ministero presbiterale.
E' quindi necessaria per lui una guida educativa paziente e rispettosa, capace di una serena e liberatrice proposta di valori.
In ogni caso i germi di vocazione che si manifestassero, nel ragazzo o nell'adolescente, siano coltivati con sollecitudine, con la scelta del seminario minore o, dove questo non è possibile, con l'inserimento in altri tipi di comunità vocazionali.
Non ha senso, infatti, attendere passivamente che il semplice passare del tempo operi la maturazione sperata: alla proposta della vocazione presbiterale deve far seguito un serio e continuativo impegno per accompagnarne la verifica (cf. SVS 66).

239
35. Nella giovinezza l'orientamento vocazionale puòesprimersi in piena maturità, non perché non siano possibili anche a questa età crisi e ripensamenti, ma perché le condizioni di sviluppo personale, umano e cristiano rendono questo momento di vita adatto alle scelte più totali (cf. RdC 138).
Perciòla proposta vocazionale deve farsi, per questa età, ampia, coraggiosa e stimolante, prendendo le mosse dalla scoperta del valore del Regno e del senso della gloria di Dio, dei bisogni e delle attese dell'uomo e della Chiesa, e dalla volontà di intervenire efficacemente in tutto ciòche rende l'uomo povero e oppresso, affidandosi all'energia di liberazione totale che scaturisce dalla pasqua del Signore.
E' evidente quindi che i giovani più sensibili alla proposta del ministero presbiterale sono quelli già coinvolti nella collaborazione parrocchiale, nei gruppi e nei movimenti ecclesiali di impegno pastorale nel mondo della scuola, del lavoro e in altri settori della vita sociale.

240
L'afflusso al seminario maggiore di giovani studenti delle scuole medie superiori o dell'università e di giovani operai di età corrispondente è un segno della vitalità delle Chiese locali e della buona formazione con cui parrocchie, associazioni e comunità giovanili hanno educato alla vita di fede e all'impegno ecclesiale nell'ambiente secolarizzato e pluralista della scuola e del lavoro.
Giustamente, perciٍ, le vocazioni giovanili sono viste con gioia, anche perché sembrano offrire serie probabilità di perseveranza.
Va ricordato peròche questo non è un risultato automatico e che le maggiori speranze per l'orientamento al ministero presbiterale dipenderanno da alcune condizioni.
Anzitutto la vocazione deve essere maturata in una vera esperienza ecclesiale, fondata sull'ascolto della parola di Dio, sulla vita liturgica, sulla comunione e su uno spirito di servizio e di missione vissuto in sintonia con tutta la Chiesa e nella piena accoglienza di essa. Contemporaneamente è necessario un cammino formativo personale, caratterizzato dalla preghiera, dalla positiva soluzione dei problemi dell'età evolutiva, dal confronto con un prete amico e competente, che aiuti nel giudizio sulle motivazioni della scelta presbiterale e sull'oggettiva attitudine della persona.

241
36. Nel nostro paese non mancano anche adulti che si sentono chiamati al ministero presbiterale.
Le vocazioni adulte differiscono sia da quelle maturate nell'adolescenza, sia da quelle manifestate nella giovinezza, perché si riferiscono a persone di età più matura, con personalità ormai definita, inserite in attività professionali e lavorative, impegnate nella vita ecclesiale, con un orientamento celibatario assunto per positive motivazioni di fede. Sono, cioè, adulti per maturità di fede e di impegno ecclesiale e civile, oltre che per età ed equilibrio.
La comunità cristiana non puòche accogliere come un dono dello Spirito le vocazioni adulte, e cercare metodi e interventi per accompagnare il loro cammino, aiutandole anche a superare le difficoltà e la sensazione di rischio derivanti dalla necessità di lasciare l'ambiente e le attività laicali, per intraprendere l'itinerario della formazione e dell'impegno pastorale.
Tali vocazioni domandano un'attenta opera di discernimento, perché, soprattutto se provengono da un'esperienza ecclesiale meno precisa, possono talora presentare qualche rigidità dovuta al cammino precedente o qualche lacuna nella maturazione personale, che rende insufficienti o inautentiche le motivazioni della scelta.

Parte terza: comunità per il discernimento e l'iniziale formazione delle vocazioni presbiterali.


242
37. Accanto all'azione educativa della famiglia e della parrocchia si colloca l'intervento specifico di una comunità vocazionale, inserita nel tessuto della comunità ecclesiale e del mondo, e insieme capace di alimentare e verificare quei valori che costituiscono una vocazione.
Per tutto l'arco di età che comprende le scuole medie inferiori e superiori, quando i germi di vocazione presbiterale sono sufficientemente riconosciuti dal soggetto e dagli educatori, lo strumento normale per la verifica e la formazione è il seminario minore.
Accanto a esso, e non in alternativa, quanto piuttosto in funzione di esso, potranno essere previste altre forme di gruppi vocazionali per ragazzi e adolescenti, mentre iniziative specifiche dovranno essere costituite per i chiamati giovani e adulti.

La comunità del seminario minore nella Chiesa particolare

243
38. L'incontro con la Parola che chiama avviene normalmente nel vivo contesto della comunità cristiana. Quando peròquesta Parola ha trovato ascolto, nasce l'esigenza di confrontare e promuovere la crescita personale con le severe attese della vocazione.
La verifica ecclesiale e la progressiva iniziazione ai valori e agli atteggiamenti propri del ministero esigono per i candidati condizioni e strumenti formativi che non sono normalmente presenti e possibili nelle comunità cristiane.
Di qui la necessità che coloro i quali considerano seriamente l'ipotesi del presbiterato si inseriscano in una comunità caratterizzata da una forte esperienza di fede e dall'esplicita finalità vocazionale.
Qui, per un congruo tempo, essi saranno affiancati e guidati da preti, ai quali il vescovo ha affidato il compito di discernere autorevolmente la vocazione e di educare in vista delle istanze che essa pone.

244
La scelta di dar vita a queste comunità è provocata anche dalle suggestioni di un mondo secolarizzato, che rende difficile ogni scelta di tipo religioso.
I rischi non sono superabili semplicemente costituendo un ambiente separato e protettivo; occorre piuttosto offrire l'opportunità di vivere in un clima che consenta di sperimentare e valutare comunitariamente i diversi aspetti della realtà umana, con spirito critico e saggezza cristiana, così che si mantenga vigile la libertà.
A causa poi del distacco operatosi fra le generazioni, il mondo degli adulti incontra molte difficoltà a presentare ai giovani modelli che trovino ascolto e approvazione; e questo vale anche per i preti. Appare necessario quindi, soprattutto nell'età dell'adolescenza e della giovinezza, il confronto e l'interscambio fra persone che coltivano lo stesso progetto di vita, perché proprio da questa ricerca comune - guidata dall'ascolto della parola di Dio e dall'insegnamento della Chiesa - potrà configurarsi progressivamente l'immagine dell'ideale perseguito.

245
39. Il seminario minore rappresenta, per tutti questi motivi, l'immagine più adeguata e completa di comunità educativa per il discernimento e l'iniziale formazione delle vocazioni al presbiterato. Al seminario andranno orientate con fiducia e tempestività le vocazioni non appena si verificheranno le condizioni opportune (cf. SVS 66).
Il seminario minore propone un'intensa esperienza di vita comunitaria, capace di valorizzare sapientemente l'apporto della famiglia e della parrocchia con strumenti educativi aggiornati ed efficaci. Sotto la guida degli educatori che hanno ricevuto l'autorevole mandato dal vescovo, la proposta educativa del seminario minore si articola secondo un piano formativo rispondente alle esigenze dello sviluppo personale e dell'orientamento vocazionale. Tale proposta educativa rispetti il principio della gradualità, ma anche solleciti coraggiosamente una generosità ricca di ardore evangelico, in un clima che promuova la libertà e la difenda contro ogni forma di pressione negativa (cf. SVS 64-65).

246
40. L'azione formativa del seminario minore richiede una comunità stabile, tale da permettere un'autentica esperienza di vita comunitaria e una consistenza anche numerica che offra agli alunni una vita ricca di rapporti interpersonali, di espressione degli interessi tipici dell'età, di adeguate occasioni di carattere liturgico e formativo.
Se la scarsità numerica degli alunni non consentisse una fruttuosa vita comunitaria, e non si prevedesse a breve scadenza una situazione migliore, il vescovo potrà provvedere diversamente alla cura delle vocazioni dei ragazzi e degli adolescenti: o con gruppi vocazionali esterni (cf. nn. 78-81), che potrebbero costituire una valida premessa alla riapertura del seminario minore; oppure accordandosi coi vescovi confinanti per l'apertura di un seminario interdiocesano, e garantendo i necessari rapporti con le famiglie e con l'ambiente di origine.

247
41. La comunità del seminario minore è a pieno titolo un'espressione della vita della Chiesa particolare: assume le connotazioni tipiche di ogni comunità cristiana, ha il suo elemento unificante specifico nell'impegno a seguire Cristo in vista del sacerdozio, si presenta con un suo progetto educativo, di cui il primo responsabile è il vescovo. Il seminario minore dovrà essere guidato tenendo presenti le mete e i criteri sopra indicati, senza dimenticare quella gradualità della formazione, da una parte richiesta dall'ampio arco di tempo in cui esso opera, e dall'altra suggerita dalla necessità di precisare progressivamente l'azione pedagogica per il passaggio al seminario maggiore. Se il primo aspetto domanda agli educatori una sapiente capacità di adattamento alle diverse età ed esigenze dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani, il secondo fa sì che il passaggio al seminario maggiore avvenga senza introdurre nella vita del giovane "salti" innaturali (cf. SVS 64-66).

248
42. Poiché finalità specifica del seminario minore è il riconoscimento dei germi di vocazione presbiterale, le condizioni richieste per l'inserimento e la permanenza di un alunno si riassumono nel raggiungimento del grado di maturità umano-cristiana e di apertura al presbiterato corrispondenti alle esigenze e alle possibilità dell'età.
L'accoglienza della prospettiva presbiterale, nelle forme consentite alle diverse età (cf. RaF 13), caratterizza fondamentalmente l'adesione al seminario minore. Questo atteggiamento, infatti, pur senza garanzie definitive e premature e in presenza di motivazioni ancora insufficienti, va attentamente valorizzato dagli educatori, in quanto esso puòcostituire il punto di partenza per la proposta dei valori e la verifica delle attitudini esigite dall'orientamento vocazionale.
Per questo, per il ragazzo che comincia la scuola media inferiore, oltre alla presenza di condizioni personali oggettive (ambiente familiare, profitto scolastico, impegno in parrocchia, vita sacramentale, rapporti con i coetanei), bisognerà anche constatare che vi sia in lui una reale propensione: che conosca, cioè, la finalità vocazionale del seminario, desideri spontaneamente di far parte della comunità seminaristica e accetti il rapporto educativo.
Negli anni successivi è necessario che si rivelino positivamente le qualità personali (bontà d'animo, lealtà, equilibrio, impegno, socialità, pietà, ecc.) e che rimanga sincero e vivo l'orientamento al presbiterato.
Per la grande importanza che assume in questa età il "clima" che si crea tra i coetanei, è indispensabile alla finalità stessa del seminario che tale orientamento goda tra i seminaristi buona accoglienza, stima e interesse: perciٍ, la permanenza nella comunità di chi rifiutasse di fatto la proposta e la finalità del seminario risulta inopportuna per la persona e per la stessa comunità (cf. OT 3).
Quanto all'adolescente dei primi anni delle scuole superiori, si comprendano pazientemente le oscillazioni che accompagnano il formarsi del suo progetto di vita, purché la scelta presbiterale sia da lui presa in seria considerazione e rappresenti un autentico interesse.
Durante gli ultimi anni delle scuole superiori invece occorre constatare l'esistenza di una scelta che si profila con una certa sicurezza e viene autenticata dalle esperienze della vita e da motivazioni valide.
Non è segno positivo la permanenza in questa età di situazioni psicologiche di incertezza tali da rivelare seria labilità interiore. Si badi sempre, poi, che l'ambiente familiare sia sano per rettitudine morale e onestà di intenzioni, e che non esistano controindicazioni psichiche.

249
43. Il seminario minore sollecita una collaborazione attiva e complementare al proprio progetto educativo presso le rispettive famiglie e parrocchie dei seminaristi. Si trovino le forme più adatte - anche istituendo organismi di partecipazione: consigli di genitori, raduni di sacerdoti delle parrocchie di provenienza, ecc. - per riflettere insieme sull'impostazione educativa del seminario minore in relazione alle sue finalità, così che gli educatori, ai quali il vescovo ha affidato la conduzione della comunità, possano prendere decisioni con maggiore consapevolezza e dopo un opportuno confronto.
Gli educatori del seminario minore, inoltre, diano vita a un'azione pastorale nei confronti delle famiglie e delle parrocchie, per renderle sensibili e preparate alla cura delle vocazioni (cf. RaF 12).

250
44. Pur nel rispetto della distinzione di competenze sopra ricordate, la corresponsabilità delle tre componenti educative (famiglia, parrocchia, seminario) si esprime soprattutto quando si tratta di decidere l'inserimento del ragazzo o quando emergessero particolari difficoltà per la sua crescita umana e cristiana (cf. RaF 11). Inoltre, incontri periodici di valutazione sono di grande aiuto agli educatori e si traducono in utilità degli alunni, perché contribuiscono a far sì che essi siano meglio conosciuti e permettono di compiere tempestivamente le scelte adatte.
La valutazione del soggetto dev'essere globale, così da includere tutta la sua persona e tutta la sua storia, e sia condotta in modo da coinvolgere anche l'interessato, secondo che l'età lo consenta, nella ricerca che lo riguarda.
Il giudizio che ne deriva - al quale puòconcorrere utilmente anche l'apporto delle scienze psicodiagnostiche (cf. RaF 30) - suppone il rispetto dei tempi personali di maturazione e la valutazione prudente dei possibili recuperi, e richiede un intervento pronto e discreto, specialmente quando si verificassero situazioni psichiche particolari o ci fosse il rischio di qualche danno alla comunità.

251
45. Come ogni comunità umana e cristiana, anche il seminario minore riconosce in sè la presenza di membri deboli, incerti o meno dotati e intraprendenti.
La carità educativa della comunità si prodiga anzitutto a favore di questi membri, disposta a capire e ad aiutare (cf. Lc 13, 8-9), pronta a misurare il passo anche sulle esigenze dei più deboli, quando la loro intenzione sia retta e il loro comportamento leale.
Qualora, per libera decisione degli interessati o in seguito al discernimento operato dagli educatori, l'orientamento al presbiterato risultasse un'ipotesi abbandonata, i ragazzi o gli adolescenti siano "tempestivamente e paternamente indirizzati verso altre professioni e aiutati a dedicarsi con ardore all'apostolato laicale, nella consapevolezza della loro vocazione cristiana" (OT 6).
E' buona cosa che i rapporti di amicizia tra la comunità e questi giovani rimangano, per quanto è possibile, stabili. Ciòcontribuisce a rinsaldare i vincoli tra il seminario minore e la Chiesa locale e puòoffrire nuovi strumenti alla pastorale delle vocazioni.

252
46. Perché la famiglia e la parrocchia possano rispondere al loro compito educativo, sia assicurato un collegamento abituale degli alunni del seminario con queste altre comunità (cf. RaF 12).
I modi e la frequenza del rientro in famiglia e in parrocchia non sono valutabili puramente in termini quantitativi, ma devono essere scelti in modo tale da consentire a ogni comunità di dare, in consonanza con l'opera educativa del seminario, il proprio contributo.
Durante le scuole medie puòessere particolarmente significativo un rientro più frequente in famiglia, della quale il ragazzo ha un grande bisogno per una crescita armoniosa. In parrocchia egli assicurerà quei servizi e quei modi di presenza che sono caratteristici dei suoi coetanei (ministrante, piccolo cantore, membro delle associazioni cattoliche dei ragazzi, ecc.).
Nel corso delle scuole medie superiori il rientro in famiglia sarà prevalentemente orientato all'impegno apostolico nella parrocchia, assumendo secondo le capacità degli alunni quei compiti di servizio e di testimonianza, che sono condivisi dai loro coetanei (catechesi, liturgia, animazione di gruppi giovanili e di ragazzi, ecc.).
In questo periodo, gli educatori del seminario potranno utilmente proporre agli alunni anche l'esercizio di servizi pastorali in parrocchie e ambienti diversi da quelli di origine, favorendo così un più ricco campo di esperienza: essi rimangano i responsabili della conduzione e della verifica di tali esperienze.

253
47. L'apporto educativo della famiglia e della parrocchia assume particolare rilievo durante i periodi prolungati di vacanza (come nei mesi estivi), quando, venendo a mancare il normale aiuto della comunità seminaristica, le esigenze formative non mutano e richiedono, anzi, un approfondimento ulteriore in vista di una testimonianza, in contesti diversi, della fede e della vocazione.
Il seminario minore, da parte sua, potrà garantire la continuità dell'educazione attraverso momenti di vita comunitaria e periodici incontri di riflessione e di preghiera, che sostengano e verifichino la fedeltà agli impegni.

254
48. Il seminario minore non si limita al rapporto con le famiglie e con le parrocchie degli alunni, ma dialoga con tutta la diocesi, "alla quale deve essere prudentemente aperto e nella quale deve essere vitalmente inserito, perché non solo possa attirare la generosa cooperazione dei fedeli e del clero, ma anche, come fulcro della pastorale vocazionale, possa esercitare un benefico ed efficace influsso sulla gioventù, e contribuire al suo progresso spirituale" (RaF 12).
E' vero infatti che il principale servizio del seminario minore è la testimonianza offerta da un gruppo di ragazzi e di adolescenti, che si sforzano di vivere insieme la loro ricerca vocazionale. La testimonianza del seminario peròsarà più efficace e comprensibile se, nei limiti consentiti dalle esigenze della vita comune, saprà aprirsi all'accoglienza di altri ragazzi e adolescenti, singolarmente o in gruppo, per condividere in alcuni momenti e in particolari occasioni la gioia e la fatica del seguire il Signore. Il seminario minore puòdare un contributo originale e incisivo alla pastorale giovanile, soprattutto nella dimensione vocazionale.
Potrà anche giovare l'inserimento dei preti educatori in particolari settori della pastorale diocesana (catechesi, famiglia, giovani, ecc.), dove terranno vivi l'interesse e la preoccupazione per le vocazioni presbiterali.

La comunità degli educatori del seminario minore

255
49. La comunità degli educatori del seminario minore, specificamente preparati al loro servizio, riceve dal vescovo il mandato di curare le finalità vocazionali proprie di questa comunità.
Il loro atteggiamento pedagogico riconosce gli alunni come soggetti responsabili, in dialogo con Dio, della propria crescita umana, cristiana e vocazionale. La loro azione, perciٍ, si traduce in un accompagnamento cordiale e rispettoso di questa crescita: esso si manifesta attraverso una graduale proposta di valori vocazionali e la valutazione del loro sviluppo e della loro autenticità. Per le particolari condizioni e per l'età dei soggetti ai quali è rivolto il loro servizio, gli educatori del seminario minore nutrono la loro azione di pazienza e di fiducia negli alunni e nello Spirito: si chiede loro di proporre e di stimolare piuttosto che pretendere, di seminare con abbondanza senza essere impazienti della messe (cf. Mc 4,26-29), consapevoli peròche solo una pedagogia esigente e non incerta e timida puòcontribuire alla crescita di personalità forti e generose.
Agli educatori potrà essere richiesta, quindi, anche quella fermezza che testimonia e difende i limiti imposti dalle stesse esigenze della vita e di uno sviluppo armonico, nonostante le resistenze e le incomprensioni che questo servizio puòcomportare.

256
50. Il gruppo degli educatori del seminario minore, composto di sacerdoti, puòavvalersi, secondo le esigenze, della collaborazione di altre persone anche femminili.
Sul piano della testimonianza cristiana e sacerdotale e della competenza professionale, essi sono impegnati a dare esempio di dedizione e di fedeltà al proprio servizio.

257
51. Nel gruppo degli educatori un ruolo essenziale è svolto dai preti che il vescovo incarica della guida e del servizio alla comunità del seminario minore. Essi sono chiamati a tradurre in concreto la sollecitudine pedagogica del vescovo anzitutto attraverso la testimonianza della loro vita sacerdotale, e poi coltivando e sviluppando i segni di vocazione presenti negli alunni con proposte graduali e progressive, insieme prudenti e coraggiose. Appare pedagogicamente illuminato favorire un incontro differenziato dei seminaristi con i diversi educatori della comunità. Le competenze specifiche che riguardano i diversi ministeri all'interno della comunità (rettore, direttore spirituale, vicerettore, animatori, insegnanti, ecc.) si desumono, con i dovuti adattamenti, da ciòche è detto per il seminario maggiore (cf. nn. 100-101 e 107-108; in particolare: per il rettore n. 102, per il direttore spirituale n. 103, per gli animatori n. 104). Tali ministeri siano esercitati in un clima corresponsabile e fraterno (cf. PO 8), in modo che la loro distinzione non metta in difficoltà la necessaria unità della formazione, e anzi concorra ad una più articolata ricchezza della proposta educativa.
L'alunno del seminario educherà la propria libertà a confrontarsi con ciascuno degli educatori, proprio per quel ministero particolare per il quale il vescovo li ha scelti ed essi si sono specificamente preparati. Si evita così il rischio dell'evasione e del soggettivismo da parte dell'alunno, e la tentazione di monopolizzare il rapporto educativo, esaurendolo in tutte le sue dimensioni, da parte del singolo educatore.

La formazione spirituale nel seminario minore

258
52. Chi si incammina, anche da lontano, sulla via del ministero presbiterale, riceve la grazia di una partecipazione sempre più profonda all'esperienza del discepolo che decide di seguire Gesù, di fare di lui l'unica ragione di vita, il vero modello di umanità da imitare, il salvatore con cui comunicare e di cui assumere l'amore appassionato per gli uomini.
I vari aspetti della proposta educativa del seminario non hanno altro scopo che permettere a questa grazia iniziale di svilupparsi pienamente, secondo la misura donata a ciascuno.
Sarà necessario che il cuore del futuro sacerdote si liberi da tutto ciòche nella sua natura e nelle sue abitudini potrebbe costituire un ostacolo al progresso dell'amore di Cristo. Sarà necessario che tutte le risorse del suo essere siano impiegate per diventare strumenti adatti a tale fine [Gesù Cristo deve essere posto al centro della vita del chiamato]:

259
- "Cristo conosciuto, cercato, amato sempre più attraverso gli studi, i sacrifici personali, le vittorie su se stesso, nella lenta conquista delle virtù della giustizia, della fortezza, della temperanza, della prudenza;
- Cristo contemplato con molta pazienza e fervida tenacia, perché a poco a poco, secondo la mirabile immagine di s. Paolo (cf. 2 Cor 3,18), il volto stesso di lui si imprima nel volto del credente;
- Cristo continuamente offerto al Padre per la salvezza del mondo nel mistero di cui il sacerdote sarà, in primo luogo, il ministro; - Cristo, di cui non si puònon parlare, e il cui regno nella forza dello Spirito santo e per la gloria del Padre è divenuto l'impegno costante e la ragione unica di un'esistenza" (FSS).

260
Un amore filiale - tenero e forte insieme - per la vergine Maria, che Gesù, dalla croce, ci ha dato come madre, si rivela elemento indispensabile di questa centralità e stimolo efficacissimo alla sua radicazione nell'animo del credente.
Maria svolge una particolare funzione materna nei confronti di coloro che sono chiamati a prendere parte alla missione degli apostoli: per essi è modello di docilità alla vocazione, di pieno affidamento a Dio anche nel momento dell'esitazione e dell'oscurità, di dignitoso coraggio nella partecipazione al sacrificio redentore di Gesù, di sollecitudine delicata e continua, con la quale "si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata" (LG 62).

261
53. Nell'ambito generale della vita del seminario, per un'adeguata esperienza della sequela di Cristo, viene riconosciuto un ruolo essenziale e primario a quel complesso di interventi educativi e di momenti di vita individuale e comunitaria, che si usa chiamare la formazione spirituale.
Invitando con sapiente progressività a un cammino sempre più generoso di ascolto della Parola, nel fecondo silenzio dell'interiorità, di reale partecipazione all'evento pasquale e di severa e liberante ascesi di conversione, e adattando tempi e modi espressivi alle diverse età degli alunni, il seminario farà maturare in loro, con l'amore personale per Gesù, anche una progressiva capacità di verifica e di scelta vocazionale.
L'alunno del seminario dovrà trovare anzitutto nell'ambiente in cui vive e nella comunità di cui è membro un costante invito all'ascolto di Dio nella sua parola, che chiama alla risposta di fede e ispira le scelte di vita. Condizione indispensabile di questo ascolto è un clima di silenzio interiore che richiede - e a sua volta provoca - anche la difficile ma preziosa abitudine al silenzio esterno.
Il clima generale e lo stile di vita della comunità seminaristica propone ed esige, seppur gradualmente, fin dai primi anni un'educazione al silenzio e all'interiorità, che si rivela sempre più necessaria per sostenere la vita spirituale anche dell'adulto.
Dovranno essere precisati momenti e luoghi in cui l'invito al raccoglimento e l'attitudine all'ascolto diventano più urgenti, soprattutto in vista delle occasioni quotidiane di preghiera e di quelle mensili o annuali, come i ritiri e gli esercizi.
Se l'alunno impara ad amare il silenzio, diverrà capace di ascoltare la Parola, di incontrarsi con Cristo riconoscendolo come maestro e amico, di accogliere la voce dello Spirito che, nella comunione ecclesiale, lo conduce alla scoperta sempre più chiara della volontà del Padre e lo sostiene nella generosa risposta alla sua chiamata.

262
54. La capacità di sostenere un dialogo vitale con Gesù è garantita da un'educazione alla preghiera personale. L'alunno troverà nell'accoglienza interiore del dono dello Spirito che prega in noi, e nella convinzione del valore assoluto del rapporto con il Padre e della dedizione incondizionata che esso richiede, il fondamento dell'esperienza di preghiera individuale e comunitaria, liturgica e non, che il seminario propone.
Senza questa assimilazione personale del valore e senza la conseguente partecipazione convinta e motivata, la preghiera rischia di rimanere gesto esteriore e abitudine mal sopportata.
Il seminario minore dovrà essere, in questo senso, scuola di preghiera evangelica, che si nutre continuamente al contatto vivo con Cristo.
Una volta assicurato il fondamento dell'orazione nella grazia dello Spirito, non si temerà di accettare la fatica e le ricorrenti delusioni e aridità, adottando umilmente un metodo, seguendone con costanza l'attuazione pratica, liberandosi progressivamente da una ricerca soggettiva e incostante di emozioni, per concentrarsi sempre più sull'oggettiva ed esigente ricerca del volto di Dio (cf. FSS).

263
55. Il seminario minore favorirà una partecipazione sempre più profonda e completa alla preghiera della Chiesa, che significa e realizza efficacemente l'azione salvifica di Cristo.
Un'adeguata educazione liturgica comporta una catechesi accurata che insegni a comprendere il contenuto e il linguaggio della liturgia, specialmente a penetrare la ricchezza delle espressioni bibliche e a cogliere il valore dei segni liturgici, con i quali Dio si rivela e si comunica.
Soprattutto al linguaggio dei segni deve prestare attenzione la pedagogia liturgica nel seminario minore. Essi, infatti, rispondono assai bene al bisogno di concretezza dei ragazzi e dei giovani, ancora attratti dagli aspetti sensibili, e vanno incontro alla loro esigenza di esprimersi per mezzo del gesto, del canto, della musica strumentale e dell'azione comunitaria. Bisogna aver cura peròdi valorizzare i segni semplici ed espressivi della liturgia, senza ricorrere a un'esagerazione di gesti e di cose che disperdono l'attenzione a un livello superficiale.

264
La celebrazione quotidiana dell'eucaristia, centro vitale della liturgia, riunendo attorno alla stessa mensa della parola e del corpo del Signore tutta la comunità del seminario, offre l'occasione di riscoprire continuamente la volontà del Padre, di rinnovare la propria adesione a Cristo e di ritrovare la propria unità.
Si renda animata e vivace la liturgia con uno sforzo sempre rinnovato di catechesi e di iniziazione e con quegli opportuni accorgimenti previsti dalle apposite istruzioni, che permettono di adattare meglio la celebrazione alle caratteristiche della singola comunità, all'età dei suoi membri e alle varie circostanze della vita del seminario, evitando ogni forma di arbitrio e di abuso (cf. FSS). Una graduale introduzione alla Liturgia delle ore - soprattutto alle lodi e ai vespri -, alla comprensione dell'anno liturgico e alla celebrazione comunitaria dei sacramenti potrà utilmente arricchire il quadro di questa educazione a partecipare alla preghiera della Chiesa.

265 v 56. Anche altre occasioni - individuali e comunitarie - di incontro e di dialogo con Cristo devono essere esposte e valorizzate per la crescita spirituale degli alunni del seminario minore.
I vari momenti di preghiera previsti e "raccomandati dalla veneranda tradizione della Chiesa" (OT 8) (meditazione, lettura spirituale, colloquio eucaristico, rosario, via crucis, esame di coscienza) offrono uno stimolo concreto e insieme un'occasione di verifica in questo cammino di preghiera. Essi dovranno essere rinnovati e vivificati con un maggior riferimento biblico e liturgico.
E' molto utile per una crescita armonica della vita spirituale che l'alunno sia guidato attraverso diversi metodi di preghiera, proponendo l'esperienza dei santi e delle varie scuole spirituali, e che sia aiutato a esprimere il proprio dialogo con Dio in modo adeguato all'età.
Lo sviluppo del sentimento religioso e della pietà avviene in armonia con l'evolversi della crescita umana, secondo una progressiva e articolata evoluzione di metodi e di forme espressive.
Il seminario minore, tenendo presente tutto questo, e adattandolo alle diverse fasi evolutive, conduce l'alunno alla progressiva elaborazione di quello stile personale di preghiera e di quell'intima familiarità con l'inesauribile mistero di Dio, che troveranno poi nel seminario maggiore la loro evoluzione più matura e che sono fonte e fondamento indispensabili della carità pastorale.

266
57. La formazione spirituale raggiunge il suo scopo, e la preghiera la sua efficacia, solo se riesce a trasformare gradualmente la vita quotidiana, uniformandola in modo sempre più coerente alla volontà del Padre, e conferendole così una profonda unità. Si richiami e si verifichi costantemente il rapporto tra la preghiera e la vita, tra i riti e ciòche essi significano.
In questa prospettiva è necessario aiutare l'alunno a scoprire negli impegni di ogni giorno - scuola, studio, vita regolata da un orario, rapporti di servizio vicendevole -, soprattutto se pesanti e monotoni, un'occasione concreta per esprimere il proprio amore e la propria fedeltà a Dio. Egli si abituerà così a non ritirarsi di fronte al sacrificio, ma imparerà a scoprirne tutto il significato spirituale e ad affrontarlo con serenità. L'alunno dovrà inoltre essere aiutato ad inserirsi volentieri nella vita comunitaria con un atteggiamento di cordialità sincera e di umile disponibilità, imparando a vedere il Signore nel fratello da servire.
Di qui traggono alimento e qui si esprimono quotidianamente anche il lavoro da compiere sul proprio temperamento e la tensione costante verso la maturità umana e cristiana, fino alla scelta di seguire Cristo povero, vergine e obbediente.
Anche qualche forma di apostolato fuori dal seminario potrà esercitare e verificare la capacità di servire nell'amore, insegnando a viverla con respiro universale e ad aprirsi alla Chiesa e al mondo con animo veramente missionario.

267
58. Il seminario minore non ignorerà l'aspetto ascetico e penitenziale del cammino del discepolo di Gesù: il cristiano è chiamato a una continua conversione e deve portare ogni giorno la sua croce dietro a Cristo.
Il sacramento della penitenza - che, secondo l'opportunità, sarà celebrato qualche volta anche comunitariamente - è il centro di un'ampia educazione alla vita disciplinata e austera, all'obbedienza, alla comprensione, all'umile accettazione dei limiti e delle rinunzie che consentono la faticosa liberazione dall'egoismo, la salvaguardia del cuore, l'acquisto della perla preziosa e del tesoro nascosto della vita nuova in Cristo risorto.
Colui che sta verificando la chiamata a seguire Cristo buon pastore, deve imparare ad assumere, nella libertà interiore, i sacrifici necessari per amare in modo adulto, e deve rendersi capace di "osservare una disciplina personale intelligente e leale" (FSS).

268
59. Della crescita spirituale degli alunni, nella quale sono coinvolti tutti gli educatori del seminario minore, e principalmente il rettore, è responsabile specificamente il direttore spirituale, il quale provvede sia ad animare la vita di preghiera e la catechesi della comunità (predicazione, cura delle celebrazioni), sia a seguire personalmente ogni seminarista nella sua maturazione cristiana e vocazionale.
Egli dev'essere persona veramente disponibile al dialogo, capace di comprendere i problemi degli alunni e dotato di un sapiente discernimento spirituale.
Gli incontri periodici che avrà con ciascun alunno, ad esempio la riconciliazione frequente - almeno quindicinale - (per la quale saranno sempre disponibili anche altri confessori) e il colloquio spirituale, gli offriranno l'occasione per dare indicazioni e suggerimenti, per incoraggiare e stimolare, e infine per verificare il cammino cristiano e vocazionale di ciascuno, manifestandogli il proprio parere autorevole e aiutandolo a compiere responsabilmente le proprie scelte.

