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vocazione_adulto10 Settembre 2008

Esperienza vocazionale di un sacerdote
«Vocazioni, occorrono adulti che le riconoscano»
 
Essere un ministro ordinato è una realtà per la quale ogni sacerdote non dovrebbe mai finire di ringraziare il Signore. Il presbiterato è davvero regalo bello e al contempo 'misterioso'. Sondarne le profondità è come scavare nell’infinito di Dio e del Suo amore per noi.
Si capisce allora che il sacerdozio, prima ancora d’essere un modus vivendi, è un modus essendi, è la grazia ricevuta nel sacramento dell’Ordine che trasforma il nostro modo d’appartenergli come battezzati. Tutto questo, per me, si è realizzato in un giorno indimenticabile, il 2 aprile 2005, nella Cattedrale di San Romolo a Fiesole, per imposizione delle mani del vescovo Luciano Giovanetti. Proprio il giorno in cui il nostro amato Giovanni Paolo II ci lasciava. L’ordinazione presbiterale fu come un suggello, un definitivo assenso a una chiamata che nel cuore sentivo da tantissimi anni. Una gioia incontenibile che trovava il suo naturale sbocco sulla via della croce. Diventare preti significa, infatti, saper abbracciare soprattutto il Cristo crocifisso, imparando prima di ogni altra cosa a morire a se stessi per lasciar vivere Dio risorto dentro di noi. Questo processo di conversione interiore è ufficialmente cominciato nel 1997, con l’ingresso in seminario, dove la vita comune, lo studio, il rispetto delle differenze mi hanno aiutato a smussare gli spigoli del mio 'io'. Ma, a dire il vero, la conversione è iniziata molto tempo prima, nel periodo tormentato dell’adolescenza. Fu davvero un grandissimo aiuto la compagnia e il sostegno di amici e conoscenti che, in una fase travagliata e spesso contraddittoria, seppero custodirmi dall’abbandono della fede, cosa purtroppo frequente nel mondo adolescenziale di oggi, in particolare dopo aver ricevuto il sacramento della Confermazione. Mi capita spesso di riflettere su questa problematica cercando di fare un raffronto tra quello che ero una ventina d’anni fa e i giovanissimi di oggi. Mi chiedo che cosa sarei oggi senza l’aiuto di tante persone care. Posso dire che grazie a Dio sul mio cammino non ho trovato tanti maestri, ma tanti testimoni. Quel che fa breccia nel cuore di un ragazzo in 'ricerca di senso' non sono i discorsi, ma gli esempi, soprattutto quelli vissuti con coerenza. Spesso ci si chiede come mai i giovani sembrano quasi impermeabili a una vocazione di speciale consacrazione. Forse i nostri ragazzi avvertono la carenza di punti chiari di riferimento nel mondo adulto. Io sono convinto che a mancare non siano le vocazioni: mancano adulti in grado di riconoscerle, custodirle e promuoverle. Ogni cristiano in tutto questo deve sentirsi pungolato, a maggior ragione se è presbitero. Perciò mi ritornano in mente le parole che il vescovo recita in una delle formule dell’ordinazione presbiterale: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della Croce di Cristo Signore». Sono tra le più forti che la liturgia propone e rappresentano una stupenda sintesi della vita, dell’identità e delle responsabilità sacerdotali: l’Eucaristia, mistero pasquale di Gesù, da credere, da celebrare e da vivere, perché anche altri su quest’esempio vengano 'catturati' dal fascino di Cristo.
Che davvero Gesù non mi ci faccia mai dimenticare queste parole, soprattutto quando siamo tentati di indirizzare la vita dei nostri ragazzi unicamente secondo criteri di convenienza e di stabilità economica.

(Don Maurizio Roma parrocchia di San Giovanni Battista e San Lorenzo a San Giovanni Valdarno - AR - su Avvenire del 10 Settembre 2008)