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La Pastorale Vocazionale del Concilio Vaticano II

 

Per la prima volta un Concilio si è occupato in maniera chiara e diretta di

Pastorale Vocazionale.

 

di Sandro Perrone


vescovi_al_concilio_Vat_IISi sente spesso affermare che con il Concilio Vaticano II è nata la pastorale vocazionale moderna. L’affermazione va compresa nel suo giusto significato. Se si vuol dire che il Vaticano II ha dato un nuovo impulso alla vocazione e alle vocazioni, soprattutto a partire dal testo fondamentale del capitolo V della Lumen Gentium, “L’universale vocazione alla santità nella Chiesa”, tutto questo è profondamente vero; ma è altrettanto vero che la dottrina conciliare non nasce ex nihilo, dal niente.


Per anni, prima del Concilio, un notevole movimento teologico e pastorale aveva sollevato la questione, studiando approfonditamente tutta la problematica relativa e producendo degli studi e risultati di notevole interesse e importanza. Sarebbe più corretto affermare che il Concilio Vaticano II è una sorte di spartiacque, è insieme un punto di arrivo ed un punto di partenza.


Volendo semplificare, forse eccessivamente, si potrebbe dire che prima del Concilio (prima degli anno ’60 del secolo scorso, per intenderci), la pastorale vocazionale si identificava con il reclutamento vocazionale. In qualche modo, si potrebbe anche affermare che erano le vocazioni che bussavano alla porta del convento o del seminario. L’Animatore vocazionale (non casualmente chiamato anche con il brutto termine di Reclutatore vocazionale) non doveva fare altro che andare dal parroco e chiedere chi si volesse fare prete o suora. Il parroco, che conosceva bene i suoi, indicava i ragazzi più buoni, le ragazze più pie che, quasi naturalmente, seguivano il Reclutatore nel cammino vocazionale.


anni_60Ma, a partire dagli stessi anni, il mondo occidentale, cosiddetto cristiano, comincia a subire una serie di trasformazioni radicali, che ne sconvolgono completamente la vita e la natura. Non si tratta, infatti di una lenta e graduale evoluzione, ma di una vera rivoluzione, che coinvolge tutte le dimensioni politiche, economiche, sociali, culturali, E’ sufficiente pensare a quanto avviene a partire dalle Università americane nel 1967, che approda in Europa con il maggio 1968. Se in America la scintilla sembra essere stato il rifiuto dei giovani della guerra in Vietnam, in Europa la rivoluzione investe gli aspetti più profondi della società, mettendo in discussione le basi stesse su cui si poggia: il concetto di autorità costituita, la rivoluzione sessuale, il femminismo, il capitalismo, ecc.; in campo più specificamente religioso, una violenta secolarizzazione si trasforma ben presto in un doloroso processo di scristianizzazione, come ha più volte lamentato l’indimenticabile papa Giovanni Paolo II, con un cammino, che non sembra essere ancora oggi terminato. Tra parentesi, va accennato al fatto che la contemporaneità dei fenomeni ha fatto attribuire a più di qualche studioso al Concilio stesso la causa di questi processi, come se non fosse vero che proprio contro questi errori e deviazioni invece il Concilio si è battuto.


Per la prima volta nella storia, dunque, un Concilio si occupa in maniera chiara e diretta di pastorale vocazionale, anzitutto con l’affermazione fondamentale che è dovere di tutta la comunità cristiana la promozione delle vocazioni (cf. i documenti Optatam totius, 2 e Presbyterorum ordinis, 11); è finito, afferma il Vaticano II, il tempo della delega (“c’è chi ci pensa… non è compito mio… non posso occuparmi di tutto…”): la comunità cristiana deve assumersi in prima persona l’impegno e la responsabilità di generare nuove vocazioni, tutte le vocazioni alla e nella Chiesa. Il Beato Giovanni Paolo II affermava con grande forza e chiarezza che una comunità cristiana che non genera vocazioni è una comunità morta. La famiglia, se vuole sopravvivere nel tempo, deve generare nuovi figli; a nulla serviranno il denaro, la fortuna, il successo e tutto il resto, se tutto questo si conclude nell’arco temporale della vita della famiglia stessa. Lo stesso concetto è valido in campo spirituale: se una comunità non ha (= non genera) nuove vocazioni, è condannata ad estinguersi. Ciò vale soprattutto per le vocazioni al sacerdozio, che amministra i sacramenti della Chiesa.


testimonianza_vocMa come fare concretamente la pastorale viocazionale? Il Concilio indica alcuni mezzi che, senza esaurire la questione, sono tuttavia sufficienti per un serio lavoro di pastorale vocazionale. Anzitutto la comunità cristiana deve vivere e testimoniare una “vita perfettamente cristiana: a nulla valgono tutti i discorsi e gli appelli vocazionali, se la vita è in contraddizione con quanto dichiarato. Anche qui vale quanto lo stesso Concilio affermava a proposito dell’ateismo pratico di molti uomini e cioè che non piccola responsabilità hanno quei cristiani che vivono in contraddizione con quanto credono. Un prete, un frate, una suora, che vivono con gioia ed estusiamo la loro vocazione sono il migliore e più efficace invito e messaggio vocazionale, sono i migliori promotori vocazionali.


È del tutto evidente, comunque, che vi sono poi i cosiddetti “mezzi” tradizionali della pastorale per le vocazioni, soprattutto la Pontificia Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche (P.O.V.E.), deve promuovere e coordinare tutta la pastorale delle vocazioni, a livello universale, nazionale, diocesano, locale (Optatam totius, 2). In conseguenza di ciò, il Vescovo è, di norma, il primo responsabile delle vocazioni sacerdotali e consacrate (Christus Dominus, 15). Ma anche i Religiosi e le Religiose hanno il diritto di promuovere le proprie vocazioni all’interno di una pastorale d’insieme, osservando le norme della Santa Sede e delle Chiese particolari (Perfectae caritatis, 24).


In breve, la pastorale vocazionale è l’opera della Chiesa per far conoscere, apprezzare, vivere la propria vocazione alla santità, per inserirsi, come pietre vive, nell’edificio spirituale che è Cristo, per crescere insieme e insieme costruire il Regno di Dio.

 

 

 

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