La formazione culturale nel seminario minore

269
60. La formazione culturale avviene attraverso molteplici attività e momenti, che non si esauriscono nella sola scuola propriamente detta.
Tuttavia, la scuola concorre in modo primario alla preparazione culturale, e il seminario deve offrire anche questo servizio in maniera altamente qualificata.
La scuola del seminario assume una sua connotazione specifica, in quanto contribuisce a orientare la vocazione dei futuri presbiteri e si trova inserita in un'istituzione che è in rapporto speciale con il vescovo e con la comunità diocesana.
Poiché questa scuola è collegata con tutta la vita e gli scopi del seminario, essa non solo ne terrà presenti le finalità vocazionali, ma si svilupperà continuamente in armonia con esse.
Questo comporta per gli alunni la necessità di vivere in maniera profondamente unitaria le diverse richieste scolastiche, culturali, comunitarie, apostoliche e spirituali del seminario. Non solo: essi si sforzeranno di conoscere e apprezzare il valore altamente formativo della scuola, in vista della propria futura missione ministeriale, cercando di cogliere specialmente quei contenuti umanistici di tante espressioni della vita, che li avvieranno a comprendere con sapiente finezza le ansie e i problemi dell'uomo: "Lo stesso accostamento delle letterature, della storia, delle scienze, deve costituire una via per un'approfondita conoscenza dell'uomo, delle sue condizioni, delle sue istanze, del suo mistero" (SVS 80). Lo studio appassionato e critico dei classici antichi e moderni, un'intelligente preparazione filologica, e una buona sensibilità verso i problemi del linguaggio, preparano a un accostamento adeguato e vivace delle discipline teologiche.
Ma anche lo studio delle materie scientifiche e tecniche introduce a comprendere molteplici aspetti della cultura contemporanea, e offre ai futuri presbiteri la possibilità di dialogare con gli uomini formati a questa mentalità.
La scuola del seminario, senza nulla perdere in serietà e in scientificità, trovi nella prospettiva cristiana la sua animazione profonda - che non deve essere limitata alle lezioni di religione - così che il momento scolastico riveli il suo tipico apporto alla crescita cristiana e vocazionale.
In questo modo la scuola del seminario si configurerà come scuola veramente completa, capace di educare a un'autentica maturità.

270
61. La costituzione di una scuola interna al seminario è evidentemente la migliore condizione per poter raggiungere gli scopi suddetti.
Essa, senza diventare unidirezionale, verificherà gli orientamenti degli alunni e li preparerà ad affrontare i futuri impegni in maniera responsabile e libera. Dovrà qualificarsi per le sue capacità promozionali nei confronti di tutti gli studenti, anche di quelli meno dotati, e per i suoi obiettivi culturali, seri e aperti alle istanze del mondo contemporaneo.

271
62. In questa prospettiva, la scuola si presenta come uno degli impegni fondamentali della comunità del seminario minore e si configura come un caso particolare di "scuola cattolica". Pertanto, vale anche per la scuola del seminario ciòche la Congregazione per l'educazione cattolica ha affermato per la scuola cattolica in genere, quando precisa che "se non è scuola e della scuola non riproduce gli elementi caratterizzanti, non puòessere scuola cattolica" (SCat 25), e quando definisce la scuola come "luogo di formazione integrale attraverso l'assimilazione sistematica e critica della cultura. La scuola infatti è luogo privilegiato di promozione integrale mediante l'incontro vivo e vitale col patrimonio culturale" (SCat 26).
Per essere fedele alla sua funzione, la scuola del seminario dovrà avere un proprio e caratteristico progetto educativo, contrassegnato dalla serietà dell'impostazione culturale, e dall'impegno di fare sintesi tra fede e cultura e tra fede e vita (cf. SCat 33-59).
Essa non avrebbe alcun senso, infatti, se si limitasse a ripetere contenuti e metodi della scuola statale, senza sviluppare in modo creativo tutte le occasioni didattiche e programmatiche dalle quali puòattingere progressivamente una propria identità originale.

272
63. Per questo scopo i docenti, soprattutto all'inizio di ogni anno scolastico, programmino il lavoro culturale anche in maniera interdisciplinare, individuando particolari problemi, contenuti e momenti del processo storico, che maggiormente si prestano per un'attività unitaria.
Nello stesso tempo la scuola del seminario dovrà articolarsi in forme capaci di garantire titoli di studio validi anche di fronte alla società civile (cf. OT 3; RaF 16), per assicurare agli studenti, da un lato, una piena parità e una capacità di dialogo nei confronti dei loro coetanei, e, dall'altro, una maggiore libertà nell'orientamento vocazionale.
Circa la scelta del tipo di studi, è naturale che il seminario, anche in vista degli studi teologici successivi, preferisca quegli indirizzi che conservano il più possibile i tradizionali contenuti umanistici e filosofici, o che comunque siano in grado di abilitare alla comprensione e all'impegno nei confronti della realtà dell'uomo.
Ha tuttora una grande validità, salvo casi da prendersi in considerazione singolarmente, lo studio dell'umanesimo classico, per il suo tipo di cultura che, tra l'altro, facilita l'accostamento delle discipline, delle problematiche e delle fonti teologiche (cf. RaF 16; ulteriori precisazioni potranno essere elaborate nella futura Ratio studiorum dei seminari).

273
64. La scuola del seminario si caratterizza non soltanto per i suoi programmi, i suoi indirizzi e la serietà del suo svolgimento, ma trova la sua anima profonda soprattutto nell'opera qualificata e convinta che gli insegnanti compiono durante le ore di lezione e anche al di fuori dell'orario strettamente scolastico.
Sarà cura particolare dei responsabili scegliere dei docenti capaci di offrire con la loro personalità una testimonianza vivente di grande maturità umana, culturale e cristiana. Agli insegnanti è affidato il compito difficile ma essenziale di formare al gusto per la ricerca della verità, per le espressioni più alte dell'ingegno umano e per il dialogo con le culture contemporanee.
Se poi gli insegnanti sono presbiteri, essi sentano di poter svolgere la loro missione evangelizzatrice anche in questa delicata funzione educativo-pastorale. Sono chiamati, infatti, a dedicarsi con passione e generosità al proprio incarico di insegnamento non solo con la necessaria competenza professionale, ma anche con quella sensibilità sacerdotale, che li rende attenti agli aspetti presbiterali della vocazione degli alunni.

274
65. Quando un singolo seminario o diversi seminari vicini non fossero in grado di gestire in proprio una scuola interna, allora si consideri l'opportunità di inviare gli alunni presso una scuola cattolica adatta. Che se anche questa ipotesi non si rivelasse possibile od opportuna, nasce l'esigenza dell'accesso alla scuola statale.
In questo caso, tenendo presente l'eventualità negativa di emergenze ideologiche egemonizzanti o tra loro in forte contrasto dialettico, sarà indispensabile che si provveda ad assicurare a tale scelta un'efficacia educativa.
Si tratta non solo di fornire le necessarie integrazioni sul piano scolastico, in modo da assicurare l'opportuna base culturale allo studio filosofico-teologico, ma anche di valorizzare l'apporto della scuola statale alla luce di una chiara prospettiva cristiana e vocazionale. A questo scopo, il seminario metta a disposizione educatori capaci di dialogare sistematicamente con gli alunni sul piano propriamente culturale.

Valori ed esperienze educative nella vita comunitaria


275
66. La vita comunitaria del seminario minore ha lo scopo di aiutare gli alunni a seguire Cristo, amico e Signore, e a imitarlo come modello non solo di ubbidienza e di intimità col Padre, ma anche di quella pienezza di umanità alla quale il ragazzo e l'adolescente aspirano. In tal modo, tutte le qualità e le virtù, cui il seminario cerca di educare, saranno colte dai seminaristi nell'unità della proposta di fede. La libertà, l'apertura agli altri, l'oblatività, l'affettività, la lealtà, la rettitudine e tutti gli atteggiamenti belli e nobili dello spirito saranno percepiti come espressione dell'uomo nuovo che Cristo chiama e aiuta ad essere, in vista dell'ipotesi, generosamente prospettata, di assumere la carità pastorale come forma di vita.

276
67. Una vita comunitaria ben ordinata deve favorire la crescita di quella maturità umana tanto raccomandata dal concilio a tutti i cristiani e ai presbiteri. Il seminario minore dovrà creare un clima comunitario sereno, ma anche esigente, in grado di educare "alla generosità senza riserve, alla capacità di essere responsabili, alla difficile arte di comporre la sincerità e la saggezza, l'onestà e la prudenza, la tolleranza e la chiarezza" (SVS 71; cf. PO 3).
L'esercizio di queste virtù e l'esempio che ne offrono gli educatori porteranno l'alunno a quella maturità umana, che oggi soprattutto è indispensabile per meglio testimoniare il Vangelo di Cristo e per dialogare con i credenti.

277
68. Poiché l'educazione alla libertà è una componente fondamentale della personalità veramente matura, il seminario minore deve farsi carico di questo difficile impegno pedagogico, proponendo gli ideali che sorreggono le scelte, aiutando le volontà più fragili con opportuni interventi e offrendo un clima adeguatamente responsabile.
La vita comunitaria assicuri, perciٍ, quello spazio nel quale gli alunni siano messi in condizione di prendere l'iniziativa della loro vita, in misura corrispondente all'età e senza compromettere le giuste esigenze di una regolare vita di comunità.
Essi vengono così aiutati a capire che "la disciplina nella vita di seminario deve considerarsi non solo come sostegno della vita comune e della carità, ma anche come un elemento integrativo di tutta la formazione, necessario per acquistare il dominio di sè, per assicurare il pieno sviluppo della personalità" (OT 11).
L'educazione alla libertà autentica, inoltre, libera dai pericoli del conformismo e dell'appiattimento che insidiano la convivenza quotidiana.
Perciòè compito dell'educatore fare costantemente appello alla coscienza, illuminandola con motivazioni che vengono anche dalla fede, dalla coerenza al battesimo e dall'amore a Cristo, il quale proprio con l'obbedienza ha attuato il disegno di salvezza del Padre.
Un grande aiuto per l'educazione alla libertà è la graduale partecipazione alle scelte concernenti la vita comunitaria.

278
69. Perché raggiunga l'opportuno grado di responsabilità, colui che è in via di formazione ha bisogno di un ambiente che gli consenta effettivamente una "congrua esperienza delle cose umane" (OT 3), in forme consone alle varie età.
Poiché questo bisogno di esperienza personale è importante per ogni processo educativo, i ragazzi e gli adolescenti devono essere messi in grado di poterlo soddisfare in modo autentico, soprattutto nei settori più vitali: la conoscenza di sè, l'autogoverno, i rapporti umani, i valori socio-culturali e spirituali.
Il seminario minore ha il compito di proporre in maniera ordinata esperienze costruttive diverse, aiutando gli alunni a cogliere in esse tutti gli elementi di crescita. La saggezza degli educatori saprà distinguere quali esperienze siano utili ai fini di una valida educazione e quali, invece, siano da rifiutare come inutili, mortificanti o deleterie.

279
70. Uno strumento efficace per ampliare l'esperienza personale è offerto dai mezzi di comunicazione sociale, i quali consentono l'accostamento tempestivo ai problemi e alle situazioni.
L'efficacia positiva di questi strumenti è legata a un uso disciplinato nella scelta e critico nella valutazione, per cui gli alunni cercano di approfondire le cose viste, udite, lette, ne discutono con i loro educatori e con persone competenti e imparano a formulare un giudizio retto (cf. IM 10). "Si tratta non solo di limitare i danni di uno strumento che puòessere pericoloso, ma di educare uomini adatti a vivere responsabilmente nella concretezza della realtà quotidiana" (FCS 89). Un uso pedagogicamente attento di questi strumenti esige, quindi, che si tenga conto della maturità dei soggetti e che non si conceda spazio soltanto all'evasione, e richiede soprattutto la valorizzazione del momento critico (cineforum, libroforum, letture dei giornali e riviste, ecc.). La finalità vocazionale del seminario minore vuole che nella comunità siano presenti i mezzi di comunicazione sociale così che si possa, anche per loro tramite, incontrare l'uomo d'oggi, conoscerne i problemi e alimentare la disponibilità a mettersi al suo servizio per la salvezza.

280
71. Una persona matura è capace di aprirsi in maniera equilibrata e obiettiva a rapporti interpersonali validi e profondi.
Per realizzare questa meta la vita del seminario minore offre anzitutto un clima di amicizia vera, "premessa necessaria a quell'intima fraternità sacramentale che, secondo l'espressione del concilio, dovrà unire i presbiteri tra loro e nella collegialità del loro lavoro" (SVS 77).
Educatori e alunni stabiliranno tra di loro una trama di rapporti fatti di fiducia e comprensione, di affetto e di carità, che nascono da una vicinanza effettiva (cf. RaF 13). Tutto ciòrisulterà solidamente costruttivo se nella comunità del seminario "convocata dall'iniziativa di Dio, e non raccolta attorno a facili affinità o simpatie, ci si educa alla stima e al perdono vicendevole, all'accoglienza reciproca, all'umile rinunzia al proprio individualismo, per rendersi idonei ad una più ampia e ricca collaborazione. Con l'aiuto sapiente degli educatori mandati dal vescovo e non cercati per il loro fascino personale, ciascuno scopre la ricchezza irrepetibile dei propri doni e impara a non considerarli un tesoro geloso, ma a metterli cordialmente a disposizione di tutti" (SVS 77).

281
72. Un efficace rapporto interpersonale puòessere ottenuto anche con un'intelligente articolazione della comunità del seminario.
Una delle possibili modalità di tale articolazione sono i gruppi di vita, per la cui realizzazione deve naturalmente impegnarsi la responsabilità pastorale del vescovo.
Per i ragazzi delle scuole medie inferiori i gruppi hanno soprattutto una motivazione di carattere pratico, in quanto consentono loro di esprimersi secondo interessi e attività consoni alla loro età.
Nei primi anni delle superiori, gli adolescenti di solito si riuniscono in gruppo prevalentemente per soddisfare il loro desiderio di amicizia in un clima di cordialità, e per cercare insieme alcune risposte agli interrogativi della vita.
I giovani degli ultimi anni delle superiori, invece, dovrebbero essere ormai capaci di avviare un'autentica esperienza di vita di gruppo, con lo scopo di confrontare obiettivamente la propria crescita attraverso il dialogo, e di porsi dinanzi alla comunità in atteggiamento di corresponsabilità e di iniziativa.
Il gruppo di vita, per essere fedele al suo scopo, dovrà preoccuparsi di superare i rischi dell'isolamento e dell'assolutizzazione: anche se nasce in un clima di spontaneità, vigili attentamente che non vengano emarginate le presenze meno gradite e che nessuna chiusura faccia dimenticare la comunità.
Pur crescendo secondo il proprio ritmo eviti di appartarsi rispetto al cammino comunitario, vivendo unito alla grande comunità del seminario, per non cadere in contrapposizioni o in confronti, che certamente insidierebbero la preparazione a un'autentica fraternità presbiterale.

282
73. Lo sviluppo della persona verso l'apertura equilibrata e oblativa agli altri comporta la formazione di una stabile maturità affettiva e sessuale. La sessualità, infatti, rappresenta un'energia profonda e positiva che va guardata con fiducia e serenità e va integrata nello sviluppo e nell'orientamento globale della persona (cf. FCS 18-23). Per il rischio di involuzione egocentrica che la sessualità patisce nella condizione umana, emerge l'esigenza di una positiva, graduale e prudente educazione sessuale (cf. GE 1; OT 10), che valorizzi questa dimensione dell'uomo secondo la sua giusta prospettiva.
Così l'educazione sessuale, profondamente inserita nel dinamismo integrale che guida il formarsi della persona, insegna ad assumere e a trattare il corpo con il rispetto dovuto alla sua dignità umana e cristiana e invita a superarsi continuamente nel dono di sè, con la dedizione disinteressata dell'amicizia, che educa all'amore, e con l'esperienza di una disciplina personale che libera dagli egoismi e abitua alla fedeltà.
L'educazione sessuale non è solo informazione: essa si esprime in una serie di situazioni e di atteggiamenti non artificiosamente provocati, nei quali gli alunni si incontrano seriamente e responsabilmente con la realtà della vita.

283
Secondo quest'ottica si veda anche il problema dell'incontro con la donna, così che la femminilità sia intravista e compresa nei suoi valori propri.
Per essere positivo, l'incontro deve avvenire in una continuità che trova le sue radici nella famiglia, assumendo le forme semplici e rispettose che la vita offre continuamente.
L'educazione sessuale deve portare a una castità che sappia gradualmente superare gli squilibri affettivi dell'adolescenza, esprimendosi in una purezza di sensi e di cuore che costituisca una solida garanzia per ogni futura scelta di vita e, in particolare, per quella del celibato e del ministero presbiterale.
Il progressivo consolidarsi della maturità affettiva sarà insieme causa e conseguenza di una comprensione sempre più profonda del valore della verginità cristiana.
Questo dono gratuito e immeritato dello Spirito suscita nel cuore dell'uomo la coscienza delle molteplici motivazioni che lo qualificano: la ricerca di un'intima consuetudine di vita con Gesù Cristo e il desiderio di una piena e diuturna condivisione del suo modo di amare; la dedizione totale della propria persona all'amicizia fraterna e alla paternità spirituale; la volontà di offrire alla Chiesa una testimonianza particolarmente limpida di quell'amore oblativo, libero e liberante, assolutamente incondizionato, che è tipico del regno di Dio (cf. FCS 40-52).

284
74. La famiglia svolge qui un compito fondamentale, offrendo rapporti interpersonali naturalmente carichi di affetto, dai quali scaturisce un'informazione semplice e spontanea sulla sessualità. Essa porge ai giovani l'immagine realistica di come l'amore coniugale e la vita familiare conoscano fatiche e tensioni e richiedano continuamente un generoso dono di sè, che non deve logorarsi nella consuetudine (cf. GS 48).
La stessa comunità cristiana è chiamata a presentare un modello di vita, nel quale i valori dell'amore umano siano rispettati ed esaltati( cf. GS 52), mettendo a disposizione anche persone esperte (medici, coppie di sposi, ecc.) che si affianchino all'educazione dei chiamati al presbiterato con una mentalità veramente rispettosa del piano di Dio.
Il seminario minore è impegnato a svolgere un suo compito specifico nell'educazione affettiva e sessuale, sia per la rilevanza che essa ha nello sviluppo della persona, sia anche per supplire alle eventuali carenze dell'educazione familiare.
Gli educatori siano convenientemente preparati a questo servizio, il quale puòdomandare qualche intervento di informazione, ma soprattutto richiede che si crei un clima sereno nei rapporti personali e comunitari e nell'accostamento a tali tipi di problemi (cf. ECS 35).
I preti del seminario siano, con la loro vita, testimoni del celibato sacerdotale vissuto con amore.
Se tutta la comunità è abitualmente impregnata di valori morali e ricca di vita, di attività, di sana amicizia e di gioiosa austerità, è anche in grado di dissipare eventuali influssi negativi e di formare una mentalità comune favorevole alla castità (cf. FCS 42).

285
75. Una vita comunitaria saggiamente impostata comporta particolari momenti di silenzio: esso non solo è opportuno per l'ordinata convivenza di numerose persone, ma è prezioso perché abitua alla riflessione personale, alla vita interiore e allo spirito contemplativo; indispensabile in ogni vita veramente cristiana, tanto più urgente è nella vita dei giovani seminaristi.
La vita comunitaria del seminario minore si svolge anche nel rispetto delle esigenze di distensione tipiche dell'età giovanile, valorizzandole e disciplinandole.
Di esse terrà conto, nella misura rispondente alle varie età, l'ordinamento della vita comune, soprattutto per quanto riguarda l'orario della giornata e l'offerta di strumenti adatti, primo tra i quali l'incontro rasserenante e corroborante con la natura.

286
76. L'educazione fisica, l'igiene della persona e la pratica attiva dello sport rivestono un'importanza notevole nello sviluppo armonioso del giovane. Anche questo aspetto rientri nel normale impegno educativo, tanto più che lo sport vale come occasione di sviluppo non solo fisico, ma anche morale della persona. Esso infatti puòrappresentare una scuola di sacrificio, di autocontrollo, di generosità e di lealtà, e offre pure molte possibilità di incontri umani positivi e di testimonianza, attraverso la partecipazione, coordinata con gli altri doveri, alle attività sportive del mondo giovanile.

287
77. Un limite tipico della condizione studentesca è la quasi totale assenza di lavoro manuale, che è fonte innegabile di realismo, perché abitua ad affrontare nella fatica le resistenze che la realtà da modificare oppone. Il lavoro manuale non manchi nella vita comunitaria del seminario minore: esso si traduca in collaborazione effettiva per la cura delle cose, per la pulizia, per la manutenzione ordinaria degli ambienti e delle attrezzature.
Questa partecipazione operosa, oltre che disporre al servizio più che all'essere serviti, farà sentire più vicine e più inserite nella comunità quelle persone che nei vari servizi materiali concorrono al buon andamento della vita dell'istituto.

Altre forme di comunità vocazionali

288
78. Dove il seminario minore non trova al momento reali possibilità di attuazione, puòrivelarsi necessario costituire gruppi vocazionali, abitualmente non permanenti ma capaci di offrire, in un contesto comunitario, una guida sistematica per la verifica e la crescita vocazionale (cf. OT 3. RaF 18).
Anche là dove il seminario minore esiste potrà essere considerata l'opportunità di dar vita a tali gruppi, purché essi non si pongano in alternativa al seminario stesso, e anzi risultino ad esso complementari e in grado di favorirne la crescita e il rinnovamento. Ci sono infatti ragazzi, adolescenti e giovani che, pur essendo disponibili al presbiterato, non hanno la possibilità di entrare nel seminario minore o perché non esiste ancora o perché loro stessi non sono disposti subito a tale scelta (ad esempio, per non troncare un corso scolastico già iniziato, o perché non ancora del tutto decisi, o per motivi familiari, ecc.).
Pur vivendo in famiglia e frequentando la parrocchia, essi non possono essere lasciati soli, ma hanno bisogno di un gruppo o di una comunità cui appoggiarsi per compiere il cammino vocazionale.
A loro si potrebbero aggiungere, in casi eccezionali, opportunamente vagliati, alcuni che lasciano il seminario non per una scelta definitiva, ma per qualche momentanea difficoltà, che impedisce una presenza costruttiva nella comunità seminaristica.
Un gruppo vocazionale esterno, meno strutturato del seminario minore, potrebbe rivelarsi efficace sul piano educativo.
In questo modo i gruppi vocazionali diventano un valido appoggio al seminario minore, favorendo anno per anno il passaggio a esso dei ragazzi o degli adolescenti la cui situazione sia ormai maturata favorevolmente, e possono rappresentare anche una valida premessa e un aiuto efficace per ricostituire a tempo opportuno la comunità seminaristica.

289
79. Per garantire a tali gruppi il raggiungimento della loro specifica finalità vocazionale, sono necessarie le seguenti condizioni:
- il gruppo sia affidato dal vescovo a un sacerdote che, sulla base di un preciso piano formativo lo guidi in piena collaborazione con il seminario, per evitare ogni dualismo e concorrenza. In questa prospettiva potrà essere utile affidare la responsabilità ultima dei gruppi allo stesso rettore del seminario minore, dove esso esista;
- la caratterizzazione vocazionale sia esplicitamente dichiarata dai responsabili e liberamente accolta dai ragazzi e dalle loro famiglie, con le quali si dovranno mantenere costanti e amichevoli rapporti;
- la frequenza e la durata degli incontri sia tale da incidere in maniera significativa sulla vita dei partecipanti. Poiché una periodicità troppo sporadica non raggiunge tale scopo, si suggerisce una frequenza almeno quindicinale e per un'intera giornata, con periodi di convivenza più prolungata durante le vacanze. Vanno poi valorizzati come particolarmente importanti alcuni momenti di vita con i seminaristi: essi servono a richiamare in maniera esplicita e visibile la finalità del gruppo e facilitano il passaggio al seminario minore o maggiore;
- la proposta di vita sia organica e completa (vita liturgica e di preghiera, studio, apostolato, ecc.) e regolarmente verificata negli incontri di gruppo e nella direzione spirituale. L'educatore dovrà anche cercare la collaborazione delle rispettive parrocchie o dei gruppi ecclesiali di cui i ragazzi e i giovani fanno parte. Ciòtanto più necessario, in quanto il gruppo non è ambito di vita quotidiana per i membri che lo compongono;
- per mantenere al gruppo la sua caratterizzazione vocazionale, si richiede che cessino di farne parte coloro che non ne condividono più la finalità, avendo ormai altre prospettive vocazionali. Altrettanto è bene che quando la situazione si presenta matura, si faciliti l'ingresso al seminario.

290
80. Adeguate iniziative devono essere anche previste per un'attenta verifica delle vocazioni giovanili. L'esperienza, infatti, ha rivelato che sorgono rischi e difficoltà quando l'inserimento nel seminario maggiore avvenga in modo meccanico o poco preparato.
Perciٍ, prima dell'ammissione nella comunità, si verifichi per almeno un anno l'idoneità di ciascuno.
Ma qualora ciònon fosse attuabile, non dovrà in ogni caso mancare una seria direzione spirituale, capace di discernere eventuali motivazioni inadeguate o lacune di maturità umana o spirituale, e si provveda a un progressivo contatto con il seminario (in momenti di ritiro, ecc.), non per affrettare i tempi, ma per consentire una più graduale e sicura maturazione e una reciproca conoscenza tra i giovani e i responsabili della formazione pastorale. Spesso anche la formazione intellettuale di questi giovani si presenta bisognosa di integrazione, soprattutto per coloro che provengono da scuole di tipo tecnico-professionale.
Per i giovani operai occorre valutare il problema caso per caso, e risolverlo in modo da consentire loro l'accesso agli studi teologici con la debita preparazione e con adeguati strumenti culturali.

291
81. La formazione delle vocazioni adulte, a motivo della ricchezza ma anche dei problemi che esse presentano, dovrà essere particolarmente esigente e garantire in ogni caso alcune condizioni essenziali: un'accurata verifica dell'orientamento, congrui studi teologici e una permanenza nella comunità seminaristica sufficiente per preparare alla comunione presbiterale e diocesana.
Contemporaneamente occorre rispettare la gradualità di un cammino formativo tipico di persone adulte, con la loro identità ed esperienza.
Per rispondere a queste esigenze, si è provveduto talvolta ad aprire un seminario diocesano o interdiocesano per vocazioni adulte (cf. RaF 19); in ogni caso vanno rispettate alcune articolazioni specifiche dell'itinerario formativo:

292
- Prima ancora di avviare un esplicito cammino di formazione appare necessaria un'iniziale verifica vocazionale, nella quale, attraverso un organico confronto con un prete, vengano prese in considerazione e valutate la storia personale, le motivazioni e le qualità che possano fare intuire l'idoneità della persona al ministero pastorale. Durante questo tempo, nel quale verranno normalmente continuate le precedenti attività di lavoro e di impegno ecclesiale, si approfondisca la vita interiore, attraverso momenti particolari di ritiro e un'adeguata direzione spirituale. Sarà anche opportuno avviare una prima presa di contatto con il seminario e un proporzionato avvio degli studi teologici.
- Se la prima verifica avrà dato esito positivo, si potrà cominciare il cammino formativo, anche con un adeguato approfondimento degli studi di teologia. Si valuterà caso per caso il momento opportuno per l'abbandono dell'attività lavorativa e il corrispondente inserimento nella comunità del seminario. Nel frattempo, il luogo di dimora e di formazione puòessere un'apposita comunità o anche una parrocchia adatta, ove ci sia comunque un prete responsabile.
- Trattandosi di persone provenienti dal mondo del lavoro o della cultura, si tenga presente l'opportunità che essi possano mantenere in qualche modo quei rapporti di amicizia e di solidarietà che hanno caratterizzato la loro vicenda precedente. Anzi, gli stessi studi teologici dovrebbero aiutarli a cogliere e a valorizzare in una sintesi più vasta i valori insiti nella loro esperienza e nel mondo in cui essa si è realizzata
. Tutte queste attenzioni, infatti, potranno garantire loro un ministero futuro particolarmente significativo ed efficace.
- Comunque per rendere possibile un inserimento nella vita del presbiterio e per educare ad essa, è necessario che almeno gli ultimi tre anni di formazione, lasciata l'attività professionale, siano vissuti nella comunità del seminario insieme con gli altri candidati. Da questa convivenza, infatti, dovrebbero scaturire quel confronto e dialogo che potranno ridimensionare le eventuali unilateralità che spesso caratterizzano le vocazioni adulte, a causa della maturità raggiunta e delle esperienze compiute, e preparare il presbiterio all'accoglienza e alla valorizzazione della loro originalità.

Parte quarta: la formazione al presbiterato


293
82. Quando la verifica vocazionale ha dato esito favorevole e la persona ha raggiunto le condizioni necessarie per una scelta tendenzialmente definitiva, già preparata possibilmente durante l'iniziale cammino del seminario minore, si apre l'ultima fase della formazione, quella più direttamente orientata a far acquisire l'identità e le attitudini del presbitero. A questo scopo la Chiesa ha istituito il seminario maggiore nel quale si realizza in modo articolato e unitario la preparazione al ministero ordinato.

La comunità del seminario maggiore

294
83. Quando Cristo volle formare i primi apostoli, scelse alcuni uomini decisi a seguirlo in tutto (cf. Mc 1,18; SVS 67); li prese con sè in una particolare relazione di tempo e di intimità per farne dei testimoni (cf. Mc 3,14), riservando loro una catechesi più approfondita (cf. Mt 13,11) per poi inviarli a predicare (cf. At 1,6-8).
Ispirandosi a questo modello, la Chiesa, con l'istituzione del seminario, si impegna ad assicurare, per quanto è possibile, le condizioni e i mezzi assolutamente necessari per la preparazione dei futuri presbiteri (cf. RaF nota 74. SVS 68).
La vita comunitaria del seminario, che è convivenza e quotidiano confronto di persone radunate dal desiderio di seguire Cristo più da vicino, esprime riccamente l'insieme delle condizioni e dei mezzi per i quali colui che è chiamato al sacerdozio possa:
- attuare la propria personalità, secondo le esigenze della missione, attraverso tempi lunghi dedicati a un'esperienza di vita evangelica, alla preghiera, allo studio e alla fraternità, così da disporsi al ministero di insegnare, guidare e santificare il popolo di Dio (cf. RaF 20);
- imparare fedelmente il Vangelo, come la tradizione apostolica l'ha trasmesso e come la Chiesa lo interpreta, con la guida del magistero, in modo da evitare ogni unilateralità e parzialità nella conoscenza e nell'annunzio del mistero di Cristo;
- riconoscere con autenticità i propri carismi - per il ministero presbiterale e per il celibato -, e discernere quindi la propria vocazione attraverso il dialogo e il confronto con il vescovo e con coloro che, per mandato, lo rappresentano.

295
84. Protagonisti principali di questa esperienza di vita e di grazia sono allora: a) Cristo che, avendo chiamato, costantemente agisce col suo Spirito per disporre un uomo alla missione; b) il vescovo, che lo Spirito santo ha costituito pastore per pascere la Chiesa del Signore (cf. At 20,28) e quanti da lui sono incaricati di collaborare alla formazione di una personalità pastorale e di verificarne l'autenticità; c) i chiamati, che per amore si fanno discepoli di Cristo e si convertono quotidianamente; d) la comunità del seminario (alunni - insegnanti - superiori - personale di aiuto, ecc.) per il modo con cui vive e testimonia Cristo; e) le comunità d'origine dei chiamati, che, con le loro situazioni, pongono problemi che attendono risposte pastorali dai futuri presbiteri.

296
85. Il seminario maggiore, oltre che istituzione ritenuta necessaria dalla saggezza dei pastori (cf. OT 4), è di sua natura un'espressione di vita ecclesiale nella quale Dio, attraverso mediazioni umane, va disponendo alla missione coloro che egli stesso ha chiamati.
Il seminario si configura come uno strumento promosso dal vescovo, primo responsabile dell'iniziazione dei chiamati al presbiterato, in comunione e in collaborazione con i presbiteri e i fedeli. Il prete infatti partecipa al sacerdozio di Cristo con gli altri presbiteri e in subordinazione al vescovo, e con essi è a servizio della comunione e della missione di tutta la Chiesa (cf. RaF 22; SVS 69).
Si comprende, allora, come non risulti accettabile un cammino di formazione che si compisse all'interno di comunità o di gruppi particolari o che mantenesse la persona collegata ai metodi e alla guida spirituale del gruppo o del movimento di provenienza.
E necessario educare i futuri preti a saper vivere anche senza il sostegno di un gruppo, ad amare coloro che Dio affida, privilegiando i legami oggettivi su quelli suggeriti da affinità soggettive di qualsiasi genere, e a diventare animatori delle diverse esperienze cristiane (di spiritualità, di impegno apostolico, ecc.), senza identificarsi con nessuna di esse. Il presbitero è l'uomo di tutta la comunità e il seminario deve essere accolto e valorizzato nella sua vera funzione, cioè quella di formare in quell'unica prospettiva ecclesiale.

