ATTUALITÀ - Mondo Voc novembre 2011                                                            Torna al sommario

 

 

Si resta in una famiglia che si “allarga”, ma non si formano nuove famiglie.


GENERAZIONI INTERROTTE

I giovani invecchiano nelle famiglie di origine

 

Quasi il 30 per cento dei giovani di età compresa tra i 30 e i 34 anni vive ancora con mamma e papà. Se è vero che per alcuni si tratta di una comoda e deliberata scelta, per la maggior parte la causa della permanenza prolungata nella famiglia d’origine è di natura economica e sociale. Le giovani generazioni sembrano meno propense ad assumere impegni e responsabilità. Il “per sempre” sembra un vincolo troppo forte, un’utopia.


di Stefania Careddu


Careddu_1_novembre_2011“Bamboccioni” per scelta o per necessità? La domanda sorge spontanea quando si guardano i dati dell’Istat. Quasi il 30 per cento dei giovani di età compresa tra i 30 e i 34 anni vive ancora con mamma e papà, ma se si considera la fascia tra i 18 e i 29 anni la percentuale sale vertiginosamente: il 71,4% delle donne e l’83,2% degli uomini, vale a dire tre giovani su quattro restano a casa fino almeno al 30° compleanno.


Se è vero che per alcuni si tratta di una comoda e deliberata scelta, per la maggior parte la causa della permanenza prolungata nella famiglia d’origine – definita dagli studiosi uno dei mutamenti principali della struttura familiare italiana oltre che un’ulteriore conferma del fenomeno della posticipazione – è di natura economica e sociale. In altre parole: mancano le condizioni per uscire dal guscio e costruire il proprio nido. Così, di fronte ad un lavoro incerto, a stipendi bassissimi e a pochi aiuti statali, i ragazzi preferiscono non osare, allargando la famiglia esistente e non creandone di nuove.


Dal punto di vista sociale e statistico-demografico, i giovani italiani cioè restano nella categoria “figli” più a lungo di quanto non avvenga in altri paesi europei.


La precarietà – acuita da una crisi economica che si trascina – è certamente uno dei fattori che più incidono nella fase complessa della transizione all’età adulta. C’è poi da considerare la difficoltà di conciliare studio e lavoro o quella di accedere al mercato delle case.


Careddu_2_novembre_2011Non sono tuttavia da sottovalutare gli aspetti culturali. La famiglia è diventata più flessibile e paritaria e così rispetto agli anni passati i giovani hanno grandi spazi di libertà in casa, hanno una certa autonomia pur condividendo lo stesso tetto con mamma e papà e affermano dunque di trovarsi bene con loro. Secondo l’analisi degli esperti, il forte legame tra genitori e figli crea uno stato di dipendenza di tipo economico e di tipo psicologico. “La famiglia – è l’analisi fatta dall’Eurispes – costituisce un nucleo protettivo che salvaguarda i giovani dalla marginalizzazione economica e affettiva, ma questa protezione, se da una parte rappresenta una calda e confortevole culla dalla quale è difficile distaccarsi, può, dall’altro lato, diventare un ostacolo che impedisce ai giovani di affrontare responsabilità ed organizzare progetti di vita”.


A differenza dei Paesi del Nord Europa, in Italia infatti i genitori tendono ad essere maggiormente protettivi e questo ha una innegabile influenza sui tempi di uscita dal nucleo originale, che spesso coincidono con il matrimonio. Tuttavia, tra il 2002 e il 2009 i giovani sposati sotto i 35 anni si sono ridotti di oltre un milione di unità, passando da 4 milioni 201 mila a 3 milioni 158 mila. Inoltre l’età media al primo matrimonio si è alzata soprattutto per la donna, passando da 24,8 anni nel 1960 a 28,1 nel 2001.


“La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita”, ha denunciato Benedetto XVI incontrando i fidanzati ad Ancona, in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale. “Anche le scelte di fondo – ha sottolineato - diventano fragili, esposte ad una perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza”.


Careddu_3_novembre_2011A dominare è una concezione soggettivistica e edonistica dell’amore e della vita: le giovani generazioni, oltre che sempre meno disposte a limitare la propria libertà, sono pure meno propense ad assumere impegni e responsabilità. Il “per sempre” – che si scontra con l’aumento dei divorzi e delle separazioni – sembra un vincolo troppo forte, un’utopia. Ed ecco che la paura del futuro e il timore di fare scelte sbagliate inducono molti giovani a rimanere nella propria famiglia di origine, dove si trova tutto pronto.


Tra i fattori “destabilizzanti”, gli Orientamenti pastorali dei vescovi italiani per il decennio dedicato alla sfida educativa indicano “il diffondersi di stili di vita che rifuggono dalla creazione di legami affettivi stabili e i tentativi di equiparare alla famiglia forme di convivenza tra persone dello stesso sesso”. A questo si aggiungono “il sostegno inadeguato al desiderio di maternità e paternità, pur a fronte del grave problema demografico; la difficoltà a conciliare l’impegno lavorativo con la vita familiare, a prendersi cura dei soggetti più deboli, a costruire rapporti sereni in condizioni abitative e urbanistiche sfavorevoli”.


Di fronte a tale panorama appare dunque urgente, come ha osservato Alessandro Rosina, professore di demografia all’Università Cattolica di Milano, “usare tutti gli strumenti per ridurre gli ostacoli che i giovani si trovano davanti: se un giovane trova lavoro va bene per lui, ma va bene anche per la società; se un giovane si stabilizza, produce e rende più competitivo il Paese”. Perché, ha evidenziato, “i giovani che mettono su famiglia realizzano i loro obiettivi e danno vita a una società con un ricambio generazionale più armonioso e una struttura demografica più sostenibile dal punto di vista economico”.

 

 

 

Copyright © La riproduzione degli articoli di MondoVoc richiede il permesso espresso dell'editore.