297
86. L'istituzione dei seminari interdiocesani o regionali (cf. RaF 21) ha larga diffusione in Italia e risponde a esigenze pastorali che non potrebbero essere affrontate in altro modo. La vitalità e l'incidenza educativa di tali seminari, ricchi ormai di non breve esperienza, dipende in gran parte dalla capacità di raccordare il proprio piano formativo con la fisionomia e la vita delle Chiese particolari da cui provengono gli alunni, e ci garantire in pari tempo la necessaria convergenza nell'unica comunità.
Per questo scopo appare importante, oltre il continuo e normale rapporto con i singoli vescovi, coinvolgere i rettori dei seminari diocesani e i responsabili pastorali delle diverse diocesi nell'elaborazione del piano educativo, valorizzare nell'itinerario formativo le esperienze pastorali compiute nelle comunità di provenienza, assicurare scambi reciproci nell'insegnamento e promuovere studi adeguati sugli aspetti storici, culturali e pastorali di ogni singola diocesi.

298
87. In ogni caso, non vengano proposte per l'imposizione delle mani persone che non abbiano trascorso un congruo numero di anni nel seminario maggiore, conformemente alle norme vigenti del diritto canonico. Il pieno inserimento nella comunione presbiterale è un valore irrinunciabile e va preparato dalla consuetudine di vita nella comunità educativa del seminario.
Così pure non devono essere accolti alunni dimessi da altri seminari o istituti religiosi, senza avere espletato i prescritti ricorsi (cf. Sacra Congregazione dei seminari e delle università degli studi, decreto Sollemne habet, 12.7.1957; lettera della Segreteria di stato n. 2083/67 del 23.3.1967, in NC 5/1967,§8).

La vita della comunità del seminario maggiore


299
88. La natura ecclesiale del seminario postula anche il riconoscimento del carattere ecclesiale-comunitario della formazione che in esso viene attuata.
La Chiesa è comunione di persone, legate nell'amore e nella libertà dello Spirito di Cristo, con una legge di complementarietà e corresponsabilità verso tutti e verso tutto. La stessa fede rivela una profonda dimensione ecclesiale ed esige che sia una comunità a educare all'accoglienza della Parola che salva, attraverso una testimonianza che è responsabilità e beneficio di tutti.
Ora questa legge generalissima della pedagogia divina va rispettata soprattutto nella formazione di coloro che, scelti fra le comunità cristiane, a esse verranno mandati per far crescere la comunione e il servizio.

300
89. La vita della comunità del seminario maggiore si articola secondo le esigenze essenziali della formazione al ministero dei futuri presbiteri. Essa perciòdovrà:
- consentire un'intensa e prolungata esperienza di comunione con Cristo, per attuare la progressiva configurazione a Cristo pastore di coloro che da lui sono scelti e inviati;
- essere fraterna e articolata nei diversi ministeri, per abilitare i futuri pastori al servizio della comunione nel popolo di Dio e al riconoscimento e alla promozione dei doni di ciascuno;
- mantenersi debitamente aperta al mondo e solidale con esso, perché i futuri presbiteri sono chiamati a evangelizzare l'uomo nella sua concreta situazione.

In comunione con Cristo

301
90. Ogni comunità cristiana nasce dalla parola di Cristo (cf. Rm 10,17) e, in quanto parte viva della Chiesa universale, "si presenta come un popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito santo" (LG 4).
Essa non si fonda sulle affinità umane, anche se di esse si avvantaggia, ma è un dono che va continuamente chiesto al Signore e che si rivela nell'azione dello Spirito, che libera dall'egoismo ed educa alla comunione.
Per questo la vita comunitaria conosce tempi e stagioni che l'uomo non puòaccelerare e domanda fatica e pazienza, per vivere le richieste della conversione e della ricomposizione di ogni diversità, nella certezza della presenza di Cristo fra coloro che sono riuniti nel suo nome (cf. Mt 18,20).
In questo modo anche la comunità del seminario imparerà lo stile di vita dei primi discepoli "assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere" (At 2,42).

302
91. L'ascolto della parola di Dio, la celebrazione dei gesti sacramentali della salvezza e la preghiera sono il cuore di questa esperienza di vita comunitaria intorno al Signore Gesù. Essi principalmente richiedono un diffuso clima di silenzio e raccoglimento, che deve costituire lo sfondo della vita del seminario.

In comunione ecclesiale

303
92. I comportamenti e i segni della fraternità cristiana nascono dalla fede, che scopre, con vivo stupore, il vincolo reale che unisce i credenti in Cristo come figli di uno stesso Padre.
L'atteggiamento di fede diventa particolarmente importante se si considera la peculiare natura della comunità seminaristica: alle normali difficoltà del vivere insieme, essa aggiunge quelle derivanti dalla sua provvisorietà e dalla tensione verso l'impegno futuro, orientata com'è a preparare pastori che guidino le comunità cristiane nella carità, ma con autonomia e sicurezza evangelica.

304
93. In comunità si valorizzi, senza ripiegarsi egoisticamente su rapporti esclusivi, l'amicizia cristiana, che insegna a offrire e a ricevere il dono di grazia proprio di ciascuno e si fa via alla fraternità sacerdotale (cf. PO 8).
Cristo sia intravisto e amato in ogni fratello senza discriminazione alcuna, così che si dilatino gli spazi della carità, del rispetto e del servizio.
I diaconi, in particolare, poiché sono configurati dalla sacra ordinazione a Cristo servo, siano i primi a dare esempio di servizio nella comunità (cf. ReDP 6).
La vita comune del seminario è un bene prezioso e insostituibile per la formazione alla carità pastorale. La fraternità sia vissuta, con cuore umile e grato, come un dono del Signore, in un clima normalmente connotato da una serena gioia, in modo che i futuri presbiteri possano essere testimoni di quella comunione di vita con Cristo e con il Padre che essi per primi hanno sperimentato insieme ai fratelli.

305
94. Vivere la fraternità non è facile. Ogni comunità, e quindi anche quella del seminario, resta una comunità di peccatori in cerca di conversione. E' normale, perciٍ, che si richieda anche sacrificio per vivere in comunità.
Ognuno perٍ, quando le tensioni si acuiscono, è tenuto a ricercare e a eliminare dalla propria vita quanto puòcreare difficoltà al fratello o alla comunità.

306
95. La comunità del seminario, a immagine della Chiesa, è costituita da una pluralità di soggetti e di ministeri. In essa ogni persona e ogni funzione sono chiamate a esprimersi secondo la propria originalità e a convergere nella comune edificazione.
Perciٍ, nel rispetto della fraternità che scaturisce dalla vocazione cristiana, si superi ogni rischio sia di livellamento sia di confusione dei ruoli. Nello stesso tempo ognuno osservi con attenta carità le norme di disciplina che, oltre a essere richieste dalla necessità di subordinare la spontaneità al dovere, sono indispensabili alla convivenza comune (cf. OT 11).

307
96. La vita di comunità troverà così la sua convergenza attorno a un progetto educativo la cui formulazione spetta al vescovo e agli educatori del seminario, in collaborazione con il presbiterio (cf. DirEp 191).
Tale progetto deve scaturire dalla fedeltà all'insegnamento del magistero ecclesiastico circa la formazione dei presbiteri e dall'attenzione alle richieste e alla storia di ogni singola diocesi, perché esso sia in grado di interpretare e orientare in modo unitario le varie tappe della formazione spirituale, culturale e pastorale (cf. SVS 75; gli elementi fondamentali per tale progetto sono indicati in questa IV parte del presente documento).
All'interno di esso troverà spazio anche un regolamento diocesano, che risponda alla struttura particolare del singolo seminario (cf. RaF 25-26).

308
97. Ogni credente ha il dovere di accettare e vivere la comunità cristiana secondo la costituzione voluta da Cristo, il quale ha scelto alcuni tra i fratelli e li ha preposti al servizio della comunione, per aiutare tutti a essere fedeli nella verità e uniti nella carità.
In questa prospettiva i giovani devono riscoprire con animo credente e riconoscente la missione di unità che il Papa svolge nella Chiesa (cf. LG 23) e ascoltare con fede e amore la sua parola, disponendosi a diventarne fedeli interpreti presso il popolo di Dio, in comunione con il loro vescovo e con tutto il presbiterio.

309
98. Con la stessa sollecitudine la comunità del seminario riconosce nel vescovo "il primo maestro delle vocazioni nella sua diocesi come della formazione dei propri sacerdoti" (Paolo VI, Omelia alla concelebrazione della messa con i vescovi italiani, 6.6.1975: AAS 67[1975],§377), in ogni settore in cui essa si esprime: spirituale, dottrinale e pastorale.
Non manchino, quindi, occasioni concrete nelle quali "sia il vescovo a interessarsi anche personalmente dei propri seminaristi e sacerdoti, affinché questi trovino veramente in lui il padre, il consigliere, l'amico, la guida, il sostegno, l'aiuto" (Paolo VI, Omelia con i vescovi italiani), instaurando progressivamente un costume di ascolto, di obbedienza, di confidente amore e di collaborazione, che renda visibile la relazione che intercorre tra il ministero del prete e quello del vescovo.

310
99. Nel seminario è indispensabile e preliminare ad ogni possibilità educativa accogliere con fede la figura dei sacerdoti educatori, mettendone in luce la dimensione "sacramentale", che fa dell'autorità cristiana un segno e uno strumento del servizio di Cristo che edifica il suo corpo.
Gli educatori del seminario rappresentano il vescovo (cf. LG 28) nella comunità, ognuno attraverso un mandato specifico, svolto in modo corresponsabile e con competenze distinte.
Spetta a loro:
- riconoscere con autenticità lo spirito e i carismi (ministero presbiterale e celibato) di coloro che il Signore chiama;
- insegnare il Vangelo come la tradizione apostolica l'ha trasmesso e come la Chiesa lo annunzia, con la guida del magistero;
promuoverne la personalità secondo le esigenze della missione.

311
100. Essi adempiono il loro compito instaurando una relazione permanente di dialogo, di ricerca e di verifica tra loro, con gli alunni (cf. RaF 28), con il presbiterio e con il mondo contemporaneo, così da essere pronti e accogliere ogni voce che viene da Dio, e favorire la loro mediazione educativa.
Un aperto e docile ascolto dello Spirito e della parola di Dio e un continuo confronto con il vescovo che li manda li aiuteranno a discernere correttamente ciòche è volontà del Signore.
L'educatore trasmetta ed esiga solo quello che la Chiesa oggi crede ed esige per preparare un prete alla missione, attento a non confondere preferenze e criteri soggettivi con le austere esigenze del piano di Dio.

312
101. Gli educatori costituiscono per i giovani all'interno della grande comunità del seminario un'immagine di comunità di presbiteri, uniti insieme a mutua edificazione e a servizio della missione, pur nella diversità di doni, di compiti e di età.
Perciòl'impegno a vivere e a testimoniare la carità fraterna deve precedere ogni altra funzione e preoccupazione. Essi siano consapevoli che lo sforzo di aiutarsi con carità nell'adempimento del proprio servizio è il loro primo e più efficace intervento educativo (cf. OT 5). Di qui la convenienza che non siano talmente assorbiti dalle loro funzioni da non poter trovare il tempo e i modi per vivere e approfondire la loro vita comunitaria, anzitutto nella preghiera e nella concelebrazione dell'eucaristia, ma anche nei momenti della riflessione e della distensione, pur nel rispetto della libertà di ognuno (cf. RaF 29; SC 27).
Per garantire questo spirito comunitario e la serenità nell'educare è opportuno evitare di inserire nella convivenza del seminario persone non coinvolte nella missione di formare i futuri presbiteri. Infatti, pur non volendo mortificare l'atteggiamento di cristiana ospitalità che deve caratterizzare ogni comunità di credenti, appare utile assicurare al seminario le migliori condizioni per il rapporto formativo.

313
102. Nella comunità degli educatori spetta principalmente al rettore rappresentare il vescovo.
Egli è il responsabile primo della vita del seminario, promotore della formazione degli alunni nei settori della vita spirituale, comunitaria, scolastica e nelle esperienze pastorali (cf. RaF 29; SVS 69).
Egli svolge il suo compito in comunione e collaborazione con gli altri educatori, ma con un'autorità particolare, che si esprime in alcune mansioni specifiche:
- la cura e l'animazione per l'impegno responsabile della comunità degli educatori e, in spirito d'amicizia, la guida discreta e cordiale ai confratelli, che con lui collaborano nella missione educatrice;
- un frequente dialogo personale con gli alunni, per verificarne il cammino, orientare le mete, adattando ai singoli la proposta educativa e conoscendo così in modo diretto valori, problemi e difficoltà di ciascuno;
- la responsabilità di decidere nella fase finale la linea operativa che gli sembra più illuminata e fedele alle direttive date dal vescovo, e di chiedere che a essa tutti si ispirino; l'esercizio di questa responsabilità richiede che il rettore sappia approfittare con saggezza della verità che va emergendo dalla comune riflessione;
- l'elaborazione ultima del giudizio di idoneità da presentare al vescovo per l'ammissione ai ministeri e agli ordini, a conclusione del dialogo educativo e con l'apporto degli altri educatori;
- la vigilanza perché non venga compromesso o impedito ciòdi cui la comunità ha bisogno per conseguire i propri fini; nel rispetto della legittima diversità, il rettore garantirà infine che non si introducano dottrine e modi di intendere e vivere il ministero presbiterale diversi da quelli che la Chiesa propone.

314
103. Nella formazione al presbiterato la direzione spirituale è necessaria e specifica e dev'essere praticata con regolarità da tutti gli alunni come sussidio essenziale. Essa accompagna e sostiene il lavoro interiore, che lo Spirito attua progressivamente per conformare i chiamati a Cristo pastore e abitua a uno sguardo limpido e illuminato sull'esperienza personale e sulle motivazioni che la guidano, così da affinare la lealtà e la docilità per l'accoglienza dell'iniziativa di Dio.
Per questo, all'interno del gruppo degli educatori è necessaria la presenza di un direttore spirituale, i cui compiti sono:
- offrire ai singoli alunni, nel rapporto segreto della direzione spirituale, una guida per il cammino formativo, assicurando autorevolmente il continuo discernimento della divina vocazione e dei segni interiori che la contraddistinguono;
- programmare e coordinare la vita spirituale della comunità, rispettando la responsabilità primaria del rettore e valorizzando il contributo degli altri educatori (cf. OT 8).
Qualora, in singoli casi o con una scelta pedagogica generale, il vescovo ritenesse opportuno designare più di un direttore spirituale per gli alunni del seminario, provvederà pure al coordinamento dell'azione di questi educatori per garantire la necessaria unità dell'indirizzo formativo e dei criteri usati per il discernimento e la verifica della vocazione.
Tale discernimento costituisce infatti uno dei compiti più delicati e importanti della direzione spirituale nei seminari.

315
104. Accanto al rettore vengono designati altri educatori (vicerettori e animatori) che collaborino con lui, a seconda delle esigenze e della consistenza numerica della comunità.
Appare preziosa la funzione dei preti incaricati di tale opera educativa (cf. RaF 23).
Essi, condividendo la vita quotidiana della comunità in un effettivo interscambio di fraternità e di dialogo, svolgono un compito di testimonianza e di promozione.
La loro particolare responsabilità è quella di mediare la proposta educativa comunitaria nella situazione concreta.
In comunione con il rettore e in dialogo con i giovani che sono loro affidati, essi sono il riferimento immediato per l'elaborazione delle mete e delle modalità che caratterizzano l'itinerario formativo, stimolandone e verificandone l'attuazione.

316
105. Gli insegnanti sono veri educatori e quindi membri della comunità educativa del seminario (cf. RaF 38). Essi concorrono all'educazione dei futuri preti attraverso l'insegnamento del Vangelo annunziato dalla Chiesa, che alimenta la fede degli alunni e li abilita al compito di maestri del popolo di Dio.
Il ruolo del professore è di mostrare la continuazione della fede, della tradizione e della vita presente della Chiesa, di promuovere l'adesione alle verità fondamentali e insieme un atteggiamento critico ed equilibrato nei confronti dell'attuale pluralismo teologico (cf. OT 5; FTS 121-127).
Tra gli insegnanti verrà nominato il prefetto degli studi, opportunamente distinto dal rettore, pur nel riconoscimento della responsabilità ultima del rettore stesso. E' suo compito, d'accordo con gli altri insegnanti, curare la formazione dei programmi, il calendario delle lezioni, i criteri di valutazione circa il profitto degli alunni, realizzare l'unità dell'insegnamento coordinando le singole discipline e tutto quanto si riferisce alla didattica della scuola di teologia.
E' evidente che la funzione educativa degli insegnanti e del prefetto degli studi sarà tanto più efficace, quanto più essi saranno coinvolti nella vita della comunità seminaristica.
Quando gli insegnanti non abitassero in seminario, si cercherà di sollecitare la loro partecipazione ai momenti più significativi della vita comunitaria.
Il corpo docente e le strutture del seminario devono anche aiutare la crescita nella fede di tutta la Chiesa locale, la formazione permanente del presbiterio e il compito magisteriale del vescovo.
Questi servizi, quando sono svolti in maniera compatibile col dovere d'aggiornarsi e nel rispetto dell'insegnamento in seminario, si traducono in un arricchimento di sensibilità pastorale a tutto vantaggio della scuola stessa (cf. RaF 36-37).

317
106. La corresponsabilità formativa degli educatori, nella diversità dei ministeri che li caratterizza, emerge soprattutto in occasione del discernimento circa l'idoneità vocazionale dei candidati al presbiterato, alla vigilia del conferimento dei singoli ministeri. Si prepara così il discernimento autorevole e definitivo del vescovo, che, con l'imposizione delle mani, conferirà il sacramento dell'ordine( cf. RaF 40-41; FTS 117).
Tali verifiche sgorgano da una riflessione comunitaria condotta con piena docilità allo Spirito del Signore e alle direttive della Chiesa, alla quale gli educatori portano la testimonianza di quanto è emerso nel dialogo e nella consuetudine di vita con i singoli alunni, e gli insegnanti garantiscono d'averli trovati idonei al ministero di insegnare e guidare nella fede.
Il rettore, dopo aver domandato anche il contributo di chiunque sia in grado di esprimere un giudizio (come i parroci delle parrocchie di origine e quelli presso i quali vengono svolte le esperienze pastorali) formula la valutazione finale, confrontata nel dialogo personale con il candidato, secondo la specifica responsabilità che gli deriva dal suo compito, e la sottopone al giudizio definitivo del vescovo.

318
107. Il compito degli educatori del seminario richiede che essi vengano scelti con la massima cura. In loro vi sia un'autentica spiritualità presbiterale, accompagnata da una seria esperienza di pastori d'anime: una preparazione specifica nel settore particolare del ministero che è loro richiesto; una reale capacità di comprensione delle problematiche del mondo giovanile; la disposizione a una mutua e fraterna collaborazione nella vita comunitaria.
Per provvedere alla specifica preparazione degli educatori e alla loro formazione permanente, si promuovano iniziative adatte, a livello nazionale e soprattutto regionale (cf. RaF 31).

319
108. Nello stesso tempo, data la missione degli educatori del seminario, gli alunni ascoltino e accettino la loro parola con fede e fiducia nel mandato autorevole da essi ricevuto, e confrontino con loro il proprio cammino formativo. In caso di divergenza o di dubbio è necessaria una verifica sincera che chiarisca le diverse posizioni. Ma rimane dovere grave non eludere la relazione con i superiori del seminario ai quali il vescovo ha affidato la missione del discernimento.
Gli alunni del seminario saranno aiutati a raggiungere la motivata consapevolezza del fatto che la propria idoneità vocazionale va garantita dal parere positivo, indipendente e convergente, del rettore e del direttore spirituale.

320
109. Accanto all'opera formativa degli educatori, si richiama anche la profonda e decisiva funzione educante che tutta la comunità del seminario è chiamata ad esercitare (cf. RaF 46), nella trama complessa delle sue articolazioni.
Il contesto dei rapporti interpersonali, nel quale si svolge la vita di ciascuno, diventa il tramite, forse non sempre avvertito ma non per questo meno incisivo, della trasmissione dei valori.
Questa esperienza peròdeve essere vissuta secondo quella gamma di relazioni che caratterizza la vita adulta, con modalità adatte a favorire la reciproca accoglienza ma anche la vigilanza critica personale, in un clima cristiano di fede e di carità.

321
110. Nei grandi seminari si provvedano adeguati strumenti per un'utile articolazione della vita comunitaria: essa potrà essere ottenuta sia attraverso la costituzione di centri d'interesse e di attività di servizio, sia attraverso veri e propri gruppi capaci di favorire il cammino educativo delle persone, purché si collochino armonicamente nel ritmo di vita della grande comunità (cf. RaF 23).
I gruppi sono sempre da considerarsi funzionali rispetto alla comunità.
Le motivazioni, pertanto, che hanno indotto a sconsigliare la formazione di gruppi particolari esterni al seminario, mettono pure in guardia dal rischio di assolutizzare i gruppi all'interno.

322
111. Momenti indispensabili per la vita comunitaria - per la conoscenza vicendevole, l'esercizio della fraternità, l'educazione alle virtù sociali - sono gli incontri di tutti i suoi membri; tra questi, hanno un posto primario le celebrazioni liturgiche fondamentali: la s. messa e la liturgia delle ore. Esse saranno normalmente comunitarie, pur senza escludere che in qualche circostanza possano avvenire opportunamente nei gruppi.
Non meno importanti sono anche gli incontri per le programmazioni e le revisioni di vita, con la partecipazione degli educatori e degli alunni. In simili occasioni il rettore svolge il suo ministero di guida, offrendo gli spunti di riflessione più opportuni.

323
112. La comunità del seminario avrà attenzione anche per gli altri gruppi di persone che vivono e operano nello stesso ambiente (suore, personale di aiuto, ecc.).
Pur nel rispetto delle diverse esigenze di vita e di vocazione, tali gruppi non possono non essere accolti con gratitudine dalla comunità del seminario di cui fanno parte e alla quale offrono un prezioso servizio.

324
113. Il tempo del seminario deve essere considerato un tempo di impegno serio e continuo che, mentre accomuna gli alunni all'austera fatica di tanti fratelli del mondo del lavoro, spieghi e giustifichi il fatto e l'esigenza di riservare un periodo così lungo all'esperienza del mistero di Dio e alla preparazione al ministero.
Quindi, pur provvedendo al necessario riposo e alla sana distensione, i giovani sentano la grave sconvenienza di ogni spreco del tempo loro concesso da Dio e si educhino a essere fedeli amministratori del proprio tempo, anche in vista della missione di domani (cf. SVS 75).

325
114. Il seminario maggiore plasma e prepara i futuri pastori all'opera per la quale li ha assunti il Signore (cf. PO 3).
L'educazione alla fraternità e alla condivisione, e i ritmi esigenti dello studio e della preghiera richiedono obiettivamente che i giovani dedichino gran parte del loro tempo e della loro attenzione alla vita comunitaria del seminario.
Tuttavia il dialogo con la Chiesa e con il mondo non dovrà essere considerato marginale o occasionale rispetto all'iter formativo, ma parte integrante e necessaria di esso (cf. RaF introd. 2; 12; nota 74; 42; 51; 70; 94; nota 196). Lo spazio per tale dialogo dovrà essere commisurato alle esigenze della vita comunitaria e di ogni singolo alunno, e non dovrà mai compromettere un'adeguata esperienza di "presenza a Dio", che diventa l'unica garanzia di un corretto modo di presenza al mondo.

326
115. Il primo rapporto che il seminario deve curare è quello verso la famiglia di ciascun alunno: essa, proporzionatamente all'età e alla maturazione degli alunni del seminario è sempre in qualche misura partecipe della crescita umana e vocazionale dei candidati.
I familiari, soprattutto i genitori, dovranno essere aiutati dal seminario a conoscere sempre più profondamente il mistero e la ricchezza della vocazione presbiterale, così che non solo la rispettino, ma ne colgano e ne partecipino la grazia, e ne accompagnino discretamente lo sviluppo. Sono valorizzabili in questo senso i periodi di rientro in famiglia, non intesi solo come tempi di vacanza, ma come momenti integranti e complementari del ciclo formativo.
Ne deriverà un arricchimento prezioso, spesso decisivo anche in vista del ministero, circa la conoscenza diretta dei problemi della persona umana e della loro dimensione familiare.
Il seminario non tralascia, d'altro canto, di svolgere una discreta e prudente azione per garantire la necessaria indipendenza del futuro presbitero dalla famiglia. Le mutate condizioni sociali e strutturali del nucleo familiare raccomandano di proporre con chiarezza l'evangelica libertà dell'apostolo da condizionamenti affettivi ed economici.

327
116. Il seminario maggiore, inoltre, solidale con la comunità diocesana e in particolare con il vescovo e il presbiterio, educa alla fraternità sacramentale che deriva dall'ordinazione e introduce progressivamente i futuri presbiteri nella vita e nei problemi della Chiesa, alla quale saranno mandati (cf. RaF 47; OT 5; PO 8).
La comunità del seminario, aperta all'incontro e alla collaborazione del presbiterio e di tutto il popolo di Dio nella formazione dei futuri pastori, offre pure il contributo che le è proprio alla vita diocesana.
In particolare, il seminario non ignora che i ministeri del lettorato e dell'accolitato, che sono propri dell'itinerario che conduce al sacerdozio, appartengono anche ad altri membri del popolo di Dio. Non dimentica tuttavia che è diversa "la prospettiva in cui si colloca, in questi ministeri, chi trova in essi il preciso modo di partecipare alla vita liturgica e apostolica della Chiesa; e di chi invece passa per l'esercizio di questi ministeri nel momento determinante del suo cammino verso il diaconato e il presbiterato. C'è condivisione dell'identico ministero, ma in diversa vocazione" (MnC 22). I futuri presbiteri, perٍ, dovranno prendere coscienza che sarà loro compito precipuo discernere, suscitare e coordinare tutti i carismi e ministeri nella Chiesa.
Inoltre, "gli alunni siano animati da spirito veramente cattolico, per cui sappiano superare i confini della propria diocesi, nazione o rito e siano disposti ad aiutare gli altri con animo generoso. Per questo siano resi coscienti delle necessità di tutta la Chiesa, come sono i problemi ecumenici, missionari e gli altri più urgenti delle diverse parti del mondo. Con speciale cura gli alunni siano preparati anche a instaurare il dialogo con i non credenti" (RaF 96).

328
117. La Chiesa è consapevole di quanto deve "continuamente maturare, in forza dell'esperienza dei secoli, nel modo di realizzare i suoi rapporti con il mondo" (GS 43) e di quanto "abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano" (GS 44).
Essa riconosce che "non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi in certa misura nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo; occorre condividere, senza porre distanza di privilegi o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano e onesto, quello dei piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi" (ESu 90).
Perciòanche la comunità del seminario deve saper profittare del rapporto con il mondo, condividendone i problemi e impegnandosi in quelle situazioni e iniziative che sono compossibili con la sua identità e i suoi scopi.
Tale obiettivo puòessere perseguito valorizzando tutti gli strumenti che conducono a una conoscenza non superficiale e non unilaterale della realtà umana del proprio ambiente (specialmente il confronto diretto e comunitario con persone impegnate a fondo nei problemi presi in esame) e partecipando - dopo un'attenta valutazione dell'opportunità e in forme consone alla natura e alle finalità del seminario - a gesti concreti che esprimano la sofferenza di fronte a ogni vuoto di fede e di giustizia e la coscienza della dignità umana e della forza di liberazione insita nel messaggio cristiano (cf. RaF 69; SM I, 7; GM II; RH 13-17).
Bisogna peròche il seminario insegni chiaramente, prima di tutto con lo stile della propria vita comunitaria, il tipo e lo spirito delle relazioni che un prete deve attuare nei confronti del mondo. Così i giovani non incorreranno in rischi sconsiderati e in contaminazioni ambigue, maturando giudizi che, alla luce della parola di Dio, vincano le opposte tentazioni di isolarsi per difesa o di recepire acriticamente ogni suggestione.
Il servizio e la testimonianza offerti agli uomini siano sempre coerenti con la vocazione al ministero di pastore (cf. Giovanni Paolo II, Lettera a tutti i sacerdoti della Chiesa, n. 7, SVS 41-42).

La formazione del pastore

329
118. Ciòche caratterizza e unifica la spiritualità e la vita del presbitero è la carità pastorale, da cui deriva la decisione di dedicarsi alla missione, così da avere mani e piedi legati dallo Spirito (cf. At 20,22; SVS 23, 70), a servizio e a vantaggio di ciòche è utile a molti, in modo che siano salvi (cf. 1 Cor 10,33; PO 13, 15).
Il Padre e il mondo attendono, da coloro che sono chiamati al ministero di pastori, che accettino di continuare nel tempo della Chiesa la donazione libera e piena di amore di Cristo pastore, il quale fece di tutto il suo essere uno strumento docile per la missione( cf. OT, conclusione).
Dio, infatti, costruisce la sua Chiesa con le persone, quando esse si lasciano condurre dal suo Spirito per la comune edificazione.
Egli perònon vuole servi, per quanto diligenti e fedeli, ma desidera amici che per amore servano liberamente i fratelli.
Di fatto solo un'autentica carità pastorale, saldamente ancorata all'amore di Dio, puòspiegare e sostenere la generosa dedizione di un presbitero, soprattutto quando la stanchezza e le delusioni tendono a inaridire l'entusiasmo e lo zelo. La pazienza dell'apostolo e la sua donazione piena alle esigenze dell'edificazione del Regno sono legate all'amore di Cristo (cf. Gv 21,18-19).

330
119. Anche la scelta di sviluppare l'una o l'altra delle forme di ministero o delle possibili specializzazioni va considerata in stretta relazione con la disponibilità del presbitero a subordinarsi alla missione (cf. SM II, I, 1b e 2a).
I futuri presbiteri sono chiamati a risolvere con fedeltà e flessibilità la tendenza, oggi particolarmente sentita, a non proporsi un modo uniforme di ministero, anche per rispondere alle molteplici istanze della realtà concreta. Proprio con questo spirito, in altri tempi e in altre situazioni, le figure più venerate e umili del clero italiano seppero esercitare i servizi più diversi, secondo i suggerimenti di un'ordinata carità pastorale, nella comunione con il vescovo e nel pieno rispetto della natura del loro ministero.
In ogni caso, la migliore consapevolezza dei carismi e della missione dei laici nella Chiesa e la loro crescente maturità domandano che il prete di oggi eviti supplenze indebite, che non rispetterebbero abbastanza l'effettiva diversità dei ministeri del popolo di Dio (cf PO 9; EN 70-73).

331
120. La formazione pastorale in seminario si attua attraverso un processo unitario, che ha i suoi momenti specifici, ma complementari e interagenti fra loro, nella promozione della vita spirituale, nello studio delle discipline filosofiche e teologiche e nelle esperienze pastorali compiute nel tessuto vivo del popolo di Dio.
La progressiva configurazione del futuro presbitero a Cristo pastore emana perٍ, anzitutto, dall'iniziativa di Dio, il quale chiama, abilita e invia alla missione. Egli interviene attraverso il dono dello Spirito, effuso in maniera particolarmente abbondante in quegli eventi di natura sacramentale che esprimono anche visibilmente il conferimento della grazia e il mandato per il servizio.

332
Il conferimento del lettorato e dell'accolitato e l'ordinazione diaconale sono momenti importanti e decisivi nella formazione al presbiterato (cf. MQ e AP). Da essi, senza alcuna indebita assolutizzazione, è possibile ricavare un principio capace di unificare la vita spirituale, le esperienze pastorali e, in qualche misura, anche lo stesso studio teologico (cf. MnC 28-34). Essi propongono le fasi fondamentali di una "iniziazione", attraverso la quale vengono donati la grazia e il mandato, insieme con l'esercizio progressivo e autentico di compiti tipicamente presbiterali, quali l'evangelizzazione, il culto, e l'animazione pastorale.
Proprio la loro finalizzazione all'imposizione delle mani per il presbiterato distingue il significato dei ministeri istituiti e del diaconato per i candidati al sacerdozio rispetto agli stessi ministeri conferiti a laici o a diaconi permanenti (cf. MnC 22).
Per i diversi ministeri si rispettino la preparazione e le scadenze di tempo richieste: se da un punto di vista oggettivo il servizio alla Parola, all'altare e alla carità devono restare sempre compresenti nella formazione dei presbiteri, pedagogicamente sarà da favorire una gradualità che sottolinea l'una o l'altra delle attitudini da acquisire.

333
121. Nel rispetto dei tempi e dei modi di maturazione di ogni singolo alunno, gli impegni relativi all'iniziazione pastorale verranno assunti non in base a scadenze di calendario (scolastico o seminaristico), ma solo allorquando, per giudizio concorde dell'interessato e degli educatori, emerge una sufficiente idoneità della persona.

Questo non significa indulgere alla tendenza a rimandare gli impegni, e neppure negare che il seminario possa proporre momenti determinanti quali il conferimento dei ministeri, come mete educative con cui confrontarsi e da cui essere stimolati.
Affermata la necessità che l'iter formativo sia progettato in maniera esigente, come richiede la sua natura, gli educatori siano attenti alle vere possibilità personali di ciascuno, considerando con prudenza ma con serenità eventuali periodi di maturazione vissuti anche fuori del seminario (cf. RaF 42).
Una simile esperienza - seriamente concordata tra alunno ed educatori - non deve considerarsi come estranea al cammino formativo globale. Perciòsia condotta in un continuo confronto con gli educatori del seminario, che ne sono i responsabili, e in condizioni tali da potersene prevedere un esito davvero maturante.
Si curi l'inserimento dell'alunno in una comunità adatta; lo si affidi a un sacerdote disposto a seguirlo direttamente; si definiscano gli impegni pastorali, di studio o di lavoro, in modo che siano compatibili con la formazione spirituale. La durata dell'esperienza, poi, sia - nè più nè meno - quella ritenuta sufficiente a raggiungere i chiarimenti richiesti.

334
122. Il giovane che entra nel corso teologico deve presentarsi esplicitamente e generosamente disposto a maturare il suo impegno cristiano fondamentale di seguire Cristo come maestro di vita, ascoltandolo nella sua Chiesa.
Sarebbe infatti illusorio e pericoloso cercar di raggiungere una spiritualità pastorale prima di possedere quegli atteggiamenti cristiani che, essendo espressione e sviluppo dell'impegno battesimale, sorreggono ogni altra scelta e vocazione.
I giovani non sono in grado di rispondere alle esigenze della formazione al ministero sacerdotale, se esistono problemi di fede aperti e indecisione intorno alla vocazione cristiana.

335
123. All'inizio della teologia deve quindi riscontrarsi nei candidati la sincera disponibilità a seguire il Signore ovunque egli conduca, a compiere le rotture che il "sì" a Cristo esige "senza consultare nessun uomo" (Gal 1,16; cf. Mt 4,18-22); a impostare la propria vita con i criteri del Vangelo nel solco di una scelta tendenzialmente definitiva per il ministero presbiterale.
La celebrazione del rito di ammissione tra i candidati al presbiterato, da compiersi entro il primo biennio (cf. MnC 27, 38), sarà il segno offerto al vescovo e alla Chiesa della personale maturazione di questa scelta, con la chiara accettazione di tutte le esigenze che essa comporta. Pur riconoscendo che nessuno puòprevedere quali difficoltà riservi il futuro, si richieda ai giovani di esprimere, in occasione di tale rito, un impegno solido e solenne da vivere generosamente, fiduciosi nella grazia del Signore risorto.

La formazione spirituale
In comunione con Cristo pastore


336
124. Per seguire Cristo pastore (cf. SM II, I, 3) con piena disponibilità, si richiede un costante sforzo di conversione, che assecondi il dono e l'appello di Dio quali si vanno progressivamente rivelando nel tempo.
L'atteggiamento dev'essere quello di chi si lascia convertire dalla Parola e dai sacramenti, perché per loro tramite il Padre fa conoscere all'uomo la sua condizione di peccatore, gli offre il perdono e lo sospinge alla sequela del Figlio suo.

337
125. La disposizione interiore della penitenza, per la quale continuamente si rinnova il desiderio di seguire il Signore, è alimentata dalla ricchezza della liturgia nelle singole celebrazioni e nei tempi dell'anno, e trova la sua consacrazione e la sua ratifica in occasione del sacramento della riconciliazione (cf. RaF 55; FLS 35-36). Di qui scaturirà il senso dell'ascesi e della disciplina, delle quali non possono fare a meno coloro che, per essere di Cristo, scelgono di crocifiggere la carne con le sue passioni (cf. Gal 5,16-25).
Lo spirito di sacrificio e l'accettazione della fatica, fino a rinunce molto costose, allena a subordinare con prontezza le preferenze istintive della natura alle attese di Dio e dei fratelli.
Nell'impostare la vita spirituale, perٍ, si eviti ogni volontarismo che misconosca il valore primario dell'azione segreta di Dio nel cuore dell'uomo e sopravvaluti lo sforzo ascetico dell'uomo, fino ad attribuirgli un'efficacia che da solo non ha (cf. Mc 4,26-29). Bisogna accettare con animo paziente e fiducioso i tempi lunghi nei quali il Padre fa crescere nei chiamati le virtù di Cristo pastore.
E' anzi importante che il futuro presbitero impari a godere del dono di Dio e nello stesso tempo a riconoscere il valore salvifico della sofferenza, dell'umiliazione e dell'insuccesso.
La celebrazione dell'eucaristia trasmette il senso pasquale del sacrificio cristiano e prepara coloro che saranno configurati a Cristo, sacerdote e vittima, a vivere nella speranza e nella gioia, anche quando sono associati a lui nella passione a vantaggio della Chiesa e del mondo (cf. Col 1,24; SVS 72).

338
126. E' la parola di Dio che chiama l'uomo a salvezza, e lo introduce nei misteri del Regno.
Perciٍ, attraverso momenti prolungati di ascolto e di meditazione personale, il futuro presbitero sperimenterà la Parola come presenza di Dio e di Gesù Cristo, che in essa parla alle sue membra nell'oggi della Chiesa e del mondo, e l'accoglierà come norma di fede e di vita (cf. DV 21).
Per adempiere alla sua missione egli deve anche prepararsi a intendere rettamente e a trasmettere fedelmente ai fratelli l'autentica parola divina, come la Chiesa la interpreta, "affinché una scelta arbitraria non coarti il disegno di Dio" (Paolo VI, Esortazione apostolica Quinque iam anni, 8.12.1970, parte II).
Per amore della Parola e della missione, si corregga progressivamente l'inclinazione naturale dell'uomo a ispirare i propri giudizi e le proprie scelte a criteri e sicurezze soltanto personali o di sola logica umana, si superi ogni irrigidimento dovuto a malintesa fedeltà, tale da non permettere l'irruzione delle novità dello Spirito, e si dominino passioni o tendenze che rendono difficile l'ascolto.
Si apprenda, inoltre, quello sguardo contemplativo che, sulla scorta della Parola ascoltata, permette di "scoprire nelle vicende della vita i segni della volontà di Dio e gli impulsi della grazia" (PO 18). L'iniziazione al ministero del lettorato, con il conseguente servizio, sarà il momento privilegiato per questa formazione all'accoglienza e al servizio della Parola (cf. MQ V; MnC 7).
"Il secondo e terzo anno del corso teologico sono il tempo idoneo per il conferimento del lettorato, avendo i candidati al presbiterato possibilità di un accostamento sistematico e approfondito alla parola di Dio e all'ecclesiologia; avendo modo di partecipare già attivamente alla vita pastorale della Chiesa; e potendo così trovare, intorno a questi motivi, l'ispirazione e la grazia per il cammino ascetico necessario" (MnC 28).

339
127. Ogni cristiano è chiamato, pur nella diversità dei doni di grazia, ad esprimere nella propria vita il mistero di Cristo senza deformazioni e parzialità, imitando Gesù nell'azione come nella contemplazione (cf. Mc 3,20; Lc 6,12); nell'incarnazione come nella trascendenza (cf. Fil 2,5-11; Gv 8,23); il Cristo che sa stare con i poveri e con i ricchi (cf. Mc 1,29-34; Lc 19, 1-10); il Signore della trasfigurazione e della gloria, dell'umiliazione e della croce (cf. Mt 17,1-9,; Gv 12,12-36).
Ma questo impegno diventa radicale per il prete, al quale è chiesto di annunziare e di testimoniare l'integrale Vangelo di salvezza. Gesù ha pazientemente catechizzati gli apostoli per introdurli nell'intero mistero della sua persona (cf. Mt 16,13-20), della sua pasqua (cf. Mt 16,21-28) e della missione che doveva loro affidare (cf. Mt 20,20-28; Mc 10,35-45; Gv 13,1-7; At 1,1-11), correggendo la tendenza a isolare l'una o l'altra delle esigenze della loro vocazione.
Per questo ai candidati al presbiterato è chiesta una partecipazione profondamente personale alla liturgia, la quale, soprattutto alla scuola dell'anno liturgico (cf. FLS 32), "contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della Chiesa" (SC 2), alimentandoli con il pane della vita alla mensa della parola di Dio e del corpo di Cristo (cf. DV 21). Essi comprendano la sacra liturgia come fonte, culmine e manifestazione della vita della Chiesa, riattualizzazione di tutta la storia della salvezza e azione mistagogica, con la quale la Chiesa, nello Spirito santo, in tale storia inserisce il credente.
Le esigenze della futura missione domandano anche un'iniziazione ai riti liturgici, attraverso la conoscenza delle grandi costituzioni che precedono i libri del Messale e della Liturgia delle ore e attraverso l'esperienza di collaborazione con i ministri ordinati nell'animazione delle assemblee celebranti, in seminario o nelle parrocchie (cf. FLS 20-21).
Tale formazione liturgica ha il suo momento culminante nella preparazione e nell'esercizio del ministero dell'accolitato (cf. MP VI; MnC 8), il cui conferimento è fissato "fra il terzo e il quarto anno di teologia, potendo già il candidato approfondire il mistero eucaristico e le sue connessioni con la comunità della Chiesa, negli studi teologici e nel cammino ascetico" (MnC 29).

340
128. Più volte il Vangelo ricorda come i discepoli trovarono il Maestro in preghiera o lo videro ritirarsi in solitudine per dialogare con il Padre (cf. Mc 1,35-37; Lc 6,12), mentre altre volte fu lui stesso a volerli testimoni della sua preghiera (cf. Gv 17,1-26; Lc 22,39-45).
I giovani seminaristi devono imparare l'abitudine a incontrare Dio nella preghiera solitaria e silenziosa, fatta di ascolto e di contemplazione, ma devono anche considerare che i fratelli hanno il diritto di intravedere la loro preghiera, sia quando sono ministri di orazione nella liturgia, sia nei momenti che essi riservano al colloquio personale con Dio (cf. LG 28; SVS 76).
La preghiera del pastore diventa, infatti, un appello e una testimonianza che propone a tutti il primato dell'accoglienza, dell'iniziativa di Dio.

Nella comunione ecclesiale

341
129. La comunione con Cristo pastore conduce necessariamente alla comunione con la Chiesa, alla quale i presbiteri sono mandati come fratelli e guide.
Questa comunione avviene nella docilità sia allo Spirito che agisce e parla nell'intero popolo di Dio, con il dono dei suoi carismi, sia a coloro che dallo stesso Spirito hanno ricevuto il carisma dell'autorità a servizio di tutti (cf. Paolo VI, Discorso durante l'udienza generale, 18.5.1966).
Consapevoli che lo Spirito ha già parlato in Cristo alla Chiesa, i futuri presbiteri ascoltino e accolgano fiduciosamente la fede della Chiesa, così da nutrire con essa la loro mentalità.
La ricerca appassionata delle vere parole che Dio va dicendo agli uomini li deve abitualmente disporre a un religioso rispetto di volontà e di intelligenza nei confronti del magistero del Papa e dei vescovi, per ispirare la propria fede al loro autorevole insegnamento (cf. LG 25).

342
130. L'esercizio del ministero diaconale ha la funzione precisa di far esperimentare in modo più approfondito il senso e i modi della comunione e del servizio nella comunità cristiana.
Infatti il diaconato, in forza della sacra ordinazione, introduce i candidati al ministero presbiterale nella comunione sacramentale con il vescovo e con i presbiteri, e aiuta a cogliere la stretta relazione fra il servizio all'altare e il servizio ai poveri. Esso insegna anche a vedere nello spirito di servizio la forma autentica e originale dell'autorità cristiana, espressa da colui che, come Pastore, è venuto per servire e non per essere servito (cf. Gv 13,1-17).
L'ordinazione diaconale sarà conferita "trascorso almeno un anno dalla recezione dell'accolitato, durante l'ultimo anno di teologia, mentre il candidato al presbiterato è inserito tuttora nella comunità del seminario e non ha ancora portato a termine gli studi teologici" (MnC 33). Tale ministero deve essere compiuto:
- "non riducendo il diaconato a pochi mesi di esercizio, quasi solamente liturgico e rituale, ma ponendo un notevole intervallo fra ordinazione diaconale e presbiterale;
- inserendo profondamente il diacono nella vita pastorale di comunità vive e operose, in stretto rapporto con i confratelli diaconi e in frequente contatto (con i preti) e il vescovo;
- guidando e sostenendo, mediante l'aiuto di sacerdoti e laici idonei, i primi passi di questo ministero ordinato, nella nella consapevolezza che lo stesso ministero presbiterale ricaverà, da questo sostegno e dalla relativa esperienza, non pochi benefici e un'ulteriore verifica dopo gli anni del seminario" (MnC 34).

343
131. I giovani avviati al presbiterato giungano ad amare e a riconoscere la Chiesa come sacramento privilegiato della presenza e dell'azione di Dio. La carità pastorale deve progressivamente insegnare loro ciòche veramente serve alla comunità cristiana, suggerendo i tempi e i modi nei quali è richiesto di estirpare dal campo la zizzania e quelli nei quali una superiore carità persuade a sopportarne la presenza, per non desolare ulteriormente il campo di Dio (cf. Mt 13,24-30).
La consapevolezza di appartenere a una Chiesa in cammino, operosamente attenta alla propria missione e insieme tutta protesa alla venuta del suo Signore (cf. Ap 22,17), mantiene vivace l'esercizio della speranza grazie alla quale si supera ogni tentazione di scoraggiamento di fronte al lento maturare del regno di Dio (cf. 1 Cor 3,9) e si esulta nella lode di fronte a ciòche lo Spirito continua a far germinare tra i credenti, nonostante il peccato dell'uomo.

Per il servizio all'uomo

344
132. La fedeltà alla missione esige che i candidati al presbiterato assumano sempre più la disposizione a servire tutti, per poter guadagnare il maggior numero di fratelli a Cristo (cf. 1 Cor 9,19). Essi debbono sapere che la "Chiesa non ha altra vita all'infuori di quella che le dona il suo sposo e Signore. Difatti, proprio perché Cristo nel mistero della sua redenzione si è unito a essa, la Chiesa deve essere saldamente unita con ciascun uomo. Questa unione del Cristo con l'uomo è in se stessa un mistero, dal quale nasce l'uomo nuovo, chiamato a partecipare alla vita di Dio, creato nuovamente in Cristo alla pienezza della grazia e della verità" (RH 18).
Si preparino, perciٍ, a «servire la verità e la giustizia nelle dimensioni della "temporalità umana", ma sempre in una prospettiva che sia quella della salvezza eterna» (Giovanni Paolo II, Lettera a tutti i sacerdoti della Chiesa, n. 7).

345
133. Il primo dovere di ogni futuro presbitero è quello di plasmarsi per la missione una personalità che, per quanto è possibile, sia ponte e non diaframma per gli altri nell'incontro con Cristo, imparando da colui che, essendo Dio, impoverì se stesso e divenne simile agli uomini, per fare della sua umanità il "sacramento" dell'incontro con il Padre (cf. Fil 2,5-8; Gv 14,9; Eb 5,1-3).
I giovani, consapevoli dei propri limiti, sviluppino nel modo più opportuno le qualità umane che rendono accetto e credibile un uomo tra gli uomini, quali il rispetto per ogni persona, il senso della giustizia, la lealtà, la coerenza e un adeguato equilibrio di giudizio e di comportamento (cf. OT 11; PO 3; RaF 51; SVS 71).
Da questa maturazione personale deriva la capacità di adattarsi alla condizione degli uomini ai quali si vuole servire, rinunciando ai privilegi e alle distanze che sono di ostacolo all'annunzio del Vangelo. La fedeltà alla parola incarnata esige anche, in virtù della dinamica dell'incarnazione, che il messaggio sia recato non a un'umanità astratta, ma all'uomo d'oggi. "Cristo si è fatto contemporaneo ad alcuni uomini e ha parlato nel loro linguaggio. La fedeltà a lui chiede che questa contemporaneità continui" (Paolo VI, Discorso ai Partecipanti alla XXI settimana biblica italiana, 25.9.1970).
In questa prospettiva i giovani approfittino di ogni incontro con persone e categorie particolari per verificare il proprio linguaggio e le proprie capacità di dialogo, pur ricordando che l'adattamento non va confuso con cedimenti e compromessi: la parola di Cristo dev'essere proclamata integralmente, anche quando essa conduce al rifiuto e alla emarginazione dell'apostolo.

346
134. Cristo coglieva ciòche realmente era nell'uomo, perché sapeva ascoltare, compatire, perdonare, e riconoscere la verità di quell'amore che la sua stessa presenza domandava e suscitava e nel quale ogni persona era chiamata a trovare la piena realizzazione di sè( cf. Gv 8,3-11).
Perciògli alunni del seminario avvicinino ogni uomo e ogni problema, senza valutazioni astratte, affrettate o preconcette.
Coltivino "quelle particolari attitudini che contribuiscono moltissimo a stabilire un dialogo con gli uomini, quali sono le capacità di ascoltare gli altri e di aprire l'animo in spirito di carità ai vari aspetti dell'umana convivenza" (OT 19).

Con il segno dei consigli evangelici

347
135. La configurazione a Cristo pastore, nella carità pastorale di chi dà se stesso per la comunione ecclesiale e il servizio all'uomo, si esprime mirabilmente, anche se non soltanto, nella pratica dei segni evangelici dell'obbedienza, del celibato e della povertà, incarnati secondo i modi propri della vita e della missione del presbitero (cf. SVS 73).
La formazione spirituale del seminario maggiore tende a condurre i giovani a scoprire il loro valore e a tradurlo in vita, per rendere concreta la sequela di Cristo e per essere nella Chiesa e nel mondo testimoni dell'iniziativa di Dio.

348
136. I candidati al presbiterato imparino un'obbedienza autentica e responsabile, non come fatto puramente esterno ma come progressiva conformazione interiore a Cristo, quale dev'essere quella di chi per amore fa dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli.
Già la vita del seminario offre la possibilità di sperimentare le esigenze, le fatiche e i modi di un esercizio cristiano dell'obbedienza e dell'autorità.
I superiori mostrino in questo di essere i primi a sottomettersi alla volontà di Dio; gli alunni per parte loro devono offrire ai superiori un'obbedienza piena di carità e di riconoscenza (cf. Eb 13, 17) e una collaborazione responsabile nelle scelte riguardanti la vita comunitaria (cf. RaF 24), senza far mancare l'apporto della parola e dell'azione, e nel rispetto della complementare diversità di ministeri, che caratterizza ogni comunità cristiana.
In un'epoca nella quale "gli uomini diventano sempre più consapevoli della dignità della persona umana e cresce il numero di coloro i quali esigono che gli uomini nell'agire seguano la loro iniziativa e godano di una libertà responsabile, non mossi da coercizione bensì guidati dalla coscienza del dovere" (DH 1), l'esercizio della libertà cristiana, intesa come interiore capacità di obbedire prima a Dio che agli uomini, di subordinare alle esigenze della comune edificazione le aspirazioni personali, è una preziosa ed eloquente testimonianza.

349
137. Con il carisma del celibato, colui che è chiamato al ministero presbiterale viene persuaso dallo Spirito a offrire alla grande famiglia di Dio la totalità del suo amore e della sua sollecitudine, rinunciando, per questa superiore fecondità, alla ricchezza dell'amore coniugale e della paternità che ne consegue (cf. SaC).
La formazione al celibato dei futuri presbiteri si alimenta anzitutto di un amore che sgorga come risposta a Dio da un cuore indiviso, e da un amore "sincero, umano, fraterno, personale e immolato, sull'esempio di Cristo, verso tutti e verso ciascuno" (RaF 48).
La vocazione al celibato, per essere compresa e vissuta, richiede uno spirito di fede che dia particolare concretezza al mistero di Dio e della Chiesa. E' quindi un dono che va continuamente chiesto nella preghiera, perché ogni fedeltà è possibile solo quando il Padre mostra il suo volto o rende capaci di sostenere le sue apparenti lontananze.
L'impegno celibatario è il risultato di un lungo cammino di maturazione umana, cristiana e vocazionale (cf. FCS 18-33), che sfocia in una scelta libera e consapevole (cf. OT 10), espressa dal candidato nel rito liturgico previsto prima del diaconato.

350
138. A questo fine i futuri presbiteri, ben conoscendo la fragilità della natura e senza presumere delle proprie forze, si devono avvalere in forma permanente delle norme ascetiche che consentono un'effettiva capacità di restare fedeli, nel corpo e nello spirito, al carisma del celibato.
Si raccomanda di aderire alla saggia disciplina che insegna a vigilare sulle proprie letture, sugli spettacoli, sull'uso degli audiovisivi, così da restare immuni da concessioni e ripiegamenti, che impoveriscono e insidiano la freschezza del dono (cf. SaC 70, 77).
Poiché il carisma del celibato, anche quando è autentico e provato, lascia intatte le inclinazioni dell'affettività e della sessualità, essi devono imparare anche un modo di relazione con la donna pieno di prudenza, di rispetto e di stima, comprendendone la psicologia e la specifica vocazione senza idealizzazioni ingenue e senza rifiuti.
Con una simile testimonianza i fratelli saranno felicemente aiutati a scorgere e ad apprezzare i rapporti nuovi che questo dono di Dio sa far nascere tra le persone.

351
139. La testimonianza di una povertà autentica ha oggi un particolare valore di credibilità nell'esercizio della missione pastorale (cf. GM III).
Lo spirito di povertà si manifesta in vari modi nelle molteplici circostanze della vita: di volta in volta è un atteggiamento di distacco dalle cose, di accettazione dei propri limiti, di rinunzia a ogni forma di potere.
I giovani lo coltivino nel modo di condurre la vita personale e comunitaria, senza confondere la povertà con la trascuratezza, e nella propensione abituale a preferire, anche per l'apostolato, quei mezzi poveri che rendono visibili le realtà profonde, delle quali sono solo strumenti, e il primato della potente azione di Dio (cf. 1 Cor 1,26-29).
Pur essendo il presbitero inviato a tutti, a lui però"sono affidati in modo speciale i poveri e i più deboli, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito, e la cui evangelizzazione è mostrata come segno dell'opera messianica" (PO 6).
Consapevoli di ciòi giovani impareranno a non anteporre i problemi alte persone e a prestare il loro concreto servizio anzitutto a quei poveri che sono più vicini e sono resi tali dall'incomprensione e dall'emarginazione di cui la comunità è responsabile.

352
140. "La dimensione stupenda e penetrante della vicinanza alla Madre di Cristo" (Giovanni Paolo II, Lettera a tutti i sacerdoti della Chiesa, n. 11; cf. SVS 74), che esiste nel ministero presbiterale, non sia dimenticata nella formazione spirituale dei giovani del seminario. Maria è la credente che seppe attuare fedelmente la sua missione, perché fu interiormente libera e aperta a quanto lo Spirito le andava insegnando e chiedendo, anche quando le sue parole risultavano nuove e oscure per lei.
In tale modo essa cooperò"all'opera del Salvatore con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità" (LG 61), divenendo "modello di quell'amore materno, del quale devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini" (LG 65).
Guardando a lei, i futuri presbiteri impareranno che cosa significhi una totale dedizione di amore alla missione, a lode di Dio e per la salvezza dei fratelli.
La formazione intellettuale

353
141. Nella formazione pastorale impartita dal seminario maggiore, la scuola di teologia assolve il compito di far acquisire ai futuri presbiteri gli atteggiamenti e le competenze necessarie perché possano assumere il ministero di maestri di fede, così che il vescovo possa affidare a essi, come a propri collaboratori, il mandato di radunare e alimentare la comunità cristiana. Essi si devono provvedere, perciٍ, di quell'autorevole competenza e di quell'efficace comunicativa, che derivano da un'adeguata conoscenza del mistero da annunziare e dell'uomo al quale viene offerta la buona novella (cf. LG 25, 28; PO 4).
Per raggiungere tale finalità è necessario che agli alunni sia trasmessa autorevolmente la sacra dottrina, ancorata al messaggio di Dio, in maniera organica e vivificata dalla testimonianza di coloro che, a loro volta, l'hanno fedelmente ricevuta e sono abilitati a insegnarla dal mandato del vescovo (cf. RaF 87).
Inoltre la formazione teologica del futuro presbitero dev'essere attenta ai problemi e ai segni del mondo contemporaneo, alle nuove istanze del ministero pastorale e ai nuovi compiti della teologia (cf. GS 44; FTS 9-16).

Orientamenti generaii della formazione teologica

354
142. Il primo compito della scuola di teologia, nella prospettiva pastorale, è quello di promuovere la "progressiva apertura delle menti degli alunni verso il mistero di Cristo, il quale compenetra tutta la storia del genere umano, agisce continuamente nella Chiesa e opera principalmente attraverso il ministero sacerdotale" (OT 14).
Gli studi teologici hanno la funzione di favorire una comprensione scientifica della fede, per promuoverne l'autocoscienza critica, e si muovono all'interno della fede, senza la quale si potrebbe avere una cultura religiosa ma non la vera e propria teologia. Questa, infatti, tende non solo a elaborare una "scienza", ma a permeare di fede tutto l'uomo e le sue facoltà, perché la rivelazione divina non puòessere conosciuta senza un'intelligenza credente e amante, frutto dello sviluppo della vita teologale.

355
143. Di conseguenza l'insegnamento teologico sarà svolto nelle condizioni migliori quando lo studio delle varie discipline sarà opportunamente armonizzato con i ritmi secondo i quali gli alunni crescono nella fede (cf. n. 120).
Per lo stretto legame che intercorre tra fede e teologia è importante che docenti e alunni ricordino che lo studio ha bisogno di essere accompagnato dalla preghiera e dall'esercizio maturo della vita cristiana, in modo da mettere in luce la continuità e la reciprocità che intercorrono tra parola di Dio, liturgia e vita, e da assicurare anche l'unità della formazione pastorale (cf. DV 25; SC 16; RaF 59; FTS 25; OT 4).
Tutto ciòche viene approfondito sul piano intellettuale dallo studio teologico sia armonizzato con quanto è proposto e vissuto nella liturgia, nella pietà individuale, nell'esperienza comunitaria e nei servizi pastorali.

356
144. La parola di Dio si è incarnata nella storia dell'uomo e nella storia va riespressa e ricompresa: e questa è la mediazione culturale a cui è chiamata la teologia.
La riflessione teologica ha poi un compito analogo anche verso l'esperienza cristiana dei singoli e delle comunità, in quanto considera la vita della Chiesa come "luogo teologico" imprescindibile ed esercita nei confronti di essa una funzione critica. Di qui l'altra finalità degli studi teologici nei seminari: fornire ai futuri pastori le competenze culturali necessarie all'esercizio del ministero (cf. OT 19; FTS 26).
Perciòaffermare, in questo senso specifico e particolare, la pastoralità della teologia non significa prevedere una teologia non dottrinale destituita di dignità scientifica; significa riconoscere che l'insegnamento teologico abilita i futuri presbiteri ad annunziare il messaggio cristiano attraverso i modi culturali propri dell'uomo del loro tempo e a impostare l'azione secondo un'autentica visione teologica.
Per questo, l'insegnamento della teologia venga condotto secondo una sensibilità antropologica, spirituale, missionaria ed ecumenica, grazie alla quale sarà più evidente il significato pastorale degli studi (cf. FTS 27-28).

357
145. La teologia deve sempre mantenersi consapevole della propria dimensione ecclesiale. Perciòl'insegnamento teologico nei seminari non puòmai prescindere dalla dottrina e dall'esperienza vissuta nella Chiesa, alle quali si riferisce con l'autorevole guida del magistero e sulle quali rifluisce attivamente con l'apporto di una più profonda intelligenza della fede (cf. Paolo VI, Quinque iam anni, parte II).

358
146. Per una corretta formazione intellettuale dei futuri presbiteri è poi necessario un uso equilibrato della dimensione storica e di quella teoretica, che risultano inseparabili e costitutive del metodo teologico.
Attraverso la prima si otterrà un'adeguata ricognizione dell'evento salvifico nella sua progressiva manifestazione, ricuperando la ricchezza del passato e consentendo una lettura profonda e critica del presente.
La seconda permetterà di dare consistenza e chiarezza alla coscienza riflessa della fede fornendo quelle certezze che, pur sempre aperte a nuovi e organici sviluppi, sono necessarie a un maturo esercizio dell'esistenza cristiana (cf. ETS 68).
A questo proposito dev'essere mantenuta alla formazione teologica dei seminari l'indispensabile caratteristica di completezza, organicità e istituzionalità (cf. FTS 94), anche se nell'ambito di un'applicazione corretta e rigorosamente scientifica del metodo.
Analoga attenzione dovrà essere riservata a un'equilibrata presentazione dei valori e dei limiti del pluralismo delle scuole teologiche, così che l'alunno possa operare una sintesi personale e valida sul nucleo delle certezze irrinunciabili, senza correre il rischio di una radicale sfiducia nel processo sistematico del pensiero teologico (cf. FTS 64-71).

359
147. Infine va affermata la necessità di valorizzare opportunamente la dimensione metodologico-critica della teologia.
L'alunno dovrà essere condotto alla maturità del pensiero tecnico, che esclude sia l'atteggiamento di uno studio che si limita all'acquisizione passiva di un repertorio di verità, sia un insegnamento che presenti verità rigide e chiuse in se stesse.
L'insegnante avvii al pensiero teologico critico e creativo, grazie al quale l'alunno progressivamente sperimenti maturità intellettuale e di fede. Tale esercizio, se per ogni credente è compito sempre nuovo e mai esaurito, diventa dovere irrinunciabile per il presbitero, il quale non è responsabile solo della propria fede ma anche della fede dei fratelli, davanti a Dio, da cui la sua missione deriva.
Occorre, quindi, che la formazione intellettuale offra all'alunno la possibilità di una personale acquisizione del metodo teologico, che egli dovrà imparare a esercitare di fronte alle risonanze sempre nuove della parola di Dio, nella limpida fedeltà alla proclamazione tradizionale e autorevole che ne fa la Chiesa, per comunicare all'uomo di oggi - nel suo linguaggio e partendo dalle sue domande - il messaggio della salvezza (cf. FTS 28, 33, 44-46, 49, 59-62).

Orientamenti specifici delle singole discipline

360
148. All'inizio degli studi teologici va collocato un corso introduttivo, da protrarsi per un conveniente periodo di tempo, sul mistero di Cristo e la storia della salvezza.
Il corso ha questa finalità:
- far percepire agli alunni il significato degli studi ecclesiastici, la loro struttura e il fine pastorale; - aiutarli ad abbracciare la loro vocazione con piena dedizione e con lieto animo (cf. OT 14).
A tale corso, secondo l'opportunità e le esigenze degli alunni che iniziano il curriculum teologico, puòessere affidata anche la funzione di una prima organica e completa introduzione ai fondamenti della fede nei suoi aspetti formali e nei suoi contenuti.

361
149. Senza confondersi con le scienze umane, la teologia, anche a livello di corso istituzionale, non puòignorare i problemi che vengono posti all'uomo d'oggi dallo sviluppo della psicologia, della sociologia, dell'antropologia culturale, della fenomenologia religiosa( cf. FTS 14, 20, 55, 134). E' opportuno che, nella chiara distinzione dei metodi e in misura proporzionata, si includano nella formazione dei futuri presbiteri alcune discipline complementari, obbligatorie o facoltative, atte a introdurli alle questioni fondamentali delle scienze umane.

362
150. Lo studio della filosofia va condotto con rigore scientifico, tenendo conto delle complesse problematiche e dei profondi interrogativi dell'uomo del nostro tempo.
Una solida preparazione filosofica, portando l'alunno alla consapevolezza critica delle grandi questioni sull'uomo, sul mondo, su Dio, e alla scoperta della loro soluzione, ancorata al patrimonio filosofico perennemente valido, contribuisce notevolmente alla sua formazione umana.
Tale studio inserisce il giovane al centro dei dialogo culturale del nostro tempo e lo educa a un confronto critico con le altre correnti filosofiche. Infine, lo studio della filosofia, oltre a essere presupposto all'itinerario teologico, viene richiesto per il contributo dei concetti che essa puòoffrire all'elaborazione speculativa del dogma (cf. IFS; GS 61-62; OT 15).

363
151. Equilibrando opportunamente l'aspetto storico e quello propriamente teoretico dei problemi, l'insegnamento della filosofia, oltre a prestare il dovuto riguardo alle correnti filosofiche più vivaci e incisive del nostro tempo, deve offrire le prospettive di una visione unitaria della soluzione dei principali problemi che si pongono alla riflessione dell'uomo: la sua dignità di essere spirituale e libero, storico e sociale, aperto alla conoscenza della verità e dei valori; il senso e la strutturazione dell'essere, il problema di Dio e della relazione con lui (cf. IFS).

364
152. In merito al complesso problema del rapporto che intercorre tra filosofia e teologia, valgano le seguenti osservazioni: - - Innanzitutto la ricerca fondamentale della verità e la sua espressione adeguata è compito già presente nella teologia, dato il suo intrinseco carattere di "scienza della fede". Ma la portata e il rigore di questa istanza comportano un confronto con il sapere critico e incondizionato, che si attua nella filosofia. Nascono di qui la convergenza naturale e la specifica distinzione tra le due discipline. Tale distinzione non sembra peròessere abbastanza garantita con trattazioni "a temi", nelle quali il discorso filosofico viene mescolato con quello teologico, fino a non rispettare i confini reciproci.
- Inoltre nel necessario confronto della teologia con le varie filosofie succedutesi nella storia del pensiero e presenti nella cultura contemporanea, si mirerà soprattutto a recepire il rigore critico con cui esse si muovono, da qualunque parte esso provenga. Si avrà peròanche cura di indicare le parzialità, le imprecisioni e i veri e propri errori che si sono di volta in volta presentati alla coscienza dell'uomo e che ancora oggi vengono proposti. Si concederà inoltre particolare attenzione a quelle filosofie che, procedendo con rigoroso metodo razionale, dimostrano una più feconda possibilità di sintonia con i dati della rivelazione, riprendendo soprattutto le massime espressioni dal pensiero patristico, medievale e scolastico (cf. FTS 50-53; 68c).

365
153. All'inizio degli studi teologici è opportuno prevedere un corso propedeutico di metodologia teologica, per mezzo del quale l'alunno si rende conto del diverso modo di procedere nella riflessione filosofica e in quella teologica, si prepari a trarre frutto dagli studi che dovrà affrontare e insieme sia aiutato a maturare la propria fede. E' necessario cioè approfondire fin da principio le fonti e i criteri della ricerca teologica, per sapersi quindi dedicare a questo studio con maggior rigore, e procedere in esso, ispirandosi all'esempio, tuttora attuale, e alla guida sicura di san Tommaso d'Aquino.

366
154. Lo studio della sacra Scrittura, anima della teologia (cf. DV 24; OT 16; RaF 78; FTS 79-84), dovrebbe incominciare con una presentazione della storia della salvezza contenuta nei libri sacri, a meno che ciònon sia già stato fatto nel corso introduttivo. Dopo un'introduzione generale sui problemi della formazione del testo sacro e la sua ispirazione, lo studio si approfondirà in saggi di esegesi scientificamente condotti, per avviare lo studente alla lettura esatta dei libri della Bibbia, secondo la loro struttura letteraria, il loro valore storico, il loro significato teologico, e nello studio dei principali temi biblici. In tal modo l'alunno imparerà a studiare unitariamente e teologicamente la Scrittura, ne apprenderà i fondamentali insegnamenti e ne farà il primo alimento della riflessione teologica e della vita spirituale.

367
155. La patrologia ha il compito di offrire gli strumenti per una lettura corretta e storicamente ambientata dei Padri della Chiesa orientale e occidentale, che ne illustri il contributo nella fedele trasmissione e chiarificazione delle singole verità rivelate (cf. OT 16; FTS 85-88) e faccia notare agli alunni il valore di "luogo teologico" della loro testimonianza (cf. DV 8).

Si abbia cura, inoltre, di porre nel giusto rilievo il valore del metodo teologico dei Padri, determinante anche per le epoche successive, di illustrare il legame tra l'insegnamento della patrologia e quello della storia della Chiesa, per contribuire a una conoscenza unitaria dei problemi e delle esperienze della Chiesa nelle varie epoche.

368
156. La liturgia studia le azioni rituali della Chiesa, nelle quali sono presenti e operanti i misteri della salvezza, ed è chiamata a svolgere una preziosa funzione formativa e interdidisciplinare (cf. FLS 43-61; Appendice). Va quindi computata tra le discipline necessarie e più importanti e dev'essere insegnata tanto nell'aspetto teologico e storico che in quello spirituale, giuridico e tipicamente pastorale.
La liturgia infatti, oltre a rappresentare un "luogo teologico di particolare importanza" (RaF 79), assume una specifica nota pastorale, in quanto tende a fare dell'alunno un "pastore celebrante", in grado di penetrare "il senso dei sacri riti e prendervi parte personalmente con tutto l'animo" (SC 17), e nello stesso tempo capace di condurre i fedeli all'azione sacra, in una chiara comprensione ottenuta per mezzo dei riti e delle preghiere.
Si provvederà anche a formare gli alunni all'impiego del canto e della musica sacra quali parti integranti della liturgia, e si introdurranno accuratamente ai problemi dell'arte sacra, anche contemporanea, illuminandone i legami con la liturgia e con la storia del pensiero e del culto cattolico (cf. FLS 56).

369
157. Tutte le materie teologiche suppongono come base del proprio procedimento la teologia fondamentale, che ha per oggetto di studio il fatto della rivelazione cristiana e la sua trasmissione nella Chiesa: sono questi i temi che rientrano in ogni problematica sui rapporti tra ragione e fede.
La teologia fondamentale deve essere quindi studiata come disciplina introduttiva alla dogmatica, ma rappresenta anche una dimensione permanente di tutta la teologia, per rispondere ai problemi attuali presentati dagli alunni e dall'ambiente in cui essi vivono e nel quale domani svolgeranno il loro ministero.
Motivo di fondo della teologia fondamentale è la riflessione razionale che il teologo, insieme con la Chiesa e partendo dalla fede, fa sul cristianesimo come opera di Dio che si è rivelato e si è reso presente nel Cristo, e sulla Chiesa stessa come istituzione voluta dal Cristo per prolungare la sua opera nel mondo.
Per le ragioni suddette, la teologia fondamentale è da giudicarsi materia necessaria alla formazione teologica e pastorale, e pertanto il suo atteggiamento occupi nei programmi di studio un posto corrispondente alla sua importanza (cf. FTS 107-113).

370
158. L'insegnamento della teologia dogmatica guidi a una visione organica e attuale della fede della Chiesa attraverso un metodo genetico (cf. FTS 89), che, partendo dalla rivelazione biblica e accogliendo la tradizione nelle varie espressioni (da quelle dogmatiche a quelle teologiche, liturgiche, spirituali, ecc.) e nelle varie epoche (da quella patristica a quella attuale), tenda a cogliere il dato rivelato nella sua completezza obiettiva, nelle istanze unitarie variamente evidenziate nella storia, nell'apertura alla nuova attualizzazione. "Per realizzare tutte le possibilità di tale metodo e superare le difficoltà che esso presenta, la prima condizione è di rispettare e applicare il principio della continuità della fede, pur nella necessità, per le generazioni successive, di comprenderla in modo sempre più pieno e sempre più adeguato alle necessità del mondo".
"Nella linea di questa continuità si devono considerare:
- il riferimento necessario e continuo alla rivelazione, che in quanto principio oggettivo e inesauribile della fede genera il dogma e le diverse espressioni della vita cristiana, in particolare la teologia;
- l'intervento del magistero ecclesiastico per precisare e definire le esigenze permanenti e irrinunziabili della fede;
- la necessità e insieme la relatività della teologia, che scopre e mette in evidenza la profondità della fede; recepita - l'esigenza della comprensione attuale della fede, integralmente recepita e professata, in riferimento alla nuova situazione culturale e quindi al compito proprio della teologia" (FTS 90; cf. OT 16).

371
159. L'insegnamento della teologia morale, rifacendosi alla parola di Dio meditata nella comunità ecclesiale sotto la guida del magistero, illustra l'altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutti nella carità per la vita del mondo. L'obiettiva unità di questa disciplina con la teologia dogmatica impedirà che si ingeneri nella mente dell'alunno l'impressione pericolosa di una dissociazione tra ciòche va creduto e ciòche va praticato nella vita cristiana. La radicale ridiscussione del problema etico e le profonde trasformazioni in atto nella cultura e nel costume, come la perdita del senso della virtù e del peccato, invitano la teologia morale a tenere particolarmente conto della mediazione filosofica, degli apporti delle scienze umane e naturali e delle utili aperture alla teologia pastorale (cf. FTS 99, 101; RaF 79; OT 16).

372
160. In stretto collegamento con la teologia dogmatica e morale venga svolta la teologia spirituale, quale studio della pienezza della vita teologale del cristiano, in risposta alle esigenze dell'adozione a figlio di Dio e alle leggi del processo spirituale descritto nell'ascetica e nella mistica cristiana (cf. OT 19; FTS 100).

373
161. Si impartirà l'insegnamento della teologia pastorale o "pratica" come scienza che studia metodi, strutture e condizioni delle varie attività (catechetica, caritativa, missionaria, ecc.) con cui la comunità cristiana porta l'evento cristiano nella vita delle persone, e insieme interpreta le genuine istanze del ministero pastorale (cf. RaF 79; FTS 102).
Tale disciplina sarà collocata presso il compimento degli studi ecclesiastici, così che si presenti non come a sè stante o addirittura contrapposta alla riflessione teologica precedente, bensì come uno sviluppo consequenziale.

374
162. Lo studio del diritto canonico, introducendo anch'esso alla visione del mistero della Chiesa sotto una specifica angolatura, che è quella della sua struttura giuridica e della sua organizzazione visibile, sarà condotto in modo da evitare ogni identificazione assoluta, ma anche ogni opposizione tra Chiesa del diritto e Chiesa della carità, tra Vangelo e diritto, tra istituzione e vita (cf. OT 16; Paolo VI, Discorso al tribunale della Sacra Romana Rota, 27.1. 1969: AAS 61 [1969], pp. 174-178).
Le leggi della Chiesa siano presentate nello spirito di dipendenza gerarchica e di servizio per adempiere il ministero pastorale, tanto più che l'osservanza di certe norme canoniche obbliga il pastore in coscienza, anche in ordine alla validità di alcuni atti giuridici.
Appare oggi opportuna una più approfondita trattazione del diritto pubblico, soprattutto nei temi della libertà religiosa, del rapporto tra Chiesa e comunità politica, del regime concordatario.

375
163. L'insegnamento della storia della Chiesa deve essere sviluppato nella sua dimensione teologica, avendo cioè per oggetto la Chiesa conosciuta alla luce della fede nel suo cammino nel tempo.
Nell'ambito della storia generale della Chiesa è necessario un coordinamento con le discipline specializzate che da essa derivano, come la patrologia e la storia del diritto ecclesiastico, della liturgia, della spiritualità e delle missioni.
Si abbia anche cura di soffermarsi sulla storia della propria Chiesa locale e sulla storia della Chiesa in Italia di questi ultimi decenni (con attenzione alle vicende delle associazioni laicali che l'hanno caratterizzata), perché essa illumina molte situazioni spirituali e sociologiche d'oggi.

376
164. A una completa formazione teologica dei futuri presbiteri concorrono anche altre discipline ausiliarie, quali l'insegnamento sociale della Chiesa, la teologia ecumenica, la missiologia, la religiosità popolare, l'uso pastorale dei mezzi di comunicazione sociale, ecc. Esse possono, secondo l'opportunità, o affiancare le discipline principali o connettersi variamente con alcune di esse (per esempio la catechetica e l'uso pastorale dei mass-media nell'ambito della teologia pastorale) (cf. FTS 114).

Indicazioni e norme concrete didattico-pedagogiche

377
165. Il curriculum degli studi è costituito da un primo biennio prevalentemente filosofico-fondamentale e da un successivo quadriennio teologico, o da periodi equivalenti qualora si optasse per una distribuzione "parallela" degli insegnamenti filosofico e teologico, pur nella dovuta distinzione dei due settori.
Ne deriva il fatto che il sesto anno di teologia, pur assumendo un particolare carattere di sintesi e un più vivo riferimento alle esperienze pastorali, va considerato parte integrante della formazione e del curriculum di studio del seminario, e deve quindi essere espletato prima dell'ordinazione sacerdotale (cf. RaF 61, 82-82; SapC II, 74). Il sesto anno andrà introdotto tenendo conto della situazione locale e dei molteplici rapporti che l'istituzione seminaristica mantiene con facoltà e istituti superiori di insegnamento teologico (cf. SapC I, 62).
I singoli seminari devono quindi provvedere a riordinare gli studi, qualora non corrispondessero già a questo piano di massima, adeguandovisi senza ammettere decurtazioni.
Durante il biennio o subito prima di esso vanno anche previste le necessarie integrazioni culturali e filosofiche, che si mostreranno di volta in volta necessarie per gli alunni che provengono dalla scuola media superiore così da facilitare il loro inserimento nel curriculum teologico (cf. FTS 129-130).

378
166. Nel corso teologico istituzionale gli alunni sono tenuti alla frequenza delle lezioni. L'incontro con un maestro è insostituibile nella trasmissione della fede. L'insegnamento diventa così discorso del teologo credente e orante, nel quale coincidono l'intelligenza del mistero e l'intimità di vita con esso (cf. FTS 131).

379
167. Nelle sessioni stabilite, senza ingiustificati rinvii, gli alunni dovranno dare prova del loro profitto negli studi con colloqui, dissertazioni scritte ed esami, al fine di verificare e testimoniare alla Chiesa la crescita della loro capacità di sintesi, dell'assimilazione e dell'espressione fedele dei contenuti del messaggio cristiano (cf. RaF 93).

380
168. Nello spirito di collaborazione degli alunni all'intera vita del seminario, è necessario che essi offrano il loro volonteroso apporto per un migliore andamento della scuola nel rispetto e nella consapevolezza della complessità di un settore che di sua natura esige una visione d'insieme e la costante attenzione sia ai contenuti da trasmettere sia alle finalità ultime da raggiungere.
Resta comunque importante che sia nella revisione finale dell'andamento scolastico (programmi, metodi, orari, ecc.), sia nella periodica ricerca di miglioramenti, si sollecitino anche la valutazione e le proposte degli alunni, specialmente di coloro che, avendo quasi ultimati i corsi di studio, sono maggiormente in grado di offrire dati, informazioni e suggerimenti che saranno poi affidati alla riflessione e decisione del rettore, del preside e degli insegnanti.

381
169. Per lo stesso motivo si dovranno avviare progressivamente gli alunni alla ricerca personale e di gruppo, a lavori di "seminario", con la guida dell'insegnante, dando via via più spazio a forme di insegnamento attivo (cf. RaF 91; FTS 128).
La scuola di teologia dovrebbe essere fatta in modo che ogni studente sia effettivamente impegnato secondo le sue possibilità intellettuali e particolari attitudini.

382
170. La scuola di teologia deve anche preoccuparsi di esaminare articoli di riviste e giornali riguardanti argomenti religiosi o filosofici, in modo da avviare i giovani a una lettura critica dei mezzi di informazione e di studio, con i quali entreranno in contatto nella loro vita pastorale e che in certa misura influenzeranno il loro modo di pensare e giudicare.

383
171. Sono anche da valorizzare, per una più profonda intuizione del carattere unitario dell'insegnamento, momenti di approfondimento interdisciplinare guidati da docenti diversi intorno a temi di interesse comune.
Tale collaborazione favorisce più efficacemente l'acquisizione di una visione personale e globale dei trattati teologici da parte degli alunni, in vista della loro missione di maestri e testimoni della fede( cf. FTS 70-71, 125).

384
172. L'intero ordinamento delle diverse discipline filosofico-teologiche sarà organizzato in modo che l'orario scolastico negli ultimi anni conceda più spazio per la ricerca personale e per i lavori di gruppo, sotto la guida e il controllo dell'insegnante, al fine di non cadere nella genericità e nella dispersione.
Considerando il rapido e continuo progresso delle scienze, lo studio compiuto durante il periodo del seminario non sia ritenuto esaustivo di quanto si richiede dalla missione del prete. Si tenda, piuttosto, a formare negli alunni un habitus mentale disposto all'aggiornamento permanente.

385
173. A conclusione del discorso appare con chiarezza il fatto che la preparazione dei futuri presbiteri non potrà essere assicurata senza l'esistenza di un corpo docente efficiente e qualificato. Perciòi vescovi non devono esitare a concedere ai candidati particolarmente idonei agli studi superiori la possibilità di conseguire i gradi accademici riconosciuti dalla Chiesa, assicurando adeguati strumenti di lavoro (biblioteca, libri, riviste) e concedendo loro volentieri dei periodi per l'aggiornamento (cf. FTS 118).
Spesso peròtutte le condizioni richieste si trovano a fare i conti con situazioni diocesane non ottimali, determinate dalla scarsità di mezzi, di alunni, ecc., soprattutto considerando l'opportunità di mantenere separati i corsi di teologia.
Perciòin molti casi si deve pensare a una più stretta collaborazione tra gli istituti teologici diocesani e religiosi di uno stesso centro o tra quelli di più diocesi.

La formazione pastorale

386
174. Tutta la pedagogia seminaristica, in quanto mira a conformare i futuri presbiteri a Cristo pastore, ha un carattere essenzialmente pastorale. La vita comunitaria, la formazione spirituale e lo stesso impegno culturale nella scuola si configurano secondo tale esigenza.
Oggi peròappaiono sempre più rilevanti l'importanza e lo spazio accordati alle esperienze pastorali compiute nelle parrocchie o in altre situazioni di evangelizzazione; di qui l'opportunità di dare alcune indicazioni perché tali aperture conseguano quel frutto che da esse si attende.

387
175. Anzitutto dev'essere garantito il loro carattere formativo: perciònel programmarle e nell'impostarle si tengano ben presenti l'alunno, le sue condizioni personali e il grado di capacità richiesto dalla situazione.
Si faccia in modo che esista una certa reciprocità tra la vita vissuta in seminario e le situazioni affrontate nella comunità cristiana, regolando il rapporto fra i due momenti secondo i criteri già dati per ogni occasione di interscambio tra la vita seminaristica e l'ambiente esterno (cf. SVS 79).
Una continua verifica educativa, personale e comunitaria, degli esiti prodotti dalle esperienze pastorali nella crescita della persona verso il ministero presbiterale, consentirà alla convivenza comunitaria di beneficiare di molti proficui stimoli e di armonizzarne i contributi.

388
176. In secondo luogo le esperienze pastorali assumono un chiaro carattere ministeriale, rimanendo strettamente connesse alle esigenze dell'iniziazione al presbiterato, con i conseguenti servizi dell'annunzio della Parola, del culto e della presidenza. Esse perciòdovranno tradursi anzitutto nell'esercizio dei ministeri del lettorato, dell'accolitato e del diaconato (cf. MnC 7-8; ReDP 22-26).
"Questa presenza del candidato al presbiterato nelle comunità ecclesiali non si giustificherà in tal modo come semplice tirocinio pastorale o esercitazione scolastica, ma si qualificherà come autentico ministero, sostenuto dalla grazia e offerto alla comunità" (MnC 24).
Ne deriverà che i giovani potranno verificare i propri carismi, riconoscere e far crescere la propria capacità di inserirsi e di operare nel presbiterio e nella Chiesa locale.
Nello stesso tempo si consentirà al presbiterio e al popolo di Dio di discernere concretamente e per tempo l'idoneità dei candidati al ministero presbiterale (cf. OT 9, 21; PO 8; RaF 98-99).

389
177. E' importante, nella prospettiva del ministero futuro, che i giovani sviluppino le capacità di far collaborare i laici e di svolgere nei loro confronti una funzione di guida spirituale, nel rispetto e nella valorizzazione dei doni inerenti alla loro vocazione per la Chiesa e per il mondo (cf. PO 6).
Sarà di particolare aiuto il servizio di animazione svolto all'interno delle diverse forme associative, nelle quali i laici hanno la possibilità di intraprendere un organico itinerario formativo e di esplicare la dimensione ministeriale e apostolica della loro vocazione( cf. AA 18-21; EN 70-73; EvM 72-82).
I giovani saranno così progressivamente aiutati a introdursi nella cura tipicamente presbiterale di farsi carico della formazione spirituale delle singole persone (cf. PO 6) e di proporsi come segno di comunione all'interno della Chiesa (cf. AA 24-25), senza identificarsi con alcuna delle forme suddette, privilegiandola nel proprio ministero in modo tendenzialmente esclusivo.

390
178. Evidentemente ha importanza decisiva la scelta dei preti e delle comunità cristiane presso cui i futuri presbiteri compiranno le loro esperienze. E' necessario infatti individuare persone e ambienti non condizionati da uno stile meramente pragmatistico, nè da convinzioni unilaterali sull'esperienza e sull'educazione cristiana, ma contrassegnati dalla volontà di accompagnare il cammino dei giovani con discreta e fraterna sollecitudine (per esempio, l'Azione cattolica).
I preti delle parrocchie e degli altri organismi pastorali sono chiamati a svolgere una delicata e perseverante funzione di guida e di verifica (cf. RaF 58) in dialogo con gli educatori del seminario. La loro presenza e il loro aiuto saranno determinanti per favorire il progressivo inserimento dei candidati al ministero nella comunione e nell'attività del presbiterio diocesano.
Gli alunni del seminario, dal canto loro, venendo a contatto con persone e istituzioni che formano il tessuto vivo e concreto della Chiesa, si addestreranno allo spirito di accettazione, imparando a non imporre agli altri un tipo e un ritmo di cammino commisurato solo su se stessi e ricordandosi della pazienza di Dio, che fa crescere tutti, mentre lascia a ciascuno il tempo necessario (cf. Lc 13,6-9).

Conclusione


391
179. Questo documento è rivolto primariamente agli educatori dei seminari e a quanti altri sono direttamente impegnati nella formazione dei presbiteri nelle diocesi italiane. A loro i vescovi raccomandano uno studio attento del testo. Ben conoscendo la disponibilità con la quale svolgono il loro delicato compito, desiderano ringraziarli vivamente, mentre assicurano la particolare preghiera di tutta la comunità cristiana perché il Signore renda fecondo il loro impegno.

392
180. Con un pensiero di grande fiducia, i vescovi consegnano questo testo direttamente anche ai ragazzi, agli adolescenti e ai giovani che vivono nei seminari o nelle altre comunità destinate alla formazione dei presbiteri.
A mano a mano che si sviluppa la loro crescita, essi possono prendere coscienza sempre più chiara dei doni di cui lo Spirito santo li arricchisce, sul piano umano e sul piano cristiano, perché a loro volta si preparino a spenderli per il servizio a tutti i fratelli.
In questi orientamenti e in queste norme, che potranno conoscere con la necessaria gradualità, vogliano essi leggere la trepidazione gioiosa e la speranza con cui tutta la Chiesa li segue e attende la loro coraggiosa risposta.

393
181. Il documento è offerto, inoltre, all'attenzione dei responsabili dell'opera di animazione vocazionale, che costituisce una stupenda tradizione del nostro paese e che ora deve trovare nuovo slancio, nuova genialità, nuova corresponsabilità.
Quando si tratta di promuovere la pastorale delle vocazioni dei presbiteri, è importante riferire sempre ogni programma e iniziativa al progetto di Dio, che la Chiesa con i suoi pastori deve continuamente scrutare e tradurre in scelte operative ispirate alla fede, alla carità, alla speranza.

394
182. Con la collaborazione dei sacerdoti e di quanti hanno particolare competenza nella pastorale vocazionale, questo documento dovrà raggiungere anche tutta la comunità cristiana. Nella Chiesa, infatti, tutti hanno responsabilità nell'accogliere le vocazioni dei futuri presbiteri e nel seguirne la formazione, ciascuno per la sua parte, in una collaborazione ordinata.
I vescovi invitano soprattutto i sacerdoti in cura d'anime a risvegliare tra i fedeli questa consapevolezza, a nutrirla nella preghiera incessante, a svilupparla con una buona pastorale dei fanciulli, dei ragazzi e dei giovani.

395
183. Non mancheranno, poi, le possibilità di rivolgersi alle famiglie cristiane. Esse sono come le "Chiese domestiche". E' dalla loro misteriosa realtà e nel loro ambito che normalmente nascono i germi di queste singolari vocazioni; e sono spesso i genitori i primi testimoni e i primi educatori della vocazione che nasce.
"Se animate da spirito di fede, di carità e di pietà, [le famiglie] costituiscono come il primo seminario" (OT 2); in questa esperienza di inestimabile valore, esse non devono essere lasciate sole, ma devono poter contare sull'attenzione e solidarietà di tutta la comunità cristiana.

396
184. A Maria, madre di Cristo, madre della Chiesa, regina degli apostoli, i vescovi raccomandano le intenzioni che li hanno guidati a compilare questo documento; alla sua intercessione affidano ora l'azione pastorale che l'intera comunità cristiana vorrà generosamente sviluppare per l'accoglienza e la formazione dei futuri presbiteri.

Roma, 15 maggio 1980



Appendice La formazione Permanente


397
1. La necessità di un proseguimento e perfezionamento della formazione sacerdotale nel suo triplice aspetto, spirituale, intellettuale, pastorale, anche dopo la sacra ordinazione fu affermata chiaramente dal concilio (cf. OT 22; CD 16; PO 19); è stata ribadita nel motu proprio Ecclesiae sanctae, n. 7; nella lettera circolare della Sacra Congregazione per il clero del 4 novembre 1969, nella Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis (nn. 100 e 101) e anche dall'episcopato italiano (cf. SVS 81-86).

398
2. Essa si rivela di giorno in giorno più urgente, sia per intrinseca legge di sviluppo d'ogni esistenza, sia per il progresso delle discipline teologiche e delle scienze umane e sia per il mutarsi rapido delle condizioni culturali e sociali.
Oggi tutti i settori dell'umana convivenza avvertono che non si puòfare a meno di una formazione permanente, non solo in vista d'un aggiornamento di conoscenze, ma, più ancora, per prevenire o sanare incomprensioni e disagi, che facilmente sorgono quando gruppi di età diversa debbono operare insieme.
Nella vita dei presbiteri questo impegno, di cui si fa interprete, sotto la guida del vescovo, anche la comunità educante della Chiesa particolare, altro non è che un'incessante conversione all'appello e al dinamismo dello Spirito.
La chiamata di Dio esige infatti una fedeltà sempre rinnovata: "potrebbe altrimenti accadere che nel presbiterio se ne attutisca la percezione, s'impigrisca la risposta, quando non si giunga alla interruzione del dialogo" (SVS 81).

399
3. Non è difficile rendersi conto che questo argomento attende una trattazione ampia e autorevole.
Qui, tuttavia, se ne fa almeno un cenno per lo stretto legame che dovrebbe unire la formazione del seminario e quella successiva. Se, infatti, apparisse che v'è discontinuità o addirittura difformità tra di esse, ne soffrirebbero un contraccolpo grave l'attività pastorale e la comunione fraterna tra i presbiteri di differente età.

400
4. Questa continuità deve risultare chiara e naturale tanto per i contenuti di dottrina, di vita spirituale e di indirizzo pastorale, quanto per il metodo, il linguaggio e le forme didattico-pedagogiche.
La formazione permanente non è una semplice ripetizione, appena riveduta o ampliata con suggerimenti applicativi, di quella acquisita in seminario; essa deve svilupparsi come un fatto, vitale, che ha inizio in seminario e nel suo progresso richiede adattamenti, aggiornamenti e modifiche, senza subire rotture o soluzioni di continuità.
Ne segue che della formazione permanente occorre tener conto fin dal corso teologico, e a essa aprire l'animo dei futuri presbiteri dimostrandone la necessità, i vantaggi e lo spirito.

401
5. Una formazione permanente ben impostata e condotta secondo i diversi livelli di età è per il presbitero un provvidenziale e insostituibile aiuto e risolverebbe molte incertezze e annebbiamenti che, col passare degli anni e col moltiplicarsi delle più disparate difficoltà, costituiscono motivo di crisi nello svolgimento del ministero.
Questo problema merita un serio esame, perché dalla sua corretta soluzione dipende lo sviluppo di comunione e di crescita di tutto il presbiterio della diocesi.

402
6. Si debbono distinguere due fasi di formazione permanente: la prima segue immediatamente la sacra ordinazione; la seconda comprende l'intero arco della vita del prete, salvo ulteriori divisioni di maggiore specializzazione per cicli di anni o per diverse mansioni (esempio: parroci, cooperatori, catechisti, ecc.).

403
7. Per il primo tempo, si propone:
a) introdurre gradualmente il giovane prete nelle esperienze e nelle responsabilità personali, a contatto con la situazione concreta e in una verifica sempre più accurata delle proprie doti e attitudini, allenandolo a realizzare in sè, in sintesi armonica di interiorità e di azione, quella unità di vita, cui egli deve costantemente tendere, sull'esempio di Cristo, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera (cf. PO 14);
b) di perfezionare le attitudini ministeriali trasferendo nel contesto pastorale a dottrina delle varie discipline teologiche (sacra Scrittura, liturgia, teologia sistematica e morale, ecc.) e aggiungendone qualche altra di natura più applicativa (come: catechetica, psicologia, pedagogia, sociologia, pastorale giovanile, pastorale del mondo del lavoro, ecc.);
c) di inserirlo a pieno titolo in un clima di reciproca fiducia e di rispetto, nella vita comunitaria del presbiterio diocesano, favorendo la progressiva partecipazione all'esperienza e alla responsabilità del ministero.

404
8. Per raggiungere tali scopi si devono creare strutture adeguate, che offrono al tempo stesso possibilità d'azione pastorale diretta e responsabile, sotto la guida di un prete sperimentato, e momenti di riflessione spirituale, dottrinale e pastorale.
Per questo motivo sembra meno opportuno pensare a un convitto, dove i preti continuino una vita simile a quella del seminario, anche se è manifesta l'utilità di mantenere il rapporto con gli educatori del seminario. Occorre, invece, prevedere un ambiente particolare, che permetta una vera, concreta e continuata esperienza pastorale, e periodi sufficientemente lunghi di riflessione, secondo una frequenza adeguata (settimanale, mensile), vissuti comunitariamente in modo residenziale.
Nel luogo dell'azione pastorale diretta, che normalmente sarà una parrocchia, il giovane prete potrà saggiare e irrobustire le sue doti di guida del popolo di Dio, di evangelizzatore, di presidente della liturgia, in una prima verifica confidente col presbiterio e con la comunità parrocchiale.
Nel luogo e nel tempo di riflessione e di convivenza fraterna potrà sviluppare un lavoro più ampio di verifica, di ripensamento della sua attività pastorale e della sua vita spirituale, insieme a un'organica partecipazione a corsi di studio di tipo pastorale.

405
9. Il lavoro di formazione - individuale e comunitario - non potrà limitarsi al settore culturale di studio e di discussione su problemi pastorali, ma dovrà estendersi a quello spirituale, con l'aiuto di persone esperte e capaci, e in un confidenziale dialogo, frequente quanto più è possibile, con il vescovo.
La "residenza", anche limitata a due soli giorni per settimana o quindicina, favorisce un clima di distensione, fraternità e spiritualità, che più difficilmente si potrebbe conseguire in incontri fugaci di poche ore.

406
10. Il periodo per il completamento della formazione dei giovani preti non potrà limitarsi a un solo anno, ma dovrà estendersi a tre o più anni, favorendo progressivamente una maggiore libertà di frequenza, di iniziativa e di scelta.
Se le singole diocesi non potessero offrire questo servizio con le sole proprie risorse, sarà opportuno che si uniscano ad altre diocesi (per esempio quelle di una stessa regione).

407
11. La formazione permanente del secondo tempo mira soprattutto a impedire quell'impoverimento di cultura, intesa nella sua più ampia accezione, e di capacità critica, a ovviare a quella sclerosi di vita spirituale, a superare quell'empirismo superficiale, che possono facilmente verificarsi in persone che non tengono vivo lo studio e la riflessione; inoltre, tende a sviluppare la comunione del presbiterio e la circolazione di idee e di esperienze d'arricchimento reciproco.

408
12. Concretamente si tratta di tenere la propria cultura e mentalità al passo con i tempi, soprattutto oggi, quando il rapido svolgersi della vita sociale, dell'approfondimento della fede e delle scienze teologiche introduce in brevi periodi variazioni vaste e profonde. Si tratta anche di abilitare i presbiteri ad alcuni uffici pastorali nuovi, che venissero loro affidati, o che si mostrassero necessari per l'evolversi delle situazioni.
Si tratta, infine, di riflettere, alla luce della fede e delle scienze dell'uomo, sulle iniziative pastorali concrete, per coglierne e farne cogliere i valori e i significati profondi e per determinarne i modi di attuazione.

409
13. L'obiettivo più importante della formazione permanente, specialmente oggi, dovrebbe essere quello di stimolare a una costante verifica di sè e delle proprie attività di ministero nel confronto con gli altri e con la situazione; di sviluppare una capacità di ascolto, di comprensione e di collaborazione con gli altri presbiteri, religiosi e laici; di far superare quei diaframmi che troppo spesso dividono generazioni e mansioni diverse (giovani e anziani, parroci e cooperatori, ecc.).
La formazione permanente puòcosì diventare uno degli strumenti più validi per la crescita di quello spirito comunitario che è indice di maturità e che oggi spesso si auspica, ma non frequentemente si riesce ad attuare, anche tra preti.

410
14. Per ottenere questi scopi, sembrano necessarie varie iniziative e strutture:
a) corsi e lezioni di aggiornamento teologico; specializzazione nelle varie attività pastorali, per fornire ai sacerdoti l'idoneità a compiti nuovi e specifici; potrà rivelarsi utile un istituto pastorale dotato di insegnamenti veri e propri per corsi di specializzazione: di catechesi, di pastorale liturgica, di pastorale di settore (giovanile, del lavoro, ecc.), di alcune discipline tecniche correlative;
b) riflessione sull'azione pastorale di unità sufficientemente vaste (diocesi o vicariati) e relativamente a programmi di ampio respiro; la riflessione sarà offerta nel rispetto dell'obiettività e sarà guidata da persone competenti;
c) riflessioni e attività spirituali, come ritiri e esercizi.

411
15. Le iniziative della formazione permanente potranno consistere in corsi annuali o bimestrali continuativi; oppure in corsi estivi, in settimane di studio. Siano distribuite in località accessibili alla maggior parte del clero.

412
16. Alcune condizioni generali sono indispensabili ad un'efficace formazione permanente:
a) ci siano garanzie di fedeltà e sicurezza dottrinale e di seria impostazione scientifica, ma si eviti di gravare con un'eccessiva specializzazione;
b) si richieda una partecipazione regolare e attivamente impegnata;
c) si offra un'organica programmazione di temi e di scopi; si proceda con un metodo analitico-induttivo che utilizzi il livello di esperienza umana e pastorale dei partecipanti;
d) ci si preoccupi di una genuina spiritualità liturgica e biblica, riservando un adeguato spazio a celebrazioni, esercizi e ritiri, ecc.;
e) si promuova un effettivo incontro di presbiteri di diversa età ed esperienza, così che ne possa nascere un dialogo sereno, rispettoso e proficuo per tutti.

413
17. Non si dimentichi che, accanto alle occasioni istituzionali di formazione permanente, devono essere adeguatamente valorizzati tutti i mezzi ordinari e quotidiani che possono stimolare la crescita personale e comunitaria dei presbiteri (per esempio: la pratica della direzione spirituale, gli incontri di amicizia fra compagni di ordinazione, momenti particolari di preghiera, ecc.).
Le case religiose e le case di esercizi spirituali, che si aprono cordialmente all'accoglienza dei presbiteri per occasioni di riflessione e di preghiera personale, svolgono un servizio prezioso, degno della massima stima.
Così pure dev'essere costantemente valorizzato il ruolo delle associazioni e dei movimenti sacerdotali, quando rispondono alle esigenze spirituali e di comunione dei singoli, e contemporaneamente promuovono nei presbiteri una spiritualità e uno stile di servizio fedele alla missione diocesana, senza particolarismi o limitazioni.


Dall'Enchiridion CEI

Roma, 26/05/1985


PIANO PASTORALE PER LE VOCAZIONI NELLA CHIESA ITALIANA
Conferenza Episcopale Italiana


PRESENTAZIONE


2435

A distanza di dodici anni dalla pubblicazione del precedente Piano pastorale per le vocazioni in Italia (1973), era necessario compiere una verifica e operare una revisione del piano medesimo, nelle sue linee programmatiche essenziali per la Chiesa italiana. Situazioni culturali nuove emergenti nel paese; l’intenso lavoro compiuto in questi anni dal Centro unitario nazionale vocazioni, la necessaria armonizzazione del piano vocazionale con il piano pastorale della Chiesa italiana degli anni ‘80 e numerosi altri avvenimenti pastorali, ricordati, del resto, nella introduzione a questo stesso documento, avevano suggerito la revisione del piano nazionale, al fine di assicurare alla Chiesa italiana una pastorale unitaria capace di coinvolgere e promuovere tutte le sue componenti nel servizio alle vocazioni.

2436

Il presente piano, dal titolo Vocazioni nella Chiesa italiana, premette una illuminante riflessione teologica sulla vocazionalità della e nella Chiesa, delineando quasi il "volto vocazionale" di essa; prende poi in considerazione la situazione vocazionale italiana, con particolare riferimento alle vocazioni di speciale consacrazione, ed espone un ben articolato piano con riferimento ai soggetti, ai contenuti, ai responsabili, ai metodi e alle strutture della pastorale per le vocazioni. Il riferimento - sia pure essenziale - alla "struttura interna" del documento non è pleonastico, e tanto meno casuale: sta invece a significare quale sia - quale "debba essere" - l’impostazione di fondo del problema vocazionale: che è essenzialmente teologica, soprannaturale. Essa si radica nel mistero stesso di Dio e della Chiesa. Come ha ribadito con forza Giovanni Paolo II, il problema vocazionale "è un problema vitale che si colloca nel cuore stesso della Chiesa; dalla sua soluzione, infatti, dipende il suo avvenire, il suo sviluppo e la sua missione universale di salvezza" (Messaggio per la XXII giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 1985).

2437

"Nel cuore stesso della Chiesa"; dimensione soprannaturale, dunque. Il rischio, che oggi forse si può correre, non è quello di "dimenticare" questa essenziale dimensione soprannaturale della pastorale vocazionale, quanto piuttosto quello di sfumarla, di porla in secondo piano di fronte alla drammatica urgenza dei problemi concreti ed organizzativi, promuovendo così una pastorale manchevole e povera. Di qui, il costante richiamo, che percorre tutto il documento, al primato del soprannaturale che non spegne ma favorisce l’autentico dinamismo della pastorale vocazionale. Questo documento, che, a differenza del precedente piano, viene consegnato alla Chiesa italiana dalla Commissione episcopale per l’educazione cattolica, con l’approvazione del consiglio episcopale permanente (sessione 11-14.3.1985), vuole richiamare l’attenzione di tutti, ma in particolare di quanti condividono con i vescovi specifici compiti pastorali ed educativi (presbiteri, persone consacrate, animatori vocazionali, genitori, catechisti, insegnanti, educatori), sull’importanza fondamentale e vitale del problema delle vocazioni in genere e del problema delle vocazioni nella Chiesa, in particolare oggi.

2438

È per noi, infine, motivo di particolare speranza consegnare questo documento alle nostre comunità cristiane nell’"Anno internazionale della gioventù", nel "vivo desiderio come soggiunge il Papa - che in tale anno si promuova un accostamento straordinario dei giovani alle vocazioni consacrate". Chiediamo con fiducia a Maria di Nazaret, la Vergine pronta e fedele alla chiamata di Dio, di assistere ed accompagnare la Chiesa italiana verso una primavera di vocazioni che il Signore certamente vorrà suscitare nei cuori di tanti giovani, grazie pure all’attuazione sollecita di questo piano pastorale.

Roma, 26 maggio 1985, domenica di pentecoste.

Antonio Ambrosanio, vescovo ausiliare di Napoli,

presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica.

 

PIANO PASTORALE

INTRODUZIONE

Pastorale unitaria per le vocazioni consacrate

2439

1. "La pastorale delle vocazioni nasce dal mistero della Chiesa e si pone a servizio di essa" (Congregazione per l’educazione cattolica, Cura pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari, documento conclusivo del II congresso internazionale vocazioni, 10-16.5.1981, n. 5). È quindi necessario che l’impegno di "mediazione tra Dio che chiama e coloro che sono chiamati" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 5) divenga sempre più un fatto di Chiesa (cf. OT 2). La pastorale vocazionale unitaria scaturisce dalla vita di comunione della Chiesa e rivela il suo volto vocazionale: costituita nel mondo come comunità di chiamati è, a sua volta, strumento della chiamata di Dio. Tale azione unitaria costituisce altresì il frutto di uno sforzo armonicamente coordinato di tutte le componenti della comunità ecclesiale impegnata a favorire, nella diversità delle responsabilità, tutte le vocazioni consacrate. S’impone dunque un comune impegno perché nelle Chiese particolari la pastorale vocazionale coinvolga e promuova tutte le responsabilità in un servizio efficace alla Chiesa. Il piano pastorale per le vocazioni in Italia intende rispondere a queste esigenze di rinnovamento della pastorale vocazionale, largamente presenti nella comunità ecclesiale, e intende proporre, in continuità con il precedente (CNV, Piano pastorale per le vocazioni in Italia, 10.7.1973), alcuni orientamenti che, tenendo presente la situazione italiana, ispirino la necessaria programmazione che ogni Chiesa locale, e, in essa, gli operatori pastorali e gli animatori vocazionali, sono chiamati a realizzare.

Necessità di una verifica

2440

2. Il precedente piano, prezioso sussidio che dal 1973 offre alle diocesi d’Italia delle linee programmatiche, utili a promuovere una mentalità e un’azione coordinata nella pastorale vocazionale, prevede una periodica verifica. Tale verifica è imposta oggi anche da alcuni eventi e fattori di indiscutibile importanza, sopraggiunti in questi ultimi anni: - la celebrazione del secondo congresso internazionale per le vocazioni (10-16.5.1981) che ha proposto, con un documento conclusivo (maggio 1982), un’analisi di esperienze e una serie di linee pastorali che la Chiesa italiana ha contribuito a realizzare e ha fatto pienamente sue; - il lavoro che in questi ultimi anni il Centro nazionale vocazioni (CNV), d’intesa con la Conferenza italiana dei superiori maggiori (CISM), l’Unione superiore maggiori d’Italia (USMI), la Conferenza dei missionari (CIMI) e degli istituti secolari (CIS), ha prodotto in ordine all’analisi, alle progettazioni, alle iniziative varie e che richiede di essere assunto in un rinnovato piano per le vocazioni; - il cammino della Chiesa italiana, l’analisi della situazione del paese, i vari programmi pastorali della Conferenza episcopale italiana, che esigono di porre il piano in sintonia con le prospettive della pastorale ordinaria e con le nuove attese degli uomini del nostro tempo.

 

Prima parte
LA VOCAZIONE DELLA CHIESA E LE VOCAZIONI NELLA CHIESA

Nel mistero della Chiesa

2441

3. La Chiesa non soltanto raccoglie in sé tutte le vocazioni che Dio le dona nel suo cammino di salvezza nella storia, ma per se stessa e nel suo essere profondo è mistero di vocazione. Nel suo nome, Ecclesia, è segnato ed espresso il suo volto vocazionale, poiché essa è veramente un’assemblea di chiamati. Così, "tutti i giusti, a partire da Adamo, dal giusto Abele fino all’ultimo eletto, saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale" (LG 2). E ciò perché nel mistero della Chiesa è presente e operante lo stesso mistero di Dio uno e trino. Dal cuore della Chiesa, pertanto, proviene e si rivela un dinamismo vocazionale che la rende viva immagine della santissima Trinità. E siccome ogni vocazione viene da Dio, questo non accade fuori o indipendentemente dalla Chiesa, ma sempre nella Chiesa mediante la Chiesa e per la Chiesa. Difatti "piacque a Dio di chiamare gli uomini a partecipare della sua stessa vita non tanto ad uno ad uno, ma di riunirli in un popolo, nel quale i suoi figli dispersi si raccogliessero in unità" (AG 2), e tutti "indirizzassero in piena unanimità le loro forze alla edificazione della Chiesa" (AG 28).

Dinamismo vocazionale della Trinità

2442

4. Essenzialmente "la Chiesa è in Cristo come un sacramento" (LG 2), che dice riferimento al Padre, e al suo disegno d’amore per gli uomini; al Figlio, e alla sua opera di redenzione degli uomini; allo Spirito santo, e alla sua missione di santificazione degli uomini perché abbiano accesso al Padre per mezzo di Gesù Cristo. Pertanto "la Chiesa, procedendo dall’amore dell’eterno Padre, fondata nel tempo da Cristo redentore, radunata nello Spirito santo, ha una finalità salvifica ed escatologica, che non può essere raggiunta pienamente se non nel mondo futuro" (GS 20); e quindi essa nasce dalla Trinità ed è destinata alla Trinità, essendo un "popolo adunato nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo" (S. Cipriano, De Orat. Dom., 32). Così la Chiesa porta in sé il mistero del Padre che tutti chiama a santificare il suo nome, a realizzare il suo Regno, a compiere la sua volontà: solo il Padre invece non è chiamato da nessuno e non è inviato (cf. Rm 11,31-35). Egli è il padrone della messe e delle vocazioni (cf. Mt 9,38) e ognuno sa che la sua vocazione viene dal Padre, obbedisce al Padre, vive in un rapporto singolare d’amore col Padre.

2443

La Chiesa porta ancora in sé il mistero del Figlio che dal Padre è chiamato ed inviato ad annunciare a tutti il Vangelo del Regno. È Cristo il "chiamato" per eccellenza, essendo il suo nome "Verbo di Dio" (Ap 19,13). In Gesù Cristo noi tutti siamo stati chiamati dal Padre (cf. 2Tm 1,9-10), ma è ancora da Gesù Cristo che noi siamo stati chiamati (cf. Rm 1,6). Lui è il Maestro che chiama (cf. Gv 11,28); perciò non c’è vocazione che non abbia in Cristo la sua radice e non avvenga per mezzo di Cristo. È sempre Cristo che chiama, anche se la vocazione giunge attraverso la mediazione di altri (cf. Gv 1,45). Ed infine la Chiesa è depositaria del mistero dello Spirito santo che consacra per la missione quelli che il Padre chiama mediante il Figlio suo Gesù Cristo. "Come era avvenuto agli inizi, così è avvenuto sempre. Così avverrà ancora nei tempi futuri. Accanto ai vescovi e ai sacerdoti, vi furono, vi sono e vi saranno altre persone chiamate dal Signore ad una vita di speciale consacrazione. Tutti questi uomini e donne continuano a trovare la sorgente pura della loro vocazione nella fede del Risorto e nei doni inesauribili dello Spirito" (Giovanni Paolo II, Messaggio per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 1980). Ogni vocazione dunque è dono dello Spirito; e soltanto nello Spirito si percepisce la vocazione e ad essa è possibile dire di sì. Come ancora nello Spirito è riposta la fecondità vocazionale della Chiesa; e per mezzo della consacrazione dello Spirito ogni vocazione diventa dono per Dio stesso, per la Chiesa e per il mondo.

La mediazione della Chiesa

2444

5. Ed allora un vero dinamismo vocazionale si nasconde nel profondo della Chiesa e appartiene al suo essere prima ancora che al suo operare. La vocazionalità della Chiesa affonda così le sue radici nel mistero trinitario che essa ha in sé, e soltanto da questo ogni vocazione prende origine e significato nella Chiesa. Ma la Chiesa, che è "vocazione" per nativa costituzione, è anche generatrice di vocazioni. Ciò riguarda senza dubbio la Chiesa universale, ma in modo speciale si attribuisce alla Chiesa particolare. Verso tutte le vocazioni, ma in particolare verso quelle di speciale consacrazione, essa esercita una vera funzione mediatrice, grazie: alla sua natura sacramentale, che fa della comunità cristiana un vero "segno" e "luogo" in cui si afferma il primato del Padre che chiama mediante Cristo nello Spirito; al suo mistero di comunione, perché "servire la comunione nella Chiesa significa curare le diverse vocazioni ed i carismi nella loro specificità ed operare affinché si completino reciprocamente, così come le singole membra nell’organismo" (Giovanni Paolo II, Omelia per la giornata mondiale delle vocazioni, 10.5.1981); e infine alla sua missione, in quanto le vocazioni sono per la missione, la quale esige vocazioni perché sia operante nella storia la "diaconia" di Cristo e la Chiesa nel mondo si mostri "sacramento universale della salvezza" (LG 48).

Nella Chiesa tutti chiamati

2445

6. Se la Chiesa, sia universale che particolare, è costitutivamente e sempre in stato di vocazione e di missione, ciò vuol dire che tutta la Chiesa è chiamata e inviata nel mondo per essere strumento della redenzione (cf. LG 5), e quindi tutti nella Chiesa sono chiamati e inviati. Ognuno, infatti, in forza del sacerdozio comune ricevuto col battesimo è chiamato a cooperare alla universale missione della Chiesa "con la professione della fede, con l’evangelizzazione, con la partecipazione all’eucaristia e agli altri sacramenti, con la preghiera, con la testimonianza della vita, con la carità operosa e le varie forme d’apostolato" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 8). La vocazione battesimale conduce il cristiano a compiere la scelta del proprio stato di vita e a concretizzare, in una "Chiesa tutta ministeriale" (cf. EvM 62; 72) e nella varietà dei ministeri, il suo specifico apporto alla redenzione del mondo.

Speciali vocazioni

2446

7. Tutti i cristiani sono chiamati a collaborare per l’avvento del regno di Dio negli stati di vita propri dei laici e nell’assunzione dei ministeri propriamente laicali, ma il Signore Gesù, nel fondare la sua Chiesa, ha voluto dotarla di speciali ministeri a servizio della comunità e del suo Regno. Così nella Chiesa, mentre alcuni ministeri sono necessari per la volontà di Cristo all’essere stesso della Chiesa, altri invece sono complementari e per il suo benessere (cf. EvM 92).

2447

Alle vocazioni di speciale consacrazione nella Chiesa appartengono: - i ministeri ordinati (vescovi, presbiteri, diaconi), che Gesù stesso ha stabilito al fine di edificare il suo corpo (cf. Ef 4,11). Essi sono una grazia necessaria per la vita e la missione di tutta la Chiesa, e coloro che ad essi sono chiamati consacrano la loro vita all’annuncio del Vangelo, alla celebrazione dei sacramenti - specialmente dell’eucaristia - e al servizio della comunità; - la consacrazione religiosa, vero carisma dello Spirito per la Chiesa, è vocazione a seguire radicalmente Cristo, mediante i consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza vissuti in una comunità fraterna così da determinare nei religiosi e nelle religiose la totale donazione di sé a Dio sommamente amato e la piena disponibilità al servizio della Chiesa e del mondo, testimoniando le realtà future (cf. LG 44; ET 50); - la consacrazione secolare, che mediante la professione dei consigli evangelici, chiede a laici e ministri ordinati che ad essa si dedicano, di donarsi totalmente a Dio e di vivere radicalmente il Vangelo nella vita ordinaria di questo mondo, assumendo le realtà temporali per santificarle e trasformarle (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 11). La vocazione missionaria ad gentes: è chiamata particolare a consacrare la propria vita per l’annuncio del Vangelo, la fondazione e la crescita della nuova comunità dei credenti e per realizzare quella fraterna cooperazione fra le Chiese che produce un arricchimento reciproco, grazie alla forza dello Spirito che diffonde energie crescenti di donazione apostolica (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 12). A tali vocazioni speciali i cristiani sono chiamati a rispondere con generosità e ad offrire la loro stessa vita per servire a tempo pieno e con cuore indiviso il regno di Dio. Sono queste le vocazioni consacrate che la Chiesa considera preziosissime e invoca con preghiera incessante, le accoglie con amore e trepidazione, le accompagna e custodisce maternamente.

Maria, madre e modello di ogni vocazione

2448

8. La Vergine di Nazaret, che è madre e immagine della Chiesa, si mostra a tutti i chiamati vera madre e modello col suo sì perfetto al Padre che l’ha chiamata; e accogliendo il dono dello Spirito santo con la sua ineffabile maternità ha generato al mondo Gesù Cristo. Così ogni chiamato vede in lei un modello perfetto per imparare a rispondere alla divina vocazione e a realizzarla pienamente nella vita; e la Chiesa, ciascuna comunità cristiana, nel compiere la propria funzione mediatrice verso le vocazioni, la invoca Madre di tutte le vocazioni (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 17).

 

Seconda parte
CHIESA ITALIANA E VOCAZIONI DI SPECIALE CONSACRAZIONE

A. IL PROBLEMA FONDAMENTALE DELLA CHIESA

Consapevolezza

2449

9. La Chiesa italiana è consapevole che la promozione delle vocazioni è compito essenziale della sua azione pastorale e che il persistente stato di crisi delle vocazioni di speciale consacrazione rappresenta uno dei problemi principali dei nostri giorni. Sono evidenti le difficoltà che le Chiese particolari italiane incontrano nel provvedere alle necessità di ministri ordinati. È sotto gli occhi di tutti la continua diminuzione di vocazioni alla vita religiosa, specialmente femminili. Seminari e noviziati registrano chiaramente una preoccupante flessione di presenze e le esperienze alternative non sembrano supplire adeguatamente le molte soppressioni di tradizionali istituti di formazione vocazionale.

Gravità del fenomeno

2450

10. Tale fenomeno resta grave, anche se si registrano sporadiche inversioni di tendenza, perché rimanda ad un problema ancor più preoccupante: la crisi di fede e la profonda crisi di "coscienza vocazionale" venuta a maturazione in questi nostri tempi, evidente tanto sul versante della cultura e dei costumi della nostra società, quanto anche nelle nostre comunità cristiane. Sembra che la nostra storia quotidiana si ponga ad una distanza sempre maggiore dalla consapevolezza di essere "chiamata" alla costruzione del regno di Dio e che le persone vivano sempre più al di fuori di quella universale vocazione alla santità alla quale Dio, col battesimo, chiama tutti. Non si può non essere preoccupati di fronte a tale fenomeno anche per i riflessi decisamente negativi che comporta nella crescita delle nuove generazioni.

Preoccupazione per le persone

2451

11. Tale preoccupazione è alimentata da varie considerazioni.

Innanzitutto una considerazione sul destino delle persone alle quali la Chiesa è inviata dal suo Signore. Dalla convinzione che la persona è pienamente realizzata quando scopre e vive la propria vocazione umana e cristiana, consegue la preoccupante visione di tanti giovani che neanche si interrogano sul senso della loro vita. Certamente il Signore non cessa di chiamare tutti alla santità e alcuni alla vita consacrata. D’altra parte rispondere alla sua chiamata resta l’obiettivo di ogni esistenza umana e resta pure affidato alla Chiesa il compito importante di mediazione sia nella chiamata che nella risposta. Suscita pertanto apprensione constatare che tanti giovani, anche per le nostre insufficienze, non sono messi in grado di raggiungere la pienezza della propria realizzazione vocazionale.

Preoccupazione per la missione della Chiesa

2452

12. "Una comunità ecclesiale dà prova del suo vigore e della sua maturità con la fioritura delle vocazioni che riesce in essa ad affermarsi" (Omelia per la giornata mondiale delle vocazioni, 10.5.1981). La crisi delle vocazioni di speciale consacrazione è crisi di Chiesa nei suoi aspetti fondamentali: sacramento di Cristo, segno di comunione, popolo missionario. La difficoltà di "generare" testimoni di Cristo sacerdote, povero, casto, ubbidiente al Padre, contemplativo, dedito alla missione, profondamente incarnato tra la sua gente, crea gravi conseguenze per la missione stessa della Chiesa.

Nel segno della speranza

2453

13. Tali considerazioni e la conseguente preoccupazione, lungi dallo scalfire la profonda fiducia nell’opera del Signore e la solida speranza che anche in Italia "il deserto fiorirà" (Is 35,1; cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 3), costituiscono tuttavia, già da tempo, motivo di riflessione delle Chiese particolari italiane. Molti piani diocesani testimoniano che è acquisita l’urgenza di porre al centro dell’attenzione di tutta la comunità cristiana il problema vocazionale. L’attenzione che si presta al problema, numerose e fruttuose esperienze tanto nella pastorale ordinaria quanto nell’impegno specifico, fanno ben sperare per un’opera più incisiva e organica per le vocazioni. Senza dubbio esse dicono che anche in Italia il problema delle vocazioni è diventato un problema vitale della Chiesa.

B. ORIGINI COMPLESSE

Comprendere il fenomeno

2454

14. Non si può valutare quanto si è fatto o quanto resta da fare per rispondere con un nuovo e vigoroso impegno di tutti a questa profonda preoccupazione, senza cercare prima di comprendere l’insieme complesso delle cause che hanno generato e continuano a generare il persistente stato di crisi delle vocazioni. Perciò è bene che siano sottolineati almeno alcuni aspetti delle complesse origini del fenomeno, perché così facendo apparirà chiaro che il nostro lavoro non può essere pensato in termini di soluzioni miracolistiche, bensì, con una profonda visione di fede, dovrà attingere alla tenacia e alla pazienza di un’opera anche a lunga scadenza. Consapevoli, infatti, di quanto siano profonde le cause che sono all’origine dell’attuale crisi, si comprenderanno meglio le ragioni di un lavoro corale e paziente a favore delle vocazioni consacrate.

Secolarizzazione e laicismo

2455

15. "In questi ultimi tempi, sotto l’influenza e la spinta di fenomeni e fattori di indole varia - culturali, sociali, politici ed economici - molto diverso è diventato il volto con cui il nostro paese si presenta. Il fenomeno che più degli altri lo caratterizza - come caratterizza del resto in diversa misura gli altri paesi, fino a influenzarne o anche determinarne le strutture, le forme di vita e il costume pubblico e privato - è quello della secolarizzazione. Si tratta di un fenomeno che ha remote radici nella storia, anche se sfugge, per la sua complessità, a una precisa definizione. Quando afferma i giusti valori delle realtà terrene, la secolarizzazione è senz’altro positiva. Troppo spesso, però, la secolarizzazione diventa secolarismo, perché esaltando eccessivamente le realtà terrene, giunge ad affermare l’autonomia assoluta dei valori umani e a negare i valori della trascendenza in genere, e della Rivelazione cristiana in particolare" (EvS 5).

Oscuramento e smarrimento dei valori

2456

16. "In tale contesto culturale e sociale, profondamente mutato, gli alti valori dello spirito sembrano oscurati, se non travolti da una visione materialistica della vita. I dolorosi frutti di questa perdita dei valori appaiono nel generale decadimento della moralità pubblica e privata, nella disaffezione al vincolo coniugale e alla famiglia, nell’egoismo che rifiuta la vita nascente e la sopprime, nella violenza e nel terrorismo, che umiliano la civile convivenza e provocano lutti e rovine" (EvS 11). "Sarebbe un errore credere che il fenomeno della secolarizzazione resti ai margini delle comunità cristiane; esso raggiunge, attraverso le vie del costume e dei mass-media, la coscienza di molti credenti, mettendo in crisi la loro fede e creando stati di inquietudine e di grande disagio. Ne è indice - non unico, ma significativo - anche il diverso modo con cui si cerca di reinterpretare il messaggio evangelico: letto da alcuni in termini di tutela e di garanzia di un ordine definitivamente costituito, sia religioso che sociale; inteso invece da altri come un messaggio di semplice liberazione umana, soprattutto economica e politica" (EvS 9).

La trasformazione della famiglia

2457

17. La famiglia costituisce oggi un crocevia in cui confluiscono diverse crisi del nostro tempo: crisi della vita sempre meno accolta nel suo nascere e nel suo tramonto; dell’amore inteso troppo sovente più come ricerca di sé che non come oblatività; del dialogo generazionale tra genitori e figli, nonostante qualche segno di ricupero della famiglia da parte dei giovani; della fede che viene confinata negli spazi della coscienza privata più che trovare nella famiglia il suo soggetto evangelizzatore. "Le trasformazioni sociali e culturali incidono sulla famiglia nel senso che ne intaccano e ne modificano i valori e le esigenze, fra i quali sono da collocare quelli fondamentali della comunione e della comunità. In questo ambito, sono da registrare come particolarmente influenti i fenomeni generali di un individualismo esasperato e di una libertà sradicata dalle responsabilità. L’uno e l’altro fenomeno, peraltro strettamente collegati, costituiscono una grave minaccia alla comunione e alla comunità coniugale e familiare... La situazione attuale delle famiglie non può essere considerata solo come un dato di fatto, di cui, a secondo degli aspetti o dei temperamenti, rallegrarsi o rattristarsi. È da considerare piuttosto come un ‘appellò rivolto alla comunità ecclesiale, e in particolare alle famiglie cristiane, per un’assunzione più consapevole e decisa delle rispettive responsabilità di fronte ai valori e alle esigenze della comunità familiare nel mondo d’oggi" (CnCD 16; 21).

La situazione di crisi e i giovani

2458

18. Le trasformazioni profonde del paese rivelano "da una parte l’inadeguatezza delle culture tradizionali e dall’altra il bisogno inquieto di nuovi progetti di esistenza umana. Il tormento che ne deriva pesa soprattutto sui giovani, che in quest’ultimo decennio hanno drammaticamente cercato il senso della vita nella contestazione radicale, in spinte liberatorie e istintive, in rivendicazioni utopiche, in socializzazioni provvisorie, nel ritorno al privato, sconfinando nella violenza e nell’evasione della droga" (CiPP 28). La crisi del senso della vita si tramuta in crisi di futuro e fa decadere l’impegno verso la progettazione e il cambiamento motivato. I giovani proprio di fronte al progetto del loro futuro esprimono atteggiamenti ambivalenti che oscillano tra l’esigenza di autogratificazione e l’appello di autorealizzazione; tra il rifiuto di modelli tradizionali e il desiderio di modelli rinnovati o nuovi più esplicitamente umanizzanti; tra l’assuefazione alla logica del provvisorio e l’intuizione del valore di scelte radicali; tra l’anonimato generato dalla cultura di massa e l’insoffocabile desiderio di costruire da protagonisti la storia.

2459

I vescovi invitano la Chiesa italiana a chiedersi perché la proposta cristiana appaia inadeguata alle attese dei giovani del nostro tempo e osservano con attenzione recenti segni che denotano l’emergere di una nuova domanda religiosa (cf. CiPP 32-37). Se è vero che si riscontra nei giovani questa crescente domanda, permane tuttavia una situazione per la quale i giovani sono a volte insoddisfatti delle esperienze loro offerte dalle comunità diocesane e parrocchiali. Le comunità locali, a loro volta, durante questi anni hanno trovato difficile il dialogo e l’evangelizzazione nel mondo giovanile. Se alcune diocesi hanno impegnato persone a tempo pieno nella pastorale giovanile, molte altre hanno perso i contatti soprattutto a livello parrocchiale. Una pastorale giovanile rinnovata, più aderente alle domande dei giovani e condotta in dimensione vocazionale, appare necessaria per dare nuovo impulso anche alle vocazioni consacrate (cf. Documento di lavoro del II congresso internazionale vocazioni, n. 88).

Le nostre inadempienze

2460

19. Se quanto sopra esposto riguarda soprattutto l’ambigua trasformazione culturale in atto con le sue conseguenze, come pure l’inadeguatezza di una certa pastorale ordinaria, specialmente familiare e giovanile, non è bene sottacere alcune nostre infedeltà, senza peraltro amplificarle fino a farle diventare l’unica o la principale causa che sarebbe all’origine del fenomeno. Certamente la Chiesa conta sui consacrati per una testimonianza così limpida da essere "proposta" vivente già per quello che sono e per come vivono. Valori quali: una profonda spiritualità personale e comunitaria; una generosa apertura ai bisogni degli altri; una vera povertà e semplicità nei costumi; una trasparente gioia della consacrazione; un amore senza riserve nelle nostre comunità; una matura disponibilità all’ascolto e al dialogo col nostro tempo ecc., tanto apprezzati specialmente dai giovani, non hanno sempre contrassegnato l’ordinario modo di vivere dei consacrati. Dobbiamo anche riconoscere una certa latitanza nella proposta e nell’accompagnamento vocazionale.

C. VERSO UN NUOVO, VIGOROSO IMPEGNO

I giovani segni dei tempi

2461

20. Lo slancio vigoroso per una nuova pastorale soprattutto in mezzo ai giovani, non può ignorare alcuni promettenti segni dei tempi che già accennano a disegnare la storia che stiamo vivendo. Essi sono da reperire nella crescente domanda di significato e di una nuova qualità della vita. Si ritrovano nelle molte forme di esperienze che già esprimono dei valori presenti in modo un po’ frammentario ma assai vicini a quelli vissuti nella vita consacrata: come la simpatia per la preghiera, la ricerca dell’essenziale, l’espressione del servizio nelle molte forme di volontariato, il rinnovato amore per la persona al di fuori degli schemi ideologici o istituzionali, una crescente autocoscienza della donna dopo le intemperanze di certi fenomeni femministi. Il mondo giovanile non è il simbolo del ribellismo e della rottura storica con il passato, ma un orizzonte frammentato e composito a cui guardare con discernimento per far crescere ciò che in esso c’è di positivo e di profetico.

Le prospettive pastorali di questi anni

2462

21. Dopo il concilio la Chiesa italiana ha maturato progressivamente un programma di rinnovamento, che la pone più concretamente nella situazione del paese e che può offrire una risposta efficace alle domande stesse del mondo giovanile. Punti di riferimento di questo cammino sono: l’evangelizzazione, i sacramenti, la promozione umana, i ministeri, la comunione nelle comunità della Chiesa. All’interno di questo progetto di Chiesa vanno evidenziati il tema delle vocazioni consacrate e l’azione pastorale unitaria che lo riguarda.

Comunione e missione nel mistero della Chiesa

2463

22. Il piano pastorale "Evangelizzazione e sacramenti" ed il "Rinnovamento della catechesi" hanno portato la Chiesa italiana ad una rinnovata coscienza sul dovere primario dell’evangelizzazione. Il piano per gli anni ottanta "Comunione e comunità" aggiunge che tale missione evangelizzante presuppone una comunità in comunione e sta facendo maturare una nuova coscienza comunionale nella Chiesa. Ciò offre spunti preziosi alla pastorale vocazionale. Lo stesso documento Comunione e comunità ce ne dà un esempio quando afferma: "Vescovi, presbiteri e diaconi, religiosi e religiose e laici, tutti insieme, ma ciascuno nella specificità della propria testimonianza e del proprio servizio, sono responsabili della crescita della comunione e della missione della Chiesa" (CeC 66). Volendo sottolineare alcuni di questi spunti, già espliciti nelle attuali prospettive pastorali della Chiesa italiana, basterà soffermarci sui seguenti: - il rinnovamento della catechesi e i nuovi catechismi con un forte accento vocazionale; - il rinnovamento della liturgia, che favorisce una sempre maggiore partecipazione attiva e consapevole dei fedeli con preziose espressioni ministeriali; - lo sviluppo del volontariato nel servizio della carità come scuola per mettere le proprie energie a servizio dei fratelli; - l’attenzione per il ruolo educativo della scuola cattolica in vista dell’orientamento vocazionale; - la restaurazione del diaconato permanente e l’accresciuta sensibilità per i ministeri laicali che educano alla ministerialità e al servizio; - la ripresa nel campo associativo, col rinnovamento dei gruppi tradizionali, accompagnato da forme particolarmente vivaci e incisive che permettono ai giovani nuove esperienze di spiritualità e di servizio; - il rinnovato impegno e la vigorosa crescita nella cooperazione tra le Chiese per l’annuncio del Vangelo a tutti i popoli.

Pastorale giovanile e pastorale vocazionale

2464

23. La pastorale vocazionale non è un ambito della pastorale della comunità cristiana bensì la prospettiva unificante di tutta la pastorale nativamente vocazionale. È urgente allora creare comunione e contesti pastorali idonei specialmente nel settore giovanile. Là dove la pastorale giovanile è ancora frammentaria è importante che la proposta vocazionale crei con gradualità e pazienza l’esigenza di un cammino che prevede contenuti articolati e continuativi. Giova pertanto non rimanere nella logica di una pastorale frammentaria o delle iniziative. O la pastorale giovanile crescendo genera la proposta vocazionale specifica o la pastorale vocazionale pone l’esigenza di una pastorale giovanile come cammino e come suo contesto idoneo.

Scelte pastorali e vocazioni consacrate

2465

24. Consapevole della fondamentale importanza che la promozione delle vocazioni consacrate riveste anche nelle prospettive di rinnovamento pastorale, l’episcopato italiano ha invitato a più riprese organismi e persone responsabili di questo settore a promuovere con urgenza una pastorale specifica per le medesime (cf. CNV, Statuto, 29.6.1979; Cura pastorale delle vocazioni, n. 18; Piano pastorale per le vocazioni, n. 29). Questa particolare attenzione accompagna la considerazione e la stima per le vocazioni dei laici e per i ministeri non ordinati, ma porta a sottolineare che "occorre aver chiaro il quadro della ministerialità della Chiesa, con la gerarchia dei ministeri, la priorità e la necessità assoluta di alcuni, la complementarietà di altri e la convergenza di tutti nell’unica missione" (EvM 92).

Sintomi di un nuovo impegno vocazionale

2466

25. Non mancano segni certi che mostrano come "in questi ultimi anni nella Chiesa italiana stia riprendendo slancio e convinzione la proposta delle vocazioni di speciale consacrazione" (SVS 60). Ne elenchiamo alcuni: - cresce la consapevolezza dell’importanza della preghiera per le vocazioni e migliora in quantità e qualità l’impegno della comunità cristiana; - i pastori e i laici responsabili nella pastorale giovanile vanno rivolgendo con maggior coraggio la proposta vocazionale ai giovani; - è in ripresa anche la direzione spirituale come mezzo di proposta e di discernimento vocazionale; - giovani e ragazzi vengono sempre più considerati protagonisti responsabili nella comunità cristiana; - il movimento catechistico tiene costantemente presente la tematica vocazionale; - la scuola cattolica è impegnata a promuovere e favorire le vocazioni consacrate; - si rilevano sforzi creativi nella ricerca di nuove vie per l’annuncio, la proposta, l’orientamento, l’accompagnamento.


Terza parte
LA PASTORALE DELLE VOCAZIONI

Chiesa particolare e comunità parrocchiale

2467

26. La "vocazione" è dimensione essenziale e qualificante, che deve permeare tutta l’azione evangelizzatrice della Chiesa particolare, per cui la pastorale delle vocazioni non può e non deve essere un momento isolato o settoriale della pastorale globale. Perché ciò avvenga, è condizione indispensabile l’impegno di ogni Chiesa particolare in un continuo rinnovamento di tutta la pastorale secondo gli orientamenti dell’ecclesiologia del Vaticano II, per poter realizzare una valida pastorale della carità, della partecipazione, del servizio, della testimonianza e perciò delle vocazioni. La Chiesa particolare deve essere sempre "in stato di vocazione e di missione, di appello e di risposta... È quindi suo dovere essenziale accogliere, discernere e valorizzare tutte le vocazioni" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 15). La vocazione e la missione della Chiesa particolare si esprimono soprattutto nella comunità parrocchiale. Essa è luogo privilegiato di annuncio vocazionale e comunità mediatrice di chiamate attraverso ciò che ha di più originale e caratterizzante: la proclamazione della Parola che chiama, la celebrazione dei segni della salvezza che comunica la vita, la testimonianza della carità e il servizio ministeriale. L’annuncio vocazionale deve dunque innervare tutte le espressioni della sua vita. Nella pastorale ordinaria di una comunità parrocchiale, la dimensione vocazionale non è dunque un "qualcosa in più da fare" ma è l’anima stessa di tutto il servizio di evangelizzazione che essa esprime.

A. CONTENUTI E MEZZI

Una preghiera incessante

2468

27. La preghiera è valore primario ed essenziale in ciò che riguarda la vocazione: "...non è un mezzo per ricevere il dono delle chiamate divine, ma il mezzo essenziale comandato dal Signore" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 23). La Chiesa particolare, quindi, s’impegna in una preghiera intensa perché non manchino vocazioni di speciale consacrazione, crea occasioni e spazi di ascolto specialmente per i giovani. "La vera preghiera è ascolto della parola di Dio, che non solo crea l’uomo, ma gli rivela la verità del suo essere e l’identità del suo personale e irripetibile progetto di vita" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 14). Perciò ogni membro della comunità ecclesiale deve essere educato ad una preghiera incessante, perché il Signore riveli a ciascuno a quale vocazione è chiamato. Una preghiera permanente deve inoltre levarsi dalla Chiesa per la fedeltà di coloro che hanno già risposto alla chiamata del Signore. Cardine quindi della pastorale vocazionale è la preghiera in tutte le sue forme che impegna singoli e comunità ecclesiali. Espressione viva di questo "monastero invisibile" (Giovanni Paolo II, Messaggio per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 1979) sono: i gruppi di preghiera nelle parrocchie, nelle comunità, nelle famiglie; la preghiera degli ammalati e degli anziani; la cura crescente per la celebrazione della giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, affinché divenga sempre più "un tempo di riflessione approfondita e di fervida preghiera" (Paolo VI, Messaggio per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 1964) per le vocazioni. Non di meno ogni comunità deve alimentare nei giovani l’iniziazione e l’educazione alla preghiera come autentica esperienza vocazionale in cui davanti a Dio e ai fratelli, nel silenzio e nel dialogo con la Parola vivono e maturano un progetto per la vita.

Catechesi e vocazioni

2469

28. Il cammino ordinario della catechesi in Italia è stato profondamente rinnovato a partire dagli anni ‘70. "La catechesi illumina le molteplici situazioni della vita, preparando ognuno a scoprire e a vivere la sua vocazione cristiana nel mondo" (RdC 33). Tutti i catechismi promossi in questi anni dalla CEI - dal catechismo dei bambini al catechismo degli adulti - sono permeati da questa idea, rappresentano un vero e proprio itinerario vocazionale e con frequenza accennano ai contenuti e valori delle vocazioni di speciale consacrazione. Un uso intelligente e costante di tali strumenti è quindi il primo modo di fare catechesi vocazionale. Appare importante infatti non sovrapporre la dimensione vocazionale - come se la "vocazione" fosse uno dei tanti temi da trattare - ma farla "emergere" dal di dentro delle varie unità didattiche previste nei catechismi. "Catechesi" e "vocazione" non sono infatti due realtà a se stanti o difficilmente coniugabili: poiché "il dono della vocazione è segreto di Dio" (Paolo VI, Messaggio per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 1976) questa grazia interiore nasce anzitutto dall’azione della parola di Dio, al cui ascolto permanente educa appunto la catechesi: una catechesi in chiave vocazionale, nel suo itinerario progressivo e unitario di crescita nella fede, deve guidare i credenti, specialmente le giovani generazioni, a considerare la vita cristiana come risposta alla chiamata di Dio, iniziarli e accompagnarli ad accogliere il dono della vocazione personale. È urgente quindi formare dei catechisti che abbiano coscienza che il proprio "ministero" prima di essere un servizio è una "chiamata" costantemente da coltivare nella preghiera e da alimentare in una solida spiritualità ecclesiale, quindi tempo provvidenziale per il discernimento e l’accoglienza del dono della propria vocazione.

2470

È compito dei pastori e dei vari animatori sostenere i catechisti nel personale cammino di maturazione di fede e vocazionale ed aiutarli nel loro specifico servizio, in modo che tutta la catechesi risulti veramente "vocazionale". A questo scopo ci sembra importante sottolineare alcuni aspetti: - l’imprescindibile dovere di annunciare il "Vangelo della chiamata"; - la testimonianza di vita dei catechisti e dei pastori: "L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni" (Paolo VI, Discorso ai membri del "Consilium pro laicis", 2.1.1974, in AAS 66(1974), p. 568). Ciò significa che un insegnamento disgiunto dalla testimonianza personale difficilmente avrà un "effetto vocazionale" (cf. RdC 185-186); - un’attenzione adeguata alle persone, anche a livello di fanciulli e di preadolescenti, in modo che il "catechismo" risulti un’esperienza di vita, più che un "doppione" della scuola, quindi un vero e proprio "itinerario di fede vocazionale"; - il clima di preghiera, che deve caratterizzare ogni "lezione" di catechismo, affinché la catechesi più che un "imparare" diventi un "ascoltare" il Signore che interviene nella propria vita; - la proposta esplicita delle varie vocazioni, che dovrebbe trovare il suo momento all’interno di un itinerario catechistico e comunitario. Questa proposta suppone una conoscenza adeguata delle varie vocazioni e una collaborazione eventuale di "animatori" delle varie vocazioni, che potranno inserire il loro contributo nel cammino catechistico.

2471

Oltre alla catechesi ordinaria è possibile trovare altri momenti di annuncio e proposta vocazionale: - l’omelia - esercizi spirituali e giornate di ritiro - settimane vocazionali e mostre vocazionali - campi scuola e campi di lavoro - celebrazione della giornata mondiale di preghiera per le vocazioni - celebrazione della giornata missionaria mondiale - insegnamento della religione - catechesi in vista di un’ordinazione, professione, partenza per le missioni. Sono altrettante occasioni che permettono a varie categorie di persone di ascoltare un annuncio vocazionale e di scoprire, forse per la prima volta, la propria vocazione.

Liturgia e vocazioni

2472

29. "L’azione pastorale della Chiesa si manifesta in primo luogo nella liturgia, ‘culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, fonte da cui promana tutta la sua virtù’ (SC 10). La liturgia è anche l’espressione più alta delle preghiere della Chiesa, che si apre al dono delle divine chiamate" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 19). È importante tenere sempre presente questo legame nella liturgia spiegata e celebrata.

a) L’anno liturgico

2473

È il "segno" della presenza del mistero di Cristo nel "tempo" e acquista un grandissimo significato antropologico e pedagogico. Esso può così diventare una scuola permanente per il cammino vocazionale. Si tratta di coglierne le grandi potenzialità vocazionali, presenti soprattutto in alcuni "tempi forti" (avvento, pentecoste), per far cogliere la relazione profonda con tutta la nostra vita che viene gradualmente a misurarsi con un progetto globale, quello di Cristo. Una figura di particolare rilievo e incidenza vocazionale è quella di Maria, madre del Signore e modello di ogni discepolo. Vanno valorizzate tutte le occasioni in cui ella si fa presente sul tessuto liturgico evidenziando il suo "sì", come risposta al dono gratuito. Nelle dovute proporzioni questo vale anche per tutte le altre memorie dei Santi, che possono essere valorizzate per una catechesi che attualizzi il mistero di Cristo.

b) I sacramenti

2474

I sacramenti della iniziazione cristiana sono anche i sacramenti della iniziazione verso la vita totalmente consacrata a Dio e alla Chiesa: - il battesimo può essere l’occasione per una catechesi vocazionale ai genitori, perché aiutino un giorno il proprio figlio a prendere coscienza della sua vocazione cristiana; - la cresima offre la possibilità di un itinerario di catechesi particolarmente atto a far prendere coscienza della chiamata a un servizio nella Chiesa. Particolare cura sarà posta dunque nell’accompagnare i cresimandi e i cresimati, perché la cresima e il post-cresima siano un vero e proprio itinerario di fede vocazionale; - l’eucaristia in quanto celebrazione è costante memoria di Cristo ma anche della nostra vita come vocazione. Tutte le volte che partecipiamo alla messa, siamo sollecitati a prendere coscienza della nostra vocazione e della nostra missione attraverso la sua stessa struttura celebrativa in cui ogni credente sente rinnovare la propria chiamata per l’offerta della propria vita e per la missione.

2475

L’eucaristia è il "pane" che accompagna ogni cristiano nel suo cammino di crescita. Essa "è sorgente del sacerdozio ministeriale, fonte e culmine di tutta la vita cristiana" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 19), e in quanto tale riveste un’importanza decisiva per ogni cammino vocazionale. "Nello stare in adorazione vicino a Gesù, nel riceverlo, nel partecipare al sacrificio eucaristico, nel servire all’altare, molti ricevono le sue chiamate" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 19); - il sacramento della riconciliazione favorisce quella continua conversione che diventa condizione indispensabile per la risposta ad una chiamata. La sua celebrazione in un clima di gioiosa fiducia può anche divenire l’occasione per il dialogo personale in vista di un discernimento (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 20); - anche il sacramento dell’unzione degli infermi, essendo un incontro con Cristo, aiuta l’uomo ammalato a vedere e a vivere in modo nuovo la sua situazione. La malattia, se vissuta cristianamente, può diventare l’occasione per una scoperta più autentica della propria vocazione e del senso della vita, oltre ad essere un sacrificio spirituale a Dio gradito per la vita degli uomini; - il sacramento dell’ordine, celebrato nella chiesa cattedrale oppure nelle comunità di origine dei candidati (ausiliari e diaconi), è un momento di grazia cui spesso Dio lega l’invito a seguirlo nella via della donazione, e occasione particolarmente stimolante per una riflessione sul significato del ministero sacerdotale. Accanto al sacramento dell’ordine si possono ricordare anche le celebrazioni delle professioni religiose che assumono un valore analogo di proclamazione dei valori della vita religiosa nel contesto di una comunità; - il matrimonio assume oggi un’importanza particolare per l’educazione della famiglia a rispondere alla propria vocazione, a rispettare e a far maturare la vocazione dei figli (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 21).

c) La liturgia delle ore

2476

La liturgia delle ore, "in quanto preghiera pubblica della Chiesa è fonte della pietà e nutrimento della preghiera personale" (SC 90). Essa prolunga nel tempo l’incessante preghiera di Cristo, rendendo vivo e continuo il dialogo tra Dio che chiama e l’uomo che risponde.

d) Celebrazioni particolari

2477

Accanto alle celebrazioni "ufficiali" della Chiesa, assumono un valore importante anche le celebrazioni particolari: la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, il "mese vocazionale"; le liturgie del "mandato" ai ministranti, ai catechisti, ai missionari in partenza; ore di adorazione eucaristica, incontri di preghiera, veglie; rosario con accentuazioni vocazionali, ecc... È impossibile elencare tutte le celebrazioni che possono divenire occasioni di annuncio e di una maturazione vocazionale. Sarà compito dei pastori e dei vari "animatori" prevedere e preparare questi momenti per la crescita della dimensione vocazionale nella loro comunità.

Carità e vocazioni

2478

30. "Comunione" e "servizio" traducono il tema della carità nella pastorale odierna della Chiesa italiana. All’interno del piano pastorale per gli anni ‘80 "Comunione e comunità", è possibile trovare le condizioni per una animazione vocazionale nel campo della carità. "Così la Chiesa particolare, vivendo la carità dello scambievole dono e promuovendo la coscienza del servizio, cresce nella bellezza e nella fecondità della sua unità. In essa i fratelli si aprono al dono di sé e alla trasparenza della loro testimonianza. Con la convergenza armoniosa di tutti i carismi, con la loro diversità e continua novità, la Chiesa può rispondere alle esigenze della sua missione di salvezza dell’uomo" (CeC 48). - Carità come comunione, e in particolare come "riconciliazione", è un tema particolarmente sentito oggi dalla Chiesa italiana, ma anche un tema che viene incontro alle più profonde aspirazioni dei giovani del nostro tempo. Il mondo di oggi è assetato di pace, di fraternità, di rispetto tra gli individui e le nazioni. I giovani sono particolarmente sensibili a questi bisogni e si impegnano in vario modo non solo per "proclamare" ma anche per "vivere" questi valori. La testimonianza di uomini e donne che si consacrano a "tempo pieno" per la pace e la comunione può aiutarli a maturare un progetto di donazione totale allo stesso ideale. - Carità come servizio è un tema che il concilio Vaticano II ha messo in evidenza e che non cessa di essere attuale.

2479

La carità come servizio dei fratelli è legata alla vocazione radicale di ogni uomo e di ogni cristiano: - segno di riconoscimento del cristiano: "Da questo..." (Gv 13,35) - parametro di valutazione della vita: "ho avuto fame, ho avuto sete..." (Mt 25,35) - verifica dell’autenticità dell’incontro "religioso": "chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (Gv 4,20). Esperienze concrete di servizio e modelli autentici di servizio, incarnati da persone consacrate, possono aiutare i giovani a scoprire questi valori. La risposta alla vocazione dell’amore può cambiare la vita dei giovani, rendendoli promotori di una cultura alternativa basata sulla gratuità, condivisione, liberazione, pace, povertà. Particolare attenzione merita l’esperienza del volontariato, un vero e proprio "segno dei tempi", che si esprime in vari modi: servizio civile, anno di volontariato sociale della donna, volontariato internazionale, comunità di volontari ecc.

2480

Il volontariato può essere un itinerario di formazione in vista della vocazione definitiva e può condurre ad una scelta di vita consacrata nella misura in cui: è evangelicamente motivato e coltiva nella preghiera il senso dell’assoluto; è educazione al discernimento dei bisogni; è verifica della capacità di dedizione e di fedeltà nella ferialità; è aperto ad un eventuale impegno definitivo nella vita consacrata. Sarà utile per questo: - evidenziare nella vita consacrata l’aspetto del dono totale di sé a Dio e ai fratelli attraverso forme di servizio agli "ultimi"; - vivere "con la gente", là dove la gente vive, affinché le persone consacrate non siano sentite come coloro che stanno alla finestra; - sperimentare forme di collaborazione, di comunione di vita, tra persone consacrate e volontari in zone di emarginazione e di povertà; - essere aperti a strade nuove, "profetiche" d’impegno, per cogliere le istanze dei giovani; - collaborare con organismi e strutture di volontariato già esistenti e in particolare con la Caritas (cf. CNV, Giovani oggi, quale proposta vocazionale, Rogate, Roma 1984, pp. 169-174).

B. RESPONSABILI

Vescovi

2481

31. Molti piani pastorali diocesani e moltissimi piani specifici per le vocazioni testimoniano una crescente attenzione dei vescovi e delle loro Chiese particolari al problema delle vocazioni. Afferma, infatti, il concilio: "Come incaricati di condurre alla perfezione, i vescovi si studino di far avanzare nella via della santità i loro sacerdoti, i religiosi e i laici, secondo la particolare vocazione di ciascuno, ricordandosi di essere tenuti per primi a dare l’esempio della santità, nella carità, nell’umiltà e nella semplicità della vita. Conducano le Chiese loro affidate a tale punto di santità che in esse risplenda pienamente il senso della Chiesa universale di Cristo. Di conseguenza cerchino di incrementare il più che sia possibile le vocazioni sacerdotali e religiose, in modo particolare quelle missionarie" (CD 15). È essenziale che i vescovi si adoperino affinché le Chiese particolari ad essi affidate si qualifichino per una preghiera incessante per le vocazioni e per una presenza incisiva della dimensione vocazionale nella pastorale d’insieme. In particolare: - i vescovi si adopereranno perché venga costituito in ogni diocesi il centro diocesano vocazioni, affidandolo ad un direttore che si distingua per zelo, saggezza e capacità umana, specialmente in rapporto alla gioventù, e sia messo in condizione di operare unitariamente con gli altri uffici e organismi pastorali della diocesi; - i vescovi utilizzeranno ogni occasione per annunciare il valore e la necessità delle vocazioni al ministero ordinato e alle varie forme di vita consacrata, invitando tutti a rendersi disponibili alle chiamate del Signore. Occasioni particolarmente preziose saranno: - le ordinazioni sacerdotali e diaconali; - il conferimento dei vari ministeri non ordinati; - le professioni religiose; - la celebrazione delle cresime nelle parrocchie; gli incontri di preghiera, specialmente con i giovani, che si vanno moltiplicando nelle diocesi; - gli incontri diocesani con le famiglie, gli educatori, i catechisti, ai quali i vescovi volentieri ricorderanno le rispettive responsabilità.

Presbiteri

2482

32. La loro funzione è centrale ed insostituibile in ragione del loro stesso ministero. Il concilio afferma: "spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori alla fede, di curare che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito santo a sviluppare la propria vocazione specifica" (PO 11). Ed ancora: "è una funzione che fa parte della loro stessa missione sacerdotale, in virtù della quale il presbitero partecipa della sollecitudine della Chiesa intera, affinché nel popolo di Dio qui sulla terra non manchino mai gli operai" (PO 11). Tale impegno di cura delle vocazioni è dunque motivato dalla spiritualità propria dell’identità presbiterale. Una spiritualità che, vedendo nella nascita e maturazione delle vocazioni un aspetto peculiare della fecondità pastorale, conduce il presbitero a una preghiera incessante per le vocazioni, ad una testimonianza gioiosa, ad un impegno particolare nella proposta, nel discernimento, nell’accompagnamento.

2483

In particolare: - la preghiera quotidiana, personale e comunitaria del presbitero è il primo ambito nel quale tradurre questa responsabilità: la celebrazione eucaristica, la liturgia delle ore, il rosario, l’adorazione eucaristica prevederanno sempre un pensiero, una preghiera, un’invocazione per le vocazioni; - il presbitero guiderà la pastorale ordinaria della comunità in maniera che la dimensione vocazionale sia ritenuta essenziale. L’impostazione catechistica, la liturgia, il servizio della carità, la spiritualità, la cura dei ministranti, la pastorale giovanile e familiare, con i loro cammini ordinari e i momenti forti non mancheranno di presentare la tematica vocazionale e le sue esigenze. In questo contesto sarà responsabilità dei presbiteri costituire nelle comunità parrocchiali precisi servizi - come quello dell’animatore vocazionale parrocchiale, della "commissione vocazioni" nel consiglio pastorale parrocchiale ecc. - che aiutino presbiteri e comunità nella promozione delle vocazioni; - la responsabilità dei presbiteri si estende in modo tutto particolare, nell’orientamento vocazionale, nella direzione spirituale, nella proposta e nell’aiuto ai giovani che manifestano attitudini per la vita consacrata. Sarà possibile realizzare scuole di preghiera, gruppi vocazionali nelle parrocchie o almeno nelle zone pastorali. Una maggior disponibilità al colloquio, all’ascolto dei giovani, sarà di grande importanza sempre, ma specialmente nei confronti di quei giovani che, vivendo la fase tra "percezione" e "decisione", non possono e non vogliono fare a meno dell’aiuto del presbitero (cf. PO 11). - la presidenza degli organismi di partecipazione, specialmente del consiglio pastorale parrocchiale, permetterà al presbitero di portare la tematica vocazionale anche nell’insieme delle iniziative pastorali della parrocchia. Particolarmente intenso sarà l’impegno di tutta la parrocchia in occasione della giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, accogliendo il "tema di preghiera e catechesi" proposto annualmente per la Chiesa italiana dal Centro nazionale vocazioni e seguendo le indicazioni dei centri diocesani vocazioni.

Diaconi permanenti

2484

33. I diaconi, partecipando al sacramento dell’ordine e quindi del ministero apostolico, condividono con il vescovo e i presbiteri - secondo la modalità propria del loro carisma specifico - il compito di animazione delle comunità cristiane e di annuncio del Vangelo a ogni creatura. Secondo il motu proprio Ad pascendum, il diacono è "animatore del servizio, ossia della diaconia della Chiesa presso le comunità cristiane locali, segno e sacramento dello stesso Cristo Signore, il quale non venne per essere servito ma per servire" (AP). I diaconi, pertanto, hanno una grazia particolare che deriva dal sacramento dell’ordine per suscitare nei fedeli quell’atteggiamento di servizio che li rende disponibili ad accogliere con generosa apertura le grazie dello Spirito santo, e quindi le diverse vocazioni. Il loro impegno a stimolare il servizio li conduce a mettere a disposizione di tutti la propria casa, la propria persona, il proprio amore, la propria predilezione per i poveri, così da farsi strumento del Signore per suscitare in ognuno un atteggiamento di amore e di comunione. Per promuovere il servizio nelle diverse modalità che scaturiscono dalla valorizzazione corresponsabile dei doni dello Spirito santo, i diaconi promuovono nelle comunità cristiane un ruolo attivo nel discernimento dei diversi carismi, e quindi nell’evidenziare le diverse vocazioni - sia gli stati di vita che i ministeri - con cui il Signore conduce i fedeli alla salvezza e a farsi veicoli per trasmettere la salvezza ad ogni persona umana. In questo contesto, i diaconi, operando in mezzo al popolo di Dio, hanno una grazia particolare per cooperare con il vescovo, i presbiteri e gli altri responsabili al ministero delle vocazioni, mediante la preghiera, la parola, il consiglio e la testimonianza di una vita consacrata alla salvezza di tutti, sia nell’ambito delle comunità ecclesiali, sia nell’ambito delle responsabilità familiari e professionali.

Religiosi e religiose

2485

34. "Il primo contributo che religiosi e religiose offrono alla comunità credente deriva dal loro ‘essere religiosi’... La loro presenza è segno di una ‘chiamata-risposta’ ad una esistenza radicalmente evangelica... Ne consegue l’impegno di una testimonianza coerente, come fedeltà gioiosa alla vocazione, chiarezza di vita evangelica, donazione a servizio della Chiesa e del mondo" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 34). La vita contemplativa ha un particolare valore di testimonianza e di servizio a tutte le vocazioni (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 34). È necessario che religiosi e religiose di vita apostolica si impegnino: - a creare vere comunità ove si facciano esperienze vive di preghiera, di vita fraterna e di servizio; - a essere presenti, come consacrati, nelle realtà più vive della Chiesa di oggi, specialmente nella vita delle comunità parrocchiali, nei movimenti e gruppi ecclesiali; - ad un’animazione vocazionale all’interno delle famiglie religiose e delle comunità per superare la mentalità di delega, favorendo la corresponsabilità di tutti; - ad offrire il contributo specifico perché nelle Chiese particolari sia conosciuta e promossa la vita religiosa; - ad impegnare le energie migliori nella pastorale giovanile vocazionale; - a valorizzare le comunità di accoglienza dove i giovani in ricerca vocazionale possano trovare la possibilità di esperienze forti e costruttive.

2486

Le religiose perseguano un maggior inserimento nella vita, nella missione e nei ministeri della Chiesa particolare, qualificando sempre più la loro presenza e sensibilizzando le altre componenti della comunità ecclesiale perché venga meglio compreso e valorizzato il ruolo e della donna e della suora. "Gli istituti religiosi, mentre cooperano con la comunità diocesana a servizio di tutte le vocazioni, hanno pure il diritto e dovere di far conoscere i loro carismi e promuovere le proprie vocazioni. La Chiesa particolare sarà vicina ad essi e offrirà preghiera e aiuto fraterno in modo che nessun istituto si senta trascurato" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 34). Nella Chiesa particolare il vescovo, "primo responsabile delle vocazioni" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 29), si attende dai religiosi e dalle religiose la scelta profetica di mettersi a servizio, con persone e mezzi, della pastorale vocazionale unitaria, al fine di favorire opportunamente "le vocazioni locali sia per il sacerdozio sia per la vita consacrata" (Sacre Congregazioni per i vescovi e per i religiosi e gli istituti secolari, Note direttive Mutuae relationes, 14.5.1978, n. 18). Consapevoli che "nel ministero delle vocazioni nessuno può isolarsi e lavorare solo per la sua istituzione" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 37), sarà necessario che i religiosi condividano la programmazione unitaria diocesana e si rendano disponibili, secondo il carisma del proprio istituto, nei servizi di animazione vocazionale.

Istituti secolari

2487

35. I laici consacrati negli istituti secolari, mentre si uniscono alla preghiera e all’azione degli altri responsabili di tutta la comunità locale, danno alla pastorale delle vocazioni la forza della loro esperienza di armonia tra ideale evangelico e impegno nel mondo. In particolare essi si impegnano ad un ascolto attento delle persone tra le quali vivono in ragione della loro secolarità per suscitare all’interno delle situazioni concrete opportune occasioni di proposta vocazionale. I membri di tali istituti sentano il bisogno di prepararsi all’animazione vocazionale e di inserirsi maggiormente negli organismi vocazionali unitari a livello regionale e diocesano (cf. Cura pastorale delle vocazioni, nn. 35; 57; 59).

Missionari

2488

36. "La presenza dei missionari ad gentes nella Chiesa particolare assume grande valore. Essa è segno della vocazione missionaria della comunità locale, è strumento e stimolo della sua animazione missionaria. È punto di incontro tra le Chiese di diverse nazioni. È testimonianza viva e proposta concreta per i credenti, specialmente per i giovani" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 64). Per questo i missionari presenti in Italia si impegnano a: - far conoscere la realtà missionaria; - suscitare gesti concreti di servizio, di donazione e di "partenza"; - proclamare l’urgenza che altri cristiani siano disposti a partire come missionari per annunciare il Vangelo delle beatitudini, a essere solidali con gli ultimi del mondo, a dialogare con gli uomini di altre regioni, a condividere, pregare, amare come consacrati a Dio per la venuta del suo regno. Questo porterà alla formazione di una coscienza missionaria, a un impegno di testimonianza e di annuncio nel proprio ambiente e permetterà ad alcuni di scoprire una chiamata personale per l’annuncio del Vangelo "a tutte le genti" (cf. Commissione episcopale per la cooperazione tra le Chiese, Documento pastorale L’impegno missionario della Chiesa italiana, 21.4.1982. I giovani oggi si dimostrano particolarmente sensibili a questi valori, anche se l’accettazione di un impegno "definitivo" presenta non poche difficoltà. Per questo, oltre alla considerazione degli immensi compiti di evangelizzazione che ancora attendono la Chiesa, appare di capitale importanza la gioiosa testimonianza dei missionari che ritornano per "raccontare le meraviglie che il Signore ha compiuto in mezzo ai pagani" (At 14,27), e che vivono la propria "partenza" e "lontananza" come un grande dono che arricchisce la loro persona e la loro Chiesa di origine (cf. L’impegno missionario della Chiesa italiana, nn. 22; 31).

Laici

2489

37. Catechisti, insegnanti, educatori, animatori laici della pastorale giovanile e vocazionale hanno una primaria importanza per le vocazioni. "Quanto più essi approfondiscono il senso della propria vocazione e missione nella Chiesa, tanto più riconoscono il valore e la necessità dei ministeri ordinati e della vita consacrata" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 38). Con l’esempio di una vita autenticamente cristiana, con la serietà professionale e con la testimonianza di una vera dedizione apostolica, potranno incidere profondamente sui giovani (Cura pastorale delle vocazioni, n. 38). Non mancheranno, in ragione del loro ministero, di far conoscere e proporre la vita di speciale consacrazione; aiuteranno tutta la comunità ad essere attenta e sensibile a questo dono grande del Signore. Al fine di tenere costantemente viva la coscienza e la responsabilità di tutta la comunità cristiana per le vocazioni, e non certo come delega, è forse opportuno riconoscere il ministero di fatto e curare la formazione dell’animatore vocazionale parrocchiale, come servizio stabile reso da un laico adulto nella fede. Tale servizio, espressione anzitutto di una coerente testimonianza della propria vocazione, offre un’attenzione permanente e un contributo specifico ai vari itinerari di fede e iniziative pastorali della comunità parrocchiale, perché non venga mai meno la dimensione vocazionale.

Famiglia

2490

38. La famiglia nella comunità cristiana è una vocazione particolare ed è il luogo di crescita vocazionale. Nella misura in cui cresce la coscienza vocazionale della comunità familiare, diventa anche fecondo il clima di fede per lo sbocciare di nuovi germi di vocazione. "Se animate di spirito di fede, di carità e di pietà, le famiglie costituiscono come il primo seminario" (OT 2). "I figli, mediante l’educazione, devono venire formati in modo che, giunti alla loro maturità, possano seguire con pieno senso di responsabilità la vocazione loro, compresa quella sacra" (GS 52). La famiglia realizza questo suo compito innanzitutto col creare un clima di fede e di amore; con la testimonianza di una dedizione operosa alla Chiesa e alla società secondo il ministero specifico della famiglia; con una educazione alla fede, alla preghiera, al servizio, che aiuti le nuove generazioni nella fedeltà e nella coerenza del Vangelo, pur vivendo in contesti culturali e sociali secolarizzati.

2491

I genitori avranno particolare attenzione a partecipare coi figli all’eucaristia e agli altri sacramenti; a creare in famiglia momenti di preghiera; ad assicurare ad essi una buona catechesi; a coinvolgerli volentieri nelle loro attività formative e apostoliche. Particolarmente prezioso sarà un atteggiamento di apertura e di fraterna amicizia nei confronti dei presbiteri e degli altri consacrati. Qualora il Signore volesse chiamare alla vita consacrata uno o più figli, i genitori saranno coerenti con la scelta cristiana manifestando gioia, serenità, impegno di aiuto, prudenza e generosità. Nel contesto italiano attuale non è da sottovalutare l’impegno che i genitori metteranno nell’assicurare ai loro figli una educazione religiosa e vocazionale nella scuola.

Gruppi, movimenti, associazioni, comunità ecclesiali di base

2492

39. Nella Chiesa sono fioriti numerosi gruppi, movimenti, associazioni, comunità ecclesiali di base. Tali esperienze comunitarie non hanno per lo più una specifica finalità in ordine alle vocazioni consacrate, ma si stanno rivelando un campo particolarmente fertile alla manifestazione di vocazioni consacrate, veri e propri luoghi di proposta e crescita vocazionale. Essi assolvono il ruolo insostituibile del "gruppo" per la crescita nella fede e nella ricerca vocazionale e sostenuta dall’accompagnamento individuale e personalizzato della direzione spirituale. Perché siano veri e propri luoghi di crescita vocazionale specialmente delle giovani generazioni, tali gruppi, movimenti, associazioni, comunità ecclesiali di base devono presentare una forte capacità di educazione alla preghiera, all’ascolto metodico della parola di Dio, ad una profonda esperienza sacramentale, al servizio, unitamente ad una chiara fede nella Chiesa, un’abituale apertura missionaria ai bisogni della comunità e del mondo, ed una cosciente appartenenza alla comunità parrocchiale e diocesana. Sono tre dunque le fondamentali condizioni perché un gruppo riesca a maturare vocazionalmente delle persone: - il clima di fede che lo anima, alimentato dalla parola di Dio che diventa preghiera; - la sua passione missionaria, come concreta consapevolezza che esiste una Chiesa locale e come attenzione ai problemi dell’uomo (vicino e lontano); - la presenza di una guida spirituale matura (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 45). Movimenti, gruppi, associazioni, comunità ecclesiali di base, mentre costituiscono a livello parrocchiale e diocesano significativi itinerari di fede, "devono qualificarsi sempre meglio come itinerari di vocazione" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 44).

Scuola

2493

40. La scuola è chiamata ad essere per le giovani generazioni una comunità educante. Ciò è particolarmente vero per la scuola cattolica, dal momento che propone un originale progetto educativo cristiano. "Con criteri di gradualità e in riferimento alle mete e ai metodi propri dei vari ordini e gradi di scuola, gli alunni devono essere guidati a una conoscenza organica del contenuto della fede e del mistero rivelato, in vista di esperienze sempre più consapevoli e di scelte libere e responsabili" (Commissione episcopale per l’educazione cattolica, Documento pastorale La scuola cattolica oggi in Italia, 25.8.1983, n. 22). In particolare: "la scuola cattolica aprirà gli alunni a consapevoli scelte di vita: alla vocazione per una famiglia, alla vocazione al sacerdozio o alla speciale consacrazione, all’apostolato laicale, all’impegno professionale e sociale in un fondamentale spirito di gratuità e di servizio" (La scuola cattolica oggi in Italia, n. 31). Sono prospettive chiare che la scuola cattolica in Italia concretizzerà con programmi adeguati. In essa possono tuttavia essere attuate forme specifiche di annuncio e catechesi vocazionale.

2494

L’insegnamento di religione è certamente il momento centrale della proposta religiosa in chiave vocazionale. Accanto ad esso ci sono diverse opportunità per un allargamento ed approfondimento della catechesi in chiave vocazionale soprattutto in momenti extrascolastici: gruppi del Vangelo, ritiri, campi scuola, momenti liturgici e celebrativi (messe di classe, celebrazioni della Parola, vita sacramentale, feste dei santi), esperienze di servizio, incontri di orientamento vocazionale ecc. Anche nella scuola statale, nei limiti propri dell’insegnamento della religione, è opportuno fare un annuncio vocazionale. Gli insegnanti di religione - oltre che proporre ad alunni più sensibili dei "cammini di fede" extrascolastici - sapranno cogliere in questa fase evolutiva della vita le occasioni per fare dell’educazione religiosa nella scuola un momento prezioso di ricerca e proposta vocazionale.

C. ETÀ E METODI

La vocazione nelle varie età

2495

41. Poiché la vocazione specifica "si manifesta in vari modi nelle diverse età della vita umana" (RaF 7) - non escluse la fanciullezza e la preadolescenza - "è indispensabile rispettare la gradualità con la quale ogni persona giunge a comprendere e ad accogliere il piano di Dio" (FPC 33). Secondo questa gradualità, legata non solo alle diverse età ma anche alla diversa evoluzione della maturazione dei ragazzi e delle ragazze, dei giovani e delle giovani, nonché ai reali bisogni spirituali della persona, sarà possibile e necessario rivolgere la proposta delle diverse vocazioni consacrate, "non per incanalare le scelte verso una meta predeterminata, ma per sostenere la fedeltà di ognuno alla ricerca e al dono libero di sé" (FPC 34).

Fanciulli e preadolescenti

2496

42. Come è attestato dalla costante esperienza della Chiesa, è possibile e doveroso attuare concretamente e nelle forme più idonee l’orientamento vocazionale dei fanciulli e dei preadolescenti. I nuovi catechismi della CEI costituiscono un valido aiuto per illustrare e proporre le vocazioni di speciale consacrazione. In particolare sarà opportuno: - creare un ambiente educativo familiare nel quale la persona, soprattutto attraverso il confronto con i genitori, sperimenti che cosa significhi impostare l’esistenza secondo il piano di Dio (RdC 135); - proporre valori e una lettura di fede di situazioni e avvenimenti; - presentare modelli credibili ed efficaci di vocazioni vissute; - proporre i vari stati di vita come modi concreti di realizzazione di sé secondo lo specifico progetto di Dio sulla persona; - aprire l’animo alla recettività e alla disponibilità alle vocazioni consacrate; - rimuovere le conseguenze dello scandalismo, i pregiudizi e le preclusioni nei confronti delle vocazioni consacrate (cf. Piano pastorale per le vocazioni, n. 46); - individuare occasioni specifiche di proposta vocazionale durante l’itinerario dell’iniziazione cristiana. Nella situazione italiana si rivelano particolarmente utili iniziative ed esperienze di comunità o di gruppo (ACR, scout, comunità vocazionali, ecc.), di spiritualità (ritiri, incontri di preghiera, ecc.), di servizio (partecipazione attiva alle celebrazioni liturgiche, ministranti, microrealizzazioni caritative a favore dei poveri), di orientamento (es. campi estivi).

Adolescenti e giovani

2497

43. In queste età "l’orientamento vocazionale può esprimersi in piena maturità perché le condizioni di sviluppo personale, umano e cristiano, rendono questi momenti di vita adatti alle scelte totali" (FPC 35; RdC 137-138). Pertanto gli adolescenti e i giovani sono i destinatari privilegiati della pastorale vocazionale. Infatti la pastorale giovanile deve essere vocazionale: "Pastorale giovanile e pastorale vocazionale sono complementari. La pastorale specifica delle vocazioni trova nella pastorale giovanile il suo spazio vitale. La pastorale giovanile diventa completa ed efficace quando si apre alla dimensione vocazionale" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 41).

2498

In tale contesto: - è doveroso orientare le persone più attente e più preparate spiritualmente ad un atteggiamento di apertura alla pluralità delle vocazioni nella Chiesa e alla disponibilità al dono di Dio di una vocazione di speciale consacrazione; - bisogna assicurare una guida non occasionale, ma sistematica, dal sacramento della penitenza al colloquio personale, da incontri periodici a cicli di conferenze, dalla proposta all’accompagnamento, che impegni in modo particolare il sacerdote e le persone consacrate; - costituisce un valido aiuto per la scelta vocazionale l’inserimento in gruppi giovanili impegnati e vitalmente inseriti nella comunità ecclesiale (gruppi liturgici, missionari, di preghiera, di catechisti, e simili); - è opportuno favorire uno spazio vitale per la maturazione della propria vocazione anche consacrata mediante l’esperienza di vita comunitaria, l’ascolto della parola di Dio, l’impegno catechistico, la preghiera, nel servizio della comunità, nell’apostolato tra i coetanei, nell’assunzione dei vari ministeri, nella frequenza dei sacramenti, nella direzione spirituale; - la proposta delle vocazioni di speciale consacrazione trova il clima migliore nei momenti forti di spiritualità: corsi di esercizi, ritiri, tempi di deserto, esperienze di preghiera, tempi liturgici particolari. Rimane decisivo l’impegno della comunità a far risuonare la voce del Signore in modo forte e chiaro, a creare le condizioni nelle quali la chiamata possa trovare ascolto e a pensare opportune iniziative (cf. FPC 30); - possono essere determinanti per la maturazione del proprio progetto di vita l’accoglienza e la permanenza in comunità vocazionali e in centri giovanili, caratterizzati da un notevole impegno comunitario e dalla presenza di un animatore vocazionale; - va incoraggiata la proposta vocazionale fatta dai giovani chiamati ai loro coetanei. È un’esperienza che si va diffondendo con frutto in numerose diocesi. "I seminari e altri istituti formativi possiedono per loro natura un ruolo specifico di evangelizzazione e animazione vocazionale. La loro forza di irradiazione deve manifestarsi sempre più efficacemente" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 41).

Vocazioni di adulti

2499

44. Vi sono sempre di più persone adulte impegnate nelle attività professionali - lavorative, culturali, sociali - che manifestano una approfondita disponibilità ad uno speciale servizio nella Chiesa (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 47; cf. anche FPC 81). La pastorale delle vocazioni deve rispondere alle loro attese di riflessione. Occorre creare le condizioni per un prudente discernimento, una solida direzione spirituale ed una adeguata preparazione prima dell’ingresso in istituti di formazione. Apposite comunità, animate da presbiteri, diaconi, religiosi e missionari, stanno rispondendo e dovranno rispondere sempre meglio a queste esigenze (cf. FPC 81).

D. L’ITINERARIO VOCAZIONALE

Dalle esperienze di fede al cammino spirituale

2500

45. Un dato è ormai patrimonio acquisito nella pastorale delle vocazioni: una scelta vocazionale non matura soltanto attraverso esperienze episodiche di fede, ma attraverso un paziente cammino spirituale. L’itinerario di una vocazione e la sua graduale maturazione passano ordinariamente attraverso questi momenti: l’annuncio, la proposta, l’accompagnamento vocazionale.

L’annuncio

2501

46. "Il punto di partenza della pedagogia vocazionale si trova ordinariamente in comunità cristiane sensibilizzate mediante la parola di Dio, i sacramenti, la preghiera, l’impegno apostolico" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 48). La comunità cristiana, luogo e segno fedele della salvezza di Dio, è dunque, in linea ordinaria, il punto di partenza, il terreno propizio per un cammino vocazionale. La parola di Dio, i sacramenti e la preghiera ne animano la vita; la testimonianza e la comunione delle persone ne esprimono la ricchezza; l’attenzione alla storia ne favorisce scelte operative e decisioni vitali. Nell’ambito della comunità cristiana variamente articolata in gruppi, movimenti e associazioni, possono nascere itinerari vocazionali specifici, che prima di approdare agli istituti di formazione (seminari, noviziati, ecc.) creano le premesse per la proposta e per l’accompagnamento vocazionale (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 48).

La proposta

2502

47. "Il passo successivo è costituito dalla proposta diretta, dall’appello personale" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 48). Fare proposte vocazionali ai giovani d’oggi significa dunque indicare un "cammino spirituale"; ovvero un cammino di fede in chiave vocazionale. Un "cammino spirituale" richiede una completezza pedagogica umana ed ecclesiale capace di una sintesi che, mentre accoglie le domande dei giovani, abbia la lucidità di annunciare Gesù Cristo in pienezza e di far fare un’autentica esperienza di Chiesa, tenendo fede al dinamismo profondamente unitario offerto dalla Parola-sacramenti-carità, che costituiscono in sintonia la struttura dell’esperienza cristiana, quindi di una crescita vocazionale armonica. "Non abbiate paura di chiamare... Non deve esistere nessun timore nel proporre direttamente a una persona giovane o meno giovane le chiamate del Signore" (Giovanni Paolo II, Messaggio per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 1979). Il rapporto personale, inserito in un itinerario di fede, suggerirà infatti ai responsabili il momento opportuno per l’appello, per una proposta di ulteriore e specifico cammino vocazionale. È valido il principio: "quando le condizioni esistono, non è mai troppo presto per rivolgere l’invito. L’importante è che non giunga troppo tardi" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 49).

L’accompagnamento

2503

48. La fase di accompagnamento sostiene il giovane dal momento in cui percepisce la chiamata a quello della decisione vocazionale; ciò può avvenire nell’ambito della sua comunità di origine o nel dialogo individuale fiducioso e spontaneo, specialmente con persone consacrate. È opportuno che il giovane, in questo periodo, abbia un aiuto in prospettiva personale e comunitaria: - l’accompagnamento personale è spazio di discernimento, tempo dedicato all’ascolto della persona e della proposta di Cristo, offerta del servizio prezioso della direzione spirituale, che si offre come verifica particolare, momento di sintesi del cammino di crescita globale verso la maturità di fede e verso la decisione vocazionale; - l’accompagnamento di gruppo risponde al bisogno caratteristico dei giovani di comunicare le loro esperienze, di impegnarsi e confrontarsi con gli altri per una comune ricerca o in un programma di vita. Essi hanno nel gruppo la possibilità di esercitare la loro creatività, di sperimentare la concretezza della comunione, di trafficare i loro talenti. Questi gruppi possono essere di varia natura, ma con prospettiva direttamente o indirettamente vocazionale. È bene che i loro programmi di vita, opportunamente definiti col contributo dei giovani stessi, diano il dovuto spazio: - alla preghiera, alla meditazione, al silenzio; - al lavoro manuale, al servizio di carità; - alla conoscenza delle varie vocazioni presenti nella Chiesa; - ai rapporti con i noviziati, con i seminari, con la parrocchia locale; - alla condivisione gioiosa e fraterna (cf. Cura pastorale delle vocazioni, nn. 51-52). L’accompagnamento individuale - personalizzato in una sapiente opera di discernimento e direzione spirituale - e l’accompagnamento di gruppo, condivisione di un graduale cammino di fede comunitario, sono quindi oggi complementari e decisivi per una scelta vocazionale matura.

I responsabili dell’accompagnamento

2504

49. Chi accompagna i giovani nei primi passi di un cammino specificatamente vocazionale occupa un ruolo fondamentale in seno alla comunità cristiana: è anche per suo mezzo infatti che Cristo continua a incarnarsi nella storia della persona, fino a diventare ragione di vita e di specifica consacrazione. È questo un aiuto decisivo e prezioso nel momento della proposta e nel periodo dell’accompagnamento. Perciò al responsabile si chiedono qualità umane (capacità di ascolto, rispetto della crescita personale, disponibilità, attenzione al linguaggio e ai valori giovanili) e spirituali (amore alla preghiera e alla contemplazione, capacità di discernimento, sapienza di vita) integrate da una solida preparazione culturale e specifica (cf. Cura pastorale delle vocazioni, nn. 55-56). L’unitarietà della pastorale vocazionale suggerisce che il luogo di incontro dei responsabili vocazionali di tutte le forme di speciale consacrazione e dei laici coinvolti in questo problema sia la Chiesa particolare e che di questa comunione sia animatore il centro diocesano vocazioni (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 57).

Comunità e centri di orientamento

2505

50. Assumono singolare rilievo nella vita della Chiesa particolare i seminari e gli altri istituti di formazione in quanto "luoghi naturali di una chiara proposta vocazionale, che i giovani chiamati offrono ai loro coetanei" (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 4). Negli ultimi anni la Chiesa ha visto nascere anche comunità di orientamento vocazionale all’insegna della comunione ecclesiale e dell’accoglienza: sono luoghi in cui i giovani hanno la possibilità di itinerari di fede e vocazionali più continui, collegati ad una esperienza di vita globalmente e liberamente condivisa. È opportuno che queste comunità, collegate con gli organismi vocazionali locali (CDV e CRV), permettano ai giovani una vera esperienza di chiesa, condizione indispensabile per una scelta di vita al suo servizio.

E. ORGANISMI E STRUTTURE PER LA PASTORALE VOCAZIONALE

I Centri unitari per l’animazione vocazionale

2506

51. Anche la pastorale delle vocazioni ha bisogno di alcuni organismi e strutture. I centri per l’animazione della pastorale vocazionale devono essere "unitari" a tutti i livelli (diocesani, regionali, nazionale), come precisano i documenti ecclesiali, e devono essere a servizio della pastorale unitaria. In essi devono essere assicurati la presenza e l’apporto di tutte le categorie vocazionali: sacerdoti diocesani, religiosi, religiose, missionari, consacrati secolari, laici. Questi organismi devono favorire la proposta chiara, efficace ed aperta a tutte le vocazioni di speciale consacrazione, evitando di ridurre la pastorale unitaria ad essere "unica", cioè proposta ad es. solo della vocazione sacerdotale, o "generica", proponendo solo la vocazione battesimale (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 57, 58; cf. anche FPC 26).

Il Centro nazionale vocazioni

2507

52. In Italia il Centro nazionale vocazioni (CNV) è costituito d’intesa tra la CEI e la CISM, l’USMI, la CIS, la CIMI. È specifico strumento di servizio per l’animazione della pastorale delle vocazioni di speciale consacrazione: al sacerdozio, al diaconato, alla vita religiosa, agli istituti secolari e alla vita missionaria. Il CNV ha compiti di studio, coordinamento e promozione: - studia e diffonde la conoscenza dei documenti della Santa Sede e della CEI relativi all’animazione vocazionale della pastorale e alle vocazioni di speciale consacrazione, in costante ascolto dei "segni dei tempi"; - si offre come luogo di animazione e di coordinamento dei centri diocesani vocazioni, dei centri regionali vocazioni e degli altri organismi vocazionali esistenti nelle regioni pastorali, nelle congregazioni religiose, negli istituti secolari e missionari, e delle rispettive attività; - promuove o concorre a promuovere in accordo con i responsabili ai vari livelli iniziative atte a suscitare una maggiore consapevolezza, corresponsabilità e collaborazione nella pastorale vocazionale, in piena comunione con lo sviluppo del piano pastorale CEI e del cammino in atto nella Chiesa italiana. In particolare - tra le possibili iniziative utili a livello nazionale per la formazione dei responsabili e per l’animazione vocazionale - promuove e cura la celebrazione unitaria della giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, sia studiando il tema annuale sia offrendo sussidi pastorali adeguati per la preghiera e la catechesi (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 58). Il CNV fa riferimento alla presidenza della CEI per l’approvazione dei programmi, si mantiene in contatto con la Commissione episcopale per l’educazione cattolica alla quale sottopone previamente atti e programmi della sua attività; ha rapporti di collaborazione con i centri vocazionali regionali e diocesani (cf. CNV, Statuto; Cura pastorale delle vocazioni, n. 58).

Il centro regionale vocazioni

2508

53. Il centro regionale vocazioni (CRV) è un organismo di collegamento tra i centri diocesani vocazioni, con il CNV e con i centri pastorali della regione. Lo presiede un responsabile nominato dalla Conferenza episcopale regionale ed opera secondo le disposizioni della conferenza episcopale stessa. Contribuisce, con la presenza del responsabile regionale nel consiglio del CNV, a creare i programmi nazionali e offre i seguenti servizi: - guida e stimola nella propria regione il cammino programmato a livello nazionale; - cura attraverso il proprio "ufficio" - rappresentativo delle diverse categorie vocazionali e ispirato alle direttive della pastorale vocazionale unitaria - dei momenti di riflessione e lettura della situazione regionale, al fine di programmare e sostenere il cammino unitario di pastorale vocazionale in regione; - favorisce il sorgere di vivi centri diocesani unitari e li stimola con una prudente e costante opera di contatto e collaborazione; - cura incontri periodici di formazione e informazione - finalizzati sempre ad una maggiore comunione ecclesiale - dei direttori di CDV, in modo da accompagnare la crescita di un vero e proprio "cammino" regionale; - organizza ogni anno incontri, convegni, seminari di studio per i responsabili e per gli animatori, al fine di favorire la conoscenza, le intese, lo scambio di sussidi e di esperienze; in particolare, approfondisce tematiche urgenti per il cammino regionale e quelle proposte annualmente a livello nazionale; - offre sussidi per la formazione degli animatori diocesani e per l’animazione vocazionale della comunità cristiana preoccupandosi di renderli aderenti alle concrete situazioni della regione (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 59).

Il Centro diocesano vocazioni

a) Natura

2509

54. Il centro diocesano vocazioni (CDV) esprime l’impegno della Chiesa particolare per l’animazione vocazionale, promuovendo e coordinando le attività di orientamento vocazionale nelle parrocchie e nelle comunità cristiane della diocesi, sotto la guida e la responsabilità del vescovo. Accoglie in sé e sollecita la presenza e l’apporto di tutte le categorie vocazionali (sacerdoti diocesani, diaconi, religiosi, religiose, missionari, consacrati secolari, laici) e dei rappresentanti dei diversi organismi pastorali, sia nella sua struttura che per il suo funzionamento. Ne è responsabile un direttore, nominato dal vescovo e aiutato da un ufficio "unitario", di cui fanno parte tutte le categorie vocazionali. Il CDV è un organismo di comunione, dove le varie categorie vocazionali presenti nella Chiesa particolare sperimentano l’unità della missione, la gioia e la fatica di lavorare insieme per le vocazioni; è un organismo di servizio, strumento pastorale perché tutta la Chiesa particolare abbia coscienza di essere chiamata. Il suo servizio si configura dunque nella Chiesa particolare per la specifica cura delle vocazioni di speciale consacrazione.

2510

In sintesi sotto la guida del vescovo: - Il CDV, luogo di comunione vocazionale, si costituisce ad immagine della Chiesa particolare; riflette la sua natura teologica (diversità di vocazioni, doni e ministeri); si offre per tutte le categorie vocazionali presenti nella Chiesa particolare come luogo di comunione. - Il CDV, luogo di animazione e promozione vocazionale, attento a tutto ciò che già concretamente esiste nella vita della Chiesa locale; si offre come luogo di studio e di approfondimento della teologia della vocazione, degli specifici documenti del magistero e degli sviluppi della pastorale delle vocazioni, cura i rapporti e offre il suo servizio specifico a tutti gli uffici diocesani e organismi pastorali presenti nella Chiesa locale; è attento a tutti gli ambiti o luoghi pastorali (in particolare la parrocchia) in cui si esprime la operatività pastorale. - Il CDV è luogo di coordinamento nella Chiesa particolare di quanto esiste e cresce nel campo della pastorale vocazionale. Possono quindi essere considerati orientamenti e urgenze qualificanti per il CDV: "diffondere una forte ispirazione di fede, alimentare la spiritualità e la preghiera; innestare l’animazione vocazionale nella pastorale d’insieme delle Chiese particolari; portare l’animazione vocazionale nella pastorale delle comunità parrocchiali, coinvolgendo movimenti, gruppi, servizi e altre comunità in esse operanti; inserire l’animazione vocazionale nella pastorale giovanile; creare e diffondere pubblicazioni adatte alle diverse necessità della pastorale vocazionale; curare la preparazione delle persone che hanno ricevuto dai vescovi, dai superiori e superiore religiosi, da altri responsabili della vita consacrata, il mandato specifico della cura e accompagnamento dei chiamati" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 59).

b) Compiti

2511

In questa ottica il CDV deve: - prevedere annualmente la stesura di una programmazione pastorale tenendo conto del cammino concreto della diocesi e degli altri organismi di partecipazione pastorale; prevedere momenti di verifica e soprattutto provvedere per una efficace capillarizzazione del cammino vocazionale; - qualificare la propria azione nel senso della comunione ecclesiale, con la consapevolezza che è più importante creare il senso di Chiesa attraverso le varie iniziative che promuovere le iniziative stesse; - essere presenti nei luoghi dove "si pensano e si progettano" itinerari pastorali, perché la dimensione vocazionale non manchi mai: quindi deve inserirsi umilmente e discretamente negli spazi diocesani (dal consiglio pastorale diocesano alle iniziative dei vari uffici pastorali: in particolare l’ufficio catechistico, liturgico, caritas, missionario e vari cammini di fede in atto...) in cui è possibile portare una sottolineatura vocazionale specifica, anziché portare avanti solo iniziative in proprio; - nell’ambito del suo servizio specifico di cura delle vocazioni di speciale consacrazione, organizzare e qualificare sempre di più le proposte di spiritualità (preghiera, esercizi spirituali...), le proposte di servizio a livello diocesano e i vari momenti di orientamento vocazionale rivolti ai fanciulli, adolescenti e giovani, se possibile in stretta collaborazione con i sacerdoti delle parrocchie e con gli educatori in genere; - curare con adeguate iniziative la formazione sia degli "animatori vocazionali nativi" della comunità cristiana (genitori, educatori, catechisti, animatori di gruppi giovanili ecc.) sia degli "animatori vocazionali" propriamente detti (sacerdoti, religiosi, religiose...) e sostenere gli animatori vocazionali parrocchiali là dove già esistono; - offrire la propria competenza alle comunità parrocchiali - senza volersi mai sostituire alle loro normali attività - promuovendo itinerari di preghiera per le vocazioni e, soprattutto, offrendo sussidi e presenza; - collaborare con il centro diocesano vocazioni delle altre diocesi, il CRV e il CNV (cf. Cura pastorale delle vocazioni, n. 59). Riguardo al centro diocesano vocazioni ricordiamo quanto esplicitamente afferma il documento conclusivo del II congresso internazionale per le vocazioni: "Ogni ritardo nel costituire questo organismo e nel renderlo efficiente si traduce in un danno alla Chiesa" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 57).

Importanza dei mezzi di comunicazione sociale

2512

55. "Nei programmi di pastorale vocazionale oggi assumono particolare rilievo gli strumenti della comunicazione sociale. Essi, impiegati saggiamente e professionalmente, possono contribuire a diffondere la conoscenza delle vocazioni consacrate, a creare attorno ad esse un clima favorevole di attenzione e di stima, a risvegliare la coscienza della comunità" (Cura pastorale delle vocazioni, n. 50). "La Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi, che l’intelligenza umana rende ogni giorno più perfezionati" (EN 45). Con iniziative individuali e comunitarie, sul piano locale, diocesano, regionale e nazionale, avvalendosi del necessario coordinamento, è bene utilizzare al massimo, quali veicoli di animazione vocazionale: - le forme più idonee della stampa, della pubblicistica e dell’editoria; - la radio e la televisione, sia con programmi specifici attentamente preparati, sia influendo con intelligenza, proprietà, efficacia sui radioascoltatori e i telespettatori, orientandoli a seguire quei programmi che possono aiutare, soprattutto i giovani, nella costruzione del loro progetto di vita; - la filmografia, nelle sue molteplici espressioni.

2513

A tale scopo: - si curi la preparazione di persone idonee - sacerdoti, religiosi e laici - a valorizzare questi mezzi di comunicazione sociale. Il ricorso ad essi, infatti, sarebbe inefficace qualora mancasse la dovuta attenzione alla cultura, al linguaggio del nostro tempo ed alla particolare sensibilità soprattutto dei giovani; - si studino, a livello di Chiesa locale, criteri e forme di coordinamento che consentano di utilizzare in maniera unitaria e convergente capacità e forze disponibili; - siano utilizzati anzitutto i mezzi di più facile ed immediata comunicazione (rubriche di giornali e riviste, opuscoli, manifesti, audio e video cassette, canali pubblicitari di reti locali, regionali e nazionali), facilitandone l’accesso e l’uso a tutti i livelli.

F. VERIFICA DEL SERVIZIO DI ANIMAZIONE VOCAZIONALE

Nella luce della fede

2514

56. Poiché l’azione pastorale della Chiesa si incarna in una situazione umana e storica in continua evoluzione, è necessario verificare periodicamente a tutti i livelli (nazionale, regionale, diocesano, parrocchiale ecc.) la rispondenza dell’azione alle necessità degli uomini. La revisione sarà dunque guidata da due preoccupazioni fondamentali: la fedeltà al mandato di Cristo e alla sua Chiesa, la fedeltà all’uomo. Ne emergeranno istanze di rinnovamento, che saranno motivo di stimolo dell’impegno pastorale per il futuro. La verifica del servizio di animazione vocazionale non può ridursi tuttavia al controllo dei risultati ottenuti, ma costituisce il ripensamento dell’azione svolta, una rilettura condotta alla luce della fede per confrontare l’impegno di mediazione umana con la parola di Cristo. Se quanto è stato fatto è aderente all’insegnamento del Maestro e alla guida del magistero della Chiesa, si deve concludere per un proseguimento dell’azione, lasciando a Dio di fecondare la semina (Piano pastorale per le vocazioni, nn. 69-71).

CONCLUSIONE

Linee programmatiche

2515

57. A conclusione del piano pastorale delle vocazioni in Italia ci sembra opportuno enumerare alcune linee emergenti programmatiche prioritarie: - è indispensabile per lo sviluppo delle vocazioni la maturazione dei giovani nella fede, nella preghiera, nell’esperienza di Dio e della Chiesa attraverso un’articolata pastorale giovanile; - la fedeltà dinamica e la testimonianza delle vocazioni in atto offrirà le migliori condizioni di riferimento e di aiuto alla ricerca, alla proposta, all’accompagnamento, nel contesto dei segni dei tempi letti con amore disponibile dagli stessi giovani cristiani; - le comunità cristiane, variamente articolate e nelle quali i giovani crescono e maturano educati nella fede e per la vita, favoriranno il numero e la qualità delle vocazioni consacrate nella misura in cui esprimeranno una crescente partecipazione esplicita ed attiva all’azione pastorale e formativa vocazionale specifica; - dovranno essere apprezzate ed accentuate l’azione e l’apertura unitaria per tutte le vocazioni, affidando al discernimento la scelta personale con particolare attenzione ai doni e alla chiamata di Dio; - negli itinerari di crescita cristiana e vocazionale che i giovani percorrono, dovranno essere valorizzati i loro doni di natura e di grazia in relazione dialogica con Dio, con i formatori, con la Chiesa e con il mondo; - i vescovi delle diocesi, i superiori delle comunità religiose e gli altri responsabili di vita consacrata dovranno accentuare la guida unitaria e articolata della pastorale vocazionale negli ambienti e nelle aree affidati alle loro cure; - la Chiesa, che è madre di vocazioni, curerà che ciascuno scopra e realizzi la propria vocazione specifica secondo la volontà di Dio a suo riguardo e sarà attenta che persone e organismi operino sempre nel rispetto del mistero della libertà e della grazia.

2516

Nel consegnare questo piano di pastorale delle vocazioni alla Chiesa che è in Italia avvertiamo il bisogno di elevare, innanzitutto, con gratitudine il nostro spirito al Padre, padrone di tutte le vocazioni, che nella forza creatrice del suo Spirito sta operando nelle nostre comunità cristiane un vero risveglio vocazionale. Noi assistiamo infatti, in questi anni, al sorgere provvidenziale di un’attenzione responsabile degli operatori pastorali, delle stesse comunità e dei singoli fedeli, al problema delle vocazioni; attenzione che, grazie a Dio, diviene sempre di più mentalità e coscienza ecclesiale per le vocazioni. Ne sono un segno tangibile le diverse e molteplici iniziative vocazionali in atto in Italia. E in ciò, lo sappiamo bene, concorrono significativamente non solo le istituzioni ecclesiali sia diocesane sia parrocchiali, ma anche le varie famiglie religiose maschili e femminili presenti nella Chiesa italiana. Questo documento, dunque, noi vescovi consegniamo con fiducia e speranza, oltre alle singole comunità ecclesiali perché siano generatrici di vocazioni a verifica della loro vitalità, ai presbiteri, ai diaconi, ai religiosi e religiose, ai missionari e ai membri degli istituti secolari, ai laici animatori vocazionali, e a quanti sono impegnati nel delicato ministero dell’educazione dei giovani, perché tutti servano in spirito di comunione alla causa della Chiesa di domani che è seminata nelle vocazioni di oggi. A Maria, Madre della Chiesa e modello di ogni vocazione, affidiamo questo piano pastorale vocazionale per i prossimi anni; ma soprattutto affidiamo le nostre comunità e specialmente la gioventù perché sappia imparare da lei ad ascoltare attentamente e rispondere generosamente a Dio che chiama.